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venerdì 2 gennaio 2015

Hemingwrite, una "Olivetti eInk" (più un elogio a Google)

hemingwrite eink typewriter macchina da scrivere inchiostro elettronicoAppena comprai il mio primo ebook reader (il Cybook Opus), pensai che sarebbe stato bellissimo applicare la tecnologia eInk ad altri contesti.
In effetti così è stato: la diffusione non ha ancora raggiunto i livelli dei classici display economici, ma l'eInk è stato usato per gli indicatori di stato di alcuni dispositivi, come sostituto di targhette pubblicitarie in alcuni centri commerciali, e ci stanno provando (hanno il mio appoggio) anche con gli smartphone (come display secondario, ma se ne lanciassero uno interamente eInk, che vada oltre il mero prototipo e sfondi nel mass market, lo prenderei subito, al diavolo l'AMOLED e tamarrate simili inutili).
Quando sono passato poi al Kindle 4NT, mi sono reso conto che, con una tastiera collegata, sarebbe potuto diventare una specie di macchina da scrivere eInk. Se l'avessero inventata, l'avrei già comprata.
Due tizi mi hanno ascoltato telepaticamente e hanno inventato la Hemingwrite, una macchina da scrivere eInk. Questo è il sito ufficiale, ma calma: ci stanno ancora lavorando, potete ordinarla da Kickstarter. La ricevereste comunque nell'autunno del 2015.
Sto seguendo questo progetto con interesse fin dalla nascita, perché incontra proprio le mie esigenze, eppure non mi convince.

Partiamo dall'idea.
I due ragazzi hanno pensato a una macchina da scrivere digitale priva di distrazioni.
Ci sono diversi software di scrittura che si occupano di questo, e posso assicurarvi che è roba totalmente inutile. Sono carini, hanno una grafica minimal e accattivante, ma non è il software di per sé che ti permette di concentrarti. Chi crede in questi software si sta praticamente illudendo. Se vuoi scrivere un romanzo ma non ci riesci, ci saranno mille motivi, ma non è colpa del software. Non ti va, punto: Facebook e altre amenità distraenti non ti compaiono come pop up, ci vai di tua volontà, quindi forse conviene cercare l'ispirazione, il momento giusto, la motivazione adeguata, e via discorrendo. Se si ha un deficit di attenzione è tutto un altro discorso, conviene andare da un neuropsicologo per appurarlo.

L'estetica.
Questo arnese è brutto. Non so come faccia a piacere, a certe persone. La tastiera è carina, il suono dei tasti è puro cioccolato per le orecchie dell'hipster a cui interessa, ma diciamocelo, è brutta come la fame. Lo chiamano retro design, ma è un eufemismo. Mi vergognerei di meno a portare la mia vecchia Olivetti Lettera 32 con una risma di fogli in un posto pubblico e mettermici a scrivere (con tanto di clanc clanc clanc dei tasti), piuttosto che una Hemingwrite.
Lo schermo della Hemingwrite è di 6'', ma è dal verso sbagliato. Non so voi, ma io leggo in modalità portrait dagli eReader, e così come leggo in quel verso mi piace anche scriverci. Nello schermo della Hemingwrite non entra nemmeno una decina di righe, stando ai filmati dimostrativi, e da quanto ho capito una parte dello schermo è affondata nella struttura per ospitare unicamente le icone di sistema (Wi-Fi, ecc.), sicché i 6'' potrebbero ridursi ulteriormente? Può darsi.

Pochi giorni fa, per Natale, i ragazzi hanno rilasciato un video dimostrativo piuttosto scarso. È stato ripreso in modalità portrait (ironia della sorte), piuttosto che landscape; il tizio, Patrick, dà indicazioni al cameraman/collega ("allontanati, avvicinati"), e tira su col naso perché evidentemente raffreddato (bello de mamma); usano Windows 8 per mostrare la sincronizzazione, ma com'è ovvio Windows fa schifo e non riescono nemmeno ad aprire un pdf (non ci riescono perché Windows è il peggior OS esistente, com'è ovvio). A parte questo, in pratica è necessario permettere l'accesso dello script di Hemingwrite con relativi permessi di privacy all'account Google, che sincronizzato col pc ti permette di avere nella cartella i documenti in vari formati, o una cosa simile. Non sarebbe più facile scrivere direttamente nel browser? L'idea di "eliminare le distrazioni" incasina il tutto, quando sarebbe stato più facile scrivere direttamente in Google Drive o salvare su pendrive, microSD ecc.
Un altro problema è la formattazione.
L'interfaccia della Hemingwrite trasmette su schermo plain text, testo nudo e crudo, senza formattazione, cioè senza corsivo, grassetto ecc. Per poter formattare il testo bisogna inserire dei simboli, del tipo *così*, ma il risultato lo si vede solo su altri dispositivi. Praticamente come i vecchi word processor via terminale o in DOS, come Wordstar 4.0 a cui è rimasto affezionato quel panzone di Martin.

So che il mio parere vale quel che vale, ma in base alle informazioni che ho raccolto per la realizzazione di un qualcosa come la Hemingwrite, l'opzione più facile e utile sarebbe la seguente: limitarsi a sfruttare lo schermo eInk e ricorrere a un OS del tipo Android, magari molto modificato, alleggerito, con una semplice app di scrittura. Facile, no? Qualcuno ha già fatto una cosa simile sfruttando i Kindle o il Nook (cioè Android su eReader).
Se i ragazzi di Hemingwrite stanno leggendo queste righe, please, fate una cosa come si deve, siete in tempo.
Se chi sta leggendo invece ha anche intenzione di competere con la Hemingwrite e lanciare un prodotto a sé... Beh, buona fortuna, considera le mie opinioni.

Sto per finire.
L'elogio a Google (che non mi paga per scrivere queste righe, ma ehi, Google, se puoi sentirmi, vedi che ricevere un po' di grana non mi farebbe affatto male!). Elogio perché da diversi mesi mi sono completamente convertito a Google Docs per scrivere qualsiasi cosa abbia bisogno di backup istantaneo. Non sono praticamente mai offline, quindi non ha senso nemmeno la sincronizzazione con Dropbox: Google è molto più comodo, salva ogni singola lettera che digiti, e la condivisione di un testo è ancora più facile con altri utenti Google. Non è necessario allegare file, basta condividere il documento con gli utenti delle tue cerchie, e puoi permettere all'altro di visualizzare, modificare o anche solo scrivere annotazioni (e questo, per chi scrive narrativa e fa leggere a editor/beta reader, è essenziale).
Fine della pubblicità.
Buon 2015.

mercoledì 15 gennaio 2014

DuoKan, Kobo e Readmill: tre app di lettura per Android/iOS (possibili iniziatrici all'eInk)

Quasi precisamente un anno fa feci una carrellata delle app di lettura per Android.
I criteri erano piuttosto rigidi, ma ragionevoli. Dall'anno scorso ho avuto modo (più negli ultimi mesi, a dire il vero) di fare un'esperienza più approfondita nella lettura digitale su Android, e ho elaborato qualche idea.
Finora, ritengo che le applicazioni di lettura migliori siano due: DuoKan e Kobo. Una terza app che merita menzione è Readmill, ma per un altro aspetto.
Queste sono a mio avviso le app più versatili per la lettura su Android (e iOS, credo), quindi le suggerisco agli scettici che non hanno un eReader, ma dispongono di un tablet (o anche di uno smartphone), che può facilmente "trasformarsi" in un eReader e offrire un'esperienza di eReading (sebbene la vera esperienza è permessa per l'80% dallo schermo eInk dei lettori appositi, praticamente).

Kobo
L'app di lettura di Kobo è reperibile gratis sul Play Store di Google, e credo qui per roba Apple.
L'anno scorso la esclusi, insieme a quella di Kindle, perché necessitava della connessione per funzionare. In realtà era necessaria per creare l'account, dopodiché funziona anche senza.
A differenza di Kindle, l'app di Kobo ti permette di importare libri dal tuo dispositivo, al di fuori di qualsiasi acquisto tu abbia fatto nel loro store. Kindle, invece, ti permette di leggere solo ciò che hai acquistato o che hai inviato al dispositivo attraverso l'indirizzo mail fornito da Amazon (in pratica puoi inviarti solo file pdf via mail all'indirizzo mail del loro dominio, e questo indirizzo è attribuito praticamente al lettore - nome_utente@kindle.com -, così che quando la connessione sull'eReader Kindle è attiva, vengono sincronizzati gli elementi inviati, a patto che siano pdf o file acquistati da Amazon, niente epub, mobi ecc.).
Gli aspetti positivi di Kobo sono diversi. Ha un aspetto elegante, ti dà i premi di lettura che sono fighissimi (in realtà si tratta di statistiche, del tipo velocità di lettura, orario di lettura, quantità di pagine lette, quantità di libri letti ecc.), e ti comunica quanto tempo rimane per finire il capitolo o l'intero romanzo (approssimativamente).¹
Altro aspetto molto positivo, Kobo ha il dizionario integrato e la funzione di ricerca (Wikipedia/Google).

Sul mio tablet (Arnova 7h G3), però, un romanzo se veniva lasciato a pagina 20, ecco che quando riprendevi la lettura ti ritrovavi a pagina 15. Invece, con tutti i romanzi mi succede un altro problema.

Lasciando l'app in background (e.g., facendo altro col tablet, oppure anche spegnendo lo schermo per riprendere la lettura un po' di tempo dopo), l'ultima o le ultime righe vengono nascoste oltre il margine per un qualche bug grafico, e l'unico modo per poterle rimettere in sesto e leggerle è modificando il font (così da indurre una rielaborazione totale del testo).

Il bug è visibile dopo l'ultima riga.




A parte questo, l'app di lettura Kobo offre un'esperienza di lettura quanto più simile a quella su eReader, e la consiglio agli scettici che non hanno mai provato a leggere in digitale.

Veniamo a DuoKan.
Ne avevo già parlato in un precedente post, ma in quel caso Duokan era un intero firmware che gira sul Kindle (un altro OS, praticamente, che non richiede root). In questo caso è una semplice app.


Nota "dolente" (ma neanche tanto): si può scaricare dal Play Store, come tutte le app per Android, ma essendo stata sviluppata dai cinesi per i cinesi, è disponibile in cinese. Google mi ha trovato la versione inglese, che però è raggiungibile da un link dropbox (questo). Si tratta di un semplice file .apk, è possibile installarlo semplicemente tappandoci sopra (senza farlo "controllare" a Google, consentendo quindi le installazioni di fonti esterne). Se il file dovesse essere rimosso da quel link (dubito), potete contattarmi e lo carico da qualche parte (qui sul blog).

Duokan è la mia app di lettura preferita. Finora non ho riscontrato bug come per Kobo, tranne uno: sebbene anche Duokan permetta di evidenziare il testo (prendere annotazioni ecc.), quando tappo "Dict" per cercare nel dizionario, l'app mi crasha irrimediabilmente, al punto che sono costretto a disinstallarla e reinstallarla per poterla rendere di nuovo funzionante. Ma questo non avviene sul cellulare (Samsung Galaxy S2), dove invece va liscia come l'olio.




Importare i file è facilissimo - basta tappare sull'icona in alto a destra, dopodiché si apre un menù a tendina dal basso: scegliamo Local Books e navighiamo all'interno delle cartelle del sistema (o della SD card esterna, come nel mio caso, visto che il tablet ha una memoria limitata). Uso Duokan anche per lo studio, principalmente per ripetere in fretta le slide delle lezioni. Legge ePub e pdf, e per questi ultimi dispone anche di due ottime funzioni che troviamo anche nel Duokan-firmware per Kinde. Una è la funzione di reflow del testo (chiamata "Smart layout"), che a dire la verità è decente (il testo rielaborato è troppo grande per i miei gusti), mentre nel firmware per Kindle è magistrale; l'altra è la funzione di cut edges che in pratica permette di ritagliare letteralmente il pdf ed escludere ciò che è fuori dai margini (che si spostano manualmente); tipicamente si incrociano due coppie di rette e si forma una cornice attorno al testo, così da escludere tutta la parte bianca e avere una specie di "zoom".

Vediamo alcuni screenshots:

Questa è la modalità background nero/testo bianco.




Come si può vedere, è possibile modificare sfondo e testo scegliendo tra i set predefiniti, o andando a modificare manualmente il tono dei colori - oltre a poter regolare la luminosità direttamente dall'app, senza andare alle impostazioni di sistema di Android.

Modalità At night. Di fatto è solo una variazione di colori quanto più tenue possibile, e in effetti non acceca, se si legge a letto, senza luci. Il problema è che il contrasto tra i colori è troppo sfumato per poter agevolare la lettura, e più che rilassare l'occhio tende a sforzare per mettere bene a fuoco il rapporto testo/sfondo.
Per ovviare questo problema, personalmente lascio lo sfondo nero col testo bianco, e attivo un'altra app in sottofondo, "EasyEyez", scaricabile ovviamente dal Play Store. Questa app riduce la "temperatura" del colore, ed è un po' come se la luminosità diminuisse ulteriormente.
In questo modo la lettura al buio diventa molto più facile, al punto che si potrebbe anche lasciare sfondo bianco/testo nero senza bruciarsi la retina.

Duokan è la mia app di lettura preferita. I margini del testo sono ridotti al minimo, così da poter far entrare più testo possibile nello schermo, e il range per le dimensioni è ampio, così da permettermi di avere per i font l'esatta grandezza che preferisco.
Direi che per la sua semplicità e versatilità, Duokan sia un'app perfetta per il lettore "forte" che intende semplicemente leggere nelle migliori condizioni, il più possibile (senza girare pagina troppe volte). L'interfaccia non è il massimo dell'eleganza, ma l'app fa il suo lavoro. Direi che è piena di funzioni utili alla lettura, ma carente per quanto riguarda la grafica.

Readmill.
Questa app non è molto famosa, o almeno non mi pare. Eppure dovrebbe.
Readmill è un'app di lettura molto social (che detto così fa tanto cool, "social" si usa per tutto, ma in questo caso è social per davvero).
È necessario creare un account (va bene anche accedere direttamente col profilo di Facebook), perché si tratta di una community simile a Goodreads o Anobii, ma senza tante pretese (se scrivete un nome a caso non vi sparano, e anche ad accedere con Facebook, non vi ruberanno più informazioni di quanto già non facciano Facebook e Google). Ad ogni modo, anche a voler usare l'app solo per leggere dal dispositivo, si può, l'account serve solo all'inizio e non costringe a fare nulla.
Sul sito di Readmill è possibile vedere titoli letti da altri o proposti dal sito stesso, ci sono diversi classici che sono gratuiti (Lovecraft, Verne, Woolf, Poe, ecc.), ma anche titoli recenti (tipo Doctorow), ed è possibile aggiungere un libro alla propria libreria cliccando sul pulsante verde apposito (Add to library). La libreria si sincronizzerà su tutti i dispositivi su cui è installata l'app (a patto che si sia connessi e, se non dovesse avvenire automaticamente la sincronizzazione, è possibile farlo manualmente dal menù dell'app, "Sync library").
Ma la cosa davvero buona di Readmill, è che la sincronizzazione dei libri, al contrario di Kindle, non avviene solo per i titoli scaricati dal sito (oltretutto, Readmill non vende ebook, per quanto ne so: le pagine relative ai titoli che non possiedono ti rimandano allo store di Kobo, per acquistarlo); se carichi un ebook per esempio sul tablet, dalla tua scheda SD, la sincronizzazione avverrà anche su un altro dispositivo, per esempio il cellulare. In pratica, è come avere un cloud gratuito. È grandioso!
Questa è una cosa ottima: spesso mi sono ritrovato fuori casa, con a disposizione né l'eReader né il tablet, in situazioni di attesa, in cui avrei potuto leggere. Con Readmill è possibile risolvere questo "problema", così da avere lo stesso libro su tutti i dispositivi con l'app installata.
Quindi se si compra un ebook da uno store, e lo si vuol leggere sul proprio eReader ma allo stesso tempo si vuol avere la possibilità di leggerlo su altri dispositivi, basta caricarlo su un dispositivo (per esempio, il tablet), e poi ritrovarselo su altri dispositivi (per esempio, il cellulare).



Kafka, Lovecraft e Okakura li ho aggiunti dal sito di Readmill, gratis. Gli altri li ho aggiunti io dalla memoria esterna per prova, e mi sono stati sincronizzati da tablet a cellulare.







L'interfaccia è semplice, colorata ed elegante. Purtroppo l'app non offre dizionari, e i margini sono strettini - come anche per Kobo, in pratica vengono gestiti alla grande solo da Duokan - ma per il resto, tappando sulle opzioni, è possibile diminuire la luminosità direttamente dall'app, regolare la grandezza del testo, e anche qui è disponibile la modalità "nightmode". L'aspetto social di Readmill coinvolge soprattutto gli highlights, cioè quello che evidenzi sarà visibile sul tuo profilo Readmill, e verrà "spedito" nella pagina generale del romanzo, in cui si possono vedere tutte le sottolineature dei vari utenti che hanno letto quel libro.

Mi sembra una cosa carina; a mio avviso, rendere social la narrativa è un'ottima trovata, e Readmill la gestisce bene, riesce a conciliare sia la lettura che la condivisione in un insieme integrato, sicuramente meglio rispetto ai social letterari come Goodreads e Anobii. 

Sul sito di Readmill i libri presentano il numero di "raccomandazioni" degli utenti, i commenti, il numero di highliths e persino il tempo stimato di lettura (anche se la maggior parte dei libri prevede "1-2 hours", e non so quanto crederci). Se il libro non è disponibile gratuitamente, ti reindirizzano allo store di Kobo. Non so se hanno un quale tipo di collaborazione, ma questo non mi piace. Sarebbe più opportuno far aprire un menù a tendina con tutti gli store che ospitano quel titolo (col relativo prezzo). In questo senso, costituirebbe un ottimo aggregatore.

Questo è quanto. Spero di aver invogliato chi ha comprato il tablet da 300€ solo per giocare a Candy Crash e per il porno a dare una chance alla lettura digitale, partendo per esempio da queste applicazioni, e chissà, magari appassionarsi e poi scegliere un ebook reader per avere un'esperienza di lettura migliore.



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Note:

¹ Il software del nuovo Kindle Paperwhite (nuova generazione) dispone di funzioni simili a quelle dei lettori Kobo, per esempio comunica il tempo restante per la fine del capitolo, ma ne presenta anche di nuove e migliori, come la possibilità di scorrere le pagine del libro in una nuova finestra, senza perdere il segno, e via discorrendo; ad ogni modo, questi script, per quanto mi risulta, sono presenti nell'OS del Kindle, e non sono stati implementati nelle app per dispositivi. La nota è doverosa perché l'app di Kobo è buona ma ciò non significa che i prodotti Kobo siano migliori dei Kindle Amazon. In realtà la qualità è alta per entrambi e pressoché pari (sebbene, a oggi, a differenza dei concorrenti, il Kindle Paperwhite "2" dispone del display eInk Carta, il migliore in circolazione).

venerdì 29 novembre 2013

Due parole non richieste sulle opportunità della pubblicità nella narrativa digitale

Questo post vi è offerto da:


Ovviamente son tutte balle. Nessuna industria del tabacco mi ha (ancora) pagato per ospitare annunci pubblicitari sul blog. In Italia, oltretutto, la propaganda di tabacchi lavorati è anche vietata da qualche decennio. Ma il punto è: quanto è bella questa locandina pubblicitaria? Mettendo da parte il tabacco, quanto può infastidire l'immagine pittoresca di un uomo solitario, accampato con un fuocherello vicino a una piramide, che si accende una Camel mentre il sole tramonta dietro la duna?
Alcuni anni fa ho avuto l'opportunità di sfogliare alcuni linus, in particolare i numeri che andavano dagli anni '70 agli anni '90. Sono rimasto affascinato dalle pubblicità, come per esempio quella delle calcolatrici Texas Instruments, della Fiat Panda adatta ai giovani (e in aggiunta gli slogan sulla sua bellezza, letti vent'anni dopo, sono ridicoli), e delle sigarette Camel.
Purtroppo su Google non sono riuscito a trovare quella che mi è piaciuta più di tutte: un presunto esploratore (come quello qui sopra), sdraiato su un'amaca annodata a due alberi in un paesaggio esotico, che con una mano regge un libro e con l'altra si spippetta una Camel.
Vuoi per il gusto vintage, vuoi per il fascino esotico, a mio avviso quella pubblicità era una piccola opera d'arte, impreziosita dal tempo e chi lo sa, probabilmente ha impreziosito, di rimando, anche la rivista che la ospitava.
A prescindere dalle ovvie questioni di salute (fumare fa male), una pubblicità come la suddetta è esteticamente bella, persuasiva nei giusti limiti, e soprattutto permette alla rivista di esistere. Oltretutto la stessa Camel, che dapprima spacciava il suo marchio come il preferito dai medici, dopo l'ignoranza degli anni '40-'50 ha aggiunto quella piccola scritta relativamente al danno del fumo. Sebbene siano caratteri minuscoli, si tratta pur sempre di coerenza e rispetto, al contrario per esempio di pubblicità che affermando che "la cellulite è una malattia" vogliono venderti il loro prodotto inutile, o che quando ti lavi i denti le gengive ti sanguinano e hai bisogno necessariamente del loro dentifricio: questo è terrorismo psicologico basato sulle credenze false delle persone (suggestionabili).
La Psicologia Sociale insegna che per i prodotti di uso pratico, le pubblicità si concentrano sugli aspetti di efficienza e qualità del prodotto, mentre per quei prodotti che essenzialmente non servono a nulla (un profumo, o un whiskey), ci si concentra su fattori di desiderabilità sociale (basandosi sul fatto che persone con alto automonitoraggio, cioè con la tendenza a cambiare a seconda delle richieste dell'ambiente sociale, sono più suscettibili ai tipi di messaggio che riguardano per esempio lo status).
Chiedo scusa per la lunga premessa, ma mi sembrava necessaria per discriminare le pubblicità per così dire "oneste" da quelle "disoneste" (terrorismo psicologico).
Il discorso dell'utilità delle pubblicità l'ho già affrontato con altre persone su vari blog. A mio avviso la pubblicità è un'arma poco sfruttata che farebbe guadagnare tutti.
Per vendere i loro prodotti, le aziende hanno bisogno prima di tutto che la gente li conosca, e per fare ciò hanno bisogno di un mezzo per comunicare che il prodotto (o il servizio) X è in vendita ed è migliore di altri.
Basti pensare alle serie tv (americane, almeno): escludendo i finanziamenti del network o i ricavi per gadget e surrogati, una buona parte del guadagno deriva dallo spazio venduto alla pubblicità (gli ad). Cioè le aziende pagano per piazzare 15-30-60 secondi di spot poco prima della puntata, nel mezzo, o dopo.
Pensiamo alla pubblicità cartacea lasciataci nella cassetta della posta. Non so voi ma da me arrivano certi libretti di carta plastificata, con fotografie a colori vividi di poltrone e arredo: essenzialmente spazzatura di alta qualità. Ma fa ridere pensare poi che un paperback (carta scarsa, completamente bianco e nero) venga a costare 10€.

Ora, io non me ne intendo di marketing, ma appare abbastanza chiaro che la pubblicità si può sfruttare in molti modi per diversi fini, anche quelli quasi filantropici.
Tempo fa pensai: e se i romanzi venissero pubblicati con inserti pubblicitari all'interno? Il libro cartaceo potrebbe venire a costare meno (mi riferisco ai paperback, non alle edizioni da collezione). E sarebbe grandioso se si potesse fare una cosa simile anche con testi didattici, così da poterli rendere economicamente accessibili a tutti.
Alcuni siti piuttosto frequentati ospitano banner che, grazie alla popolarità del sito, possono ricevere un po' di visibilità (e, presumibilmente, incrementare le vendite). Non sarebbe possibile fare una cosa simile con gli ebook? Piuttosto che vendere un romanzo particolarmente popolare sarebbe bello poterne vendere la popolarità stessa: ebook gratuiti in cambio di inserzioni pubblicitarie.
Non mi sembrerebbe così assurdo se in un ebook dovesse esserci la pubblicità - mettiamo - dell'ultimo eReader di Amazon o di Kobo. Considerando che tanti lettori, come me, cercano informazioni sugli ultimi eReader, la pubblicità del nuovo modello Vattelapesca dell'azienda Taldeitali all'inizio di un capitolo non mi darebbe fastidio, anzi: se caratteristiche e prezzo dovessero soddisfarmi, me lo comprerei. E perché no, come già è stato fatto con Kobo, non sarebbe una tragedia avere un eReader più economico in cambio di piccoli banner pubblicitari nella home (a condizioni accettabili).
Se io fossi un'azienda di qualche tipo, valuterei la possibilità di, per esempio, "finanziare" uno scrittore che va forte perché scriva un'opera che la mia stessa azienda provvederebbe a distribuire gratis col mio marchio sopra. Ci guadagnerebbe lo scrittore (probabilmente non uno Stephen King che guadagna sicuramente di più pubblicando dal nulla quello che gli viene in mente mentre fa la spesa), sia in denaro che in maggiore visibilità, sia la mia azienda, che sfruttando un mezzo (la narrativa) potrebbe allargare la fetta di acquirenti.
O perché no, potrebbe essere la stessa azienda che, grazie alla propria popolarità, potrebbe distribuire con un maggiore impatto un romanzo, un certo numero di autori, un genere, una casa editrice indipendente che però pubblica opere meritevoli ecc. Se domani dovesse nascere l'equivalente dell'Eraserhead Press ma con un altro nuovo genere mind-blowing, e se l'alta qualità delle opere non dovesse bastare a renderla famosa, un qualche tipo di sponsor potrebbe, in qualche maniera, tornare utile a farla emergere, o no?
Oppure prendiamo Steam: una piattaforma per ebook (e perché no, anche macro-aggregatrice di altre piattaforme), piuttosto che per videogiochi, sarebbe possibile? Gioverebbe? Farebbe emergere capolavori inaspettati? Molti giochi indipendenti con Steam sono saltati all'occhio e hanno avuto successo (con gran piacere di migliaia di gamer).
Personalmente, troverei grandioso se qualcuno si mettesse a distribuire gratuitamente "episodi" narrativi, avvincenti, di una qualche storia (fantasy, horror, storica, quello che vi pare), il tutto supportato da sponsor pubblicitari, allo stesso modo delle serie tv. Così che quando torni a casa, quel giorno della settimana, invece di mettere a scaricare l'episodio della sitcom preferita, scarichi una puntata "narrativa", il cui andamento potrebbe essere influenzato dall'impatto degli ascolti. Sì, i ritmi di lettura sono diversi da quelli degli spettacoli tv, ma sono convinto che la cosa sia possibile, e non solo: riuscire a scrivere capitoli leggibili per esempio in 30 minuti, che riescano veramente a intrattenere, a sviluppare un climax, che contengano un forte hook e un cliffhanger mangiaunghie, significherebbe essere scrittori davvero abili.

Insomma, non parlo di nulla di nuovo. Mi rendo conto che il discorso non sia originale e che di fatto esistono interi staff di persone qualificate e strapagate per avere idee simili e sicuramente migliori, ma mi rendo anche conto che non ho mai visto iniziative che abbiano veramente provato a dare una svolta in questo senso - nell'ambito dei romanzi/ebook.
Certo, mettere a confronto un pubblico di gamer con uno di lettori è assurdo, e lo stesso vale per film, serie tv o musica. Immagino che si facciano meno soldi con la narrativa. Ma è anche vero che le cose stanno cambiando: se i lettori non fossero così tanti, non ci avrebbero nemmeno pensato a inventare gli eReader e tutto il resto, eppure è successo, e i dati delle vendite fanno ben pensare.
Evidentemente modi nuovi di fare le cose o vivere esperienze ha portato a una più diffusa fruibilità di materiale che prima non godeva della notorietà di cui gode ora.
Ok, forse sto delirando, ma magari c'è qualcuno là fuori che leggerà questo post e che vi troverà spunti utili per poter arricchire l'esperienza della lettura di intrattenimento.

domenica 16 settembre 2012

eReader e eBook come rappresentazioni sociali

serge moscovici psicologia sociale rappresentazioniLungi da me l'intenzione di scrivere un trattato: da poco prima che acquistassi un eReader fino a questo momento, ho letto, ascoltato e discusso riguardo alla questione del Profumo della carta.
Mettendo da parte la mia opinione, vorrei proporre la mia ipotesi del fenomeno secondo la teoria delle Rappresentazioni Sociali di Serge Moscovici (il tipo nella foto).

Cosa sono le rappresentazioni sociali in sintesi.
In sintesi, Moscovici si rifà alle rappresentazioni collettive di Durkheim e gli si contrappone postulando l'esistenza delle cosiddette rappresentazioni sociali, ovvero - in termini spiccioli - postula l' "esistenza" di una sorta di immaginario collettivo. Le persone che costituiscono la società generano delle rappresentazioni sociali. Per ogni aspetto della società esiste un'immagine condivisa dai suoi membri.
Per esempio, l'uomo, non riuscendo a "contenere" e a elaborare l'idea di Dio, che fa? Gli affibbia degli attributi più semplici, più familiari: Dio = padre. E così la cosa ha più senso ed è meno minacciosa.
Secondo Moscovici, quando in una società spunta fuori un nuovo oggetto sociale (una professione, una tecnologia, una tendenza, quello che volete), ecco che la società gli attribuisce dei significati già conosciuti, fa un'analogia tra il nuovo oggetto e uno/più attributi familiari, e il nuovo oggetto entra a far parte del senso comune.
Altro esempio: all'inizio, la Psicoanalisi - che è nata non molto tempo fa, parliamo di un secolino - non aveva il significato che ha oggi. Il dott. Moscovici ha allora effettuato una grossa ricerca e ha rilevato come la Psicoanalisi veniva paragonata alla confessione (oggetto familiare e già "sistemato" da tempo immemore nella cultura del popolo). Tuttavia, diversi sottogruppi avevano un rappresentazione leggermente diversa (per esempio, i cattolici avevano un giudizio negativo a causa del ruolo della sessualità nella teoria psicoanalitica, il Partito Comunista invece vedeva nell'avanzata della Psicoanalisi l'avanzata della borghesia statunitense, ecc.)

Avete intuito dove voglio andare a parare?
La società usa il cartaceo (sia esso per narrativa, manualistica, saggistica, periodici, o anche solo documenti, burocrazia ecc.) da tempo immemore. Fermo restando che il linguaggio è una componente importantissima che contraddistingue la nostra specie (ergo: è difficile pensare che la narrativa venga soppiantata da altri mezzi, come film o videogiochi), usiamo la carta da secoli.
Abbiamo, insomma, maturato una rappresentazione sociale specifica.
Ci sono metodi statistici per rilevare le componenti semantiche di una rappresentazione sociale - e questo non è un trattato, non ho fatto alcuna ricerca in merito, sia ben chiaro -, ma a occhio e croce il libro cartaceo, nel senso comune, è:
  • Fonte di cultura
  • Manifestazione di uno status
  • Elemento socialmente accettabile
e via discorrendo.
Non sorprende che i supporti elettronici abbiano caratteristiche in (apparente) contrapposizione. La TV ci rincoglionisce, Internet is for porn, Facebook serve a cuccare, i videogiochi bruciano i neuroni ai ragazzi, ecc.
Tutti miti che col tempo si stanno sfatando. Ricordate cosa si diceva dei cellulari nel 2000? "Fanno venire il tumore al cervello" e simili¹. Be', ora nonostante netbook, smartphone e surrogati nessuno si cura più delle radiazioni sul proprio cervello (o dei propri genitali).
Di conseguenza, eReader e eBook costituiscono una rappresentazione sociale che, a prescindere dall'utilità effettiva, sta sgomitando nell'insieme delle rappresentazioni sociale del popolino. Da una parte c'è chi la accoglie a braccia aperte, sostenendone gli aspetti positivi, dall'altra c'è chi, attaccato alla vecchia rappresentazione sociale del cartaceo e dell'elettronico, la respinge, evidenziandone i lati negativi ma, soprattutto, sostenendo la vecchia rappresentazione sociale del cartaceo e sottolineandone i vecchi attributi socialmente accettati (il profumo della carta, la familiare sensazione di fisicità, e tutti gli elementi di status connessi al "Libro").

Ok, questa non è una posizione. Oltretutto, ho già espresso la mia posizione (a favore della completa diffusione della cultura, quindi a favore del digitale - e ora flame tra 3, 2, 1...).
Ad ogni modo, che vogliate o no, il digitale si è già inserito tra le nostre rappresentazioni ed è solo questione di tempo perché si stabilizzi comodamente come parte integrante della società. Questo - lo stabilirsi della rappresentazione insieme alle altre, modificandole ma non necessariamente eliminandole - è lo stesso motivo per cui dubito che il digitale rimpiazzi il cartaceo. Gli LP sono ancora in commercio, e diversi collezionisti li preferiscono. I CD esistono ancora e sono diffusissimi. Gli mp3 non hanno distrutto il mercato della musica, anzi, e così via.
In pratica, stiamo parlando del progresso che - fortunatamente - non si può fermare.

_____
Note:
¹ In Love and other drugs, ambientato in quegli anni, hanno fatto emergere questo aspetto in un dialogo, come riflesso della società del tempo, ancora priva di tutti gli strumenti di cui disponiamo ora.

mercoledì 1 agosto 2012

Scelta del corso di laurea, università: la mia esperienza triennale in Psicologia

Tra i lettori del blog ci sono diversi under 20, e dando un'occhiata ai referer noto che diversi utenti capitano sul Rifugio perché in cerca di informazioni precise (e stranamente arrivano qui, lol).
La mia esperienza con il corso di laurea triennale è giunta al termine e che vi piaccia o no, ho voglia di condividere alcuni pensieri.

Primo pensiero - "esistenziale". Perché andare all'università?
Ti conviene andare all'università se hai interesse nella materia scelta (fondamentale), voglia di apprendere, impegno nello studio. La possibilità economica viene dopo (esistono borse di studio e altri sussidi non così impossibili da ottenere). No, sul serio: avere la grana è importante ma fino a un certo punto.
Non ti conviene se non hai nulla di tutto ciò, a partire dall'interesse, e se la scelta dell'università è solo una costrizione dei genitori o una scelta fatta per noia o perché così fan tutti.

C'è un sacco di gente volonterosa, in giro, che non ha avuto o non ha la possibilità di studiare: nel riconoscimento e nel rispetto di questa opportunità, sarebbe stupido intraprendere un corso di studio senza avere interesse, impegno e voglia di apprendere.
Escludendo particolari casi (per esempio, per motivi complessi o per mancanza di alternative), molti ragazzi diplomati sono liberamente indipendenti nelle loro scelte e hanno alle spalle genitori in grado di sostenere le spese per gli studi. Ma non è obbligatorio: andare all'università o intraprendere una professione - per quanto umile - hanno la stessa dignità (c'è la credenza sbagliata che chi è laureato può guadagnare di più, quando in realtà molti ingegneri con la triennale guadagnano meno di chi lavora in un call center, per dire).
E anche i corsi di laurea, checché se ne dica, hanno tutti la stessa dignità. Più o meno.

Il primo anno di università, comunque, una grossa fetta di studenti "sperimenta" la materia, capisce un po' l'andazzo, le prospettive, si fa qualche domanda e finisce per cambiare facoltà. Ad alcuni capita il primo anno, ad altri al secondo, ad altri il terzo.... Ma succede.
Il mio consiglio su come scegliere il corso di studi è, prima di tutto, informarsi su tutti i corsi che riguardano i propri maggiori interessi, e restringere il campo verso l'interesse più importante di tutti.
Certo, alcuni corsi di laurea non danno sbocco a nessuna possibilità di lavoro apparente, ma è anche vero che molti laureati, se trovano lavoro, fanno cose molto diverse rispetto a quanto studiavano (o pensavano di fare). E ci sono lavori che addirittura non necessitano di particolari lauree (in ambito aziendale, per esempio, ci sono diversi impiegati che hanno maturato la propria formazione sul campo, riuscendo a raggiungere alti traguardi: la laurea quindi non garantiscenecessariamente ciò che si crede).
Lasciando poi perdere le classifiche inaffidabili (specchietti per le allodole, principalmente) pubblicate su riviste o giornali, se bisogna scegliere l'ateneo, consiglio di consultare - attraverso i relativi siti web - le guide ufficiali dello studente. Leggendo i programmi degli esami, si può avere un'idea di come viene affrontata la disciplina da quell'ateneo (a parte alcune, molte facoltà presentano esami che stesse facoltà di altre regioni non presentano, o argomenti maggiormente o meno trattati, e via discorrendo, quindi non tutti i corsi sono uguali, a dispetto del nome), ma anche la modalità d'esame (alcuni atenei fanno tutto scritto, altri tutto orale, alcuni al computer, ecc.).
Si può condividere, si può non condividere. Non lo so, questo è quello che pensa uno che ci è passato.

E ora veniamo al mio ambito.
Psicologia.
La materia è tra le più affascinanti - ma anche tra le più stuprate.
Il popolino è ambivalente nei suoi confronti, ma è anche confuso: c'è chi è incredibilmente fiducioso nella Psicologia, ma cita esclusivamente Freud; c'è chi crede che non ci sia differenza tra uno psicologo e un santone, e così via.
Quello che posso dirvi, qui, è solo il mio parere.
Molti si iscrivono a Psicologia in base allo studio di Freud in Filosofia al liceo. E molti credono che Psicologia e Filosofia siano più o meno la stessa cosa: niente di più sbagliato.
In base a quanto ho visto, alle persone con cui ho parlato, a ciò che leggo - insomma, in base alla mia esperienza -, sconsiglio di intraprendere un corso di laurea in Psicologia se:
  1. si crede alla magia e a Babbo Natale: la Psicologia non è esoterismo (con tutto il rispetto).
  2. si pensa che le proprie opinioni sulla gente, sulla mente, sui comportamenti abbiano lo stesso valore di paradigmi e modelli teorici specifici e verificati sperimentalmente.
  3. si crede che la Psicologia non sia una scienza.
  4. quattro.
  5. si crede che Psicologia = Filosofia e che quindi si studiano generici "concetti": Psicologia è, tra l'altro, anche Biologia, Genetica, Fisiologia, Matematica [ahimè].
  6. si crede che fare lo psicologo non comporti responsabilità come, per esempio, fare il chirurgo: sbagliatissimo.
  7. si crede che Psicologia = Psicoanalisi. La Psicoanalisi è un modello teorico psicodinamico antico e non preminente. Esistono diversi modelli teorici con maggiori fondamenti empirici.
  8. si crede che studiando Psicologia si possa fare il dottore con la pipa che scrive sul taccuino. La Psicologia Clinica è una disciplina: esistono molti altri campi ugualmente importanti, come la Psicologia dello Sviluppo, la Psicometria, la Psicobiologia, la Psicologia Cognitiva, la Psicologia sociale e delle organizzazioni, la Psicologia del Lavoro, ecc.
  9. si crede che offra più lavoro di altri corsi. No, il campo è saturo da anni.
  10. si è convinti che comunque sia è un percorso di studi breve. Sbagliato. Se si volesse fare lo Psicoterapeuta, per esempio, si dovrebbe conseguire una laurea triennale (3) + una laurea magistrale (2) + 1000 ore di tirocinio + esame di stato per l'abilitazione (1) + una scuola di specializzazione post-lauream in Psicoterapia (4). Totale: 10 anni. Davanti a questa prospettiva, la maggior parte delle persone dice: "A 'sto punto faccio Medicina!".
Credo sia tutto. Ci sarebbe molto altro da dire, ma è meglio fermarsi qui.
Ripeto, sono solo opinioni personali, però ritengo che l'internauta in cerca di informazioni debba sentire più campane.
In bocca al lupo a eventuali matricole.

martedì 3 luglio 2012

Un anno di ebook reader; bilancio di tempi e prezzi

Un anno fa ero fiero di presentare il mio ultimo acquisto, un Cybook Opus della Booken, 5 pollici di schermo, eInk non pearl, leggero e maneggevole.
Oggi, a distanza di 365 giorni, posso permettermi di esprimere un'opinione completa - anche se, a dirla tutta, l'ideale sarebbe un follow up di almeno tre anni, ma anche un anno può essere indicativo. Ora ci arriviamo.
Facciamo così, se vi interessano le letture di un anno, l'equivalente economico, i bidoni e i tesori in cui sono incappato, allora potete leggervi questa prima parte che segue, "Un anno tra top e flop".
Se vi interessa il discorso "tecnologia" - iPhone, roba touch, tablet, iPad, e altri vassoi portavivande - potete leggervi la seconda parte del post, "Un'allegra giornata alla Mediaworld", in cui deliro un po' sui dispositivi elettronici.

Un anno tra top e flop

Ecco la lista completa delle letture a partire dal 3 luglio 2011. Laddove ho dato un parere personale, segnalo esplicitamente anche il link del post. I titoli delle opere evidenziati come link si riferiscono al sito ufficiale da cui reperire l'ebook.
  1. Assault Fairies, di Chiara "Gamberetta". Il primo vero epub, formattato perfettamente. Magari tutti gli ebook fossero così. Qui le impressioni. Prezzo: gratis.
  2. Address, di Glauco Silvestri. Il secondo ebook autopubblicato che abbia letto. Chiunque voglia altri ebook di Glauco, può navigare il suo sito, ne troverà altri; sinceramente, non c'è un motivo preciso che mi abbia portato a scegliere questo preciso racconto, ho scelto a caso. Qui le impressioni. Prezzo:gratis.
  3. The Dome, di Stephen King. Qui le impressioni. Prezzo cartaceo: 23,90 €.
  4. Le torri di cenere, di George R. R. Martin. Il primo racconto mi ha fatto cadere le braccia. Un sci-fi con una narrazione scarsina: forse avevo sopravvalutato Martin. L'ho interrotto, rimandando al futuro la lettura dei racconti scritti meno peggio. Prezzo cartaceo: 18,00 €.
  5. La grande caccia, di Robert Jordan. Dopo 7 anni dalla lettura del primo libro, mi sono detto: "Perché no? Diamo un'occhiata al secondo, magari leggo tutto il ciclo". No, un inizio tremendo, narrazione blanda e noiosissima. Abbandonato. Prezzo cartaceo: 18,50 €.
  6. Addio alle armi, di Ernest Hemingway. Mi era piaciuto Il vecchio e il mare, e poi Hemingway è uno dei migliori scrittori al mondo. Ho deciso di leggere questo classico, ma a una cinquantina di pagine dalla fine ho abbandonato. Narrazione autistica, non era percepibile lo stato emotivo del protagonista - al punto che quando viene colpito alla gamba da una granata non è chiaro se stia soffrendo o cosa, e con le donne non si capisce se prova qualcosa o meno - né un qualsiasi tipo di climax. Non dico che sia brutto, lo stile è ottimo, ma l'ECG della storia è pressoché piatto, qualche ondina di tanto in tanto, poi nulla di che. Mi son ripromesso di leggerlo in futuro, o magari di cambiare opera. Prezzo cartaceo:9,50 €.
  7. Il dillema di Drizzt, di R. A. Salvatore. Iddio ce ne scampi. Ma dovevo fare una prova. A parte la formattazione scarsissima dell'ebook, non si può leggere. Prezzo cartaceo: 13,00 € circa.
  8. L'apprendista assassino, di Robin Hobb. Partiva male, poi però si riprendeva. Poi cadeva di nuovo in basso, poi di nuovo qualcosa me lo faceva rivalutare. Alla fine gli elementi negativi hanno superato i positivi, e ho pensato di avere di meglio da leggere. Prezzo cartaceo: 9,90 €.
  9. I giardini della Luna, di Steven Erikson. L'avevo cominciato anni prima, l'ho terminato sul lettore l'anno scorso. Qui le impressioni. Prezzo cartaceo: 18,00 €.
  10. La dimora fantasma, di Steven Erikson. L'inizio non motiva alla continuazione. Lettura sospesa ed eventualmente rimandata per disponibilità di altre letture (migliori). Prezzo cartaceo: 18,90 €.
  11. Ash, una storia segreta, di Mary Gentle. Gamberetta ne parlava bene, lo stile era buono, la struttura narrativa di meno. Il pretesto della verità storica (fake) attraverso il materiale mandato via mail è noioso, dà solo fastidio, interrompe la storia. Inoltre alcune trovate nella trama sono da facepalm. Ho rimandato un'eventuale continuazione al futuro. Prezzo cartaceo: 14,50 € un volume, non so gli altri: ipoteticamente, moltiplicare per 4.
  12. La guerra contro gli Chtorr, di David Gerrold. Qui le impressioni. Prezzo cartaceo: 18,00 € (tomo paperback con i restanti capitoli della saga - credo).
  13. Marstenheim, di Angra. Per il vostro dispiacere, una serie di sfortunati eventi mi ha portato a leggerlo a più riprese, e in pratica alla fine non ho più scritto alcuna impressione. Rimedierò assolutamente, non appena avrò tempo - ma sicuramente una riletta gliela do: dopo un anno si dimenticano tante cose. Inutile dirlo, ottima opera. Come parere mi ritrovo abbastanza nella recensione di Tapiro. Prezzo: gratis.
  14. Zodd - capitoli I e II -, di Zweilawyer. Fantasy classico, come piace a me. Se il maledetto autore si decide a completare l'opera una volta per tutte, magari invece dei primi due capitoli potrò comprarmi l'ebook intero e rompervi le scatole con un mio solito post di opinioni.
  15. Il colore della magia, di Terry Pratchett. Se l'avessi letto all'epoca in cui leggevo Tolkien e Terry Brooks, non l'avrei apprezzato. Qui le impressioni. Prezzo cartaceo: 8,60 €.
  16. La luce fantastica, di Terry Pratchett. Prezzo cartaceo: 7,65 €.
  17. Pride and prejudice and zombies, di Seth Grahame-Smith. Qui le impressioni. Prezzo cartaceo: 15,00€.
  18. Abraham Lincoln: vampire hunter, di Seth Grahame-Smith. Qui le [stesse] impressioni. Prezzo cartaceo: 14,60 €.
  19. Leviathan Rising, di Jonathan Green. Prezzo cartaceo: 7,99 $. Prezzo ebook Amazon: 5,44 $.
  20. Satan Burger, di Carlton Mellick III. Fico e tutto il resto, ma a metà mi ha un po' annoiato: punkettoni che stronzeggiano in giro senza alcun motivo. Sospeso e rimandato a un possibile futuro. Prezzo:13,95 $.
  21. Le porte di Anubis, di Tim Powers. Qui le impressioni. Prezzo cartaceo: 6,20 €. [Attualmente non si trova da nessuna parte]
  22. Fuoco nella polvere, di Joe. R. Lansdale. Scopro ora di non aver mai scritto alcuna impressione a riguardo. Oibò, devo essermi dimenticato. Gran bel romanzo. Prezzo cartaceo: 9,90 €.
  23. Soffocare, di Chuck Palahniuk. Capolavoro. Qui le impressioni. Prezzo cartaceo: 10,00 €.
  24. La spada del destino, di Andrzej Sapkowski. Qui le impressioni. Prezzo cartaceo: 15,30 €.
  25. Il re degli alberi, di Greg Keyes. Qui le impressioni. Prezzo cartaceo: 18,50 €.
  26. Mistborn, L'ultimo impero, di Brandon Sanderson. Qui le impressioni. Prezzo cartaceo: 22,00 €.
  27. I guerrieri del ghiaccio, di George R. R. Martin. Qui le impressioni. Prezzo cartaceo: 19,00 €.
  28. Donne, di Charles Bukowski. L'ebook verso la fine era rovinatissimo, illegibile. Poco male: a metà opera mi sono reso conto che la storia non stava andando da nessuna parte. Ma non fosse stato per l'ebook scarso, avrei finito quelle poche decine di pagine rimanenti. Non vedo l'ora di leggere altra roba del vecchio zozzone. Prezzo cartaceo: 16,00 €.
  29. Cavie, di Chuck Palahniuk. Qui le impressioni. Prezzo cartaceo: 10,50 €.
  30. La morte di Ivan Il'ic, di Lev Tolstoj. Qui le impressioni. Prezzo cartaceo: 7,50 €.
  31. Norwegian wood, di Haruki Murakami. Qui le impressioni. Prezzo cartaceo: 12,00 €.
  32. Io sono Helen Discroll, di Richard Matheson. Qui le impressioni. Prezzo cartaceo: 9,90 €.
  33. Ristorante alla fine dell'universo, di Douglas Adams. Qui le impressioni. Prezzo cartaceo: 9,50 €.
  34. Le cinque stirpi, di Markus Heitz. Qui le impressioni. Prezzo cartaceo: 19,90 €.
  35. Il tempo del buio, di Barbara Hambley. Qui le impressioni. Prezzo cartaceo: forse circa 10,00 €. Attualmente introvabile.
  36. Il raccoglitore di anime, di Alan Campbell. Qui le impressioni. Prezzo cartaceo: 18,60 €.
  37. Il mondo perduto, di Arthur Conan Doyle. Qui le impressioni. Prezzo cartaceo: 8,90 €.
  38. La nube avvelenata, di Arthur Conan Doyle. Qui le impressioni. Prezzo cartaceo: sconosciuto, forse fuori produzione. Prezzo ebook: da BOL.it 0,49 €. , da Amazon 0,63 $.
Questi sono più o meno tutti i romanzi letti o leggiucchiati e abbandonati sul lettore.
Un'altra manciata non è mai stata letta, alcuni perché troppo corrotti nella conversione, altri perché semplicemente non mi piacevano.
La somma di tutti i prezzi (con riferimento al "tariffario" di IBS) dei suddetti romanzi in edizione cartacea ammonta a 454,18 €. Piccola nota: ho escluso del materiale didattico dell'università, principalmente slide dei docenti, che ho caricato sul lettore per comodità, al posto di portare delle fotocopie in giro per ogni uscita. Non è molto rilevante perché si parla di materiale da studiare, quindi da sottolineare, farci i disegni accanto, risottolineare, evidenziare, ecc. Devo ammettere però che le slide su un argomento dell'ultimo esame le ho studiate principalmente dal lettore, visto che era poca roba, apprendibile nelle sedute "fisiologiche". If you know what I mean. E fotocopie e libri, a ogni viaggio nello zaino, si rovinano, gli angoli si smussano, gli oggetti all'interno entrano tra le pagine e le sgualciscono, eventuali penne scoppiate macchiano i bordi ecc.
Quindi, 454,18 sacchi, sacco più sacco meno, per una ipotetica caterva di carta che occupa spazio (e che genera vermetti). Alberi abbattuti, lesioni gratuite ai polmoni del mondo.
Circa 17 romanzi non mi sono piaciuti fin dall'inizio: alcuni li ho interrotti già dalle prime 10 pagine, altri li ho letti fino oltre la metà, alcuni fino a 20-30 pagine dalla fine. Facendo un calcolo con un'approssimazione vaga per quel paio dal prezzo in dollari, se avessi comprato i romanzi che non ho finito, che non mi sono piaciuti, che mi hanno stufato ecc., avrei speso 276,2 euro. 454,18 [totale] - 276,2 [romanzi sgraditi] =177,98 euro. Questa sarebbe la spesa corrispondente all'investimento per i libri migliori (anche se bisognerebbe togliere gli autopubblicati, gratuiti). Su 38 romanzi che volevo leggere "solo" 21 mi hanno soddisfatto al punto da portarmi a terminare la lettura.
Ma parliamo di carta, di hardcover e dove possibile pseudo-paperback (pseudo visto i prezzi). Dei libri che ho letto sul lettore, quasi tutti li avevo a disposizione materialmente. Alcuni (per esempio, I giardini della Luna) ce li avevo da anni e non li avevo ancora finiti, altri (Le torri di cenere, Donne, ecc.) li avevano dei miei amici e potevo benissimo chiederli in prestito - alla vecchia maniera. Altri ancora sono dei classici, reperibili gratuitamente ovunque sul web - e non so per quale ragione, alcune case editrici osano vendere a prezzi indecenti.
Pur volendo lasciar perdere il discorso della salvaguardia del pianeta, e tralasciando anche la questione della disponibilità di spazio per poter tenere tutti i libri, quello che penalizza l'attuale mercato librario è il costo sproporzionato del libro. Testi scientifici, che richiedono revisioni e competenze che si pagano a caro prezzo (un correttore di bozze guadagna 50 cent a cartella, nei fatti anche meno; un correttore di bozze per testi scientifici arriva a 5 euro a cartella, pare), arrivano a costare quanto se non meno della più "banale" narrativa, letteratura d'intrattenimento. Per non parlare degli ebook: non si può vendere un file a un prezzo equivalente a quello del libro materiale scontato del 33%-50%: esistono costi di distribuzione, produzione e simili che non coinvolgono gli ebook, e non solo: la maggior parte delle case editrici che trattano cartaceo produce gli stessi ebook illegibili che si trovano in p2p. Praticamente, l'acquirente paga per un lavoro non fatto.

Quindi, ricapitolando, avendo pagato l'ebook reader 111€ e avendo letto l'equivalente cartaceo di 177,98€, riprendendo il discorso di Gamberetta col suo primo eReader: se anche dovesse rompersi in questo esatto momento, l'acquisto sarebbe stato comunque un affare, perché non solo il totale di libri (belli) pareggia l'eventuale spesa cartacea, ma mi avrebbe fatto risparmiare 67,98€!

***

Un'allegra giornata alla Mediaworld
Tratto da una storia di vita vera vissuta per finta [cit.]

Due giorni fa sono andato al centro commerciale unicamente per usufruire dell'aria condizionata - gli appartamenti universitari, come si sa, sono sprovvisti di ogni bene voluttuario. Ne ho approfittato per fare un salto alla Mediaworld - non per perdere tempo al reparto retard -, cercando, come al solito, gli ebook reader.
Ebbene, pare che io abbia comprato, l'anno scorso, l'ultimo vero ebook reader. Quelli successivi che volevano spacciare come tali erano dei dispositivi di marche coreane o teutoniche, a LCD a colori, e stuff like that. Delle cagate.
Inutile dire che non esiste un reparto eReader. Ad ogni modo, pur non avendo mai provato altri eReader migliori del mio, ho voluto provare a fare un paragone con quello che c'era.
Ebbene, tra i tablet (sigh) c'era un Asus Eee reader DR-900.

Non ho idea di che ebook sample vi fosse caricato: ad ogni modo, sto facendo spam gratuito - spero di essere ricompensato

Sono ben 9 pollici per quasi mezzo kilo di peso. La cosa "buona" è che è touch (per i feticisti imbrattaschermi), la cosa brutta è che non entra in tasca: è più un dispositivo da zaino. Pur volendo portarlo in giro, il luogo più adatto sarebbe una borsa ampia. Ah, e c'erano solo 3 opzioni di zoom, contro i più di 10 dell'Opus. Ma non l'ho esaminato approfonditamente. Ad ogni modo, difficilmente comprerei un affare cosigrosso.
Nel reparto retard c'era l'iPad (non chiedetemi quale, credo fosse il 2).

Volevo catturare l'animazione della pagina che si piega mentre la volti, ma o per qualche bug grafico o perché non lo so usare io, la pagina non voleva saperne di farsi voltare.

Pregiudizi a parte per i prodotti molto costosi e poco utili, il primo NO più importante per la lettura su iPad è l'illuminazione. La foto non rende, e vi dico perché: l'illuminazione dell'iPad è tale da far settare automaticamente la mia fotocamera a illuminazione a giorno, così da ridurre la luminosità della foto e far sembrare il tutto velato da una luce soffusa. In realtà quell'angolo era pieno di fari e faretti: il bianco dello schermo era accecante.
Ok, si può ridurre la luminosità. Ma il problema è sempre la reotrilluminazione: per quanto minima tu possa tenerla, così come nei monitor dei computer, ti brucia tutto il decorso del nervo ottico fino a incenerire la corteccia striata ed extrastriata. True story.
Illuminazione a parte, quell'affare non riuscivo a tenerlo in mano. Scottava, al pari del mio piccolo netbook che in questo periodo, con 30°C nell'ambiente, ovviamente si surriscalda oltremodo ed è impossibile toccarlo sul lato inferiore.
In pratica, il mio Cybook Opus è comunque migliore (per ragioni pratiche, funzionali ed economiche, e sempre secondo il mio modesto parere) dei tablet, dell'iPad, e può competere con altri eReader. Certo, ce ne sono di migliori (schermi e-ink pearl, dizionari integrati, funzione touch), ma ce ne sono anche di tremendi (l'Asus sopracitato non è cosi tremendo, anzi, a parte le dimensioni e il touch un po' testardo, sembra decente), come quelli TrekStor o surrogati non e-ink.
Per finire, mentre mi avviavo verso l'uscita della Mediaworld, non potevo non dare un'occhiata al reparto libri. Ok, sì, la solita roba in hardcover a prezzi esorbitanti, ma non solo. Se alcuni anni fa potevo trovare i seguenti libri allo stesso prezzo solo ai mercatini dei libri usati, ora non è più così:

Non si tratta di grandi opere della letteratura, ma costano comunque poco.

Edizioni paperback a 2,90 sacchi: a questo prezzo, la scelta dell'eReader sarebbe giustificata solo per la comodità (i.e., portare con sé centinaia di romanzi in una sola volta in 150g di dispositivo, poter mantenere la pagina da leggere senza dover stirare le curve causate dalla rilegatura, impossibilità di rovinare il romanzo - bordi, angoli, pagine - all'interno di zaini e borse). Senza contare che, a 2,90, stai comprando perlomeno un prodotto tangibile: un ebook allo stesso prezzo, secondo me, non ha motivo di esistere, ma è solo un mio parere.
Le case editrici che fanno paperback economici sono poche, come la Piemme e, se non ricordo male, anche la TEA. Onore alle case editrici che tengono i prezzi bassi.
Una domanda legittima che mi si fa è: Ma adesso non comprerai più libri?
La risposta più ovvia è: Se ci sono libri che voglio assolutamente leggere ma che non si possono né scaricare dal web, né comprare come ebook, allora ovviamente vado in libreria. Ci sono diversi libri, soprattutto nel campo della saggistica, che non si trovano nemmeno in libreria, e ordinarli è una sfida.
Ma a parte i libri introvabili, se sono in vacanza e trovo una bancarella di libri usati (ultimamente tali bancarelle rivendono libri nuovi a prezzo pieno, cambia solo la "location"; rimpiango i bei vecchi tempi, in cui trovavo i vecchi fantasy di Weis & Hickman o altra roba pulp a 2-3€), può accadere che me ne piaccia qualcuno e, perché no, me lo compro. O può capitare che andando al mare, dia un'occhiata all'edicola più vicina alla spiaggia e vi trovi qualche interessante paperback economico da torturare con le mani umide di acqua marina, tra un bagno e l'altro.

Sono soddisfatto del mio lettore; ha rivoluzionato il mio modo di leggere, mi ha permesso di leggere di più nonostante esami, laboratori, tesi ecc. Una volta mi era impossibile finire più di un paio di libri a stagione, e potevo dare il massimo solo d'estate.
Nonostante il lettore, durante quest'anno mi sono comunque trovato a leggere del cartaceo. Per il compleanno o per altre evenienze, un (buon) libro in regalo è sempre la scelta migliore.
Per concludere: consiglio l'acquisto di un eReader?
Decisamente sì.
E ora vi lascio con una perla, trovata alla Conad del centro commerciale:

La Troisi e Paolini si trovano nel posto che gli spetta. Tra Topolino e Winnie the Pooh. Per una volta, chi ha sistemato i libri per categorie non ha commesso il solito errore. Aumentate lo stipendio del caporeparto! Farà strada!


P.S. Tanti auguri mio piccolo Opossum! ^_^

mercoledì 26 ottobre 2011

Ipnosi regressiva e psicologia degli allocchi

Mistero mediaset ipnosi regressiva psicologia assassin's creed vite precedenti
Non mi piace scendere a certi livelli, ma in questo caso lo sento come un dovere a nome di tutta la comunità scientifica italiana (ed estera).
Domenica scorsa è andato in onda Mistero, su Italia 1. Lasciamo da parte eventuali commenti sul programma (a cominciare dai video fake di alieni e mostri fatti passare per veri): è intrattenimento, e ognuno ha il diritto di intrattenersi come gli pare.
Nella puntata di domenica scorsa, però, si è parlato di Ipnosi regressiva.

In poche parole, Daniele Bossari ha illustrato la trama del gioco Assassin's Creed (ricordiamo che è intrattenimento, non Super Quark), ovvero del protagonista che, attraverso un macchinario, riesce a ripercorrere gli eventi di un suo avo vissuto a Firenze al tempo dei Borgia, accedendo alla propria eredità genetica, e assiste a ogni episodio di quella vita.
L'argomento del servizio era: si possono ripercorrere vite precedenti?
Dopo una breve "analisi" genetica, Bossari si dirige in un castello dove incontra due persone, il Dott. Marco Chisotti, Psicologo, Psicoterapeuta, Ipnotista e il Dott. Antonello Musso, Medico Chirurgo, medico di Medicina Generale, in Medicina Aziendale, Ipnologo Costruttivista Clinico, Ipnositerapeuta.
Costoro parlano dell'Ipnosi regressiva, attraverso la quale le persone ripercorrono le proprie vite precedenti.
Ci si potrebbe fermare qui e dire: "No, è pura follia che dei professionisti dicano tali boiate".
Andiamo avanti.
Bossari si siede su un divano, ai lati ci sono i due professionisti che lo ipnotizzano, e Marco Berry che sussurra alla telecamera ciò che accade. Per vedere il servizio, ecco i link diretti alla Prima e alla Seconda parte del video, direttamente dal sito Mediaset.
Arriviamo dunque alla trance, in cui il povero Bossari si agita, dice di vedere una battaglia, c'è tanto dolore, grida dappertutto, fa tanto freddo, ecc. Finita l'ipnosi, racconta la sua esperienza.

Parliamo seriamente, adesso.
  1. L'Ipnosi regressiva, lo dice anche Wikipedia con tanto di riferimenti bibliografici, è una pseudo-scienza. Insomma, è magia, è un gioco in cui può credere la gente affascinata dal misticismo, dall'esoterismo, ma esclusivamente per il proprio piacere: non è assolutamente una pratica terapeutica.
  2. Il fatto che a praticarla e a metterci la faccia siano due professionisti, uno psicologo psicoterapeuta e un medico, rende la cosa molto più degradante. Applicando i paradigmi della Psicologia Sociale (scienza autentica), la persuasione in atto, in questo servizio, avviene per opera di influenza sociale da parte di una fonte credibile, incarnata dalla figura dello scienziato, l'esperto. Lo spettatore più ingenuo pensa: "Se a fare questa cosa sono un medico e uno psicoterapeuta, esperti che ne sanno sicuramente più di me, allora dev'essere vero." E questo è sbagliato, perché significa convincere le persone di una cosa evidentemente falsa.
  3. Il fatto che Bossari si sottoponga arbitrariamente all'Ipnosi Regressiva è un ulteriore indizio della già lampante falsità del servizio. Perché? Perché, appurato che l'Ipnosi regressiva non dovrebbe esistere, nell'ambito terapeutico esiste l'Ipnositerapia, diversa dalla regressiva, perché avvalorata da dati clinici e ricerche statistiche. Sebbene non mi senta di esprimermi in merito all'Ipnositerapia, sia a causa di pregiudizi verso la Psicologia Dinamica sia perché non ho competenze in merito, una cosa è certa: Bossari non soffre di alcun disagio o patologia psichica, e questo motivo è più che sufficiente per non affrontare una psicoterapia (ancor di più se la terapia in questione è fasulla). In questa maniera si mette in ridicolo la pratica psicoterapeutica, riducendola a un gioco. Così facendo, persone che soffrono sul serio potrebbero perdere fiducia nella pratica e trascurare eventuali interventi psicoterapeutici di cui potrebbero beneficiare.
  4. Guarda caso, Bossari rivive una battaglia, proprio come in Assassin's Creed. Recita in maniera evidente, e la cosa più triste è che lui e Berry cominciano a parlare dell'esperienza appena vissuta, mentre il medico, a sinistra, sta zitto e lo psicoterapeuta a destra blatera qualcosa a bassa voce ma viene ignorato dai due conduttori che parlano tra di loro con foga.
Il motivo che mi ha spinto a scendere così in basso e a commentare il programma riguarda la difesa della Psicologia quale scienza e la professione di psicologo.
L'Italia è un paese pieno di ignoranza e di paradossi.
Il parere diffuso riguardo alla Psicologia è che si tratti di qualcosa che possono fare tutti, dal parrucchiere al prete. Si pensa che la Psicologia sia solo parlare e interpretare, e che chiunque possa fare lo psicologo, soprattutto il migliore amico.
Niente di più sbagliato. Quella rappresentazione della Psicologia è vecchia di un secolo. La vera Psicologia si affida a metodi scientifici, verificabili, dati statistici, all'interazione con altre scienze (la fisiologia, le neuroscienze...), e via discorrendo. Fra qualche mese dedicherò un articolo interamente sulla Psicologia, su cos'è davvero, ma al momento mi preme che la gente non avvezza all'argomento sappia: la Psicologia non è un'opinione. Così come non è un'opinione la Medicina, la Chimica o la Matematica. Davanti a questioni quali: "è giusto che una coppia omosessuale adotti un bambino?" non esistono risposte basate su opinioni, perché le semplici opinioni non contano nulla, e la scienza si affida a certezze matematiche. Nel caso di questa domanda, la risposta è sì (con l'orrore dei bigotti e dei conservatori, probabilmente), e non perché lo dico io, ma perché lo dicono le svariate indagini, gli esperimenti, i dati effettuati su un certo numero di individui in un certo numero di paesi, messi a confronto con altri dati di controllo.
La scienza funziona così, e non accetta opinioni ma dimostrazioni.
Nel caso di questo servizio di Mistero, è dimostrato che l'Ipnosi regressiva sia una bufala. Ogni sterile opinione non è accetta.

Riguardo, invece, alla difesa della professione di Psicologo, ho ritenuto necessario mettere in evidenza questo fatto per allontanare me e l'intera professione (autentica) dai ciarlatani che scorrazzano nel paese.
Come dicevo, l'Italia è un paese pieno di paradossi. C'è molta gente che non "crede" alla Psicologia, proprio come se fosse una fede invece che una scienza. E, da questo punto di vista, sarebbe come non "credere" alla chirurgia. Cioè assurdo.
I paradossi sono tanti. In Italia si va dallo Psichiatra piuttosto che allo Psicologo, perché sembra più credibile e perché dà le medicine. Si preferiscono i farmaci alla terapia, si chiede all'amico quale farmaco usare in certi casi, piuttosto che al medico, e ancora peggio, ci si informa attraverso Internet sulla salute per poi andare a discutere col medico su quale cura sia meglio intraprendere (con ovvia irritazione del medico). La situazione è ancora più amara se a tutto ciò si aggiunge, poi, la recente figura del counsellor, fantomatica persona che non si fa cosa faccia ma si sa che fa abusivamente lo psicologo pur non avendo né laurea né i mezzi e la cui "professione", ironia della sorte, per qualche cavillo burocratico in Italia non risulta illegale.
Nella grande confusione italiana, è necessario che si difenda la verità con le unghie e con i denti. Da parte mia, spero solo che questo semplice post raggiunga i destinatari e apra gli occhi.

venerdì 21 ottobre 2011

La bimba investita, gli indifferenti, il sovraffollamento mondiale.

bambina cinese investitaEsco un attimo dal mondo della finzione per dedicare qualche parola all'attualità.
Il 13 ottobre una bambina cinese di due anni è stata investita due volte ed è rimasta a terra priva di aiuto nonostante i passanti. Purtroppo, è morta pochi giorni dopo.
L'episodio ha sconvolto tutti coloro che hanno visto il video della piccola Wang Yue su Internet, e nasce spontanea la rabbia e l'indignazione nei confronti dei passanti che, gettata un'occhiata fugace alla piccola riversa nella pozza di sangue, hanno proseguito senza intervenire.
Non è il primo episodio di indifferenza.
Il primo, che ha dato il via a questa "tendenza", è stato quello di Kitty Genovese, 1964, il "classico" esempio di indifferenza degli spettatori riportato nei manuali di Psicologia Sociale.
Altri casi analoghi si verificano ogni anno. È stupido chiedersi il perché dell'indifferenza dei passanti negli episodi di vero e proprio omicidio premeditato (come quello avvenuto in Sicilia un paio di anni fa). La risposta è ovvia.
Ha più senso chiedersi perché mai le persone non intervengono in casi di incidente, pericolo ed evidente necessità. E ha più senso spegnere la TV quando a parlare di cose simili sono stupidi "opinionisti" (come nell'Arena di Rai 1) o pseudo-esperti millantatori, chiamati dai TG, che gettano fango su tutta la professione.

La Social Cognition ci insegna che questo fenomeno è dovuto a un tipo di atteggiamento e comportamento stabile in ognuno di noi quando ci troviamo in un gruppo. Si chiama ignoranza pluralistica, ovvero la percezione da parte dell'individuo di non avere informazioni sufficienti per poter agire, delegando il compito agli altri membri del gruppo che, però, la pensano come lui. In pratica nessuno fa niente perché ognuno pensa che qualcuno alla fine farà qualcosa. Un po' come quando a una lezione nessuno ha il coraggio di chiedere di rispiegare un argomento pur non avendolo capito, sperando che qualcun altro lo faccia al posto tuo.
L'ignoranza pluralistica scatena l'effetto spettatore, in cui per diffusione della responsabilità un individuo sente di meno il peso della responsabilità quanti più sono i membri del gruppo in cui si trova.
Oltre a queste motivazioni cognitive, ne esistono altre di tipo più prettamente sociale. Paura di fare una brutta figura, di fraintendere la situazione, di non avere le qualità necessarie, ecc.
Nel caso dell'uomo caduto sui binari, in Spagna, e salvato dal giovane poliziotto non in servizio, la situazione è diversa. La responsabilità percepita dal giovane non è uguale a quella degli altri, da una parte. Dall'altra, l'azione può essere stata compiuta per "deformazione professionale", dato che era pur sempre un poliziotto, o perché l'aiuto fa parte dei tratti di personalità che, a suo avviso, lo definiscono.

Nel caso della piccola Wang Yue, però:
1. Non ci sono poliziotti fuori servizio, in giro.
2. Non c'è una gran folla, anzi, non c'è proprio nessuno oltre al singolo passante.
3. Non c'è l'apparenza di un omicidio, dato che è una bambina ed è evidente che sia stata investita.
Perché allora nessuno ha fatto niente?
Ci sono diverse colpe.
La prima "colpa" è quella della cultura.
Le società orientali sono una cultura collettivistica; giudizi, atteggiamenti, convenzioni, mirano al bene del gruppo piuttosto che del singolo. Basti pensare che le mamme occidentali, nel giocare coi bambini, esaltano valori come il primato, la vittoria, l'allegria ecc. Le mamme cinesi, invece, esaltano la disciplina, l'onestà, l'interdipendenza - per esempio, danno un gioco al bimbo e si aspettano che lui glielo restituisca.
Sebbene non ci fosse un gruppo di persone, davanti alla bimba, è evidente che i singoli passanti hanno interiorizzato il collettivismo (ma non l'interdipendenza, a quanto pare) della propria cultura al punto da non avvertire alcuna responsabilità.
La Cina, d'altronde, soffre di un sovraffollamento che non si è mai visto nella storia dell'umanità.
Gran parte dei problemi del mondo derivano proprio dal sovraffollamento. In un'intervista, prima della sua morte nel 2009, l'antropologo Claude Lévi-Strauss notava come il mondo fosse cambiato dai tempi in cui svolgeva i suoi studi sulle popolazioni nella foresta amazzonica, quasi un secolo prima.
E a ben guardare, se nel 1900 la popolazione mondiale ammontava a circa un miliardo e mezzo di persone, ora siamo arrivati a ben 7 miliardi. Che sia questo, dunque, che bisogna aspettarsi dal progresso dell'umanità? Escludendo la diminuzione dei campi coltivabili, del bestiame, delle risorse energetiche, escludendo tutti gli abitanti del Terzo Mondo e tutti i poveri sparsi sul globo.
Il futuro dell'umanità sarà dunque l'indifferenza?

martedì 21 dicembre 2010

Sulle manifestazioni a Roma

Di solito non mi interesso alla politica al punto da scriverci un post (per giunta, dopo più di un mese di "silenzio").
Ma è chiaro che viviamo in un paese in rovina, popolato da un buon 70% di idioti che non meritano nulla.
E francamente, se potessi, me ne andrei senza pensarci due volte, perché

ESSERE ITALIANI È VERGOGNOSO
(since 1500 circa)

Ora, riguardo alle manifestazioni. In tv si è parlato in più di qualche trasmissione della rivolta nella capitale. C'è chi ha detto che è stata, logicamente, messa in atto da villani, non da studenti.
Chi dice che c'è un complotto dell'opposizione. Chi vuole l'arresto preventivo (Minority Gasparri) dei "sovversivi". Tutti sono d'accordo sul fatto che la manifestazione sia deragliata in una forma inaccettabile.
Ora, personalmente non posso farmi un'idea perché, per quanto assurda, potrebbe essere vera qualsiasi cosa.
Escludendo un effetto di polarizzazione di gruppo come casus belli (perché i rivoltosi con cappuccio e bavaglio presumo siano arrivati al centro di Roma già ben armati e preparati sin da casa - "Ciao Mamma, esco a manifestare coi miei amici"), ma riconoscendolo come ulteriore fattore scatenante (i manifestanti pacifici possono aver "estremizzato" il corteo per una naturale deviazione dell'intenzione originaria, seppur senza "strumenti" adatti), ebbene, io non vedo perché queste manifestazioni (violente) debbano suscitare indignazione.
Trovo che sia legittimo bruciare roba e rivoltarsi contro le forze dell'ordine, quando un governo calpesta letteralmente i tuoi diritti, operando a suo piacimento. Perché se in tutti gli Atenei si manifesta, se da anni gli studenti si lamentano delle condizioni dell'istruzione, che senso ha continuare nella direzione diametralmente opposta a quella del popolo? Come minimo mi sarei aspettato un'esecuzione pubblica della Gelmini e un assedio al Parlamento, con una donna con un seno al vento che impugna una nuova bandiera e cammina sui cadaveri.
Perché da che mondo e mondo, con le manifestazioni pacifiche non si è mai arrivati da nessuna parte.

Ora, siamo tutti d'accordo sul fatto che la violenza non è una soluzione, e che è ingiusta in ogni caso. E siamo anche tutti d'accordo sul fatto che ognuno abbia diritto a manifestare il suo disagio in maniera pacifica e tutto il resto.
Ma, se io fossi stato a Roma, e se fossi per esempio uno studente di Biologia destinato a una vita di precariato, non sarei sicuramente sceso a manifestare. Perché in fondo Berlusconi ha ragione (“I veri studenti stanno a casa a studiare. In piazza quelli dei centri sociali fuoricorso”): a una giornata di manifestazioni che non portano da nessuna parte (perché non portano da nessuna parte), preferisco stare a casa e studiare, recuperare più tempo possibile per laurearmi al più presto, sfruttare la preparazione dei docenti italiani, acquisire competenze e, si spera, portare poi il mio cervello fuori, a finanziare un Paese che ripaghi i miei sforzi, se non in egual modo, almeno in maniera migliore rispetto all'italia.