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venerdì 26 giugno 2015

Impressioni | Carrellata letteraria primaverile 2015

Ormai vado avanti a carrellate stagionali. Per giunta, quando leggo un romanzo, dopo un mese in pratica ho già dimenticato tutto, mi rimane solo il grosso delle impressioni. Questa volta sono andato ancora più a rilento, con la lettura, causa mille impegni, non ultimo la scrittura (che è stata molto proficua).
Ho omesso giusto qualche opera che non vale la pena citare o non è pertinente.

abaddon giuseppe menconi vaporteppa fantascienza horrorAbaddon, di Giuseppe Menconi.
L'aspetto positivo delle opere di Vaporteppa è che quando voglio parlarne posso sorvolare sullo stile che, grazie al training (recente e pregresso) degli autori e soprattutto all'editing (cosa inesistente nella maggior parte delle opere), è sempre buono (fatta naturalmente eccezione per le opere straniere, tradotte così come sono, e fatta eccezione per opere come Lo specchio di Atlante di Bernardo Cicchetti, che nonostante l'editing per Vaporteppa, è stato pubblicato con lo stile originale, un po' "fiabesco" e non proprio perfetto ma comunque buono - ma è un caso a parte, e i punti forti di quell'opera sono molti altri).
Non voglio soffermarmi molto sulla storia. Ammetto che durante la lettura ho avuto l'impressione di rivivere l'atmosfera sci-fi/horror di Deep Space, e la nota finale dell'autore ha confermato che era proprio quello che voleva trasmettere, per cui missione compiuta alla grande. Ho apprezzato molto il realismo tecnologico, come i laser che prosicugano in fretta la batteria (cosa che in molti sci-fi si ignora). È un'ottima storia, il finale confesso che mi ha spiazzato. L'unica nota negativa, a mio parere, era l'eccessiva azione, che dopo un po' ho percepito come ripetitiva.

Il profumo del caffè (The various flavours of coffee), di Anthony Capellla.
Tralasciando il titolo reinventato (e la copertina italiana terribile che non mi sento di inserire), devo ammettere che non mi è dispiaciuto. Lo stile è a tratti buono e a tratti lascia a desiderare, ma di per sé nello sviluppo della storia si possono individuare i tre atti e la trasformazione del personaggio, con qualche plot twist qui e là e un finale più o meno prevedibile. È stata una lettura abbastanza buona, un po' d'amore, un po' dramma, un po' avventura. Il tutto ambientato nell'800.

Rivelazione, di Alastair Reynolds.
Ero in vena di sci-fi e la sinossi di Revelation space mi sembrava accattivante.
Riassumo in due principali aspetti.
Aspetto negativo: lo stile è molto ingenuo, il narratore fa infodump, sia gli spiegoni scientifici, sia quelli inerenti il background e le intenzioni dei personaggi. Non è in grado di progettare una scena senza inciampare in brutte scorciatoie narrative.
Aspetto positivo: il background, le idee, più o meno anche la storia in sé.
Il problema in questi casi è che il lettore appassionato di fantascienza può bypassare lo stile, può non rendersi conto di come le informazioni, invece che narrate, vengano sbattute in faccia, e può non rendersi conto che l'autore lo stia trattando da idiota (o, come ritengo più realistico, che l'autore sia in difficoltà e ricorra a stratagemmi rozzi e inefficaci per veicolare la storia). Finché il lettore sarà più interessato agli aspetti tecnologici o sociali della storia piuttosto che alla trama in sé, la missione narrativa è compiuta.
Ma è superfluo dire che se hai delle idee tecnologiche/sociali interessanti, e si inseriscono molto bene in una trama col what if come motore, perché perdere la possibilità di narrare una buona storia? Eppure accade, e la maggior parte dei romanzi sci-fi ha questo "sbilanciamento" tra idee e narrazione.

fantascienza cauldron fornace di stelle uraniaCauldron, fornace di stelle, di Jack McDevitt
Lo stile è scarsino, la storia ci mette un po' a ingranare e alla fine non conduce chissà dove, l'evoluzione dei personaggi è rugginosa se non proprio assente. È una specie di avventura nello spazio, in un'ambientazione meno tecnologica di Rivelazione, con qualche idea tutto sommato interessante ma nulla di che. Non è un'opera che valga la pena leggere, non ha granché da offrire rispetto ad altri titoli. Le idee tecnologiche sono solo un plot device, quindi niente nerdgasm di alcun tipo, visto che non vengono spiegate né si intuisce come funzionino.
Nel dubbio, meglio non leggerlo.

domenica 9 novembre 2014

Impressioni fulminanti | La gatta degli haiku, di Giulia Besa

vaporteppa duca carraronan gatta haiku steampunkForse può suonare un po' esagerato, ma La gatta degli haiku di Giulia Besa potrebbe essere un film di un Miyazaki un po' gore e non tanto aderente al politically correct.
Sono felice che finalmente in Vaporteppa sia arrivato il primo autore non pene-munito: La gatta degli haiku non è un harmony o un paranormal romance, è una fiaba un po' steampunk un po' rinascimentale un po' altro, che non può nemmeno ricordare le favole Disney, quanto semmai quelle di Studio Ghibli, per la varietà e ricchezza dell'ambientazione e l'aspetto un po' creepy di certi personaggi che, nelle storie Disney, avrebbero gli occhioni luccicanti e il sorriso perenne, in una specie di trip da overdose ben riuscito.
La protagonista del racconto è davvero sfortunata, e la sua condizione non si limita a una scenetta di accattonaggio compensata da tanti improbabili amici poveri diavoli pure loro; no, è sola, e le sue sfortune e il suo supplizio sembrano non avere mai fine.
E poi c'è la micia parlante.
A chi non piacciono i mici? Che razza di gentaglia non ama i gatti? I repubblicani! E tu, sei repubblicano?
La gatta degli haiku si legge circa in un'oretta (io ci ho impiegato 1h e 15min circa perché sono lento e mi ci son messo di impegno, ma il Kobo Aura stimava 1h), e a mio modesto avviso può rappresentare un ampliamento, o un lieve discostamento, come la si vuol mettere, rispetto agli altri titoli della collana. Un racconto con una sensibilità diversa, che ritengo possa essere fruibile da un pubblico più ampio, anche in virtù dalla relativa "marginalità" dell'elemento steampunk che, mescolato col resto dell'ambientazione, non può essere considerato preponderante (proprio come in alcuni film di Miyazaki, in cui le tecnologie e gli scenari non sembrano aderenti a un preciso periodo storico, ma fuori dal tempo in perfetto stile onirico, favolistico)
La gatta degli haiku è disponibile su Ultima Books e su Amazon.

venerdì 24 ottobre 2014

Impressioni fulminanti (alzheimeriane) | La caduta dei giganti, di Ken Follett (ripresa)

Sto diventando vecchio. Ho ripreso a leggere La caduta dei giganti di Follett, che avevo abbandonato tempo addietro, e sono andato fino in fondo, l'ho finito. Mi sono reso conto solo ora che ne avevo già parlato qui, più di due anni fa, lamentandomi che non ero in grado di continuarlo perché faceva schifo.
Siccome mi sono dimenticato e ormai il danno e fatto, non rinuncio e riprendo a lamentarmi delle 20+ ore perse a leggere il romanzo.
Confermo le impressioni di due anni fa. Sembra che l'autore stia parlando con un cretino, o meglio: l'autore sembra molto ingenuo e pedante, e si rivolge al lettore con la stessa ingenuità, reputandolo un cretino. Un cretino che parla a un cretino.
La prosa è al limite dello schifo, ripulita quanto basta per essere grammaticalmente corretta (siamo a questi livelli, sì). In aggiunta ai dialoghi tutti uguali e ai personaggi bidimensionali e alle emozioni assenti, non avevo notato una cosa (che forse si manifesta più avanti rispetto alle 200 pagine dopo cui avevo droppato): l'infodump è peggiore rispetto a quanto avessi notato, si insinua ovunque, nei dialoghi e nella narrazione, raggiunge persino il massimo del degrado che solo uno scrittore alle primissime armi riesce a raggiungere: l'infodump che spezza l'acme del climax. Infodump del tipo: Tizio sta per sparare a Caio ma ecco una digressione sul tipo di arma che sta usando.
Per dare un senso a questo post e farci un paio di risate, ho raccolto alcune citazioni che mi hanno fatto cadere le pal le braccia:

Lev sentiva l'odore dell'acqua, per cui concluse che dovevano trovarsi nei pressi del porto.
Attenzione: non sente odore di marcio, di pesce, di alghe, di tutto ciò. No: sente l'odore dell'acqua. Gli haterz della scrittura logica direbbero: "Eh vabe', ma va', si capisce cosa intende". Allora invito tali individui a riempire il lavandino del bagno di acqua e ad annegarvici annusarla. Di cosa sa? Di ruggine? Di cloro? O sa di "acqua"?
A destra e a sinistra di Grigoij si udivano scoppi assordanti, fontane di terra erompevano dal suolo, uomini gridavano e frammenti umani volavano nell'aria.
Lui vede tutto quanto, a destra e a sinistra, contemporaneamente. Ha occhi divergenti, posti ai lati della testa. Tralasciamo i verbi di percezione, e pensiamo a tutto ciò che accade. Mi ricorda quella puntata di Futurama in cui Harold Zoid [grazie a Eliana per il suggerimento], regista d'altri tempi del cinema muto, ha la possibilità di fare un film con gli strumenti moderni e come per compensare, riempie le scene di azioni, suoni, con le comparse che si agitano in maniera spropositata (del tipo correndo con le braccia alzate o imitando le galline) pur di sfruttare al massimo la nuova tecnologia. Lol. Uguale.
Walter la ignorò.
Bellissimo esempio di virtuosismo letterario.
Attenzione a questa, spoiler alert!
Walter von Ulrich si arrampicò per uscire dalla trincea e, mettendo a repentaglio la propria vita, cominciò ad attraversare la terra di nessuno.
Meraviglioso, Follett (o il suo ghost writer) ci dice il fine ovvio di un'azione ("si arrampicò per uscire dalla trincea"), e persino le implicazioni di tale azione ("mettendo a repentaglio la propria vita"). Com'è caro.
Avanzò ancora, ma per la tensione incespicò, cadde e la pistola gli sfuggì di mano colpendo il gradino di pietra con un rumore metallico.
Qui vorrei tralasciare gli orrori stilistici da noob per concentrami su un'altra cosa: è un'azione in cui la tensione è altissima, il narratore, ridondante, lo sottolinea ("per la tensione") e crea ulteriore conflitto peggiorando la situazione ("incespicò"). La prima impressione che si ha leggendo questa parte non è "caspita, che tensione", ma "caspita, sei sfuggito con coraggio al fuoco nemico, al tiro di un cecchino, progettando la copertura di un fuoco amico, mettendo a repentaglio la tua vita, ti sei arrampicato in cerca del luogo in cui si apposta il cecchino usando come guida il rumore dello sparo, pur sapendo che ogni attesa implica la morte di un altro civile e... incespichi quando ce l'hai davanti? Ma peffavore! Hai il sangue freddo di sparare a decine di metri di distanza e la tensione ti frega quando hai il bersaglio, distratto, di spalle, a due metri, immobile davanti a te. Bitch please."
Poco dopo c'è una tale escalation di scarsezza che "Potrei vomitare".
Il poliziotto balzò in piedi con sorprendente agilità. Aveva la testa piccola e il viso cattivo, e a Grigorij passò per la mente che fosse diventato cecchino per vendicarsi di tutti i ragazzi - e le ragazze - più prestanti che lo avevano sempre preso in giro.
Wut. Uccidetemi.
Capisce tutto solo guardandolo, e chi è, Sherlock Holmes? In quel momento deve unicamente ucciderlo perché il cecchino sta mietendo vittime innocenti (ha appena ucciso una donna e qualche altro, disarmati). Rendiamoci conto.
In un vicino frutteto, che fino allora era riuscito a sfuggire ai bombardamenti, i meli fiorivano coraggiosamente.
Una schifezza assoluta con la ciliegina finale: un verbo inutile con un avverbio inutile e patetico. Date un pulitzer a quest'uomo!

Non ho annotato tutto, è ovvio. Annotavo solo nei momenti di sconforto.
La caduta dei giganti ha di buono solo una cosa: la gestione del conflitto, ma neanche più di tanto. Il confine tra gestione del conflitto e telenovela in certe opere per me è vago. Alcune scelte, per quanto efficaci o adatte, sono scontate ("Ora questa qui facciamo che è incinta, a quest'altro lo sgamano per la terza volta mentre tradisce la moglie, a questo lo mandiamo in guerra...")
Non consiglio assolutamente più di 20 ore della propria vita per questo romanzo. Da poco è uscito l'ultimo volume della trilogia, ma sul serio, c'è parecchio nonsense da sopportare, e non è buono nemmeno per imparare la storia (insegnanti che fate i "moderni", ce l'ho con voi), visto che l'infodump della Caduta dei giganti è molto meno appassionante di un buon libro di storia.
Spero ne facciano una serie tv. Spesso si fanno sceneggiature ottime a partire da romanzi scarsissimi.

sabato 4 ottobre 2014

Impressioni fulminanti | Piloti e nobiltà, di Diego Ferrara (e altre "riflessioni")

Chi mi legge avrà già letto un annetto fa il post su Soldati a vapore, dello stesso autore del presente racconto, Piloti e nobiltà.
Purtroppo Vaporteppa è nata dopo la pubblicazione di Soldati a vapore (d'ora in poi Soldati), quindi pur essendo a tutti gli effetti steampunk italico, Soldati è stato autopubblicato con Ultima.
Ad ogni modo, con Piloti e nobiltà Diego entra a far parte della scuderia Vaporteppa.
Il racconto è naturalmente ben scritto, e deriva dall'antologia (se non erro non definitiva) pubblicata per un periodo su Baionette in seguito al relativo concorso. Ho fatto un rapido confronto con la prima versione (senza editing), che non era per nulla male, anzi, era molto al di sopra della media. E questo mi ha fatto riflettere - anche se "riflettere" è una parola grossa, ma questo lo vediamo dopo, ora spreco due parole non richieste sul racconto.
Piloti e nobiltà è un racconto breve, è gratuito, è scritto bene, e non c'è motivo per non dargli una lettura. L'unica "pecca" è che in quanto racconto è troppo breve, suggerisce uno sviluppo molto interessante (ci sono tutte le basi, non solo personaggi e situazioni, ma anche l'ambientazione che chi ha letto Soldati già conosce), ma si arresta precocemente. Dopo tutto, è stato concepito appunto come racconto. Gli do il massimo dei voti, diciamo 5/5, ma l'ultimo quinto "sulla fiducia" perché so di cosa è capace Diego, sebbene nel racconto il suo potenziale non sia stato sfruttato al massimo proprio a causa della brevità.

Ho accennato alle riflessioni.
Nel leggere le opere di Vaporteppa, ho pensato al sotto-genere e alla difficoltà di riuscire a 1. trovare opere di questo tipo, e 2. leggere opere decenti. Tempo fa (un paio d'anni fa) avevo scoperto una casa editrice, l'Abaddon Books (o forse è una collana della Rebellion Publishing), che si occupava proprio di romanzi steampunk, sci-fi post-apocaliptici, credo anche fantasy, ecc. Le copertine mi piacevano, la quarta di copertina dei romanzi che mi interessavano erano meh, ma comunque ho voluto vedere di cosa si trattava: se uno dei loro romanzi mi avesse soddisfatto, avrei avuto a disposizione tutti i titoli della collana.
Ho provato a leggere qualcosa (Unnatural History di Jonathan Green è gratis, e lui consiglia di cominciare da qui per continuare con gli altri suoi romanzi di Pax Britannia), e sono rimasto delusissimo. La qualità è sottozero, nel migliore dei casi la prosa era solo bruttina e inspida, nel peggiore era tremenda, errori banali, cliché a catinelle, trovate wtf che non sto qui a elencare tutte (del tipo "sì, siamo nel 1994 ma è tutto vittoriano e la gente usa  carrozze e cavalli anche se ci sono pure le automobili perchéssì, perché è steampunk", o automi/poliziotti dalla tecnologia non ben definita che ricordano i Dalek di Doctor Who ma che si fanno infinocchiare dal primo che capita e ti lasciano entrare nel posto che sorvegliano, wtf). E questo Jonathan Green ne ha scritta, di roba, per l'Abaddon.
In questi casi non è nemmeno questione di idee vs stile: le idee non hanno un perché, sono incoerenti, e non vengono mostrate in maniera naturale o utile, sembrano scenari e personaggi di cartapesta, e lo stile è scarso, infodumposo, approssimativo, a tratti sembra di leggere una fan fiction.
E il bello è che nella pagina About della Abaddon, è scritto:
Dedicated to high-quality science-fiction, fantasy and horror, Abaddon would create original worlds and find up-and-coming authors to tell great stories within them.
High-quality, great stories, very science, much fiction, so fantasy, wow. Non posso parlare per tutte le opere dell'Abaddon (Green è proprio no, El Awing con El Sombra idem, forse Journal of the Plague Year non sembrava terribile, stando all'anteprima, ma ricade sempre nel sci-fi infodumposo ogni tre per due, che però è sempre meglio del nonsense steampunk perchéssì), ad ogni modo mi sembra ridicolo che reputino le loro opere di alta qualità, visto che sono davvero pessime e non offrono nulla di nuovo.
Alla luce di queste "riflessioni" personali - che si traducono nell'immagine di me che passo ore sull'Internet a cercare romanzi steampunk/sci-fi interessanti, case editrici indie, e rimango deluso dalla quasi totale assenza di opere per cui valga la pena perdere tempo -, mi rendo conto del fatto che Vaporteppa sta facendo un ottimo lavoro, e mi auguro che il numero di opere cresca e possa rappresentare un punto di riferimento per chi è stanco della spazzatura che, alla fine, in assenza di meglio, si è costretti persino a leggere, se si vuole soddisfare il proprio bisogno di steampunk e simili.
Oppure conviene farsi una ragione e cambiare proprio genere.

giovedì 18 settembre 2014

Impressioni | Carrellata letteraria estiva 2014 - Parte II

Ecco l'attesissima seconda parte della carrellata letteraria.

Cartlon Mellick III, The Haunted Vagina
Avevo da diverso tempo alcuni titoli di bizarro fiction, alcuni iniziati e rimasti incompleti (Satan Burger: andava forte all'inizio ma poi mi ha stancato lo storia di questi punk perditempo), altri mai cominciati. Volevo espandere un pochino le mie letture del genere e mi sono affidato ai gusti dei colleghi blogger, soprattutto al parere del Duca. Tra parentesi, The haunted vagina uscirà in italiano sotto l'etichetta di Vaporteppa, gaudio in tutto il regno.
Il romanzo mi è piaciuto. Probabilmente la forza delle opere di Mellick III risiede anche nella brevità con cui viene sviluppata l'idea di base (King avrebbe molto da imparare, lui le stesse idee le svilupperebbe in triliardi di pagine). The haunted vagina alla fine risulta più profondo di quanto non sembri. E parla di una ragazza che ha la vagina infestata (dai fantasmi) e del ragazzo che deve scoprire che succede là dentro. Se ne parla in maniera più estesa in questo post di Vaporteppa.

Hugh Howey, Wool
Questo è il romanzo di cui hanno acquistato i diritti (è la 20th Century Fox, non la WB, mi correggo) per un film che, dalla regia, mi dicono sarà diretto da Ridley Scott. Nelle librerie e persino nei supermercati hanno fieramente esposto per alcuni mesi questo mattone. Mi aveva dato un'ottima impressione, nonostante lo stile scarsino e alcuni punti dubbi (del tipo il"sapore metallico dell'adrenalina", come se l'adrenalina si potesse assaporare, o a un tratto della storia un personaggio cancella un file di testo compromettente ricevuto via mail, spostando il file nel cestino e addirittura svuotando il cestino: l'autore deve avere conoscenze informatiche pari al tipico utente Windows/Apple, cioè nulle). La storia migliora, si arricchisce di elementi interessanti al punto da assomigliare a Lost, con idee meno wtf che spuntano dal nulla. Ma poi la fine è gestita male, non c'è una risoluzione degna, e molto rimane inspiegato.
Mi auguro che la sceneggiatura del film corregga tutto lo "sporco", così chi è interessato alla storia potrà risparmiarsi decine di ore di lettura e godersi al massimo due ore di film.

Zerocalcare, La profezia dell'armadillo
Capolavoro, non c'è nient'altro da aggiungere.

François Garde, Il ritorno del naufrago
Come ho già scritto nel post precedente, a me le storie di mare piacciono molto. Ho trovato questo romanzo per puro caso, l'ho cominciato sul Kobo Aura fresco di regalo, ma ero preso dalla frenesia ed essendo scritto abbastanza male l'ho interrotto, poi alla fine ad agosto l'ho ripreso e finito. È sostanzialmente quello che dice il titolo. Il ritorno di un naufrago francese, in un'ambientazione ottocentesca. L'intero romanzo alterna la forma epistolare di un geografo che scopre il naufrago, e lunghi flashback della storia del naufrago narrati in terza persona. Lo stile è bruttino, in pratica il mostrato è ridotto a 0, è tutto raccontato. Si può anche tollerare, se a uno piace il tipo di storia. Ma si conclude con questioni irrisolte, lascia insoddisfatti. Un finale davvero pessimo (praticamente mozzo).

Frank Schatzing, Limit
Adoro i mattoni, e ho visto spesso i romanzi di Schatzing in giro. Ho cominciato Limit, mi ha intrigato, poi passata l'introduzione, si apre il primo pov, e lo stile è un pugno in faccia. L'ho chiuso e poi ho provato a riprenderlo. L'ho ri-abbandonato.

Carlo Taglia, Vagamondo
C'è poco da dire, è un diario di viaggio. Carlo Taglia ha vinto il Narcissus Monthly Award, è un autopubblicato con Ultima Books. Ha un blog. Ha fatto il giro del mondo in 528 giorni senza aerei. Non è un romanzo, ma appunto un diario di viaggio un po' intimo e un po' aperto al pubblico (l'impresa, per quanto solitaria, non può non avere una risonanza mediatica! Mi ricorda con nostalgia le belle vecchie imprese ottocentesche).

Terry Pratchett, Mort
L'ho accennato già altrove: Terry Pratchett può essere anacronistico, se letto ora. Il colore della magia è bellissimo, poi gli altri libri variano per stile e tematiche. Alcuni hanno un tono fiabesco che proprio non mi piace. Altri, invece, sono geniali e ancora divertenti. Mort è uno di quelli da cui trapela sia la vena umoristica che quella filosofica di Pratchett.
Dicevo: può essere anacronistico, l'umorismo di Pratchett (non per tutti i versi, però), perché è uno dei primi. La parodia del Fantasy fatta quando il Fantasy era all'apice (all'apice della suo degrado, potrebbe dire qualcuno, ma non è che poi sia migliorato voglio dire dopo è venuto tipo Twilight e altre cose simili cioè rendiamoci conto) poteva essere originale, divertente, o comunque adeguato ai tempi (Il colore della magia è del 1989). Ma negli anni le parodie hanno in un certo senso esaurito la materia da beffare. Si pensi agli Scary Movie: funzionavano finché non hanno cominciato a stancare, il che è avvenuto dopo pochi anni (e parodie di horror se ne facevano già da anni! Si pensi al mitico Frankenstein Junior, del 1974, ancora oggi attualissimo; dello stesso anno Monty Python e il Sacro Graal, che però parodiava il ciclo arturiano e in qualche misura anche il fantasy).
Con questo non voglio dire che le idee si esauriscono e non si può fare più parodia. Molte idee di Pratchett sono originalissime, ma al di là di questo, a mio avviso quando lo si legge si mette in conto, da un certo lato, che risale a due decine di anni fa, e ciò che poteva far più ridere all'epoca, può far meno ridere ora (o fa ridere in maniera diversa: si veda Korgoth of Barbaria, in cui ciò che fa ridere non è poi così direttamente collegato con l'heroic fantasy in sé, come si può vedere nel Colore della magia, ma con altri trope portati all'estremo).
O forse mi sbaglio e semplicemente Pratchett alterna genialate a freddure.

Frank Schatzing, Il quinto giorno
Della serie, perservare è malvagio. Perché ho messo da parte uno Schatzing e ne ho preso un altro? Ripeto, perché i mattoni mi piacciono. Scherzo, nel caso del Quinto giorno mi è stato consigliato per la storia e il suo sviluppo (e conclusione), e mi son messo di impegno. È vero, l'idea di base della storia è interessante (l'ho già detto che mi affascinano le storie di mare e il mare di per sé?), e sono riuscito a leggere fino al 20%, il che è incredibilmente tanto per un mattone di qualcosa come mille pagine: lo stile è un calcio nei testicoli. Schatzing perde più tempo di King e lo fa anche peggio. Infodump come se piovesse, sempre, continuamente, soprattutto quando non serve a niente. Durante la lettura ero arrivato a una scena di tensione, in cui l'infodump grazie a dio era stato accantonato, ma lo stile era ancora pessimo, c'era molto raccontato e il mostrato era confuso. Alla fine l'ho abbandonato.
Come fanno certi romanzi a diventare best seller?

Stephen King, Mucchio d'ossa
È stata una lettura totalmente casuale.
Leggere King è sempre come rivedere un vecchio amico. All'inizio. Poi ricordi perché è passato così tanto tempo dall'ultima volta. Mucchio d'ossa non è assolutamente uno dei suoi migliori romanzi. È scritto abbastanza bene (parliamo di King, fa le cose come al solito, un po' funzionano e un po' no, è migliore di molti altri ma il suo amore per il brodo annacquato è noto), e devo ammetterlo, l'evoluzione della storia mi ha un po' spiazzato: sembra risolversi a metà opera, ma a ben pensarci poteva finire poco dopo, riducendo di molto la seconda metà. Su goodreads gli danno circa 3 stelle e qualcosa su 5. Direi che è il voto che si merita.

Chuck Palahniuk, Pigmeo
Pigmeo è un romanzo molto particolare.
Inizialmente mi sembrava troppo faticoso da leggere e l'avevo accantonato. Google può esservi più utile di me, ma in breve: Pigmeo è un romanzo in forma di report fittizio di un bambino-terrorista proveniente da un paese fittizio a regime dittatoriale, che va in America per un gemellaggio. Di conseguenza questi "dispacci" sono scritti in un italiano (non ho controllato la versione inglese) approssimativo con coniugazioni sbagliate e similitudini molto esotiche e originali. Prendo un estratto (in realtà ho trovato questa recensione di gelostellato, che in gran parte condivido, l'estratto lo prendo dal suo post):
Prossimo poi, questo agente approccia femmina negroide caratterizzata con cranio di forma mesocefalica, ampia apertura nasale e zigomo indietreggiato. Mano di operativo me estende, apre verso femmina. Questo agente dice: «Esemplare femminile, permette effettua danza di accoppiamento precedente generazione di embrione umano?».
Bocca di operativo me assicura che equipaggiato con adeguato cromosoma, così che non appesantisce società con cura di mostruosa prole deformata.
In realtà sì, può stancare, ma basta entrare nella visione di Pigmeo e ci si può gustare completamente l'opera, disseminata di perle geniali: alcune fanno davvero ridere, altre sono una palese denuncia alla cultura occidentale, e se da un lato può sembrare anche snob/scontato, dall'altro non si può non riconoscere che le immagini sono davvero efficaci (come il dollaro rubato, sporco di sperma del carnefice e sangue anale della vittima dello stupro).
Lo avevo sottovalutato, invece potrebbe addirittura essere il mio romanzo preferito di Palahniuk.

E questo è tutto.
Prossimamente,  brevi ma intense impressioni su steampunk nostrano ed estero.

lunedì 8 settembre 2014

Impressioni | Carrellata letteraria estiva 2014 - Parte I

Non aggiorno il blog da due mesi ma ho i miei perché: laurea/tirocinio/vacanze. Ho anche imparato a suonare l'ukulele (in realtà è bastato un paio di giorni).
Nel frattempo però non ho smesso di leggere, ed ecco a voi una carrellata delle cose che ho letto da più o meno luglio a ora. Divido la lista in due parti perché mi sento molto la Mondadori coi romanzi di Martin, ma anche perché dopo due mesi di assenza posso garantire un altro post prima del panico su cosa scrivere dopo.
Via.

Joseph Conrad, I romanzi del mare
Avevo letto tempo fa (10 anni fa) Tifone, e mi son detto ok, voglio leggere altra roba di mare, proviamo con questa raccolta, che comprende Il negro del Narciso, Tifone, Un colpo di fortuna, Freya delle Sette Isole. At first I was like wow, è vekkiume ben fatto, questo! But then I was all like come non detto, andrebbe bene una sola lettura per togliersi lo sfizio della storia di mare, ma lo stile costituisce un ostacolo non irrilevante. Se qualcuno conosce romanzi di mare accattivanti e sorpattutto ben scritti, suggerisca pure.

Arthur Conan Doyle, Tutto Sherlock Holmes
Sir Conan Doyle ce lo fanno leggere a scuola, alle medie, e poi ce ne dimentichiamo, ma sa il fatto suo (e non dimentichiamo i suoi romanzi di fantascienza, col mitico professor Challenger!). È una buona dimostrazione di vekkiume ben fatto, e la fama raggiunta da Sherlock Holmes su schermo mi auguro avvicini alla lettura dei romanzi, e da qui al vekkiume in generale, che ci piace tanto (il nostro piano segreto è far tornare il mondo all'estetica, alla morale e alla filosofia dell'800, sapevatelo)

Susanna Clarke, Jonathan Strange & Mr. Norrell
Lo ricorderà chi una decina d'anni fa era appassionato di fantasy e abbastanza grande da saper leggere (quando il romanzo uscì, nel 2004, io avevo 14 anni, ora ne ho 24, cioè parliamone). I punti di forza della storia sono diversi: è ambientato nell'800, c'è la magia, e l'atmosfera cerca di essere un po' fiabesca e un po' spiritosa: oserei dire che ricorda vagamente lo stile della Rowling dei primi Harry Potter. Il problema è che lo stile è pessimo, un fiabesco fallimentare, inutilmente prolisso, che non suscita il minimo interesse e non ingrana mai, per cui l'ho abbandonato e non lo riprenderò mai più.

James Mendrinos, The complete idiot's guide to comedy writing
Cercavo informazioni sulla comicità, su come produrla e via discorrendo. Ho scoperto questo manuale. Devo essere sincero: non è servito a molto. Sicuramente gli esercizi suggeriti possono essere utili, e anche un po' di teoria su alcuni aspetti della comicità (il twist, la tempistica ecc.), ma non è il tipo di manuale che cercavo. Forse probabilmente non ne esistono. Se c'è una cosa che ho imparato (non è vero, è una cosa scontata che sanno tutti), è che la comicità è roba seria, ci si può improvvisare ma o si ha l'attitudine innata o la si sviluppa con un potente allenamento. Non c'è niente di peggio della comicità stiracchiata e forzata. Anzi sì, c'è: il dramma forzato.

Alessandro Scalzo, Caligo
Ne avevo già parlato qui, quindi non mi ripeto. Perla italiana. È uno dei romanzi che voglio assolutamente rileggere, insieme al magistrale Soldati a vapore (attenzione! È uscito un racconto gratuito dello stesso autore! Qui il post relativo). C'è molto da imparare da queste fiction, per chi scrive. E molto da gustare, per chi legge.

Arturo Pérez-Reverte, Purezza di sangue
Pérez-Reverte non è un autore eccezionale, ma è molto bravo e mi fa piacere leggerlo. A parte la prima opera, Capitano Alatriste, che ricordo come un piccolo capolavoro, gli altri romanzi dell'autore non mantengono lo stesso "tenore", l'andamento è variabile (ricordo l'infelice caso de Il giocatore occulto, infelice perché prolisso e oltremodo infodumposo). Ad ogni modo, mi è piaciuto leggere Purezza di sangue e proseguirò con gli altri titoli. Piano piano.

Gabriel Garcia Marquez, Memoria delle mie puttane tristi
È cinico da dire, lo so, ma non prendiamoci in giro, gli editori stappano champagne e ballano sulle scrivanie quando un loro autore bestseller muore. Un po' come le opere d'arte, se quel dipinto vale 10, dopo la morte dell'artista varrà 100 e continuerà a valere sempre di più. Avevo già cominciato a leggere Memoria delle mie puttane tristi un anno o due anni fa, dopo aver cominciato e abbandonato Cent'anni di solitudine. L'ho ricominciato e finito quest'anno (è abbastanza breve). Ne è valsa la pena, merita il riconoscimento che ha avuto.

Mykle Hansen, HELP! A bear is eating me!
Tapiro lo consigliò ben 3 anni fa, io l'ho letto solo quest'anno. Effettivamente è meno "bizzarro" rispetto alla roba della Eraser Head, e forse è proprio per questo che mi è piaciuto molto. La bizarro fiction mi piace così e così, dipende. HELP! A bear is eating me! è un capolavoro. È divertente, ben scritto, breve, suscita emozioni, praticamente perfetto. Se insegnassi Psicologia (ehm, ne approfitto per comunicare la mia disponibilità in merito a chiunque volesse offrirmi un posto di lavoro come docente, chiusa parentesi), se insegnassi Psicologia Generale o Clinica, dicevo, userei diversi pezzi di questa novella come esempi utili: si imparerebbe molto di più da un commento specialistico a questo romanzo che dalle classiche lezioni frontali con slide.

Fine prima parte.
Ora creo il cliffhanger per la seconda parte: ci sarà un romanzo i cui diritti cinematografici sono già stati acquistati dalla Warner Bros mesi fa, un'altra opera di bizarro fiction, e ben DUE bestseller fail tedeschi, e molto altro (non troppo, in realtà, sono solo promesse da campagna elettorale).

giovedì 3 luglio 2014

Impressioni | Caligo, di Alessandro Scalzo

Alla fine, il grande momento è arrivato.
Non deve essere stata una cosa da niente, avere il peso delle aspettative per il primo autore italiano pubblicato da Vaporteppa. In un certo senso, corrisponderebbe al biglietto da visita della collana, all'emblema, allo stendardo da sventolare con italica fierezza.
Insomma, fossi stato io al posto di Alessandro, un po' di strizza l'avrei avuta.
Ma lo Scalzo vantava già la benedizione della Dea Gamberetta che aveva dato il suo sì al precedente romanzo di Alessandro, Marstenheim (che ho letto e molto apprezzato tempo fa ma, me misero, non ho mai scritto uno straccio di post a riguardo, spero di rifarmi). Insomma, era un autore "raccomandato" nel senso anglosassone, non-italiano del termine (ovvero quando una persona è disposta a garantire per un'altra meritevole, rimettendoci qualora si sbagliasse).
Ma Marstenheim è un'ottima lettura gratuita che potremmo annoverare tra i titoli pionieri dell'autopubblicazione di qualità. I tempi però sono cambiati, e non serve più lottare per dimostrare che venire pubblicati su carta non è necessariamente sinonimo di qualità. Ora è possibile essere un autore meritevole, non al soldo del colosso editoriale, e pubblicare in digitale (e magari avere più successo che se pubblicato solo su carta)

Parliamo del romanzo.
Grandi aspettative, sì, e tutte soddisfatte. In Caligo c'è tutto: umorismo, sense of wonder, ambientazione, trama semplice ed efficace, personaggi credibili. C'è l'italianità sia nei comportamenti che in cibo e bevande, ma c'è anche l'inglesità, con la stessa Barbara Ann, lo zio Watson, i confronti tra culture. E poi ci sono mech, motoruote, scafandri. C'è persino un cinese.
Lo stile essenziale e curatissimo, che già avevamo visto con le precedenti opere gratuite brevi, lo ritroviamo naturalmente anche qui, e garantisce una lettura che non stanca mai, nonostante la normale alternanza di picchi di climax, e non incappa mai punti morti o poco interessanti. Laddove mancano le scene d'azione, concitate, trovano spazio l'umorismo, l'approfondimento del background, la "semina" di pistole di Čechov. La lettura insomma è gradevole, spedita, e persino io, che sono un lettore lentissimo e pignolo (ricordo lo Slow Reading Manifesto), ho impiegato, stando alle statistiche del Kobo, solo 6 ore (cioè 4-5 ore per un lettore normale e non bradipo come il sottoscritto.)
Una cosa che ho immensamente apprezzato del romanzo è il sense of wonder che ormai avevo praticamente dimenticato. Vuoi perché i gusti son quelli, vuoi perché la cosa mi affascinava e addirittura alcune idee sono simili a quelle che uso nella mia ambientazione (in futuro maggiori informazioni), ma il background in Caligo è naturale, credibile, affascinante. Le onde Z e i loro effetti sulla popolazione, per esempio, non sembrano un artificio di finzione, ma si inseriscono con naturalezza e si incastrano in maniera coerente con i personaggi della storia che per esempio, quando il rolmetro segna valori troppo alti, son costretti a starsene a casa a dormire. Lo stesso vale per l'uso delle droghe (leggasi l'utilissimo approfondimento del Duca in appendice), e per altri aspetti del romanzo.

Vaporteppa quindi non si smentisce e sfodera un'opera all'altezza delle aspettative, divertente, interessante, ben curata, ma soprattutto nostrana. Potete leggere il post di presentazione direttamente da Vaporteppa, e acquistarlo da Amazon per i Kindle o da Ultima Books per tutti gli eReader e tablet.

domenica 8 giugno 2014

Impressioni | Mini carrellata letteraria primaverile 2014

Quando posso cerco di dedicare un post a un romanzo, anche se il romanzo in questione era troppo noioso da finire di leggere. Talvolta mi capita anche di leggere qualcosa e poi non parlarne sul blog, perché non ho niente da dire o non fregherebbe a nessuno (capita solitamente coi classici, per esempio lessi Papà Goriot ma non mi sembrava di avere nulla di intelligente da dire, e di solito mi capita con tutti i classici).

L1L0, di Pippo Abrami. Una delle prime pubblicazioni gratuite di Vaporteppa. Un racconto scritto molto bene, farcito di umorismo efficace, all'interno di un storia dal ritmo incalzante. L'automa dall'umorismo ebraico richiama ovviamente il Golem della tradizione ebraica medievale, e questo blend è succulento per noi che pur avendo amato il fantasy e il folklore medievale, siamo stanchi e troviamo nello steampunk qualcosa di più attraente. Direi che il punto forte di L1L0 sia proprio questo.



I robot di La Marmora, di Alessandro Girola. L'idea di base mi piace (1864, un'astronave aliena finisce sulla Terra, alcuni alieni si alleano con gli austriaci, altri invece col Regno d'Italia, e la loro tecnologia li porta a creare dei robottoni giganti pilotati da soldati, dal sapore trash niente male) e ho molto apprezzato il fatto che l'idea non sia stata presentata subito (sinossi a parte), anche se poi viene fatto in maniera un po' (molto) infodumposa. L'infodump infatti è costante, sia da parte del narratore sia nei dialoghi, dialoghi che suonano perlopiù telenovelistici. Nel complesso, a mio parere, si poteva valorizzare sviluppando il tutto in maniera più accurata.



La maschera di Bali, di Francesco Durigon. Altra pubblicazione gratuita di Vaporteppa. Non voglio dire che mi sia piaciuto meno di L1L0: in realtà, per quanto la collana sia la stessa e di conseguenza anche il genere/sottogenere, di fatto L1L0 è pervaso dai toni umoristici dell'automa (e io da un po' di tempo sono interessato ai meccanismi della comicità), mentre La maschera, che punta più sull'azione, ha dalla sua la componente di magia/divinazione, che in un'ambientazione vittoriana/ottocentesca ha il suo enorme fascino (noi amanti del fantasy medievaleggiante non possiamo che essere altrettanto attratti dal '700 alchimistico e dall'800 gotico, in stile Lestat ecc.).
Tuttavia non mi soddisfa completamente. Lo stile è ottimo e le premesse anche: capisco che con un "budget" di parole limitato sia difficile, ma personalmente avrei ristretto lo scenario, eliminato un pov (su queste brevi distanze, due sono già troppi) e dosato il ritmo, mostrato di più i "demoni", e magari sostituito gli epiteti del tipo "bastardi" che alla lunga stancano e suonano ridicoli. Ad ogni modo la qualità è ottima e spero di poter leggere qualcos'altro di Durigon, in futuro (che detto tra noi, ha un cognome fighissimo).

Gli dei di Mosca, di Michael Swanwick. Dal punto di vista editoriale, è encomiabile il modo in cui Vaporteppa, piccola collana di nicchia, abbia potuto lanciare come primo titolo un'opera straniera, inedita in Italia, di un autore già affermato a livello internazionale.
Tuttavia Swanwick non lo conosco bene, e Gli dei di Mosca pare essere un'opera un po' atipica rispetto a quanto di solito produce l'autore. Come ho accennato prima, sono molto attratto dalla comicità, e Surplus è un personaggio simpaticissimo che mi ha fatto molto apprezzare il romanzo, insieme ad altre trovate umoristiche sparse. Devo ammettere però che lo stile di Swanwick fa perdere qualche punto al romanzo, e l'ideale per poterselo godere appieno è combinare il piacere dell'umorismo con l'amore per il bizzarro (non siamo ai livelli di Carlton Mellick, ma comunque del bizzarro c'è). Ho avuto già modo di parlarne, ma lo ripeto: chiunque stia supportando il progetto di Vaporteppa è sicuramente in attesa di opere nostrane, e i due racconti gratuiti finora pubblicati sono già un ottimo biglietto da visita, a mio avviso. Tra Gli Dei di Mosca e le opere gratuite pubblicate c'è un abisso quanto a stile: Swanwick ha i suoi pregi, ma lo stile non è propriamente uno di questi, al contrario di L1L0 e La maschera di Bali, stilisticamente curatissimi, impeccabili. Questo è l'unico mio scetticismo nei confronti della scelta dell'opera di Swanwick come prima pubblicazione.

Fight Club, di Chuck Palahniuk. Se c'è una cosa che evito, è leggere i romanzi dopo aver visto il film. Quando parlo con amici o altra gente di un film tratto da un romanzo, mi sento dire per la maggior parte delle volte (letteralmente): "Sì, ma vuoi mettere? Il libro è molto meglio", e con molta probabilità questo è dovuto alla desiderabilità sociale e all'accezione positiva "a priori" con cui vengono considerati i libri. No, non sempre "il libro è molto meglio", anzi, spesso i romanzi sono scritti coi piedi e gli sceneggiatori fanno un ottimo lavoro di riscrittura, visto che devono colmare le lacune narrative con alternative efficaci, che siano godibili per il pubblico (come se per la narrativa non fosse così, ma si sa, soprattutto in Italia vige il trend del non rispettare le regole pur non conoscendole, il trend del produrre generica "arte", il trend del perchéssì, perchéèfantasy, ecc.).
Ad ogni modo, Palahniuk mi piace e ho voluto leggermi tutto ciò che ha scritto, lasciando per ultimo Fight Club, visto che è in uscita il seguito. Come (quasi) ogni sua opera, mi piace, fa sempre centro. Non posso fare a meno di notare come, nonostante la sua buona tecnica, ogni tanto viene meno al suo stesso principio di Submerging the I, e un po' mi lascia l'amaro in bocca, proprio come quando dopo aver letto On writing di Stephen King rimasi deluso nel leggere avverbi in -mente, forme passive e "verbi dire pompati di steroidi" - sebbene nelle sue opere tradotte.
Comunque sia, un aspetto positivo del romanzo dopo aver già visto il film è che, a parte quel tipo di comunicazione che solo la narrativa può trasmettere e non il cinema, diverse parti, finale incluso, sono diverse, nelle due versioni.

P.S. Brace yourselves, può darsi che prossimamente farò un'altra carrellata simile, perché sono troppo pigro per scrivere post decentemente lunghi su una sola opera, e anche perché il 90% delle volte: 
1. l'opera fa schifo perché è scritta coi piedi, ed è inutile stare a sottolineare aspetti stilistici ovvi a chiunque. 
2. l'opera è bella perché è scritta bene, ed è inutile stare a sottolineare il perché è scritta bene.
Di tanto in tanto capita qualcosa di così buono da meritare elogi specifici, o qualcosa di brutto che però ha aspetti positivi che meritano menzione.
Sempre che a qualcuno freghi qualcosa, ovviamente.

mercoledì 7 maggio 2014

Impressioni fulminanti | Le macchine infernali, di K. W. Jeter

infernal devices k w jeter macchine infernali steampunk romanziUn parere fugace (e non richiesto) su uno dei romanzi che rappresenterebbe la nascita dello steampunk. Per informazioni più attendibili a riguardo, consultare l'Introduzione del Duca.
Infernal devices non è questo gran bel romanzo. Anzi, è proprio scarsino. È un peccato che ricada tra i "rappresentanti" (ok, più storicamente che di fatto) dello steampunk, ma si può dire altrettanto anche per Le porte di Anubis, di cui avevo parlato tempo fa (ben 3 anni fa, ndr) più o meno negli stessi termini.
Tra i due, sicuramente Infernal devices mi sembra "più steampunk", o almeno a mio avviso lo sarebbe in virtù della presenza degli automi e delle macchine, laddove invece Le porte di Anubis mancava dell'elemento tecnologico retrofuturistico, se non erro.
La forma diaristica in prima persona, dai toni vittoriani palesemente stereotipati, è sopportabile. Anche lo sviluppo della prima parte della storia è accettabile. Ma alla lunga i personaggi appena abbozzati, i deus ex machina come se piovesse, l'infodump costantemente dietro l'angolo, compromettono la qualità dell'intera opera, che trova l'apice della sua banalità nei riassuntoni fatti in diverse occasioni da alcuni personaggi al protagonista, per informarlo di tutto ciò che è avvenuto "fuori scena", oltre che per svelare cose che il protagonista stesso pare non capire; in certi casi, i riassuntoni sono l'unico modo per far continuare la storia in maniera logica e portarla verso una fine (o proprio da qualche parte)
Lo ammetto: sono rimasto deluso e soprattutto mi dispiace che lo steampunk affondi le sue radici in un'opera che da offrire ha ben poco.
Per chi si stesse appena accostando allo steampunk e dovesse leggere queste righe: il genere non è brutto, quest'opera non è tutto lo steampunk, ma soprattutto questo è solo un mio parere, con cui non si deve essere d'accordo. Ci sono diverse opere, ognuna si approccia al genere in maniera propria, ci sono quelle più meritevoli e quelle meno meritevoli, come sempre, del resto. Ci sono quelle che mirano più al trash e quelle più "alte", quelle in cui si approfondisce l'ambientazione e quelle in cui si approfondiscono di più i personaggi, ecc. In questo, Internet è vostro amico.

lunedì 3 febbraio 2014

Impressioni | La foresta, di Joe Lansdale

 foresta joe la lansdale recensione romanzo the thicketL'ultimo di Lansdale, settembre 2013.
Si è fatto sentire, sul web, se ne parlava ovunque. Lo ha addirittura consigliato Zerocalcare, con tanto di vignette dedicate.
Di Lansdale ho letto poco, e ho scritto un'impressione quasi due anni fa su Flaming London. Il parere era positivo.
Ora però ho avuto a che fare con un Lansdale più "serio", e i nodi vengono al pettine.
Tralasciamo la trama (proprio in breve: ragazzo adolescente - gli muore la famiglia - gli rapiscono la sorella - quest per trovarla con tanto di party variegato stile gdr - fine). Il romanzo è veloce, ha un bel ritmo, è il suo punto forte è la mancanza di filler, propri degli autori anglofoni che allungano le parole per dilatare le cartelle e, di conseguenza, il portafogli.
L'andamento della storia è lineare, A → B → C, intervallati da resoconti dei personaggi relativamente al proprio background (la storia del nano, la storia dello sceriffo...).
Il POV è quello di Jack, il protagonista, e per fortuna è in prima persona, come dovrebbe essere: avevo parlato nella recensione di Oryx and Crake dell'assurdità dell'usare la terza persona quando la storia è concentrata sugli avvenimenti, i pensieri e le emozioni di un solo personaggio.
A questo punto se non avete ancora letto il romanzo fermatevi, vi fornisco subito il mio modesto parere da "consigli per gli acquisti": La Foresta è un romanzo di avventura/western, con forti note umoristiche che contraddistinguono la prosa di Lansdale, ma anche con momenti drammatici che, rispetto a quelli umoristici, hanno un impatto emotivo un po' più scarso. I dialoghi speculativi sulla vita, la morte, i massimi sistemi, fanno calare un po' il ritmo e la credibilità della storia, ma sono pochi e vengono compensati dalla velocità e linearità della narrazione. Nel complesso, una lettura gradevole della giusta "durata".

Bene, ora veniamo alla parte critica. Potrebbero esserci spoiler, occhio.
Nell'insieme, La Foresta di Lansdale mi ha dato l'impressione di un'avventura di D&D giocata e riscritta in stile Weis & Hickman.
Jack segue un percorso e incontra personaggi (npc?) che gli forniscono informazioni e/o si uniscono al gruppo (party?). Ognuno di loro ha abilità diverse (seguire tracce, mirare, forza, agilità...) che vengono sfruttate dal singolo personaggio che ne è dotato, mentre gli altri neanche ci provano. Il protagonista, per esempio, sebbene sia realisticamente incapace a sparare (è un ragazzino di campagna), durante la storia riesce a mancare qualsiasi bersaglio, anche quelli più vicini. WTF?
Alcuni possibili ostacoli posti sul cammino, invece, vengono aggirati senza tanti problemi; se per esempio i protagonisti perdono la strada e ci sono personaggi che potrebbero  indicargliela, le informazioni per la quest vengono ottenute senza alcuna fatica: è quasi possibile vedere il Dungeon Master che non tira nemmeno i dadi, ma chiude un occhio e facilita la giocata.
Come avevo accennato in precedenza, alcuni personaggi si lanciano in discorsi filosofici che suonano un po' inadeguati per il personaggio o, in generale, sembrano improbabili nel contesto. Per esempio:
- Hai ragione. Ma se vuoi fare quello che hai in mente, e dici che per te è importante ritrovare tua sorella, devi accettare le conseguenze delle tue azioni.
Come esempio è un po' stiracchiato (ed è solo un estratto di un più lungo monologo), purtroppo però non ho annotato i diversi punti. Può essere indicativo, comunque: a parlare è uno sceriffo, con un passato doloroso alle spalle, un tipo  non molto politically correct, per così dire. Uno da cui non ti aspetti "consigli" in cui ti invita a sviluppare la giusta consapevolezza riguardo alle proprie intenzioni e condotte. Una specie di guru-psicologo del far west.
Nella Foresta, se a scrivere fosse stato George Martin, probabilmente avrebbe ucciso metà dei personaggi.
Stephen King invece avrebbe preso gli ostacoli che già troviamo ma, a differenza di Lansdale, avrebbe creato tanto di quel conflitto da richiedere almeno un centinaio di cartelle in più per poter mettere le cose a posto. E ci scapperebbe qualche morto.
Invece Lansdale fa proseguire la storia in maniera lineare - e ciò è buono -, ma la linearità mi sembra anche eccessiva; una storia che prosegue senza intoppi, in cui il vero conflitto è ridotto al minimo e fa pensare al lettore: "Nella vita vera le cose non sono così facili". Gli avvenimenti drammatici si svolgono in fretta al solo scopo di giustificare la storia, piuttosto che per metterla in moto.
Ad ogni modo, come ho già detto, il romanzo è - a mio avviso - piuttosto buono. Come ho avuto modo di leggere in giro su qualche blog, quando prendi in mano un Lansdale sai che è assicurata una lettura spedita, vivace, che riesce davvero a intrattenere: caratteristiche indispensabili per la narrativa, nella maggior parte dei casi difficili da trovare.

lunedì 30 dicembre 2013

Impressioni | I racconti di un giovane medico, di Mikhail Bulgakov

racconti giovane medico mikhail bulgakov country doctor's notebook daniel radcliffe Bulgakov è un autore noto soprattutto per il classico Il Maestro e la margherita, o per il meno famoso La guardia bianca.
Non si direbbe anche autore di I racconti di un giovane medico, il cui stile è completamente diverso (in meglio).
Sono sette racconti indipendenti (ognuno può essere letto a sé, ma sono brevi e nell'insieme probabilmente non formano nemmeno una novellette), in cui si narrano episodi largamente ispirati alla reale esperienza di Bulgakov come medico del circondariato.
Dai racconti è stata tratta la breve serie tv con Daniel Radcliffe (grazie alla quale si toglie di dosso i panni di Harry Potter).
La differenza tra i racconti e la serie non è grande. Eccettuati alcuni elementi inseriti ex novo nella serie, come i personaggi inventati di proposito, la dipendenza da morfina del protagonista, o lo sfondo della rivoluzione coi bolscevichi ecc., le storie vengono trasposte fedelmente nella serie, e arricchite di aspetti comici che nei racconti non sono così accentuati.
Di fatto Bulgakov mostra (sia metaforicamente che stilisticamente) aspetti particolari del mestiere del medico nelle circostanze da lui descritte, con un focus particolare sui continui ripensamenti e rimorsi verso la professione suscitati da situazioni critiche.
Non si può non comprenderlo empaticamente quando mette in evidenza come la carriera universitaria, per quanto brillante, sia sostanzialmente inutile nel momento in cui le nozioni vanno messe in pratica (da qui il panico verso l'ernia strozzata o il parto).
Non mancano i momenti drammatici, che nel complesso si può dire compongano una specie di brevissimo romanzo di formazione (il protagonista, perlomeno, cresce proprio attraverso i racconti narrati).
Lo stile è veloce e asciutto, a tratti anche fin troppo, ma la lettura che ne risulta è gradevolissima, e i racconti si sviluppano in uno spazio ristretto che però è più che sufficiente per ospitare le storie (niente fronzoli o riempimenti a cui siamo abituati).
A mio avviso, è la migliore opera di Bulgakov.

martedì 10 dicembre 2013

Impressioni | La sfida della tigre, di Bernard Cornwell

Quand'ero più giovane, più o meno all'età delle medie, ero un grande appassionato di Tolkien, Medioevo, ciclo arturiano e tutto quel genere di roba. Tra un Jack Whyte e una Marion Zimmer Bradley, lessi qualcosa del ciclo arturiano di Cornwell e rimasi affascinato dalla narrazione più "sporca" e bruta rispetto al medioevo simil-cavalleresco a cui ero abituato. Ma ero molto giovane e non avevo ancora abbastanza esperienza per capire che, in realtà, Cornwell era solo una campana narrativa - passatemi il termine -, non migliore né peggiore di altri.
A dieci anni di distanza, mi è venuta voglia di rispolverare quella passione verso il medioevo, ho cercato qualche titolo su Amazon attraverso il Kindle, e ho scoperto che l'attività di Cornwell era più estesa in romanzi storici di ambientazione '700-'800esca piuttosto che medievale.
Così ho scoperto che l'opera magna di Cornwell è la saga di Sharpe, una serie di romanzi "a puntate" - molto simile allo stile serial, ma ora ci arriviamo -, non necessariamente collegate le une con le altre, ambientate agli inizi dell'800.

La sfida della tigre (Sharpe's tiger) è la prima opera della saga, e ha luogo in India, durante l'assedio di Seringapatam del 1799.
L'impressione generale che ne ho avuto è quella di uno stile abbastanza pulp: il protagonista, Sharpe, è un soldato semplice senza nulla da perdere, un ignorantello, ma forte e spaccone, con dei tratti da Gary Stu.
Il narratore di Cornwell non si risparmia con l'infodump, né coi POV: ne attribuisce un po' a tutti. Le informazioni sulle armi o sul background di alcuni personaggi arrivano quando servono, senza complimenti, e con la stessa leggerezza vengono anche svelati i pensieri e le intenzioni.
I dialoghi e la caratterizzazione dei personaggi sono abbastanza buoni, e lo sviluppo della storia procede. A tratti è prevedibile, a tratti lascia qualche sorpresa. Nel complesso però è lineare e senza infamia né lode, niente grandi colpi di scena o momenti memorabili.
Di per sé la storia è godibile se si apprezza il periodo storico dal punto di vista bellico, più che socio-politico: in questa cornice lo stile pulp (che non ho idea se sia voluto o no) diventa anche divertente, ma difficilmente lo consiglierei come "romanzo storico" al lettore medio. È più un misto tra historical fiction, guerra e avventura. Ciononostante, a mio avviso si pone al di sopra di un qualsiasi Manfredi: il ritmo di Bernard Cornwell (dialoghi frequenti e capoversi abbastanza smilzi) è migliore di quello di Valerio Massimo Manfredi (wall of text dall'inizio alla fine del romanzo), e sebbene entrambi abusino di infodump, in Cornwell di fatto è meno frequente e soprattutto subordinato a possibili richieste di ordine narrativo e, diciamocelo, un po' fan service (le strategie di guerra, per esempio), mentre in Manfredi nella maggior parte delle volte è infodump gratuito su larga scala, spesso un tell che ingloba scene facilmente o preferibilmente mostrabili, farcito di informazioni su fatti storici non indispensabili per la trama in sé.

E ora veniamo alla parte più succulenta.
Magari lo sapevano tutti tranne me, ma quando l'ho scoperto la cosa mi ha reso molto amused.
Dalla serie di romanzi di Cornwell è stata tratta, guarda caso, una serie tv. Ora, purtroppo non ho trovato informazioni su come sia nata l'idea della serie, né conosco i dettagli cronologici, ad ogni modo le prime pubblicazioni della serie di Sharpe risalgono all'81, e la serie è andata in onda a partire dal' '93: secondo Wikipedia, l'editore accordò a Cornwell la pubblicazione di tre libri su Sharpe (da lì poi la serie ha avuto successo). Di conseguenza, è possibile affermare che non c'era ancora alcun accordo relativo alla produzione di una serie tv. Mi piacerebbe pensare che lo stile adottato da Cornwell sia stato volutamente "trash" (più in senso "orientato al pubblico" che "di scarsa qualità": nel primo caso un'opera può prostituirsi al volere del pubblico e ciononostante o in virtù di ciò essere un capolavoro), al punto da renderlo appetibile, manco a farlo apposta, alla tv.
Le puntate della serie sono disponibili su Youtube (già sottotitolate in inglese), ma sicuramente in giro ci saranno i torrent, per chi preferisce averle.
sean bean sharpe's rifle cornwellLa cosa che mi esalta è che è una serie del '93, con tutto ciò che ne deriva, e il protagonista è nientepopodimeno che un trentenne Sean Bean! Gli elementi '90s sono una cosa bellissima per chi come me è proprio del 1990 e assiste per esempio a scene di eroismo rimarcate da assoli di chitarra elettrica distorta.
Non so dire se la serie meriti o no, ho visto i primi venti minuti della prima puntata e mi ricorda tanto Zorro.
Ad ogni modo, forse questa è l'unica serie in cui Sean Bean non muore.
Forse.

venerdì 13 settembre 2013

Impressioni fulminanti | Iron West, di Doug TenNapel

earthworm jim doug tennapel iron west comic book steampunkIron West è una graphic novel ad ambientazione western con "elementi" di meccanica che ricordano lo steampunk, ma che poi a ben vedere è sci-fi.
L'autore è Doug TenNapel, il creatore di Earthworm Jim - chi ha grosso modo la mia età si ricorderà del videogioco per Super Nintendo.
Lo stile di disegno è tendenzialmente cartoonoso, e la storia di per sé non è eccezionale - cliché ormai noti e abusati in qualsiasi film e nei peggiori romanzi trash. Siamo in California, c'è l'eroe, lo sceriffo, ci sono dei nemici robot. Niente di geniale.
Ad ogni modo l'opera nel suo complesso è divertente e alcune vignette sono piccoli capolavori.
Sul mio Kindle 4 la conversione da .cbr a .pdf ha ridotto di molto le dimensioni del file originale e l'ha reso leggibile sul dispositivo. Paradossalmente, mi è stato più comodo leggere sul Kindle, con lo schermo da 6'', piuttosto che sul computer, schermo da 10,1''. Immagino che sia a causa della diversa distanza dagli occhi, ma sicuramente il contrasto bianco/nero che offre l'eInk fa la differenza.
Questa è la mia prima esperienza di lettura di fumetti su eReader, e devo dire che mi sono trovato bene. L'unico problema è, ovviamente, il testo. In questo caso è stato leggibile, ma lo stesso fumetto su un Kobo Aura sarebbe stato sicuramente perfetto.
Ho fatto un paragone con altri fumetti: se l'opera in questione possiede numerose vignette, con molto testo, difficilmente si potranno distinguere le lettere dei baloon, senza sforzarsi (o senza fare lo zoom). Inutile dire che lo zoom è fuori discussione: sarebbe una lettura scomodissima stando a spostarsi in diverse sezioni della stessa pagina.
Ad ogni modo, se si ha un eReader da 6'', consiglio di provare comunque a leggerci sopra i fumetti. Se ci si trova bene come mi ci sono trovato io, si aprirà un nuovo mondo (fatto di centinaia di titoli facilmente scaricabili).

(Un estratto; adoro com'è disegnato il vecchio Two Rivers e l'umorismo dell'intera opera)

sabato 27 aprile 2013

Impressioni | La scomparsa dell'Erebus, di Dan Simmons

scomparsa erebus dan simmons hyperion passaggio nord ovest artico horror fantasyEro deciso a leggere Hyperion, dello stesso autore (tutt'altro genere), ma ho scoperto questo romanzo per puro caso mentre lurkavo la libreria anobii di Zwei, e visto il tema trattato mi è piaciuto e ho optato per questo (ma poi mi son trovato a maledire il giurista nerboruto).
La scomparsa dell'Erebus (titolo originale: The Terror) riprende la vicenda storica della ricerca del passaggio a Nord-Ovest (per maggiori informazioni c'è Wikipedia).
Partendo dai fatti reali, includendo personaggi realmente esistiti, il romanzo narra in sostanza il tentativo di risoluzione dell'impresa (storicamente la spedizione è andata perduta, sono state ritrovate solo le mummie congelate di alcuni membri dell'equipaggio sepolti dai compagni), nonché le dinamiche di sopravvivenza in condizioni estreme e i conflitti uomo/natura, uomo/suoi simili, uomo/sfide psicologiche nel panorama artico. L'elemento fantastico (la creatura dei ghiacci) è minore, sebbene sia sempre sullo sfondo e compaia a più riprese, ma direi che come sottogenere l'etichetta "horror" sia più che sufficiente. Quindi thriller storico, horror, horror-fantastico.
A primo impatto il romanzo acchiappa.
Lo stile è abbastanza buono e la narrazione accurata. Da questo lato non ci si può lamentare: l'autore si è documentato (nei ringraziamenti fa un elenco sterminato dei libri studiati) e nella narrazione si nota, talvolta anche troppo. I termini infatti spesso cadono nella specificità tecnica a cui l'utente medio è completamente estraneo. Con l'eReader ero costretto addirittura a cercarne il significato ricorrendo al dizionario, ma la comprensione di alcuni termini andava comunque oltre la loro semplice definizione (cioè sarebbe stato necessario ricorrere a un'immagine o un video esplicativo). Ad aggravare la situazione, poi, c'è la peculiarità che diversi termini sono obsoleti persino nella nautica moderna (parliamo pur sempre del XIX secolo).
A parte questo, lo stile alterna la terza persona POV alla prima (diaristica), a seconda dei personaggi. Ci scappa spesso la digressione che dipinge il background praticamente di ogni personaggio POV: ciò, nel momento in cui approfondisce e concretizza l'aspetto di un personaggio protagonista è tollerabile, costituisce un problema invece laddove si sofferma su personaggi di importanza scarsa o comunque non preminente (leggasi: che faranno presto una brutta fine, o anche: che occuperanno uno spazio ristretto all'interno della storia).
Altro punto a sfavore del romanzo è la ridondanza. Centinaia di parole che ricordano quanto faccia freddo, tanto freddo, freddissimo (ma sto tralasciando altri aspetti, come la stanchezza cronica dei personaggi, ricordata più e più volte senza apportare particolari benefici all'opera). Sì, è giusto non far cadere nel dimenticatoio determinate condizioni in cui si trovano i personaggi, è giusto riproporle più volte, ma dobbiamo ricordare che il romanzo conta ben 784 pagine! Oltre alle suddette ripetizioni, inoltre, il narratore ci tiene a raccontare con precisione gli spostamenti dell'equipaggio e altri dettagli che, se nel migliore dei casi potrebbero essere ridotti semplicemente con riassunti più concisi, nel peggiore andrebbero addirittura eliminati del tutto (a mio modesto avviso).
Lo sbrodolamento narrativo risulta evidente nelle ultime pagine, che hanno l'infamia di ricucire pezzi di trama - tralasciati durante tutta l'opera senza fornire uno straccio di indizio - sotto forma di mega-infodump di poca se non nessuna utilità (come scrittore, [mini-spoiler alert] avrei sfruttato le caratteristiche peculiari, "pseudo-sovrannaturali", del protagonista principale, Crozier, per comunicare le stesse informazioni in una cartella o in un paio di cartelle a voler essere generosi [/fine mini-spoiler].
Tirando le somme, consiglierei questo romanzo?
, ma solo se si ha tanto tempo a disposizione (per esempio si è in vacanza) & il tema trattato è d'interesse.
No, se il tema non interessa tanto il lettore & si vuol leggere una storia "veloce", ritmata. La scomparsa dell'Erebus si prende i suoi spazi per sviluppare gli eventi: ciò nonostante, tali spazi sono molto ampi e gli eventi si risolvono senza troppi conflitti a catena (conflitti e sotto-trame che si potrebbero leggere, per esempio, con Follett), di conseguenza potrebbero anche lasciare insoddisfatto il lettore in cerca del climax, o per così dire del classico dramma in tre-quattro atti.

sabato 30 marzo 2013

Impressioni | Soldati a vapore, di Diego Ferrara

Soldati a vapore è una novellette di Diego Ferrara, pubblicata online e disponibile qui, su Ultima Books - a breve sarà pubblicata su altri negozi online (anzi, forse, mentre scrivo, è già stata pubblicata altrove).
Ho avuto l'onore di leggere l'opera in anteprima e sono rimasto di stucco. Il 90% e più della narrativa che si trova in giro è scarsa o nella migliore delle ipotesi discreta. Online è possibile leggere qualcosa di buono se si sa cercare bene.
Quando ho cominciato a leggere Soldati non mi aspettavo dunque un capolavoro, ero pronto tanto al romanzo scarsino quanto a quello sufficiente.
Invece l'apertura dell'opera mi ha subito convinto, è bastato poco per capire che era scritta in maniera magistrale. Ed è il termine migliore, perché effettivamente uno scrittore che legge Soldati ha un'utilissima fonte di apprendimento tecnico (o di imitazione, a ognuno il termine che preferisce).
Siamo in un 1848 ucronico in cui gli italiani, a bordo di mech - i Manzetti -, affrontano gli austriaci, anch'essi "motorizzati" - coi Krebs -, che rappresentano una seria minaccia per la nazione, in quanto in possesso di una superarma, per citare la sinossi.
Soldati è narrato in prima persona. I personaggi sono veri, credibili, sanno essere divertenti ma anche interessanti. I dialoghi sono naturali, non ci sono scene morte, filler, è tutto essenziale e accattivante.
Lo stile è azzeccatissimo, asciutto e carismatico: la storia non potrebbe essere raccontata in maniera migliore. Le azioni sono mostrate, i dettagli rendono palpabile l'atmosfera.
Lo stile è magistrale perché unisce l'affidabilità della prima persona con un linguaggio “personalizzato”, che ha carattere, con metafore e similitudini semplici, originali, adeguatissime e graficamente rappresentative.
Un esempio a caso:
(...) Mentre **** ha lottato valorosamente contro i Krebs finché questi ultimi, in soprannumero, non sono riusciti a oltrepassare le protezioni dorsali e lo hanno tagliuzzato come una zucchina.
Un esempio meno a caso:
Intanto tengo il sigaro lontano dal naso, come farei con uno che ha parenti viennesi.
Parlare di genere narrativo è sempre un po' difficile. In questo caso, a farla da padrone è l'azione/guerra. Sostanzialmente, è di questo che parla la storia. Secondariamente è steampunk, perché il ruolo dei Manzetti e compagnia è comunque molto significativo. Per ultimo, come sub-sub-genere, io ci metterei comedy-drama, forse perché è un sottogenere che mi piace, o forse semplicemente perché figurano contenuti drammatici trattati con umorismo nero, difatti nel complesso l'equilibrio della storia non si scompensa mai a favore di un versante piuttosto che l'altro (drammatico piuttosto che comico), e anzi, il ritmo degli eventi insieme allo stile mantengono un ottimo ritmo fino alla fine.
Soldati a vapore è il tipo di storia che mi piacerebbe vedere come serie tv ad alto budget. Così come Romanzo Criminale  la serie - l'unica serie tv italiana degna di stima anche fuori dallo stivale -, che mi risulta passino sulla tv via cavo americana in lingua originale coi sottotitoli, ecco, mi piacerebbe vederci pure Soldati. Spaccherebbe.
Diego sarà allo SteamCamp, quindi chiunque sia interessato può anche beccarlo lì a presentare Soldati e non solo.
Vi lascio con un'anteprima dell'opera. Si tratta praticamente dell'intro, Il brodo delle Mec. Mi piace perché è la maniera esatta in cui andrebbe usato il "tell"* (questo per sfatare il mito che lo show è sempre e comunque cosa buona, e anche per chiarire che un'opera di narrativa non si regge su banalità del tipo "Lui era teso").
Buona lettura!

0. Intro(Il brodo delle Mec) 
dal “Diario di Guerra” di Giuseppe Basile 

dintorni di Pozzolengo – 16 giugno 1848 
A me il brodo fatto col cervello dei crauti ha sempre fatto schifo, lo dico chiaro e tondo. C’è chi continua a ripetere che ci si fa l’abitudine – qualche genio ha il coraggio di sostenere che col tempo diventa addirittura buono – ma per me ficcare il naso in quella sbobba è come mettersi a baciare il culo di un cane. Come ci si può abituare a una merdata simile? Se non sbaglio il primo a raccontarmi che era solo questione di tempo era stato un certo Gianetti, mentre camminavamo verso il comando di battaglione con gli ordini nel tascapane e una torma di pensieri confusi su ciò che ci aspettava al di là delle colline. Il punto è che ti ci devi abituare per forza, era stato il suo ragionamento. Al rientro da un assalto bisogna bere, è tradizione. Sono ammesse defezioni solo se un Krebs ti ha staccato una mano e riesci a filartela in infermeria per direttissima. Oppure se i crauti ti hanno fatto secco. Sono passati quattro mesi da quel giorno, e il ricordo è stato sommerso da ciò che ne è seguito: un’alta marea di grida, boati e sinistri cigolii. Ma era tutto vero. Prima dell’inizio della primavera lo avrei constatato più volte di quante avrei desiderato.
Ai Pulcini è Costa che prepara il brodo, perché da civile faceva il barista a Pavia. Insomma, è quello con le qualifiche. La procedura è semplice: si prende un crauto – vivo è molto meglio, ma se proprio non si trova va bene anche morto – e mentre quello piange e strilla nein! Bitte nicht! gli appoggi il bordo di un bossolo da 120 sopra l’orecchio e cominci a menare forte con la mazza da cinque chili. C’è  un punto preciso (Costa sa benissimo dov’è) che se lo prendi, con due o tre colpi ben piazzati la calotta cranica del crauto salta via come un tappo di prosecco. Il cervello, sotto, è grigio e bitorzoluto. Bisogna scalzarlo con un grosso cucchiaio e poi tagliare. A questo punto viene fuori parecchio sangue, ma tanto nessuno ci fa caso: stanno tutti lì incantati a vedere quella roba grigia nelle mani di Costa che con aria  cerimoniosa la ficca nell’Elmo Potorio, a bagno nella mistura di grappa e olio lubrificante. Stando alle parole del tenente Bregoli, l’olio del Manzetti dovrebbe essere il fottuto sangue nero delle nostre vene. L’Elmo Potorio per noi ha lo stesso valore di un artefatto magico. È la nostra Cornucopia. È il primo pickelhaube catturato dai Pulcini da quando il battaglione è stato assegnato alla zona del Mincio, nel febbraio scorso. Ormai possiede la sua aura di leggenda. Quando non serve per bere il brodo, Costa lo tiene appeso al posto d’onore dietro il banco, insieme a un sacco di altra roba rastrellata sul campo di battaglia: croci di ferro, sciabole, stivali, il cranio di un colonnello crauto di cui non ricordo mai il nome (comunque il cranio è stato ribattezzato Joseph, in onore del sommo bastardo gran comandante di tutti i crauti). Sono cimeli che la compagnia conserva a memoria della sua gloria imperitura. C’è perfino un folgoratore da Wanderer intero, anche se un po’ carbonizzato, che punta il suo naso mortale verso il soffitto. Costa lo adopera come rastrelliera per i bicchieri.
Per finire il discorso, si lascia il cervello del crauto a macerare per mezz’ora, finché non ha preso quel gusto odioso di culo di cane. Un sorso a testa, dice a quel punto Costa (come se ci fosse qualcuno così coglione da scolarselo tutto!) e l’Elmo Potorio passa di mano in mano finché non è stato svuotato. Una volta finito, si butta via il cervello, poi l’Elmo viene sciacquato, asciugato con cura e torna al suo posto dietro il banco.
È così che si fa il brodo da noialtri delle meccanizzate.
Se lo racconti, la gente non ci crede.
____
¹ Perdonando imprecisioni tecniche, ho usato il termine "tell" nel senso opposto di narrazione "corrente" di eventi (narrazione di eventi continuativi scanditi "a passo d'uomo", non nel senso stretto di riassunto di eventi (l'accezione effettiva). Un narratore prima persona (protagonista) che racconta ciò che pensa/ricorda di per sé è ovviamente in azione, ma soprattutto l'intera questione narrativa va inquadrata nello stile adottato (diaristico, per esempio, epistolare ecc.). Bisogna notare comunque che anche all'interno di questa cornice stilistica, ci sono comunque narrazioni buone (per esempio, la narrazione adottata in Survivor di Palahniuk, simulata come registrazione audio per la scatola nera dell'aereo dirottato dal protagonista) e narrazioni cattive (per esempio, Norwegian Wood di Murakami, un grosso tell introspettivo deprimente non meglio definito).

sabato 16 marzo 2013

SteamCamp 2013

Il 6 e 7 aprile 2013 a Cittadella (PD) si terrà lo SteamCamp 2013.
Si tratta di un evento GRATUITO dedicato al mondo dello Steampunk: storia, fumetti, narrativa, film, videogiochi, cosplay, e tutta la roba che ci piace tanto.
Vi consiglio di andare dritti dritti al sito ufficiale: lì c'è tutto quello che serve sapere.
Il Duca si è barcamenato e continua a barcamenarsi per dirigere l'evento e far funzionare le cose. Questo è il suo post dedicato all'iniziativa.
Per gli appassionati di Steampunk è una grande occasione: in Italia raramente si organizzano eventi di questo tipo (su generi/argomenti di nicchia o comunque non propriamente maintream, intendo).
Per chi non è appassionato di Steampunk, non vedo perché non andare a dare un'occhiata, se si abita nei dintorni o si può raggiungere facilmente il posto.
Il programma dell'evento si può leggere qui.

giovedì 17 gennaio 2013

Letture del natale 2012

Il troppo mangiare, bere e festeggiare mi ha ingrassato e impigrito, poi ci si è messa l'università e da questo momento il Rifugio rischia quasi di andare in letargo.
Ma non è questo il giorno! [cit.]
Se può fregare a qualcuno, ecco quello che ho letto durante le feste.

la sonata a Kreutzer lev tolstoj recensioneLa sonata a Kreutzer, di Tolstoj.
Avevo voglia di classici dell'800, e questo non lo avevo letto. Si tratta di una novelletta a doppia cornice narrativa (un personaggio della storia racconta la sua vicenda, come in Cime tempestose), ma sostanzialmente più che storia è una specie di parabola con la morale.
Detto così non sembra molto appetitoso. Infatti dubito che possa piacere, se non ai fan del vecchiume e ai poser letterati radical chic (e per motivi differenti).
In pratica attraverso La sonata Tolstoj esprime una sua tanto curiosa quanto delirante visione del ruolo della sessualità nella società, snocciolando verità sulla natura umana e sulla decadenza della morale. Se vi piace estrarre frasi da romanzi per farne degli aforismi, La sonata non vi deluderebbe. Tolstoj, nelle sue speculazioni, arriva a formulare una specie di filosofia esistenzialistica in cui la sessualità stessa è un ostacolo per il raggiungimento dello scopo che il divino ha per l'uomo. Anche se non è ben chiaro quale sia.
Perché leggere La sonata?
In primis perché offre una mezza verità sulla società del tempo, le abitudini di scopaggio [cit.] dei giovani aristocratici e/o alto borghesi, in secundis perché mostra anche elementi di morale e costumi dell'epoca, e tutto ciò è interessante per l'appassionato di '800, della storia e menate simili. L'ultimo motivo per cui può valere la pena leggerlo è appunto l'idea delirante di Tolstoj. L'opera, ci informa Wikipedia, è stata scritta dopo la conversione dell'autore. E il contenuto di certi deliri (in questo caso religioso) spesso e volentieri è interessante.

il giocatore dostoevskij recensioneIl giocatore, di Dostoevskij.
Rispetto alla Sonata, Il giocatore può risultare più "leggero", ma fino a un certo punto. La narrazione diaristica aiuta, ma spesso ci sono momenti introspettivi che non aggiungono granché. Strano, visto che a quanto pare questo romanzo è stato commissionato a Dostoevskij in un periodo in cui lui era a corto di denaro (lui era un giocatore accanitissimo, spesso era col culo per terra a causa del gioco, e cercava di rimediare passando le nottate a scrivere e fumare, se non ricordo male con una scatola di sardine come posacenere o qualcosa di simile).
Senza dubbio il romanzo è "affidabile", nel senso che il protagonista malato di gioco è in parte un alter ego credibile dello scrittore, ludopate. Ad ogni modo l'intreccio romantico/psicologico non è proprio un intreccio, e certi personaggi hanno comportamenti bizzarri, manifestazioni abnormi delle emozioni come solo certi autori dell'800 sono in grado di narrare - escludo la nonnina, personaggio semi-caricaturale, divertente e abbastanza verosimile.
Nel complesso, è interessante da leggere più per la componente "didattica" della ludopatia, poi anche per i fatterelli associati all'ambiente (Dostoevskij non risparmia pregiudizi/stereotipi etnici riguardo al comportamento nel gioco d'azzardo, dagli ebrei agli italiani, dai tedeschi ai polacchi, e così via, tutto però da un lato fenomenologico, scevro da veri e propri giudizi di valore).
A parte questo, non ha grandi momenti, e anzi, termina in maniera blanda, senza una direzione precisa o un motivo di risoluzione dei conflitti.

Primavera, di Gamberetta.
Gamberetta si rifà viva con un racconto breve sulla fine del mondo.
Forse è una mia impressione, forse il troppo mangiare e bere delle feste mi ha confuso, ma questa Gamberetta mi sembra migliore di quella di Assault Fairies. Non che in quest'ultima non fosse brava, ma quell'oggettività eccessiva che a tratti svuotava di emotività la storia qui non c'è: oltre allo show, don't tell la storia è emotivamente colorita - "il giusto". L'idea di fondo del racconto mi ha lasciato un po' così, non molto soddisfatto, ma sono solo gusti. Il racconto spacca ed è scritto magistralmente.

palahniuk diary recensioneDiary, di Palahniuk.
Palahniuk è qualcosa come il mio scrittore preferito.
Ma temo di aver esaurito le letture migliori. Mi spiego: in Diary Palahniuk è forte come sempre, adoro i suoi cori, ma le ipotesi sono due:
1) L'ho stancato e basta.
2) Il tono amareggiato della protagonista/narratore abbinato alla mancanza di veri plot twist/idee sconvolgenti/picchi nell'andamento della storia mi hanno fatto desistere.
Forse lo riprenderò in futuro. O forse no, non lo so.

E ora le note di chiusura.
A parte un articolo che ho preparato sotto Natale e non ho pubblicato, dovete capirmi: è periodo di studio. Non mi piace essere uno di quelli che posta una volta ogni morte di papa, di contro però le routine perchéssì mi stanno qui, e i "post del giorno tale", a meno che non siano grandiosi, di solito li odio. Tranne Zero Calcare. Le sue vignette periodiche (non lo sono sempre) mi piacciono. Lui spacca, può andare.
Quindi: se dovessi riuscire a pubblicare un post alla settimana o ogni 10 giorni, sarà un grande evento.
Sempre che a qualcuno possa importare.
Oltretutto quando studio solitamente non leggo o leggo molto a rilento, quindi... Boh.
Auguri. Buon inverno. Fate voi.

martedì 30 ottobre 2012

Impressioni | Anno Dracula, di Kim Newman

Anno dracula kim newman fantasy horror steampunkAnno Dracula è un romanzo di Kim Newman del 1992. Ed è anche una serie - l'immancabile trilogia.
Si tratta di un horror/storia alternativa/thriller, in cui Dracula ha ucciso Van Helsing, ha sposato la regina Vittoria e agisce da despota, instaurando una specie di governo del terrore a partire da Londra, con un'ovvia predilezione verso i non-morti rispetto ai caldi.
Nel romanzo compaiono diversi personaggi di finzione e non solo, come Jack lo Squartatore, il Dr. Jekyll, Oscar Wilde, e così via.
Cosa mi è piaciuto e cosa non mi è piaciuto.

Mi è piaciuta l'ambientazione. Le esecuzioni (talvolta sommarie) per impalamento in piazza rendono bene la situazione, ovvero il contrasto tra una cultura (quella vittoriana, raffinata) e l'altra (quella dell'Europa orientale, col sapore medievale del secolare Vlad Tepes).
Ancora, il vampirismo come trend, che da un lato porta evidenti vantaggi sociali e politici per gli aristocratici e i borghesi, dall'altro invece come pericoloso tentativo di rivincita per la classe disagiata.
Il campo di concentramento di Devil's Dyke è un'altra idea brillante.
Mi è piaciuta anche la gestione della discendenza vampirica, le differenze tra la progenie malata di Vlad Tepes e quella pura di Chandagnac, e la trasmissione dei ricordi e della personalità del padre-di-tenebra (ottima traduzione, questa, a mio avviso).

Non mi è piaciuta principalmente una cosa.
Lo stile. A tratti riesce a emulare la narrazione vittoriana, a tratti la scimmiotta; nel complesso fa cadere le braccia. Avevo cominciato a leggere Anno Dracula in inglese, poi ho trovato la versione italiana e ho ricominciato con questa. Nella versione inglese avevo smesso di leggere nella scena in cui Penny e Beauregard annunciano il loro fidanzamento (notare che Kim Newman per me era una donna, non avevo nemmeno notato il Mr. nella copertina riportata sopra, e nella scena che ho appena citato ho avuto la conforma della genderizzazione della scrittura... che si è poi trasformata in un fail.). L'inizio era promettente, nella prima persona del Dr. Seward, piuttosto dinamico. Poi arriva la terza persona POV e piovono infodump. Non si tratta di informazioni impossibili da comunicare altrimenti. Talvolta invece troviamo l'accoppiata infodump+conferma della nozione appena comunicata attraverso dialoghi e azioni dei personaggi.
In certi punti, poi, nonostante la netta distinzione di POV, indicata con la riga vuota e un nuovo paragrafo, il narratore comunica pensieri e/o intenzioni dei personaggi esterni al POV, così, come nulla fosse.
Le brutture stilistiche si riferiscono inoltre a una vasta gamma di frasi.
Per esempio, le non-azioni, che non hanno motivo di esistere. Talvolta scrivere ciò che non accade, nella narrazione, può essere indispensabile o comunque difficile da modificare in forma affermativa. Altre volte, invece, non ha alcun senso scrivere ciò che non succede, come che "le scale coperte dal tappeto non scricchiolarono." Sticazzi?
Poi ci sono le descrizioni vaghe. Come "Qualcosa si avvicinava, emergendo dall'oscurità", e continuando così a narrare aria fritta, che nel cervello non si traduce in alcuna immagine, visto che ciò che si stava avvicinando non era, appunto, una cosa facilmente immaginabile. E vi do un indizio: non è una carrozza, o un uomo, o un canguro. Quindi magari quel "qualcosa" non ci sta bene, no? Magari sarebbe stato meglio - per esempio - delineare la forma di quel qualcosa, la sagoma dell'ombra o chessoìo.
Altra (esemplificativa) vaghezza da nobel: "John, ancora interdetto, stava armeggiando con un arnese da medico". Un arnese da medico.
Questo mi ricorda Parola di Giobbe, un libro di Giobbe Covatta, in cui c'è la seguente vignetta (e il senso è lo stesso per il fantomatico "arnese da medico" di Newman):
Gli infodump sono proprio nudi e crudi, volgari, irritanti nella loro banalità. In una scena, Geneviève (se non ricordo male era lei, mi sono segnato solo alcune frasi ma non il resto) sta affrontando una creatura cinese molto vecchia, e le parla in mandarino. Quella risponde telepaticamente, e il narratore prontamente ci informa: "Gli antichi non avevano la necessità di parlare."


In conclusione, per gli amanti sbavanti dei vampiri questo romanzo può andare più che bene. Di fatto, però, è scritto male. Ma proprio male. Le idee sono belle, forse le reputo tali perché non sono un fan sfegatato di vampirismo, licantropia e surrogati, ma le ho trovate avvincenti e interessanti.
Purtroppo però le idee finiscono a metà romanzo. Quindi non c'è alcun motivo per continuare a leggere oltre quel punto, e se l'ho fatto è stato solo perché non mi va di scrivere post su romanzi letti a metà o peggio ancora, meno della metà. Poi i miei lettori cosa devono pensare? Che sono pigro? (sì)
Se lo stile fosse stato un tantino migliore, lo avrei letto con maggiore voracità e probabilmente avrei scelto di continuare la serie.
Ma mi fermo con questo e sto bene così.

martedì 2 ottobre 2012

Impressioni | La caduta dei giganti, di Ken Follett

Sono insofferente ai mattoni.
Mi attirano di più, sono quelli che guardo con più interesse in libreria, ma allo stesso tempo esigo molto e se c'è qualcosa che non mi convince, rinuncio ad andare a fondo.
Il caro buon Daniele voleva un mio parere su Ken Follett e il Century Cicle. Dato che avevo letto solo I Pilastri della terra e Mondo senza fine, ho voluto provare La caduta dei giganti. La recensione appena linkata risale a giugno 2008, non avevo nemmeno 17 anni, quindi non assicuro una grande maturità critica - non che possa assicurarla neanche ora -, ma grosso modo non credo di aver individuato cose tanto assurde.
La caduta dei giganti è uscito un paio d'anni fa, se non sbaglio. Costa 25 euro, sul sito della Feltrinelli 21 e, udite udite, in formato ePub con Adobe DRM è vostro a "soli" 9,99 euro. Venghino signori... not.
La quarta di copertina della Caduta è eloquente. Ci sono diversi personaggi, ricchi e poveri, di diversi paesi, le cui storie si intrecciano sullo sfondo della WWI, in sostanza.
E ora vi rivelo una cosa: non l'ho finito.
Le opinioni sullo stesso sito della Feltrinelli riportano - come al solito - posizioni contrastanti sull'opera. Ma nonostante il contrasto, i pareri negativi comprendono una tesi comune.
Scritto da salvo52 il 10 gennaio 2011
Sono certo: questo libro non lo ha scritto Ken Follett
Diversi utenti lo sostengono. Non essendo io un appassionato di Follett, non sono in grado di dirlo. La prima impressione che ho avuto è stata: sembra un romanzo scritto da un autore alle prime armi e ripulito alla meglio per renderlo decente.
In sostanza, l'autore pensa di parlare o con un bambino o con un cretino o con entrambi. O meglio, con un bambino cretino.
Infodump qua e là e salti di POV inopportuni, con digressioni storiche in eccesso e dialoghi approssimativi. Non c'è pathos. In una scena, per esempio, un personaggio [non faccio spoiler] arriva a casa con un grosso problema da rivelare. Ma ecco che la narrazione necessaria alla costruzione dell'atmosfera (e.g., movimenti dei personaggi, linguaggio corporeo, ritmo delle battute, scelta dei termini) manca. Abbiamo il personaggio che entra in casa, c'è uno scambio veloce di battute con frasi stereotipate, una spolverata di emozioni spiattellate grossolanamente per dovere (raccontate e non mostrate, con conseguente vuoto emotivo nel lettore) e la scena si risolve nella maniera più indolore possibile.
I personaggi della Caduta mancano di emozioni vere e proprie. Follett ti dice: "Tizio è arrabbiato e confuso", o "Caia è divorata da una passione travolgente", e spera di cavarsela con due frasi fatte. Nella mia mente questi personaggi sono manichini.
Ci sono frasi da racconto rosa di serie B. Come:
L'amore per Walter aveva risvegliato in Maud il leone sopito del desiderio fisico, un desiderio stimolato e tormentato da baci rubati e amoreggiamenti furtivi.
Se volessi un romanzo di frasi fatte non andrei certo a spendere 25 euro. Me lo scriverei da me.
Tutto sommato la lettura non è pessima. Il problema è che anche lo sviluppo è lentino. Non noioso come altri romanzi che ho avuto il dispiacere di leggere, ma comunque non così esaltante.
Lo spazio dato agli avvenimenti storici è eccessivo. Oltretutto, quando si parla della situazione politica, il linguaggio muta e assume uno stile manualistico-stereotipato, con tanto di metafore e termini che dubito uscissero di bocca persino a Churchill mentre prendeva il tè con altri politici.
Nel complesso darei la sufficienza. Un 6/10, nel senso che sebbene lo stile faccia cadere le braccia in diversi momenti, i dialoghi e i personaggi non abbiano alcuna coloritura emotiva, diverse digressioni storiche siano inappropriate, e via discorrendo, nonostante tutto ciò, la gestione degli eventi non è tremenda, le "armi seppellite" ci sono e se si ha abbastanza pazienza, le si vedrà "sparare". (Credo. Di solito Follett fa così.)
Io ho abbandonato la lettura perché mi stavo abituando alla bruttezza. E perché sono curioso di leggere altri libri - l'ultimo della Rowling, Casual Vacancy: voglio proprio vedere di che si tratta.
Quindi, se non avete altro da leggere, non avete grandi esigenze stilistiche, e vi piace la Prima Guerra Mondiale, forse La caduta dei giganti potrà piacervi.