venerdì 30 novembre 2007

Il diritto di uno scrittore


Sarò breve - questo porterà fraintendimenti, ma non ho molto tempo ora.

Non è una novità, la gente ama criticare. Se entriamo nell'ambito dei racconti, però, la cosa è più delicata. La tv è accessibile a tutti, e tutti si sentono pronti a criticare (in positivo o in negativo) un film. Ma chi è solito darsi alla lettura, sviluppa automaticamente un certo senso critico. Ma come ho già avuto modo di dire, qualsiasi sia il racconto scritto, qualcuno troverà qualcosa da criticare (in senso negativo, stavolta). E non rimane che rassegnarsi, perché in fondo il lettore vuole pur sentirsi soddisfatto dicendo ciò che non va. Se dicesse semplicemente "E' stupendissimo!!!!!!111uno" si sentirebbe uno po' stupido (e ne avrebbe motivo), ma soprattutto si sentirebbe insoddisfatto. E vabe', accontentiamolo e becchiamoci la critica.
Tuttavia... alcune volte arrivano critiche che non ti permettono, diciamocelo, di farti stare zitto. Queste sono...

Le critiche sulle scelte dell'autore

Spesso si tratta di cazzatelle, ma certi commenti fanno imbestialire. Esempio: "... Bella trama, personaggi ben caratterizzati, ma... i nomi sono assurdi. Presempio, quello lì, il nano, Grwornotshok, non mi suona per niente bene". D'accordo, il nome è assurdo, ma è assurdo anche fissarsi sul nome e dire: "Il romanzo fa schifo perché quel nome fa cagare." Ho preso come esempio un nome, ma è solo un esempio. Qualcuno può prendere tanti di questi elementi e dire: "Il romanzo fa cagare perché c'è un sacco di schifezza sparsa per tutte le pagine". Già è più ragionevole, ma sono del parere che la bellezza dei romanzi si trovi proprio nella varietà. Se tutti gli autori scrivessero allo stesso modo, eh, bella m**da.
Ci sono alcune scelte che l'autore compie, e che non devono essere discusse, sia perché pare inutile, sia perché non è "concesso". Da qui il corollario:

Se nel racconto è presente un elemento che si può riconoscere come "scelta dell'autore", non indispensabile ai fini dell'intero racconto, è vietato, dal punto di vista logico e morale, criticarlo e dargli importanza.

24 commenti:

Gloutchov ha detto...

Già! Già!

Però dipende anche dal tipo di giudizio, me lo concedi? Se una persona nella "recensione" afferma di esprimere la sua opinione personale, allora gli deve essere concessa anche la possibilità di criticare i nomi dei personaggi.
I gusti son gusti. L'autore può fare una scelta e quella scelta è incontestabile ma, il lettore può e ha il diritto di dire che a "lui" quella scelta non piace.

Tutto ciò, però, non deve influenzare il giudizio sulla qualità di un racconto/romanzo. Può essere una nota a margine, un giudizio personale aggiuntivo.

Insomma, secondo me la cosa giusta sta nel mezzo! :D

Simone ha detto...

Uhm... e se ti dicessi che le "scelte dell'autore" sono in fin dei conti le uniche cose sui cui vale la pena soffermarsi?

Per citare il tuo esempio, tu scrivi l'ennesima minchiata coi nani e cogli elfi, però ti prendi la briga di chiamare un nano con un nome strano. Praticamente non hai inserito alcuna idea nel personaggio ma l'hai definito come "nano", un generico essere fantasy, però il nome esce dal generico.

A quel punto viene logico pensare che ci sia un motivo per quel nome e che l'autore mi stia dicendo qualcosa. Insomma in un libro altrimenti inutile (immaginando un libro fantasy di quelli brutti brutti che non piacciono nemmeno a te ^^) la scelta dell'autore ha attirato il mio interesse.

Poi c'è gente a cui semplicemente non interessa criticare o imparare o capire certe scelte, ma solo farsi quattro risate alle spalle degli altri. Io mi terrei alla larga.

Simone

Federico Russo "Taotor" ha detto...

Sapevo ci sarebbe stato qualche fraintendimento. :D
Nel post mi riferisco a scelte "superficiali". Alcune, ovviamente, si possono evitare, altre sono dannose, altre ancora sono trascurabili.
Esempio: in un racconto avevo speso qualche rigo per le condizioni atmosferiche durante un viaggio, e il mio lettore ha detto che era completamente inutile. Ma non condiziona la trama, e in più arricchisce l'atmosfera. Questa è una scelta dell'autore.
Un altro lettore mi ha fatto notare, in un altro racconto, che nell'intera storia solo le barbe e la terra avevano i colori. Tutto il resto era in bianco e nero: non "mi ero perso" nei particolari cromatici, e questo mi sembra abbastanza importante - dannoso, diciamo.

A questo punto sorge il dubbio: quali scelte vengono considerate importanti e quali superficiali, dal lettore? Questione di gusti? Io sarei pronto a catalogarne alcune, ma qualcuno subito mi smentirebbe, probabilmente. Dunque: una difficile ed ennesima battaglia contro i lettori sempre più esigenti e mai soddisfatti?

by Ax ha detto...

Sono arrivato qui perchè ho sfogliato, per errore, il sito dove anticipavi che avresti aperto una discussione su questo tema.
Io credo siano in molti a criticare uno scritto sulla base dell'ignoranza. E questo non è condannabile perché l'unica colpa imputabile è, al massimo, la superficialità con la quale si avvicinano a questo universo di parole e pensieri. Ci sono altri, invece, che ignoranti non lo sono proprio, ma hanno nelle proprie corde il senso dello svilimento critico. Qualunque virgola viene smembrata e l'attenzione è tesa alla ricerca del più piccolo errore con l'innegabile conseguenza che il resto, magari tremendamente importante, viene gettato in un angolo, straniero in terra propria.
Confido, però, che questi ultimi siano la minoranza e, al di là di qualche fastidioso refolo, non siano in grado di scatenar tempesta, a patto che non si decida di esporsi alle intemperie.
Anche io ho sviluppato un'affinità col senso critico, ma difficilmente mi ci lascio trascinare; col tempo ho imparato a seguirlo senza imbrigliarlo, lasciandolo libero di esprimersi in modo creativo e cioè arrotondando quegli spigoli, per alcuni inamovibili, che mi impedivano di vedere il tutto inteso come espressione dell’autore.
Personalmente non sono avvezzo alla critica distruttiva per semplice diletto e neanche mi interesso di chi lo fa. L’autore, mantenendo una sua propria coerenza interna, ha il diritto e il dovere di sbizzarrire la propria immaginazione abbracciando tutto ciò che rispecchia la sua visione d’insieme.

Sui nomi anche io credo alcuni possano essere ostici o difficilmente pronunciabili, del resto andando nei Paesi Arabi (e in molti altri) incapperei nello stesso problema, ma usarli come pretesto per screditare un’opera mi sembra quanto meno fuori luogo. La vera sconfitta è del lettore in questi casi, non dell’autore.

Alex.

A ha detto...

E' vero che i critici e le loro constatazioni(soprattutto quando sono negative) stanno un po' sui coglioni.
Tuttavia è anche vero che il loro lavoro non è una passeggiata ma sono d'accordo con te sul fatto che, tra una recensione positiva e una negativa, preferiscono le negative che sono uno spasso da leggere e da scrivere!
P.S. scusa per la "ribellione" nel precedente post.
P.P.S. anche i nomi che utilizzavo prima per i miei personaggi mi suonavano assurdi e quasi impronunciabili, ma ora credo di essere un po' migliorato. Ehe!

AndreMiglio ha detto...

Scusa ho bagliato "a" sono io!

Spirito Giovane ha detto...

Critiche intelligenti e che non siano monoriga. Concordo.
Concordo anche sulla critica alle scelte dell'autore e dico di più: forse se uno si spingesse a chiedersi "perchè l'autore ha messo questo elemento" piuttosto che "come cavolo ha fatto l'autore a mettere una schifezza del genere?", sarebbe molto meglio...

Spirito Giovane, Daniele

Gamberetta ha detto...

Ci sono due categorie di persone ignoranti. Quelle che non si fanno problemi (“ah, il fantasy? Quelle vaccate con gli elfi? Mai letto niente, e manco voglio!”) e quelle che invece credono di essere furbe. Costoro sviluppano affinità con il senso critico, arrotondano gli spigoli e hanno problemi quando tira vento forte. Inoltre fanno un sacco di robe per errore. Non sono furbi, sono i più ignoranti di tutti, perché neppure consapevoli di esserlo.

Entrando in argomento. Innanzi tutto se vai a dire a qualcuno che non deve fare qualcosa perché illogica e immorale, quel qualcuno non vedrà l’ora di farla! In secondo luogo se un elemento non è indispensabile ai fini dell’intero racconto, cosa sta lì a fare?
Bisogna scartare il superfluo!

Citazione dotta!
Il poeta inglese Robert Southey scrive: “Be brief; for it is with words as with sunbeams, the more they are condensed the deeper they burn.”
(Siate brevi; perché con le parole è come con i raggi del sole, più sono concentrate più bruciano in profondità)

by Ax ha detto...

Concordo con Spirito giovane nel porre il proprio interesse al servizio della storia raccontata più che mettere la propria visione personale al comando della storia. E' utile per ampliare i propri punti di vista e interagire, invece che, molto più facile, combattere.

Alex.

Federico Russo "Taotor" ha detto...

Mi sembra che i pareri di tutti non siano molto lontani dal mio, anzi.

@By Ax, esatto, sono d'accordo.

@Gamberetta, parlando della Cornice, ci sono autori e autori. Molti hanno il difetto di prolungarsi inutilmente. Io avevo il difetto di scrivere racconti molto strizzati. Facevo arrivare il climax all'apice già a pag 20 (a quei tempi scrivevo in formato A4, non avevo ancora imparato a modificare la pagina). Risultato: frenesia, e scarsa espressione di creatività. Non credo che tutti i lettori preferiscano lo stile breve e conciso alla George Martin (che, dopo tutto, è breve solo in apparenza). Uno scrittore ha il diritto di lasciarsi andare (non nel senso che scoreggia) e scrivere qualcosa di libero dalle catene dell'utile, se così vogliamo dire.
Per richiamare il "caso D'Angelo", il fatto che dica "fruitori di magia" invece di "maghi", per me è irrilevante. E' rilevante, invece, l'abuso di questo argomento che si fa per esempio in quel romanzo - non l'ho letto, ma dalla quarta mi sembra così patetico che non ne ricordo manco il titolo - in cui si specula sul tema della magia, dell'accademia, e di altre "sottotrame" che non mi fanno impallidire, mi fanno ingrigire. Ok, sono un po' (giusto un po') vago. A mente fresca vedrò di recuperare il titolo di quell'orrore e di continuare a discutere. :)
Comunque il concetto si è capito... no? XD

Gamberetta ha detto...

20 pagine A4 non sono poche, ci sta un fior di racconto, credo ci stiano la buona parte dei racconti di Lovecraft e Poe. Anche, non so, un classico come Lo Strano Caso del Dottor Jeckyll e Mr. Hyde non mi pare sia molto più lungo.
Ciò non vuol dire che ci possa stare ogni racconto, ma ho delle difficoltà a credere che 20 pagine costringano alla frenesia.

Uno scrittore può far quel che vuole, su questo siamo sempre d’accordo. Il problema è quando si rivolge a un pubblico: tu leggeresti uno scrittore che si esprime in stile SMS? 1 k skrve ksi? No, secondo me no. Perché è faticoso, è noioso, devi star lì a “tradurre” ogni parola. Uno scrittore che si diletta con l’inutile si pone sullo stesso piano. Raccontami la storia che devi raccontarmi, non menare il can per l’aia!
Quel particolare è lì perché serve o perché ti piace battere a caso sulla tastiera? E se è il secondo caso, perché io dovrei leggerti? Non c’è nessuna attenuante per il superfluo.
Se dici che è irrilevante usare “fruitori di magia” al posto di “maghi” stai dicendo che è irrilevante usare tre parole quando ne basta una. Il pubblico non pende dalle tue labbra (o da quelle di D’Angelo), si stufa se tu ci metti tre volte il tempo per arrivare al punto. Infatti non è proprio un caso se La Rocca dei Silenzi ha venduto solo mille copie e non è neanche piaciuto a molti dei mille lettori...
Poi se uno è King o Follett può scrivere qualunque scempiaggine ed essere pubblicato e letto lo stesso, ma non sono comunque bei romanzi, e se avessero esordito così è probabile che i nomi di King e Follett non li avrebbe conosciuti nessuno.

Spirito Giovane ha detto...

"Se dici che è irrilevante usare “fruitori di magia” al posto di “maghi” stai dicendo che è irrilevante usare tre parole quando ne basta una. Il pubblico non pende dalle tue labbra (o da quelle di D’Angelo), si stufa se tu ci metti tre volte il tempo per arrivare al punto. Infatti non è proprio un caso se La Rocca dei Silenzi ha venduto solo mille copie e non è neanche piaciuto a molti dei mille lettori..."

Io mi ripeto...la gente dovrebbe chiedersi "come mai usa tre parole al posto di una" e non "preferivo leggere meno e fare meno fatica". Anche perchè bisogna farne molta di fatica per leggere un libra.
Quindi non credo che gli autori facciano errori, ma forse ci sono troppi superficiali lettori.

Spirito Giovane a.k.a. Daniele

Federico Russo "Taotor" ha detto...

Uh, fuoco?! XD

Concordo con Spirito Giovane Daniele, ma anche tu non hai torto, Gamberetta. Mettiamola così: ci sono alcune scelte dell'autore che possono essere criticate o trascurate. Ora, siccome D'Angelo ha usato "fruitori di magia" (e a te sembra ridicolo e inutile), prendiamo come esempio uno scrittore fittizio che, invece di usare il termine "puttana", usa il termine "prostituta" o "signorina della mezzanotte che sventola la borsetta". Personalmente, userei il termine puttana. Ma questa scelta s'inserisce nella monocromia che lo scrittore dà al racconto (dove per monocromia intendo trama, stile, e tutti gli elementi che fanno "speciale" un autore). Questo è lo stile dello scrittore (da D'Angelo non aspetterei mai Draghi blu, verdi e lilla, il Signore Corrotto Ultramegaoscuro, quindi l'uso di "fruitori di magia" è coerente col suo stile).
Ora capovolgiamo il termine "monocromia" e chiamiamolo accordo. Un accordo, come tutti voi sapete, è un insieme di note che, appunto nel complesso, formano un'unica armonia (descrizione maccheronica, vabe'): nella chitarra ci sono sei corde, e molti accordi vanno suonati facendo vibrare tutte le corde. Immaginiamo che per ogni corda ci sia una scelta dell'autore. Nell'accordo Mi, in cui le dita occupano una posizione su tre corde, rimuovendo pur un solo dito l'accordo cambia. Può diventare Mi minore, Mi7 ecc... La melodia cambia del tutto. Allo stesso modo penso succeda con le scelte dell'autore. Possono sembrare trascurabili, ma non denunciate.

V'immaginate Tolkien che scrive "puttana" in quel capolavoro che è il Silmarillion? No, secondo me manco nelle lettere porcelle che inviava all'amante lo scriveva.

A questo punto si tratta sì, forse, di superficialità, ma soprattutto di gusti e suscettibilità, a mio parere.

P.S. Tolkien non aveva amanti - o almeno, nessuno lo ha mai provato. XD Era solo un esempio. Ciò non toglie che era un gran bell'uomo, e col suo modo di parlare borbottando sicuramente faceva breccia nei cuori delle donzelle. Brindiamo al Nonno!

Gamberetta ha detto...

@Spirito Giovane. “Ho in mano un pezzettino di legno, è lungo e stretto, un capo è rosso e rugoso al tatto. Se lo sfrego contro la scatola si accende.”
“Ah, hai in mano un fiammifero!
“Sì, quello!”
Infatti avrei dovuto scrivere “ho in mano un fiammifero”. D’Angelo non deve avere una visione chiara dei personaggi che ha creato, altrimenti si accorgerebbe che sono maghi e li chiamerebbe tali. Perciò perché li chiama “fruitori di magia”? Perché sbaglia, è un tipico errore da scrittore dilettante (come del resto lo stesso D’Angelo ammette di essere, basta leggere la sua considerazione sulle mille copie della Rocca, da qualche parte al suo sito).
Se uno deve fare molta fatica per leggere un libro, non è il lettore superficiale, è lo scrittore incapace. Un autore al chiuso della sua cameretta può scrivere di quel che vuole e come vuole, ma quando vien da me, magari chiedendo pure soldi, dev’essere semplice, chiaro, diretto, preciso e appassionante, rispettoso del tempo che gli sto dedicando. E così fanno i bravi scrittori, gli altri s’impicchino.

@Federico. Il problema è che “prostituta” e “puttana” non sono proprio la stessa cosa, hanno due sfumature diverse, abbastanza evidenti. Ma “maghi” e “fruitori di magia”? Diresti mai “fruitore di passaggio” anziché “passeggero”? No, perché sono tre parole per dire lo stesso concetto esprimibile con una parola sola e in più suona ridicolo. “Quella persona è un alcolizzato!”, “Quella persona è un forte fruitore d’alcool!” Non ci sono giustificazioni, è al minimo una svista e al più un errore pacchiano da scribacchino alle prime armi, non ha davvero a che fare con lo stile, a meno che “non so scrivere ma ci provo lo stesso!” si possa catalogare quale “stile”.

by Ax ha detto...

Federico, più nomini 'fruitori di magia' e più mi intriga. Condivido il fatto che ogni scrittore debba avere il suo stile e che alcuni modi di porsi siano unicamente e direttamente riconducibili a lui. Questo a me piace, in tutte le cose della vita. Mi piace la personalità.
Ci sono infiniti 'accordi' per interpretare uno scritto. Lasciamo a ognuno il piacere di godere del proprio e impediamo a chiunque di ergersi a Inquisitore.

Alex

Federico Russo "Taotor" ha detto...

Giusto, Alex. Non posso che essere d'accordo.

@Gamberetta, sei una lettrice davvero esigente! :D
Non si può obbligare uno scrittore a scrivere come vuoi tu (tu generale), ma non si può manco obbligare qualcuno a pensarla al tuo stesso modo (tu generale, sempre). Abbiamo opinioni diverse e incompatibili, che ci possiamo fa'. Il problema rimane aperto. Colla speranza di un nuovo post, in futuro. ^^

Gamberetta ha detto...

@Federico. Nessuno obbliga nessuno, io constato solo un dato di fatto: se metti “fruitori di magia” al posto di “maghi” non ti pubblica nessuno e se per caso strano succede il libro lo comprano in 10, e 9 di quei 10 poi rimpiangeranno di non aver speso i soldi in grappa.
Basta che uno ne sia consapevole. La scelta è sua, se trincerarsi dietro chissà quale Integrità Artistica e Brillante Personalità, oppure scendere un attimo dal piedistallo e far felice il pubblico, per quanto stupido, superficiale, ignorante, ecc.
E questo non vuol dire che se a uno piace il fantasy deve mettersi a scrivere Harmony solo per vendere, vuol dire fare un passettino verso chi tutto sommato ti vuole ascoltare ed evitare di rifilargli i “fruitori di magia” o gli “psicopompo”.

Finito. Almeno per questa discussione! Ciao!

Bartimeus88 ha detto...

Francamente non ci vedo nessun problema a scrivere fruitore di magia anziché mago. Se il problema è la leggibilità (si perde in terzo si secondo in più) potrei anche essere d'accordo, ma se il problema è soltanto "si deve scrivere mago" allora non capisco. D'Angelo s'è creato un suo mondo nel quale non esiste la parola mago (tengo a precisare che non ho letto il libro), ma fruitore di magia. Tale termine per lui ha un significato, un motivo per cui l'ha scelto e non glielo si può contenstare. Se io ti descrivo una creatura del tutto simile agli elfi e la chiamo Micagi (lettere messe a caso) tu non puoi contestarmelo perché, allo stesso modo della parola mago, nel mio mondo gli elfi non si chiamano così. Se io scrittore faccio una scelta stilistica, che non ha nulla a che vedere con l'abilità di narrare, orchestrare i personaggi e imbastire una trama, il lettore può solo limitarsi a dire, se non gli piace, "Caro Mister X, la scelta che hai fatto non mi è piaciuta".

Federico Russo "Taotor" ha detto...

Eh sì, Bartimeus. Il succo è questo, ma il difficile è essere tutti d'accordo. La penso anche io come te, sfumature a parte. Insomma, il ragionamento non fa una piega. Ma non sono tutti contenti - vuoi sfidare Gamberetta? Sta' attento ché è pericolosa! XD

fabbiuzz ha detto...

Non riesco a capire come in un mondo in cui esiste la parola "magia" non esista la figura del Mago: le due cose si accompagnano e dipendono l'una dall'altra.
E' come dire "fruitori di armi e corazze" invece di "soldati" o "fruitori di cavalli" invece che "cavalieri".
Non ha senso (oltre che essere molto, molto brutto da scrivere/leggere). Non è necessario essere originali per forza, specialmente se poi i "fruitori di magia" agiscono come dei classici "maghi".

by Ax ha detto...

Fabbiuzz, io penso che in un mondo dove esiste la magia, esisteranno figure che la sfruttano. Che poi siamo abituati a chiamarli Maghi non c'entra nulla col fatto che uno li possa chiamare diversamente. Non vorrei fosse qui il problema: le diversità creano ansia? Spero di no. Inquadrare le situazioni con riferimenti del nostro mondo può essere fuorviante, anche se da noi classici Maghi non ne conosco.
Che poi risulti brutto il termine è una tua rispettabilissima opinione, ma, sinceramente, mi auguro non alimenti un pregiudizio invalicabile per mancare di godersi il resto di un libro. Una corsa non si deve interrompere per un fastidio al piede, a patto di non attribuire a quel fastidio un'importanza superiore alla corsa stessa. In questo caso sarebbe più adatta un'altra attività.
Tieni solo presente che quel termine non risulta sgradevole a tutti, anzi. Questo non denota una ricerca di assoluta originalità da parte di chi legge, parlo per me.

In generale, secondo me l'importante è non cadere nella trappola del 'Siccome conosco questa cosa, mi aspetto che questa cosa sia esattamente così'. Il lettore invasivo è un ostacolo più per se stesso che per chi scrive. Il lettore attento, ma spogliato da pregiudizi, secondo me ha più possibilità di uscire soddisfatto da una lettura.
Avere perplessità su di un nome è poca cosa, ma se poi si applica anche alle situazioni, all'ambientazione e alla trama, bè, temo che in molti saranno delusi, ma avremo tantissimi nuovi autori. Forse.
Resta valido il concetto che non a tutti devono necessariamente piacere le stesse cose, ma già arrivare a pensarla così significa essere aperti al cambio di prospettive che la comunicazione può offrire; e la scrittura è comunicazione.

Federico Russo "Taotor" ha detto...

Parole sante by Ax. Il lettore senza pregiudizi e aperto ad ogni "scelta" è il lettore migliore. E' sempre un piacere sentirsi commentare il proprio racconto (in bene e in male) da questa rara razza di esseri umani.

Parao ha detto...

Uff, che due palle! M'imbatto per caso (un caso sfortunato) in questa vecchia discussione.
Tralascio tutte le faziosità scritte da Gamberetta (faziosità ampiamente dimostrata proprio nei commenti alla recensione del Signor Stockfish del mio "La Rocca dei Silenzi", di cui lei tanto detrae avendone letto la sola nota finale - all'epoca di questi commenti sicuramente, per sua stessa affermazione).
E così non si dice di scendere dal piedistallo a me, ma a grandi professionisti che hanno scelto il mio romanzo, hanno speso tempo e denaro (tra le quali la mia editor, che ha lavorato 13 in Longanesi, in cui era editor di Tiziano Terzani e dei romanzi di Anne Rice, tanto per nominarne solo un paio, italiano e straniero, dei vari e titolati - e quindi ci si chiede chi si stia mettendo su un piedistallo, alla fin fine ;).

Ma sono qui per dare una spiegazione concreta, che mi preme vista la superficialità delle critiche: la rete registra tutto e mi piace l'idea che si possa anche sentire "l'altra campana", magari con grande ritardo.

Nel mio mondo esiste la parola "mago". Ma parlando genericamente chiunque usa l'espressione "fruitore di Magia" perché è onnicomprensiva. La stessa iniziale maiuscola di "Magia" ha un motivo: la "Magia" comprende in sé molte discipline - nel mio mondo, s'intenda. Ci sono i maghi, gli stregoni, le fattucchiere, i negromanti, gli evocatori, gli indovini, gli spiritisti, eccetera (tutti contenuti dall'enorme Torre di Dòthrom).
Tutto qui. Nulla di così trascendentale. "Fruitore di Magia" indica qualcuno che usa la magia, senza indicarne la "specializzazione". E' come dire "dottore", anziché "ingegnere".

Nel romanzo, infatti, si usa "fruitore di Magia", ma anche "mago", solo "fruitore", "negromante", "stregone"... e forse qualcos'altro, che ora non ricordo. E' la stessa cosa che avviene quando parliamo tra noi: a volte possiamo essere più generici, a volte invece dobbiamo specificare esattamente - specie nei discorsi tecnici, paragonabili a quelli "magici". L'unico che non sbaglia mai è il narratore (almeno spero! Ho fatto un controllo in tal senso e mi pare non vi siano errori: dov'era mago era mago, dove stregone era stregone, dove negromante era negromante). Ma nei dialoghi diretti c'è libertà d'espressione per i miei personaggi.

Come anche nella rete delle reti.
Botta nel 2007.
Risposta nel 2008.

Ciao a tutti! Un sorriso,
Andrea

perissi ha detto...

So che è un post "antico", ma spero di essere letto lo stesso.
"Puttana" forse Tolkien, anzi sicuramente, non lo avrebbe mai detto, ma Leiber e Moorcock si.
Ragazzi: leggete di più, e fate i critici, non i blooperisti!