venerdì 13 settembre 2013

Impressioni fulminanti | Iron West, di Doug TenNapel

earthworm jim doug tennapel iron west comic book steampunkIron West è una graphic novel ad ambientazione western con "elementi" di meccanica che ricordano lo steampunk, ma che poi a ben vedere è sci-fi.
L'autore è Doug TenNapel, il creatore di Earthworm Jim - chi ha grosso modo la mia età si ricorderà del videogioco per Super Nintendo.
Lo stile di disegno è tendenzialmente cartoonoso, e la storia di per sé non è eccezionale - cliché ormai noti e abusati in qualsiasi film e nei peggiori romanzi trash. Siamo in California, c'è l'eroe, lo sceriffo, ci sono dei nemici robot. Niente di geniale.
Ad ogni modo l'opera nel suo complesso è divertente e alcune vignette sono piccoli capolavori.
Sul mio Kindle 4 la conversione da .cbr a .pdf ha ridotto di molto le dimensioni del file originale e l'ha reso leggibile sul dispositivo. Paradossalmente, mi è stato più comodo leggere sul Kindle, con lo schermo da 6'', piuttosto che sul computer, schermo da 10,1''. Immagino che sia a causa della diversa distanza dagli occhi, ma sicuramente il contrasto bianco/nero che offre l'eInk fa la differenza.
Questa è la mia prima esperienza di lettura di fumetti su eReader, e devo dire che mi sono trovato bene. L'unico problema è, ovviamente, il testo. In questo caso è stato leggibile, ma lo stesso fumetto su un Kobo Aura sarebbe stato sicuramente perfetto.
Ho fatto un paragone con altri fumetti: se l'opera in questione possiede numerose vignette, con molto testo, difficilmente si potranno distinguere le lettere dei baloon, senza sforzarsi (o senza fare lo zoom). Inutile dire che lo zoom è fuori discussione: sarebbe una lettura scomodissima stando a spostarsi in diverse sezioni della stessa pagina.
Ad ogni modo, se si ha un eReader da 6'', consiglio di provare comunque a leggerci sopra i fumetti. Se ci si trova bene come mi ci sono trovato io, si aprirà un nuovo mondo (fatto di centinaia di titoli facilmente scaricabili).

(Un estratto; adoro com'è disegnato il vecchio Two Rivers e l'umorismo dell'intera opera)

lunedì 9 settembre 2013

Impressioni ristrette | Domani il mondo cambierà, di Michael Swanwick

swanwick station tide domani il mondo cambierà recensioneMichael Swanwick, con quest'opera - titolo originale: Stations of the tide, e si noti la grande affinità col titolo italiano - ha vinto il premio Nebula nel 1991.
Queste sono le cose che mi perplimono.
Ho interrotto il romanzo al 50% della lettura. Avevo intenzione di farlo già da prima ma verso il 20% spuntano idee interessanti che mi convincono a proseguire nonostante lo stile pessimo.
Perché è lo stile che davvero rappresenta un ostacolo alla lettura. Non so se sia corretto definirlo naïf, ma è quello stile che di solito io personalmente chiamo "romanzese" o "scrittorese": alcuni autori, di solito quelli alle prime armi, nel narrare usano un lessico che secondo loro è quello "tecnico", il linguaggio che va usato quando stai raccontando una storia.
"Era una notte buia e tempestosa".
Lo stile di Swanwick in Stations of the tide è come se fosse a un livello superiore dello "scrittorese": i cliché vengono rimpiazzati direttamente con le forme "auliche", come literary fiction da studiare a scuola e farci poi gli esercizi "Vedete, ragazzi, come l'autore ha usato una metafora in cui quel personaggio viene identificato con quell'animale, e ciò indica la natura meschina di Taldeitali, ecc. ecc. capolavoro, capolavoro, genio assoluto per aver pensato a una cosa simile, imparate a memoria".
In realtà dovevo aspettarmelo. Tapiro mi aveva già avvertito dello stile "intellettualoide" adottato nel romanzo, ma dovevo testimoniarlo di persona.
Certo, l'ambientazione è affascinante - laddove si capisce di cosa si sta parlando -, e sicuramente sarebbe bello approfondire. Ma ci troviamo di fronte a questo:
- Ciò che mi lascia perplesso - disse per mascherare il suo sospetto - è che...
Il narratore che svela le intenzioni dei personaggi in maniera palese.
Chu non fece finta di non capire. 
Spiegazione delle intenzioni di un personaggio + doppia negazione: addirittura combo! Non nascondo di non apprezzare questa forma.
Era preoccupantemente facile ubbidire a quel mostro, poiché era molto decisa nei suoi ordini.
Tralasciando il resto: gli avverbi in -mente. Per di più inutili, non solo brutti, ma proprio del tipo che se li ometti non solo non ci perdi, ma ci guadagni. Ce ne sono a iosa.
- Be'... - I denti dell'uomo erano rotti e ingialliti, le sue gengive erano violacee, e il suo alito aveva il puzzo della corruzione.
Il consueto "puzzo della corruzione". Queste sono le forme "auliche" che capita di trovare nelle opere di quegli autori che magari ci provano, così, gli scappa, "come uno starnuto" (Cit.), oppure tentano di fare Alta Narrativa da studiare al liceo (stile Wu Minghi).
Il burocrate percepì la presenza ronzante ed encefalica delle venti sibille, che facevano parte del sistema, nel retro del suo cervello.
Fantascienza o no, la "presenza encefalica" è un'affermazione che non significa assolutamente nulla.
Il burocrate fissò meravigliato quei fantasmi silenziosi e pensò: "Non esistono creature simili". Anche se, in verità, non riusciva proprio a immaginarsi per quale motivo non dovessero esistere. Immerse fino alle cosce, si muovevano silenziose come sogni e alte come dinosauri, sonnambule eppure sicure come un desiderio.
(Anche qui tralasciamo il resto) Ad essere sincero a me le similitudini evocative, efficaci, piacciono. Lo so, magari non sono il mezzo più indicato per narrare, ma in alcuni romanzi ne ho trovate di efficaci, che mi avevano colpito.
Queste appena citate, però, no. Che diavolo significa "silenziose come sogni" e "sonnambule eppure sicure come un desiderio"? Perché usare mille parole quando ne basta una, o due?
Di fatto il romanzo non era così difficile da leggere, ma spesso e volentieri lo stile pessimo mi ha fatto cadere le braccia, e a quel punto dovevo scegliere se continuare qualcosa che comunque fino a metà opera non mi aveva convinto granché o cercare qualche altro romanzo.
Alla fine ho optato per chiudere.

sabato 7 settembre 2013

Impressioni fulminanti | La scimmia pensa, la scimmia fa, di Chuck Palahniuk

la scimmia pensa la scimmia fa stranger than fiction chuck palahniukIl titolo originale è Stranger Than Fiction: True Stories, e la scimmia io me la sarei risparmiata benissimo, fossi stato il traduttore.
Non si tratta di un romanzo, ma di una raccolta di interviste, racconti brevi, saggi, vita privata di Palahniuk. In pratica è un po' come leggere dei post di un blogger scrittore che mette impegno narrativo pure nei post e produce piccole opere da fatti personali.
Sarò sincero, certi racconti avevano quell'impronta palahniukiana troppo pesante, che non funziona sempre (su di me, almeno). Certi racconti puoi narrarli con stile e farli funzionare, altri racconti non vale la pena narrarli, o comunque non lo fai sempre nello stesso modo.
C'è ben poco da dire, in realtà.
I racconti sono brevi e se ti annoiano, ci vuole poco a finirli (oppure salti al prossimo e via, non ti perdi niente). Gli eventi di vita che racconta Palahniuk sono interessantissimi, e da psicologo in formazione e scrittore "amatoriale" non posso che essere affascinato da ciò che ha affrontato questa persona (alcuni stralci della sua vita si possono leggere nei suoi Essays), del modo in cui ha affrontato tali eventi, e del modo in cui li racconta.
Per quanto riguarda le lezioni di stile, per così dire, o meglio gli omaggi ai suoi maestri, come ho già detto, si ha un déja-vù se hai già letto i suoi saggi sulla scrittura. Di fatto sono tutte indicazioni valide, ma non posso fare a meno di chiedermi se lo stesso stile sia efficace con qualsiasi storia.
Io ne dubito.
Ad ogni modo, se non ti piace Palahniuk, dubito che abbia senso leggere Stranger than fiction. Altrimenti, rappresenta una buona occasione per approfondire un po' il suo mondo.
Non la reputo comunque un'opera indispensabile.

venerdì 30 agosto 2013

Impressioni | Lo sconosciuto n°89, di Elmore Leonard

elmore leonardo sconosciuto 89
Wikipedia vi dirà tutto quello che c'è da sapere su Elmore Leonard. È un romanziere, ha scritto un sacco di opere e da molte di queste si sono ricavati dei film, tant'è che è famoso anche come sceneggiatore. Una vita per la fiction, in pratica. È morto 10 giorni fa, il 20 agosto.
Ho scelto di leggere Lo sconosciuto n° 89 senza alcun motivo, mi piaceva il titolo.
Si tratta, di base, di una crime story, un poliziesco più originale rispetto al cliché del detective che risolve i casi, in primis perché il protagonista non è un detective – anzi, è un povero cristo con precedenti e problemi personali, che al momento degli eventi ha trovato un equilibrio per vivacchiare normalmente.
In secundis, lo spirito del romanzo è lontano dal dramma misterioso, quasi chic, delle detective stories.
I personaggi vengono dal ghetto, tirano a campare, vivono alla giornata e non si fanno problemi se per alzare un po' di grana si rischia la galera.
Elmore Leonard viene considerato un maestro dei dialoghi. Fermo restando che, personalmente, condivido l'opinione di King sul fatto che è difficile far suonare credibile un dialogo, anche se si registra una telefonata e la si riporta per iscritto, nonostante ciò è evidente che i personaggi di Elmore Leonard non suonano finti, anzi. C'è da imparare, sicuramente.
Lo stile non è propriamente perfetto, i POV sono vari (e nella versione digitale che ho letto, non erano separati da un qualsiasi segno o riga bianca), sempre in terza persona, con una buona dose di infodump non fastidioso.
Ma suppongo che il romanzo sia godibile proprio in virtù dello stile vivace, dei dialoghi verosimili e dei personaggi credibili.
Forse per lo stile, forse per i personaggi, o forse perché la storia è stata scritta e ambientata nel 1977, ho avuto come l'impressione di leggere un Bukowski sobrio (letteralmente, non metaforicamente) e deciso.
Ho finito il romanzo grosso modo in 24h, tra un impegno e l'altro, e considerando che sono molto comodo nel leggere (slow reading), questo è indicativo dell'abilità di Elmore. Oltretutto il genere non è il mio preferito, ma verso il 40% dell'opera la storia, a mio avviso, ingrana ancora meglio e un eventuale calo di interesse/attenzione viene compensato da un ritmo più incalzante per tutta la restante parte.
È un romanzo (o un autore?) che, al di fuori del genere, che può non piacere, consiglierei di certo a qualsiasi scrittore, se non altro per ammirare l'abilità narrativa e prendere spunto.

lunedì 26 agosto 2013

Impressioni fulminanti | La danza dei draghi, di George R. R. Martin

danza dei draghi george r r martin recensioneOgni volta che comincio a leggere uno dei volumi di A song of ice and fire mi domando se poi varrà la pena scriverci un post.
Alla fine ho pensato che, perché no, un'impressione veloce male non fa.
Rispetto a quello che stavo leggendo prima, appena ho ripreso in mano Martin mi son detto: "Ah, finalmente". Poi continuando ho ricordato perché non fosse il mio primitivo.
Il narratore di Martin è attratto dalle ovvietà, che non manca di presentare, e non lo fa attraverso il pensiero dialogato dei personaggi, ma al di fuori, proprio nella narrazione. Questo mi ha dato fastidio. Che senso ha far notare qualcosa di per sé evidente?
Come per gli altri volumi, il livello di infodump è alto e sempre presente. E l'entità delle informazioni è rilevante: non si parla di fuffa, ma di veri e propri fatti che avvengono al di fuori degli eventi che interessano un personaggio, fatti che comprendono l'intero mondo, e che hanno effetti sullo sviluppo di altre sotto-trame.
Io so che ci sono lettori che memorizzano tutto, riescono a gestire questa mole incredibile di informazioni e ci speculano sui forum facendo profezie su ciò che potrebbe accadere in futuro.
Io questo lo so.
Ma so anche che è troppo. Il lettore medio (quale io mi ritengo) difficilmente assorbirà questa mole di informazioni. Per fare un paragone, è un po' come giocare a un MMORPG per divertirsi e passare la serata (casual gamer) vs giocarci imparando a memoria tutti i dettagli delle armi, item, i relativi valori, le statistiche, ecc. (power gamer).
Magari il paragone è un po' azzardato, ma diciamo che se tutte queste informazioni non ci fossero state, io non ne avrei sentito la mancanza.
Rispetto ad altri volumi più noiosi, La danza dei draghi è un po' più ricco di colpi di scena o eventi importanti. E tra i personaggi che muoiono, ce n'è uno che nessuno si sarebbe mai aspettato. Nice job, Zio Martin.
Detto questo, per smorzare l'impressione di criticone che potrei dare, A song of ice and fire è l'unica saga che continuo a leggere dopo tanti anni. Erikson, Jordan, Brooks, per citarne alcuni, tutti abbandonati (talvolta dopo il primo o pochi altri volumi). E, si badi, la serie tv di Game of thrones è uscita molto di recente (lessi Il portale delle tenebre nel 2004 o 2005, e dal 2010 ho continuato a leggere tutti gli altri man mano che sono usciti).
Insomma, la saga sarà diventata anche mainstream (ricordo il post sul blog di Martin in cui lo Zio affermava che sarebbe stato impossibile trasporre Asoiaf come film o serie tv: ecco un caso in cui la brama di denaro porta a qualcosa di buono - la maggior diffusione dell'opera), ma posso dire che, al momento, anche questo volume contribuisce a spingermi nel continuare a leggere la saga.