venerdì 30 novembre 2007

Il diritto di uno scrittore


Sarò breve - questo porterà fraintendimenti, ma non ho molto tempo ora.

Non è una novità, la gente ama criticare. Se entriamo nell'ambito dei racconti, però, la cosa è più delicata. La tv è accessibile a tutti, e tutti si sentono pronti a criticare (in positivo o in negativo) un film. Ma chi è solito darsi alla lettura, sviluppa automaticamente un certo senso critico. Ma come ho già avuto modo di dire, qualsiasi sia il racconto scritto, qualcuno troverà qualcosa da criticare (in senso negativo, stavolta). E non rimane che rassegnarsi, perché in fondo il lettore vuole pur sentirsi soddisfatto dicendo ciò che non va. Se dicesse semplicemente "E' stupendissimo!!!!!!111uno" si sentirebbe uno po' stupido (e ne avrebbe motivo), ma soprattutto si sentirebbe insoddisfatto. E vabe', accontentiamolo e becchiamoci la critica.
Tuttavia... alcune volte arrivano critiche che non ti permettono, diciamocelo, di farti stare zitto. Queste sono...

Le critiche sulle scelte dell'autore

Spesso si tratta di cazzatelle, ma certi commenti fanno imbestialire. Esempio: "... Bella trama, personaggi ben caratterizzati, ma... i nomi sono assurdi. Presempio, quello lì, il nano, Grwornotshok, non mi suona per niente bene". D'accordo, il nome è assurdo, ma è assurdo anche fissarsi sul nome e dire: "Il romanzo fa schifo perché quel nome fa cagare." Ho preso come esempio un nome, ma è solo un esempio. Qualcuno può prendere tanti di questi elementi e dire: "Il romanzo fa cagare perché c'è un sacco di schifezza sparsa per tutte le pagine". Già è più ragionevole, ma sono del parere che la bellezza dei romanzi si trovi proprio nella varietà. Se tutti gli autori scrivessero allo stesso modo, eh, bella m**da.
Ci sono alcune scelte che l'autore compie, e che non devono essere discusse, sia perché pare inutile, sia perché non è "concesso". Da qui il corollario:

Se nel racconto è presente un elemento che si può riconoscere come "scelta dell'autore", non indispensabile ai fini dell'intero racconto, è vietato, dal punto di vista logico e morale, criticarlo e dargli importanza.

martedì 27 novembre 2007

Un salto a Napoli


Domenica non ho potuto postare il solito Svago domenicale perché ho fatto un salto a Napoli. Ci ero già stato quattro anni fa, ma mi ha fatto piacere tornarci - ho visto altre cose, e ho dovuto fare da interprete per degli amici americani, ma anche questo mi ha fatto piacere. ^^
Certo, ho camminato tantissimo, e a Spaccanapoli si stava stretti come sardine (la strada è stretta e lunghissima, come sapete, e potete vederla su google immagini, ma vi metto dopo una bella immagine presa e ridimensionata da wikipedia.)
Qui accanto, una statua al lato del portone del Palazzo Reale (perdonate l'ignoranza, ma non so chi sia il tipo, forse un Angiò? Boh). Nella foto completa ci sono io, sotto, che imito la posa, ma ho tagliato, ovviamente... XD
Il Palazzo Reale (lo scrivo colle maiuscole perché fa figo, ma dubito sia corretto) è stato costruito... bla bla bla, andate su wikipedia se volete informazioni. Dal mio punto di vista (capirai...), è proprio bello, da visitare. 4€ il biglietto, 2€ per gl'insegnanti, gratis se sei minorenne.

L'immagine dell'header è un pezzo di una foto (da me scattata, copyright fottiti!) della campagna Campania. Dato che tutti gli alberi erano gialli e rossi, ho tolto l'header innevato e ho sostituito con questo... Avevo anticipato un po' i tempi. :P

Mi è piaciuto proprio, il Palazzo (nell'immagine a fianco, parte dello Scalone Reale, e alè colle maiuscole fighe).
Immagino già il re (o la regina) che si sveglia, la domenica mattina, nella sua camera gigante (si noti che il centro di ogni stanza è pressoché vuoto, le stanze sono arredate con poltrone e divani e tavolini a ridosso delle pareti, e queste ultime sono ricoperte di tappezzeria, e dal soffitto pende, per ogni stanza, un lampadario mozzafiato...), il re quindi si sveglia nella sua camera e subito i sudditi ad aiutarlo, riverenti, e lui che fa: «Ebbasta, andate al diavolo!», perché il re si sveglia sempre incazzato, e i sudditi «Sì mio sire, perdono», e il re che va a lavarsi la faccia e scruta, dalla finestra, al di sopra del giardino della terrazza, il cielo del mattino. E tuona: «Dov'è il mio asciugamano? Perdio!» E via, si reca nella sua cappella personale, prega un po', quindi ha voglia di giocare a dadi o di farsi un giro per Napoli, mentre la moglie lo tradisce coll'amante...

Una veduta di Spaccanapoli; provate a pensarla piena di qualche migliaio di persone che guardano i presepi


P.S. Tutte le foto tranne l'ultima (Spaccanapoli di wikipedia) sono state scattate da me, e dato che tutto ciò che scrivo, fotografo, disegno e musico, pubblicato qui, mi appartiene, se provate a rubare vi faccio un culo (burocratico) così. :P Cia'

venerdì 23 novembre 2007

Diagnosi letteraria: Mondo senza fine, di Ken Follett


Avevo intitolato questo post "Analisi letteraria", ma mi sono reso conto che si tratta di una vera e propria diagnosi (queste tre giornate passate come "interprete medico" mi hanno fatto male :D).

Per questa diagnosi voglio porre l'attenzione su alcuni argomenti scottanti (trattati nel post precedente e in uno di Simone Navarra), ovvero l'(ab?)uso di aggettivi, sul "mostrare" e il raccontare.

Fortunatamente, non devo ricopiare il brano dal libro; è già su internet, tutto il primo capitolo (questo è link, dal sito della Mondadori).

Gwenda aveva otto anni, ma il buio non le faceva paura.
Quando aprì gli occhi non vide nulla, però non fu questo
a spaventarla. Sapeva di trovarsi al priorato di Kingsbridge,
nel lungo edificio di pietra chiamato ospitale, stesa a terra
su un giaciglio di paglia. Accanto a lei era sdraiata la madre;
dal tiepido profumo, Gwenda comprese che stava allattando
il piccolo, ancora senza nome. Vicino alla mamma
c’erano il papà e poi il fratello maggiore Philemon, di dodici
anni.
L’ospitale era affollato, e benché la bambina non riuscisse
a vedere le altre famiglie coricate sul pavimento, stipate come
pecore in un recinto, percepiva l’odore acre dei loro corpi
caldi. All’alba sarebbe stato Ognissanti, che quell’anno cadeva
di domenica e quindi era un giorno particolarmente benedetto.
La sera che lo precedeva, la vigilia, era un momento
pericoloso in cui gli spiriti maligni circolavano liberamente.
Al pari della famiglia di Gwenda, centinaia di persone erano
accorse a Kingsbridge dai villaggi vicini per trascorrere la festa
entro i confini consacrati del priorato e assistere all’alba
al servizio religioso.
Come tutte le persone di buonsenso, Gwenda temeva gli
spiriti maligni, ma ancor più la terrorizzava quel che avrebbe
dovuto fare durante la funzione.
Scrutò nell’oscurità cercando di non pensarci. Sapeva che
nella parete di fronte a lei c’era una finestra ad arco priva di
vetri – solo gli edifici più importanti avevano vetri alle fine-
stre –, con appena una tenda di lino a riparare dalla fredda
aria autunnale. Tuttavia non scorse alcun bagliore grigiastro
nel punto in cui doveva trovarsi l’apertura, e se ne rallegrò.
Sperava che il mattino tardasse ancora.
Non c’era nulla da vedere, ma molto da ascoltare. La paglia
che copriva il pavimento frusciava in continuazione,
ogni volta che la gente si agitava o cambiava posizione mentre
dormiva. Un bimbo si mise a piangere, forse svegliato da
un brutto sogno, e fu subito tranquillizzato da un affettuoso
bisbiglio. Di tanto in tanto qualcuno farfugliava una mezza
parola nel sonno. Da qualche parte arrivarono i rumori di
due persone che stavano facendo le cose che tutti i genitori
facevano ma di cui non parlavano mai, quello che Gwenda
chiamava “grugnire”, perché non sapeva come definirlo altrimenti.
[...e bla, bla, bla, cheppàlle!, dice ora qualcuno]

Non voglio essere noioso, quindi sarò breve.

L’ospitale era affollato, e benché la bambina non riuscisse
a vedere le altre famiglie coricate sul pavimento, 1. stipate come
pecore in un recinto, percepiva 2. l’odore acre dei loro corpi
caldi.

Come potete vedere, nel punto 1. c'è una similitudine, che per qualche motivo alla gente non piace, a meno che non sia originale e poetica (ci trovate qualcosa di poetico in "stipate come pecore in un recinto"? Io no, ma non vedo il problema, ha reso l'idea, il ragazzo). E poi il punto 2., due aggettivi per ciascun sostantivo (l'odore acre dei loro corpi caldi - se ti trovi nel medievo, sei un viandante e quindi non hai occasione di lavarti spesso, specie a novembre, e dormi in un'orgia, ti riscaldi e sudacchi: ovvio che puzzi! ma chìssene, non è un mio problema, mentre leggo colgo l'idea e dimentico le figure retoriche e tutto il resto).Ancora, il narratore fa un riassunto di ciò che è accaduto, di ciò che accadrà e di ciò che potrebbe accadere. Alterna anche un po' di "mostrare", ma è completamente fuori luogo, visto che non è un "mostrare" a 360°. In seguito (piccolo spoiler, ma irrilevante, visto che la quarta di copertina vi svela la trama fino a pag 30 o giù di lì), la bambina, Gwenda, figlia di un ladro (a cui hanno amputato la mano ecc... ecc..., insomma, Follett poteva far dire la storia del tipo direttamente dalle sue labbra, e non attraverso una digressione che non è manco un flashback, no?), ebbene sta bambina dovrà rubare un sacchetto di soldi.
Io al posto di Follett avrei tagliato tutto, fino al momento del furto, e riassunto in un bel dialogo in cui il padre (carogna) minaccia la figlia, ricordandole che se fallisce, oltre a darle tante sculacciate, le tagliano la mano come già è successo a lui, e via discorrendo.

Ma ce ne importa qualcosa? A me no, Follett non fa niente di veramente sbagliato, vende un casino, è felice, i suoi lettori sono felici, tutti son contenti. Certo, usa malamente la digressione e il riassunto, proprio laddove potrebbe evitare, ma va bene comunque, «noi gli vogliamo bene lo stesso».
Così penso. Vorrei proprio sapere qual è il vostro parere a riguardo.

martedì 20 novembre 2007

Sul "mostrare" e il raccontare

Piccola nota: nel post ho inserito immagini commentate, una cosa comune tra i blogger, ma che io vedo fare (e apprezzo molto) soprattutto in gamberi fantasy.
Come avevo già accennato qualche post fa, a qualcuno piace "mostrare", rimanendo nel capo della letteratura - tenetelo presente, questo è un dato importante affinché si distingua dal cinema.
Prendiamo come esempio un grande classico inimitabile; ecco un brano:

Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un'ampia costiera dall'altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all'occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l'Adda rincomincia [ e bla bla bla...]
E tutto questo per dire che su una stradina di campagna, tra una collina e un
lago, passeggia un prete cagasotto che fra poco rischierà le mazzate. Eppure, alcuni decenni fa (ancora oggi, da qualche parte), lo facevano imparare a memoria, insieme a un altro brano, Addio monti...

Ora, un altro brano:
«Draghi.» Mollander si chinò a raccogliere da terra una mela av­vizzita e incominciò a passarsela da una mano all'altra.
«Lanciala in aria» esortò Alleras la Sfinge. Tolse una freccia dalla faretra e la incoccò.
«Mi piacerebbe vedere un drago.» Roone era il più giovane del gruppo, un ragazzo tarchiato cui mancava ancora un paio d'anni per raggiungere la virilità. «Mi piacerebbe proprio tanto.»
"E a me piacerebbe dormire tra le braccia di Rosey" pensò Pate. Si agitò inquieto sulla panca. Entro il mattino, la ragazza poteva essere sua. "La porterò lontano da Vecchia Città, attraverso il ma­re Stretto, fino a una delle città libere." Là non c'erano maestri, nessuno che lo potesse accusare

Tutt'e due i testi sono ottimi (il primo soprattutto), mi sembra naturale. Ciò che li differenzia, a parte gli anni e il genio del primo, è lo stile. Nel primo brano, la narrazione è così squisita, così bella, che ha reso famosa e gloriosa l'opera e il suo autore. Nel secondo brano, la narrazione è asciutta, concisa, spesso volgare e sempre ridotta al minimo indispensabile. Anche questo è bello, ma l'autore è così realista e allo stesso tempo neutro (ricordiamo il Verga), al punto che la sua opera viene spesso paragonata al cinema (mentre l'autore pensa solo a far soldi e di tutto il resto se ne frega). Il lettore, difatti, conosce solo i pensieri di pochi personaggi, e vive la storia cogli stessi, senza sapere cosa succede nel frattempo. In questo modo il narratore se la spassa, e l'autore è libero di prolungare la sua storia all'infinito senz'apparire estremamente aritificioso - leggasi "realista".
Potete qui vedere uno scrittore e un regista, ovvero due individui diversi

Personalmente, penso che sia il "mostrare" che il raccontare siano ottime tecniche narrative - anche se il raccontare non è una "tecnica", esiste da quando è nato il mondo e si è mantenuta per secoli, ed evidentemente un motivo c'è.

Va di moda, a quanto pare, il "mostrare". Molti lettori preferiscono questo modo di narrare, che comprende: assenza di fantasia, assenza di particolari spesso molto importanti per lo sviluppo della trama, o perlomeno per la facile comprensione del racconto, noia, se il succo succo del racconto fa schifo, e a fine lettura, sembra di aver letto un copione.

Il "mostrare" è invero un'ottima tecnica, se ben usata, e anche difficile, poiché bisognerebbe saper dire tutto in poche parole e lasciare il resto all'intelligenza del lettore. Ma, a mio parere, chi la usa deve avere un gran talento, deve saper saltare tutte quelle "buche" sopra elencate e, se possibile, dovrebbe dosare il "mostrare" col classico raccontare, in modo da avere un'ottima opera.

Per esempio, Dumas, nel Conte di Montecristo, si prolunga molto e spesso cade nella ripetizione (personalmente, questo romanzo mi piace moltissimo in ogni suo particolare), mentre nel ciclo dei moschettieri si lascia andare in una narrazione spedita, dialoghi botta-e-risposta, e via discorrendo.

Questo è, insomma, il mio parere a riguardo. Non tiro le somme, ma di sicuro non lascio nulla in sospeso. Grazie di avermi letto. :)

domenica 18 novembre 2007

Svago domenicale: 1812 Overture

Lo svago domenicale di oggi si trova nuovamente nell'ambito musicale. Una grande opera, da parte di un grande maestro: 1812 di Tchaikovsky. Commemora l'anno in cui le truppe di Napoleone hanno tentato la conquista della Russia, perdendo miseramente a causa del clima rigidissimo a cui non erano abituati, segnando così l'inizio della caduta di Napoleone.
Se avete voglia di sentirlo, buon ascolto! :)

giovedì 15 novembre 2007

Solecismi; sul non saper parlare e non curarsene


In un'antica città dell'odierna Turchia, Sòloi, i cittadini parlavano così male il greco, che così nacque la parola solecismo. O almeno, così sapevo. :)
In tv e non solo va di moda parlare come capre. In una frase sola ora proverò a raccogliere i molti orrori solitamente pronunciati:

«Ma Maria, davvero, io a lei non gli ho fatto niente! Se l'avrei saputo mica lo dicevo! Per favore, mi dai l'apparecchio che si parla?»

Inutile stare qui a commentare.
Non voglio stare qui a dire che in tv e nella vita di tutti i giorni nessuno sa parlare tranne una cerchia di prediletti cui il sottosritto fa parte - magari ne facessi parte. Il problema è che, nonostante tutto, si continua a commettere errori. Ma se la lingua ha delle regole, ben stabilite tanto tempo fa da filologi e compagnia bella (tutti colla barba: gli studiosi di tutto il mondo devono avere la barba, sennò non sono studiosi XD), perché ignorarle e farne di proprie? Non risulterebbe più facile parlare secondo le regole? Non ci capiremmo tutti meglio? Non si farebbero le guerre, non ci sarebbe la fame nel mondo ecc...

Conoscere le regole della lingua è essenziale per uno scrittore. Senza dubbio la creatività in sé, quella dell'anima, che uno ha dentro e basta, è la cosa più importante. Ma non ha senso avere tante belle idee e non saperle esporre. Mettiamo che Pincopallino ha in mente un motivetto che fischietta spesso, di sua invenzione. Vorrebbe metterlo sul pentagramma e suonarlo. Ma non sa suonare manco il campanello. Eh, questo è un bel problema. Che si fa?
Si studia.
La morfologia, la fonologia, il lessico, la sintassi, e tutte ste cose strane devono essere studiacchiate almeno un po'. Quanto basta per poter articolare un discorso, giusto, sbagliato, incoerente, ma privo di errori. Questo è importante.
E' una cosa bella, dopo tutto. Io personalmente rimango affascinato da tutta sta roba, sarà perché le ho dato un assaggio e ora ne ammiro la sterminatezza, la genialità...
Io sono pronto a scommettere 100 fanta€ che fra tutti gli scrittori attuali più importanti, solo qualcuno è un eccelso conoscitore della lingua. Tutti gli altri, inclusi i disgraziati come noi, conoscono le basi e giusto qualche altra cosa che impedisce di fare errori banali (scrivere "sì" affermazione e non "si", "un po' " e non "un pò", "affinché" e non "affinchè", "un'eco" femminile e non "un eco", usare bene pronomi et similia senza usare il "che" polivalente tanto amato dalla gente che ho sopra citato con un dialogo fittizio, e via discorrendo). E non parliamo dell'ètimo! del tipo "datemi retta" che deriva da "date mihi rectas aures", o da "oggi" che deriva da "hodie", "hoc" e "dies" e non si può dunque scrivere "quest'oggi" perché ridondante....

Non venite a dirmi che al paese vostro si dice in un certo modo e quindi in quello stesso modo ci si può permettere di scrivere, perché la lingua cambia, si evolve, e bla bla bla. Tanto tempo fa, verso il Rinascimento, c'erano degli studiosi (sempre quelli colla barba), che si misero d'accordo, e si stabilì una lingua letteraria che si differenziasse da quella del volgo, imponendo canoni precisi; è così difatti che noi possiamo più o meno capire testi di secoli fa.

Ora, sapendo che ognuno di noi è un caprone ignorante e che sa ben poco della propria lingua - rispetto a quanto c'è da sapere -, che ne dite se andiamo a darci tutti una ripassata dai libri dei primi due anni di scuola superiore? :D

P.S. Quasi (95%, va') tutti i miei "colleghi scrittori" scrivono come si deve, e sono felice di leggere quello che scrivono. Non tanto perché dicono cose belle, ma perché le dicono bene. Questo è l'importante. :)

L'immagine che ho affibbiato al post appartiene a un'opera di Memling. Quel demone nero è il solecismo, da evitare e maledire. L'angelo dalle candide vesti invece è l'azione benefica della grammatica.

domenica 11 novembre 2007

Svago domenicale: Kyrie Eleison


Apro la "rubrica" Svago domenicale. Oggi ho pensato alla messa di Requiem in re minore K 626. E' davvero bella, accidenti. E ha anche una "strana storia". Su wikipedia ho trovato alcune informazioni che sembrano più precise di quanto sapevo io... ^^:

Stendhal, in Vite di Haydn, Mozart e Metastasio (1815), parla di un anonimo committente che incarica Mozart, malato e caduto in miseria, di comporre in quattro settimane una messa da requiem, dietro compenso di cinquanta ducati.
Secondo l'ipotesi avanzata da Stendhal, Mozart tentò di scoprire chi fosse il misterioso committente, ma quando le forze cominciarono a mancargli per il duro lavoro, non riuscendo ad identificare l'uomo, si convinse che la messa che stava componendo sarebbe stato il requiem del suo funerale.
Inoltre, allo scadere delle quattro settimane l'uomo si presentò per ritirare la composizione, che però Mozart non aveva ancora completato. Così, nonostante i sospetti del musicista, gli offrì altri cinquanta ducati e altre quattro settimane di tempo: inutili, poiché Mozart morirà di febbre e insufficienza renale lasciando l'opera incompiuta.Moglie disgraziata! XD Ecco la parte che più preferisco del requiem, il Kyrie Eleison:



domenica 4 novembre 2007

Dogma Fantasy: un genere letterario con regole


Sul blog di Andrea D'Angelo qualcuno mi ha ricordato di come fosse "impossibile definire il Fantasy" [dentro limiti precisi]. Su Writers Magazine qualcuno ha detto che il Fantasy in generale è, per me, il Fantasy come dico io. Un po' ovunque, invece, spacciano robe strane per Fantasy, lavandosene le mani.
Dannazione, no! Ecco cos'è il Fantasy, secondo me, cercando di ragionare per gradi e con la logica.

Ogni genere letterario trova un suo esponente, che talvolta corrisponde al fondatore. Indubbiamente il Fantasy viene attribuito sempre e solo a John Ronald Reuel Tolkien. Alcuni rivendicano l'origine del genere attribuendola all'Ariosto o a Omero. Due cose sono certe, a questo punto: le opere dell'ariosto e le leggende di un autore che molto probabilmente non è esisito hanno in comune alcuni elementi: la guerra, l'onore, la magia o fattori diversamente reali, la ricerca e il viaggio, le creature mitiche.
Questi primi elementi sono propri del Fantasy, ma non bastano a definire il genere. Bisogna precisare che la magia, come spiega Tolkien in Sulle fiabe, non è quella scientifica, alchimistica, artificiosa, insomma non quella sovrannaturale, ma quella profonda.

Ora, è chiaro che il termine Fantasy è nato solo dopo. Cito ancora l'esimio Tolkien:
" La fantasia in questo senso [intesa come 'estraneazione dal Mondo Primario' e 'libertà dal dominio del «fatto» osservato'] è, a mio giudizio, non già una forma inferiore, bensì più elevata di Arte, anzi la forma più pura (o quasi pura) di essa, e pertanto, quando la si raggiunge, la più pregnante."
Se questo è l'aspetto essenziale della Fantasia, perché espresso dallo stesso Tolkien, che è indiscutibilmente l'esponente e creatore del Fantasy, vi è anche un altro aspetto; sembra che Tolkien abbia detto la sua su ciò che sarebbe potuto accadere in futuro:
" [...] la Fantasia troppo spesso resta sottosviluppata; ed è stata usata in maniera superficiale o solo semiseria, oppure come semplice belluria: resta mera «stravaganza». "
Non penso sia necessario commentare quest'ultima citazione.
Ora che si sono stabiliti alcuni "parametri", si può dire che Fantasy è ciò che segue queste regole. Tuttavia vi è ancora un elemento fondamentale, troppo spesso trascurato, che è probabilmente alla base del Fantasy classico. L'immaginazione completa, infatti, comprende l'utopia e l'ucronia. In Tolkien, infatti, vi è un altro mondo e consequenzialmente un'altra epoca. A mio parere, questa decisione, se così si può chiamare, è stata influenzata dall'aria romantica che aveva dominato fino alla metà dell'ottocento. I temi essenziali del romanticismo sono: la notte, il demonio (in senso lato: le creature oscure), la fuga dal mondo, in un altro posto e in un'altra epoca, spesso il medioevo dei cavalieri, l'età classica dei poeti, e il magico e lontano oriente.
Altri elementi, introdotti o riproposti da Tolkien, sono: la lealtà e la fratellanza di un gruppo, l'oppressione di un nemico malvagio e potente, il nuovo che rinasce dal passato, ecc...

Il genere però non può non evolversi. Gli autori fantasy moderni che più si sono attenuti al Fantasy classico possono essere Terry Brooks, Robert Ervin Howard, Robert Jordan, George Martin ecc... Terry Brooks e Robert Howard hanno ambientato i loro racconti rispettivamente in un lontano futuro e in un antichissimo passato, in modo da sfuggire al Mondo Primario pur rimanendovi. Robert Jordan si è distaccato completamente, creando un mondo e un'epoca diversa, così come George Martin che, al contrario di molti altri, pur attenendosi ai "canoni" riesce a dare alla magia in senso lato l'importanza che merita, celandola sotto un'atmosfera di mistero.
Stephen King, con la Torre Nera, si pone in una posizione ambigua. Pur variando in alcuni temi, però, si può definire fantasy: nel ciclo è costantemente presente la fratellanza, la ricerca, l'oppressione del nemico, il mondo e l'epoca alternativi, ecc...

Queste opere, a mio avviso, possono essere considerato Fantasy, poiché, pur variando leggermente dai parametri originari, vi si attengono più di altri, e possono costituire un punto di riferimento.
Molti ricorrono al Fantasy per i loro racconti; ma i racconti che presentano solo alcuni di questi elementi e ne escludono i "pilastri", a mio parere, non possono essere considerati fantasy. A questo punto entra in ballo il fantastico e il surreale, che non è di mia competenza.

Il Fantasy, dopo tutto, si può definire; costringerlo a tutti i costi in limiti stabiliti in base a questo ragionamento non è sbagliato, ma probabilmente ucciderebbe l'essenza propria del genere, che mira all'amore per la fantasia e alla libertà dal mondo reale.

sabato 3 novembre 2007

Catastrofe: Stili di narrazione predefiniti


Mi è capitato di assistere, in passato e ancora adesso, a una specie di catastrofe artistica. Si predilige lo stile narrativo asciutto, conciso, privo di troppi aggettivi, con frasi brevi e "ad effetto". Un esempio: Alan Altieri. Ci sa fare, eccome, ma ogni tanto, leggendo L'Eretico, mi veniva da ridere se pensavo a una caricatura di quella narrazione, così come dei personaggi - il viandante in nero, che dice sempre e solo cose enigmatiche, senza che si capisca nemmeno lui.
Ancora, i "lettori" oramai preferiscono parole semplici, volgari (in senso letterale, del volgo), e temi decadenti. Questo vogliono molti lettori. Si scrive "letteratura del '900" ma si pronuncia "decadenza".

Che fine ha fatto la "cornice"? Quella cornice che arricchiva la narrazione, la rendeva bella, un po' come mettere lo zucchero sul bordo del bicchiere di un cocktail. Non riduceva tutto a un copione, una sceneggiatura.
E, cosa orrenda, ho notato che i pochi che osano scrivere aggiugendo, per così dire, un fronzolo, vengono subito fucilati a parole. L'ultima volta ne abbiamo discusso su Writers Magazine, riguardo a un racconto di Matteo De Nardis. Si è trattato in reltà di un buono e genuino scambio di pareri, molto pacifici. Ma mi ha fatto riflettere sugli "estremismi" inconsci assunti da alcuni.
Secondo me è una catastrofe. Uno scrittore non è libero di scrivere come gli dice il cuore, perché qualcuno gl'impone di scrivere in un altro modo - dico impone in quanto uno che vuole migliorarsi "obbedisce" ai consigli.
Qualcuno può dire: no, sono semplicemente i lettori che preferiscono questo stile.
Non ci credo. Possibile? Se guardo i profili degli utenti di blogger quasi tutti hanno, tra i loro libri preferiti, Il signore degli anelli. E Tolkien è lo scrittore che fa più "cornice", probabilmente, descrivendo pure, oltre ai fiori, anche i funghi che crescono in quella particolare foresta.
In breve, sono del parere che molti scrittori diano retta dapprima ai lettori e dopo al loro cuore. Vi sembra giusto? Che razza di letteratura è? Su commissione? E come possiamo sperare di fare arte?