
Michael Swanwick, con quest'opera - titolo originale:
Stations of the tide, e si noti la grande affinità col titolo italiano - ha vinto il premio Nebula nel 1991.
Queste sono le cose che mi perplimono.
Ho interrotto il romanzo al 50% della lettura. Avevo intenzione di farlo già da prima ma verso il 20% spuntano idee interessanti che mi convincono a proseguire nonostante lo stile pessimo.
Perché è lo stile che davvero rappresenta un ostacolo alla lettura. Non so se sia corretto definirlo naïf, ma è quello stile che di solito io personalmente chiamo "romanzese" o "scrittorese": alcuni autori, di solito quelli alle prime armi, nel narrare usano un lessico che secondo loro è quello "tecnico", il linguaggio che va usato quando stai raccontando una storia.
"Era una notte buia e tempestosa".
Lo stile di Swanwick in
Stations of the tide è come se fosse a un livello superiore dello "scrittorese": i cliché vengono rimpiazzati direttamente con le forme "auliche", come literary fiction da studiare a scuola e farci poi gli esercizi "Vedete, ragazzi, come l'autore ha usato una
metafora in cui quel personaggio viene identificato con quell'animale, e ciò indica la natura meschina di Taldeitali, ecc. ecc. capolavoro, capolavoro, genio assoluto per aver pensato a una cosa simile, imparate a memoria".
In realtà dovevo aspettarmelo. Tapiro
mi aveva già avvertito dello stile "intellettualoide" adottato nel romanzo, ma dovevo testimoniarlo di persona.
Certo, l'ambientazione è affascinante - laddove si capisce di cosa si sta parlando -, e sicuramente sarebbe bello approfondire. Ma ci troviamo di fronte a questo:
- Ciò che mi lascia perplesso - disse per mascherare il suo sospetto - è che...
Il narratore che svela le intenzioni dei personaggi in maniera palese.
Chu non fece finta di non capire.
Spiegazione delle intenzioni di un personaggio + doppia negazione: addirittura combo! Non nascondo di non apprezzare questa forma.
Era preoccupantemente facile ubbidire a quel mostro, poiché era molto decisa nei suoi ordini.
Tralasciando il resto: gli avverbi in -mente. Per di più inutili, non solo brutti, ma proprio del tipo che se li ometti non solo non ci perdi, ma ci guadagni. Ce ne sono a iosa.
- Be'... - I denti dell'uomo erano rotti e ingialliti, le sue gengive erano violacee, e il suo alito aveva il puzzo della corruzione.
Il consueto "puzzo della corruzione". Queste sono le forme "auliche" che capita di trovare nelle opere di quegli autori che magari ci provano, così, gli scappa, "come uno starnuto" (Cit.), oppure tentano di fare Alta Narrativa da studiare al liceo (stile Wu Minghi).
Il burocrate percepì la presenza ronzante ed encefalica delle venti sibille, che facevano parte del sistema, nel retro del suo cervello.
Fantascienza o no, la "presenza encefalica" è un'affermazione che non significa assolutamente nulla.
Il burocrate fissò meravigliato quei fantasmi silenziosi e pensò: "Non esistono creature simili". Anche se, in verità, non riusciva proprio a immaginarsi per quale motivo non dovessero esistere. Immerse fino alle cosce, si muovevano silenziose come sogni e alte come dinosauri, sonnambule eppure sicure come un desiderio.
(Anche qui tralasciamo il resto) Ad essere sincero a me le similitudini evocative, efficaci, piacciono. Lo so, magari non sono il mezzo più indicato per narrare, ma in alcuni romanzi ne ho trovate di efficaci, che mi avevano colpito.
Queste appena citate, però, no. Che diavolo significa "silenziose come sogni" e "sonnambule eppure sicure come un desiderio"? Perché usare mille parole quando ne basta una, o due?
Di fatto il romanzo non era
così difficile da leggere, ma spesso e volentieri lo stile pessimo mi ha fatto cadere le braccia, e a quel punto dovevo scegliere se continuare qualcosa che comunque fino a metà opera non mi aveva convinto granché o cercare qualche altro romanzo.
Alla fine ho optato per chiudere.