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giovedì 3 luglio 2014

Impressioni | Caligo, di Alessandro Scalzo

Alla fine, il grande momento è arrivato.
Non deve essere stata una cosa da niente, avere il peso delle aspettative per il primo autore italiano pubblicato da Vaporteppa. In un certo senso, corrisponderebbe al biglietto da visita della collana, all'emblema, allo stendardo da sventolare con italica fierezza.
Insomma, fossi stato io al posto di Alessandro, un po' di strizza l'avrei avuta.
Ma lo Scalzo vantava già la benedizione della Dea Gamberetta che aveva dato il suo sì al precedente romanzo di Alessandro, Marstenheim (che ho letto e molto apprezzato tempo fa ma, me misero, non ho mai scritto uno straccio di post a riguardo, spero di rifarmi). Insomma, era un autore "raccomandato" nel senso anglosassone, non-italiano del termine (ovvero quando una persona è disposta a garantire per un'altra meritevole, rimettendoci qualora si sbagliasse).
Ma Marstenheim è un'ottima lettura gratuita che potremmo annoverare tra i titoli pionieri dell'autopubblicazione di qualità. I tempi però sono cambiati, e non serve più lottare per dimostrare che venire pubblicati su carta non è necessariamente sinonimo di qualità. Ora è possibile essere un autore meritevole, non al soldo del colosso editoriale, e pubblicare in digitale (e magari avere più successo che se pubblicato solo su carta)

Parliamo del romanzo.
Grandi aspettative, sì, e tutte soddisfatte. In Caligo c'è tutto: umorismo, sense of wonder, ambientazione, trama semplice ed efficace, personaggi credibili. C'è l'italianità sia nei comportamenti che in cibo e bevande, ma c'è anche l'inglesità, con la stessa Barbara Ann, lo zio Watson, i confronti tra culture. E poi ci sono mech, motoruote, scafandri. C'è persino un cinese.
Lo stile essenziale e curatissimo, che già avevamo visto con le precedenti opere gratuite brevi, lo ritroviamo naturalmente anche qui, e garantisce una lettura che non stanca mai, nonostante la normale alternanza di picchi di climax, e non incappa mai punti morti o poco interessanti. Laddove mancano le scene d'azione, concitate, trovano spazio l'umorismo, l'approfondimento del background, la "semina" di pistole di Čechov. La lettura insomma è gradevole, spedita, e persino io, che sono un lettore lentissimo e pignolo (ricordo lo Slow Reading Manifesto), ho impiegato, stando alle statistiche del Kobo, solo 6 ore (cioè 4-5 ore per un lettore normale e non bradipo come il sottoscritto.)
Una cosa che ho immensamente apprezzato del romanzo è il sense of wonder che ormai avevo praticamente dimenticato. Vuoi perché i gusti son quelli, vuoi perché la cosa mi affascinava e addirittura alcune idee sono simili a quelle che uso nella mia ambientazione (in futuro maggiori informazioni), ma il background in Caligo è naturale, credibile, affascinante. Le onde Z e i loro effetti sulla popolazione, per esempio, non sembrano un artificio di finzione, ma si inseriscono con naturalezza e si incastrano in maniera coerente con i personaggi della storia che per esempio, quando il rolmetro segna valori troppo alti, son costretti a starsene a casa a dormire. Lo stesso vale per l'uso delle droghe (leggasi l'utilissimo approfondimento del Duca in appendice), e per altri aspetti del romanzo.

Vaporteppa quindi non si smentisce e sfodera un'opera all'altezza delle aspettative, divertente, interessante, ben curata, ma soprattutto nostrana. Potete leggere il post di presentazione direttamente da Vaporteppa, e acquistarlo da Amazon per i Kindle o da Ultima Books per tutti gli eReader e tablet.

domenica 8 giugno 2014

Impressioni | Mini carrellata letteraria primaverile 2014

Quando posso cerco di dedicare un post a un romanzo, anche se il romanzo in questione era troppo noioso da finire di leggere. Talvolta mi capita anche di leggere qualcosa e poi non parlarne sul blog, perché non ho niente da dire o non fregherebbe a nessuno (capita solitamente coi classici, per esempio lessi Papà Goriot ma non mi sembrava di avere nulla di intelligente da dire, e di solito mi capita con tutti i classici).

L1L0, di Pippo Abrami. Una delle prime pubblicazioni gratuite di Vaporteppa. Un racconto scritto molto bene, farcito di umorismo efficace, all'interno di un storia dal ritmo incalzante. L'automa dall'umorismo ebraico richiama ovviamente il Golem della tradizione ebraica medievale, e questo blend è succulento per noi che pur avendo amato il fantasy e il folklore medievale, siamo stanchi e troviamo nello steampunk qualcosa di più attraente. Direi che il punto forte di L1L0 sia proprio questo.



I robot di La Marmora, di Alessandro Girola. L'idea di base mi piace (1864, un'astronave aliena finisce sulla Terra, alcuni alieni si alleano con gli austriaci, altri invece col Regno d'Italia, e la loro tecnologia li porta a creare dei robottoni giganti pilotati da soldati, dal sapore trash niente male) e ho molto apprezzato il fatto che l'idea non sia stata presentata subito (sinossi a parte), anche se poi viene fatto in maniera un po' (molto) infodumposa. L'infodump infatti è costante, sia da parte del narratore sia nei dialoghi, dialoghi che suonano perlopiù telenovelistici. Nel complesso, a mio parere, si poteva valorizzare sviluppando il tutto in maniera più accurata.



La maschera di Bali, di Francesco Durigon. Altra pubblicazione gratuita di Vaporteppa. Non voglio dire che mi sia piaciuto meno di L1L0: in realtà, per quanto la collana sia la stessa e di conseguenza anche il genere/sottogenere, di fatto L1L0 è pervaso dai toni umoristici dell'automa (e io da un po' di tempo sono interessato ai meccanismi della comicità), mentre La maschera, che punta più sull'azione, ha dalla sua la componente di magia/divinazione, che in un'ambientazione vittoriana/ottocentesca ha il suo enorme fascino (noi amanti del fantasy medievaleggiante non possiamo che essere altrettanto attratti dal '700 alchimistico e dall'800 gotico, in stile Lestat ecc.).
Tuttavia non mi soddisfa completamente. Lo stile è ottimo e le premesse anche: capisco che con un "budget" di parole limitato sia difficile, ma personalmente avrei ristretto lo scenario, eliminato un pov (su queste brevi distanze, due sono già troppi) e dosato il ritmo, mostrato di più i "demoni", e magari sostituito gli epiteti del tipo "bastardi" che alla lunga stancano e suonano ridicoli. Ad ogni modo la qualità è ottima e spero di poter leggere qualcos'altro di Durigon, in futuro (che detto tra noi, ha un cognome fighissimo).

Gli dei di Mosca, di Michael Swanwick. Dal punto di vista editoriale, è encomiabile il modo in cui Vaporteppa, piccola collana di nicchia, abbia potuto lanciare come primo titolo un'opera straniera, inedita in Italia, di un autore già affermato a livello internazionale.
Tuttavia Swanwick non lo conosco bene, e Gli dei di Mosca pare essere un'opera un po' atipica rispetto a quanto di solito produce l'autore. Come ho accennato prima, sono molto attratto dalla comicità, e Surplus è un personaggio simpaticissimo che mi ha fatto molto apprezzare il romanzo, insieme ad altre trovate umoristiche sparse. Devo ammettere però che lo stile di Swanwick fa perdere qualche punto al romanzo, e l'ideale per poterselo godere appieno è combinare il piacere dell'umorismo con l'amore per il bizzarro (non siamo ai livelli di Carlton Mellick, ma comunque del bizzarro c'è). Ho avuto già modo di parlarne, ma lo ripeto: chiunque stia supportando il progetto di Vaporteppa è sicuramente in attesa di opere nostrane, e i due racconti gratuiti finora pubblicati sono già un ottimo biglietto da visita, a mio avviso. Tra Gli Dei di Mosca e le opere gratuite pubblicate c'è un abisso quanto a stile: Swanwick ha i suoi pregi, ma lo stile non è propriamente uno di questi, al contrario di L1L0 e La maschera di Bali, stilisticamente curatissimi, impeccabili. Questo è l'unico mio scetticismo nei confronti della scelta dell'opera di Swanwick come prima pubblicazione.

Fight Club, di Chuck Palahniuk. Se c'è una cosa che evito, è leggere i romanzi dopo aver visto il film. Quando parlo con amici o altra gente di un film tratto da un romanzo, mi sento dire per la maggior parte delle volte (letteralmente): "Sì, ma vuoi mettere? Il libro è molto meglio", e con molta probabilità questo è dovuto alla desiderabilità sociale e all'accezione positiva "a priori" con cui vengono considerati i libri. No, non sempre "il libro è molto meglio", anzi, spesso i romanzi sono scritti coi piedi e gli sceneggiatori fanno un ottimo lavoro di riscrittura, visto che devono colmare le lacune narrative con alternative efficaci, che siano godibili per il pubblico (come se per la narrativa non fosse così, ma si sa, soprattutto in Italia vige il trend del non rispettare le regole pur non conoscendole, il trend del produrre generica "arte", il trend del perchéssì, perchéèfantasy, ecc.).
Ad ogni modo, Palahniuk mi piace e ho voluto leggermi tutto ciò che ha scritto, lasciando per ultimo Fight Club, visto che è in uscita il seguito. Come (quasi) ogni sua opera, mi piace, fa sempre centro. Non posso fare a meno di notare come, nonostante la sua buona tecnica, ogni tanto viene meno al suo stesso principio di Submerging the I, e un po' mi lascia l'amaro in bocca, proprio come quando dopo aver letto On writing di Stephen King rimasi deluso nel leggere avverbi in -mente, forme passive e "verbi dire pompati di steroidi" - sebbene nelle sue opere tradotte.
Comunque sia, un aspetto positivo del romanzo dopo aver già visto il film è che, a parte quel tipo di comunicazione che solo la narrativa può trasmettere e non il cinema, diverse parti, finale incluso, sono diverse, nelle due versioni.

P.S. Brace yourselves, può darsi che prossimamente farò un'altra carrellata simile, perché sono troppo pigro per scrivere post decentemente lunghi su una sola opera, e anche perché il 90% delle volte: 
1. l'opera fa schifo perché è scritta coi piedi, ed è inutile stare a sottolineare aspetti stilistici ovvi a chiunque. 
2. l'opera è bella perché è scritta bene, ed è inutile stare a sottolineare il perché è scritta bene.
Di tanto in tanto capita qualcosa di così buono da meritare elogi specifici, o qualcosa di brutto che però ha aspetti positivi che meritano menzione.
Sempre che a qualcuno freghi qualcosa, ovviamente.

sabato 26 aprile 2014

Vaporteppa, Gli dei di Mosca di Swanwick, e l'editoria fatta bene

Chi mi ha tra gli amici su Facebook o mi segue su Twitter o su Google+ avrà avuto modo di assistere ai miei like, reblog e post vari a supporto di Vaporteppa.
Qualcuno potrebbe non aver chiaro di cosa si tratta, per cui eccomi qui a spiegarlo (e probabilmente a dire cavolate e danneggiare l'immagine di Vaporteppa, del Duca e di Tombolini con la mia inettitudine).

Partiamo dall'inizio.
Tombolini è il fondatore di diverse aziende, tra cui Simplicissimus Book Farm (quando, nel 2011, acquistai dalla Mediaworld il mio primo eReader, il Cybook Opus della Bookeen, sulla scatola c'era incollato il logo di Simplicissimus, e se non sbaglio potevi scaricare qualche titolo con un codice ecc.: questo è come l'ho conosciuto io.). A lui appartengono Ultima Books, piattaforma di distribuzione di ebook, e Narcissus, una piattaforma di self-publishing dove puoi autopubblicarti in maniera adeguata (con tanto di software per la corretta impaginazione dell'ePub ecc.)
Tombolini è quindi un imprenditore, e chi lo segue su Twitter, sul suo blog ecc., saprà che è competente in ciò che fa, al contrario del 90% degli imprenditori italiani, e soprattutto è palesemente appassionato in ciò che fa. Recentemente è diventato editore, con Antonio Tombolini Editore.
Vaporteppa è una collana di Antonio Tombolini Editore, affidata alla guida di Marco Carrara, meglio conosciuto nei peggiori bar di Caracas come il Duca.
Il Duca lo ricordiamo per tutti gli articoli specialistici su armi, armature, ed editoria, con Baionette Librarie, e per tutto ciò che riguarda la scrittura, soprattutto l'editing con Agenzia Duca. Il Duca condivide con Gamberetta l'attitudine verso la scrittura e la fiction, e chi conosce Gamberetta ha già capito di cosa si parla (tanto per dirne una, la capacità di riconoscere gli autori e gli editori che ti prendono in giro con delle porcate spacciate per narrativa). Il Duca nutre una passione profonda per la narrativa, lo conosco da 7 anni ormai, e nell'adolescenza mi ha assistito nella scrittura e nella lettura, aiutandomi molto nella crescita "intellettuale" condividendo con me diversi suoi interessi (ovviamente mi riferisco alla sua passione per il lulz, il bizzarro, fatine nude, coniglietti, e roba sconcia: se avessi lasciato il mio computer in mani sbagliate, sarei stato rovinato a vita).
Non posso quindi che avere la più completa fiducia in questo progetto.
Per avere maggiori informazioni si può visitare il sito.
In sostanza, Vaporteppa...
ha la missione di fornire buona narrativa fantastica, principalmente di autori italiani, possibilmente con elementi retrò ispirati al Lungo XIX Secolo. 
Ci occuperemo di narrativa fantastica in generale: Fantascienza, Science-Fantasy e un po’ di Fantasy, possibilmente non medievaleggiante e niente paranormal romance. Anche l’horror va bene, purché ricada anche in uno dei tre generi indicati prima. Ovviamente New Weird e Bizarro Fiction, ricadendo nei macro-generi indicati prima, vanno bene anche loro.

Al momento, Vaporteppa ha pubblicato un'opera di Michael Swanwick fino a questo momento inedita in Italia, Dancing with Bears, col titolo Gli dei di Mosca, al prezzo di 4,99€, un prezzo onestissimo (soprattutto considerando che è un titolo straniero, con tutto ciò che comporta, dalla traduzione ai diritti, ecc.). Si può comprare da Amazon o su Ultima. Potete anche leggerne l'anteprima, ovviamente, gratis (Non è ovvio, molte case editrici non permettono di leggere l'anteprima di un romanzo; e in certi casi, se è disponibile, è anche a pagamento - sì, roba da matti). Per maggiori informazioni sull'opera, seguite i link sopracitati. Se non ci sono domande, sparatevelo subito sul Kindle o su qualsiasi eReader o tablet possediate.

Perché segnalo Vaporteppa?
Il motivo principale è che sono fiducioso: durante questi anni di università pensavo: "Wow, sarebbe mitico se il Duca decidesse di aprire una specie di casa editrice digitale indipendente con cui lanciare opere potenti, meritevoli, in grado di pisciare in testa a tutte le schifezze pubblicate dai colossi e imposte sul mercato, portando infamia sui generi che tanto ci piacciono". Verso la fine di questo mio ultimo anno di università il sogno è diventato realtà, e non posso che esserne soddisfatto e avere grandi aspettative per il futuro.
Un altro motivo importantissimo è che al contrario di tutte le case editrici, Vaporteppa non solo ha un target specifico, forse un po' di nicchia, ma al contempo anche abbastanza flessibile, come abbiamo visto: oltre al target, essenziale è la qualità delle opere, e per fare ciò:
Non pubblichiamo le opere nuove così come ci arrivano: ogni opera scelta per la pubblicazione verrà studiata e sottoposta, lavorando sempre assieme all’autore, a revisione ovunque ritenuto necessario. Se non intendi lavorare seriamente sulla tua opera, non proporla nemmeno.
Non pubblichiamo “persone”, pubblichiamo opere: se la tua opera non soddisfa criteri minimi di qualità non ci importa se sei figlio di un senatore, nipote di un cardinale, giornalista della Busiarda o se hai già pubblicato venti titoli con Einaudi e Feltrinelli. Ad altri interesserà moltissimo: vai da loro.
Le case editrici classiche non hanno questo tipo di rapporto con gli autori (a meno che questi non siano best seller come Fabio Volo o simili). Vaporteppa dice: "Ok, la tua opera potrebbe andarci a genio, vediamo un po' com'è, e qual è la tua abilità: se sei valido, ti addestriamo nella Scuola di Ardimento, così da renderti un bravo scrittore e produrre opere interessanti di massima qualità che in seguito potranno essere pubblicate".
Nessuna casa editrice collabora con gli autori, istruendoli e migliorandoli, per quanto ne so.
Tutte le premesse sono ottime, la mia fiducia è totale e le mie aspettative sono grandi: sarò dunque molto critico (per quanto questo possa interessare a chicchessia) nei confronti dei futuri sviluppi del progetto. Per esempio, nonostante la scelta adeguata di Swanwick come prima opera, sono (come molti) ansioso di leggere autori nostrani. Mi piacerebbe qualcosa sullo stile di Soldati a vapore di Diego Ferrara, per esempio, opere avvincenti facilmente proponibili alla HBO per farci una serie accattivante e di successo, stile Game of Tornio.
Insomma: ecco Vaporteppa. Ecco il primo titolo, Gli dei di Mosca. Restiamo sintonizzati e appoggiamo Vaporteppa: qui si fa la buona editoria o si muore!

sabato 30 marzo 2013

Impressioni | Soldati a vapore, di Diego Ferrara

Soldati a vapore è una novellette di Diego Ferrara, pubblicata online e disponibile qui, su Ultima Books - a breve sarà pubblicata su altri negozi online (anzi, forse, mentre scrivo, è già stata pubblicata altrove).
Ho avuto l'onore di leggere l'opera in anteprima e sono rimasto di stucco. Il 90% e più della narrativa che si trova in giro è scarsa o nella migliore delle ipotesi discreta. Online è possibile leggere qualcosa di buono se si sa cercare bene.
Quando ho cominciato a leggere Soldati non mi aspettavo dunque un capolavoro, ero pronto tanto al romanzo scarsino quanto a quello sufficiente.
Invece l'apertura dell'opera mi ha subito convinto, è bastato poco per capire che era scritta in maniera magistrale. Ed è il termine migliore, perché effettivamente uno scrittore che legge Soldati ha un'utilissima fonte di apprendimento tecnico (o di imitazione, a ognuno il termine che preferisce).
Siamo in un 1848 ucronico in cui gli italiani, a bordo di mech - i Manzetti -, affrontano gli austriaci, anch'essi "motorizzati" - coi Krebs -, che rappresentano una seria minaccia per la nazione, in quanto in possesso di una superarma, per citare la sinossi.
Soldati è narrato in prima persona. I personaggi sono veri, credibili, sanno essere divertenti ma anche interessanti. I dialoghi sono naturali, non ci sono scene morte, filler, è tutto essenziale e accattivante.
Lo stile è azzeccatissimo, asciutto e carismatico: la storia non potrebbe essere raccontata in maniera migliore. Le azioni sono mostrate, i dettagli rendono palpabile l'atmosfera.
Lo stile è magistrale perché unisce l'affidabilità della prima persona con un linguaggio “personalizzato”, che ha carattere, con metafore e similitudini semplici, originali, adeguatissime e graficamente rappresentative.
Un esempio a caso:
(...) Mentre **** ha lottato valorosamente contro i Krebs finché questi ultimi, in soprannumero, non sono riusciti a oltrepassare le protezioni dorsali e lo hanno tagliuzzato come una zucchina.
Un esempio meno a caso:
Intanto tengo il sigaro lontano dal naso, come farei con uno che ha parenti viennesi.
Parlare di genere narrativo è sempre un po' difficile. In questo caso, a farla da padrone è l'azione/guerra. Sostanzialmente, è di questo che parla la storia. Secondariamente è steampunk, perché il ruolo dei Manzetti e compagnia è comunque molto significativo. Per ultimo, come sub-sub-genere, io ci metterei comedy-drama, forse perché è un sottogenere che mi piace, o forse semplicemente perché figurano contenuti drammatici trattati con umorismo nero, difatti nel complesso l'equilibrio della storia non si scompensa mai a favore di un versante piuttosto che l'altro (drammatico piuttosto che comico), e anzi, il ritmo degli eventi insieme allo stile mantengono un ottimo ritmo fino alla fine.
Soldati a vapore è il tipo di storia che mi piacerebbe vedere come serie tv ad alto budget. Così come Romanzo Criminale  la serie - l'unica serie tv italiana degna di stima anche fuori dallo stivale -, che mi risulta passino sulla tv via cavo americana in lingua originale coi sottotitoli, ecco, mi piacerebbe vederci pure Soldati. Spaccherebbe.
Diego sarà allo SteamCamp, quindi chiunque sia interessato può anche beccarlo lì a presentare Soldati e non solo.
Vi lascio con un'anteprima dell'opera. Si tratta praticamente dell'intro, Il brodo delle Mec. Mi piace perché è la maniera esatta in cui andrebbe usato il "tell"* (questo per sfatare il mito che lo show è sempre e comunque cosa buona, e anche per chiarire che un'opera di narrativa non si regge su banalità del tipo "Lui era teso").
Buona lettura!

0. Intro(Il brodo delle Mec) 
dal “Diario di Guerra” di Giuseppe Basile 

dintorni di Pozzolengo – 16 giugno 1848 
A me il brodo fatto col cervello dei crauti ha sempre fatto schifo, lo dico chiaro e tondo. C’è chi continua a ripetere che ci si fa l’abitudine – qualche genio ha il coraggio di sostenere che col tempo diventa addirittura buono – ma per me ficcare il naso in quella sbobba è come mettersi a baciare il culo di un cane. Come ci si può abituare a una merdata simile? Se non sbaglio il primo a raccontarmi che era solo questione di tempo era stato un certo Gianetti, mentre camminavamo verso il comando di battaglione con gli ordini nel tascapane e una torma di pensieri confusi su ciò che ci aspettava al di là delle colline. Il punto è che ti ci devi abituare per forza, era stato il suo ragionamento. Al rientro da un assalto bisogna bere, è tradizione. Sono ammesse defezioni solo se un Krebs ti ha staccato una mano e riesci a filartela in infermeria per direttissima. Oppure se i crauti ti hanno fatto secco. Sono passati quattro mesi da quel giorno, e il ricordo è stato sommerso da ciò che ne è seguito: un’alta marea di grida, boati e sinistri cigolii. Ma era tutto vero. Prima dell’inizio della primavera lo avrei constatato più volte di quante avrei desiderato.
Ai Pulcini è Costa che prepara il brodo, perché da civile faceva il barista a Pavia. Insomma, è quello con le qualifiche. La procedura è semplice: si prende un crauto – vivo è molto meglio, ma se proprio non si trova va bene anche morto – e mentre quello piange e strilla nein! Bitte nicht! gli appoggi il bordo di un bossolo da 120 sopra l’orecchio e cominci a menare forte con la mazza da cinque chili. C’è  un punto preciso (Costa sa benissimo dov’è) che se lo prendi, con due o tre colpi ben piazzati la calotta cranica del crauto salta via come un tappo di prosecco. Il cervello, sotto, è grigio e bitorzoluto. Bisogna scalzarlo con un grosso cucchiaio e poi tagliare. A questo punto viene fuori parecchio sangue, ma tanto nessuno ci fa caso: stanno tutti lì incantati a vedere quella roba grigia nelle mani di Costa che con aria  cerimoniosa la ficca nell’Elmo Potorio, a bagno nella mistura di grappa e olio lubrificante. Stando alle parole del tenente Bregoli, l’olio del Manzetti dovrebbe essere il fottuto sangue nero delle nostre vene. L’Elmo Potorio per noi ha lo stesso valore di un artefatto magico. È la nostra Cornucopia. È il primo pickelhaube catturato dai Pulcini da quando il battaglione è stato assegnato alla zona del Mincio, nel febbraio scorso. Ormai possiede la sua aura di leggenda. Quando non serve per bere il brodo, Costa lo tiene appeso al posto d’onore dietro il banco, insieme a un sacco di altra roba rastrellata sul campo di battaglia: croci di ferro, sciabole, stivali, il cranio di un colonnello crauto di cui non ricordo mai il nome (comunque il cranio è stato ribattezzato Joseph, in onore del sommo bastardo gran comandante di tutti i crauti). Sono cimeli che la compagnia conserva a memoria della sua gloria imperitura. C’è perfino un folgoratore da Wanderer intero, anche se un po’ carbonizzato, che punta il suo naso mortale verso il soffitto. Costa lo adopera come rastrelliera per i bicchieri.
Per finire il discorso, si lascia il cervello del crauto a macerare per mezz’ora, finché non ha preso quel gusto odioso di culo di cane. Un sorso a testa, dice a quel punto Costa (come se ci fosse qualcuno così coglione da scolarselo tutto!) e l’Elmo Potorio passa di mano in mano finché non è stato svuotato. Una volta finito, si butta via il cervello, poi l’Elmo viene sciacquato, asciugato con cura e torna al suo posto dietro il banco.
È così che si fa il brodo da noialtri delle meccanizzate.
Se lo racconti, la gente non ci crede.
____
¹ Perdonando imprecisioni tecniche, ho usato il termine "tell" nel senso opposto di narrazione "corrente" di eventi (narrazione di eventi continuativi scanditi "a passo d'uomo", non nel senso stretto di riassunto di eventi (l'accezione effettiva). Un narratore prima persona (protagonista) che racconta ciò che pensa/ricorda di per sé è ovviamente in azione, ma soprattutto l'intera questione narrativa va inquadrata nello stile adottato (diaristico, per esempio, epistolare ecc.). Bisogna notare comunque che anche all'interno di questa cornice stilistica, ci sono comunque narrazioni buone (per esempio, la narrazione adottata in Survivor di Palahniuk, simulata come registrazione audio per la scatola nera dell'aereo dirottato dal protagonista) e narrazioni cattive (per esempio, Norwegian Wood di Murakami, un grosso tell introspettivo deprimente non meglio definito).

venerdì 6 luglio 2012

I 36 saggi sulla scrittura di Chuck Palahniuk: due parole

chuck palahniuk saggi sulla scritturaOk, mettiamola così: tra il 2005 e il 2008 Palahniuk ha scritto 36 saggi sulla scrittura nel corso di un vero e proprio workshop online, i cui partecipanti eseguivano gli esercizi consigliati e ci si scambiava opinioni su quanto prodotto; questi saggi sono stati pubblicati sul sito di Palahniuk ma in affiliato con litreactor.com, altro sito, così che per poterli leggere era necessario essere iscritti a quest'ultimo con un account premium (sì, bisognava sborsare qualche dindino), e mi sembra di capire che i diritti su questi saggi sono sì di Chuck, ma la "distribuzione" è ristretta al sito Lit Reactor.
Morale della favola: per leggere questi saggi bisogna sottoscrivere un abbonamento di 9$ al mese al sito sopracitato.
Se ve lo state chiedendo: no, non esiste alcuna pubblicazione cartacea. Personalmente sono rimasto interdetto: sono poche pagine, si poteva benissimo pubblicare un piccolo, economico, innocente paperback, come l'On writing di Stephen King.
Perché? Perché con un po' di attenzione i saggi di Palahniuk si trovano facilmente in p2p.
Cercando "On Writing Stephen King pdf" Google ci dà addirittura, come primo risultato, il link di un ottimo file, questo (incredibile, questi russi ci tengono proprio alla preservazione della letteratura occidentale).
Per i saggi di Palahniuk, invece, non esiste cartaceo, quindi i fan - i fan "scrittori" - non potrebbero mettere in libreria il volumetto, ma sarebbero costretti a scaricarlo - o meglio, o fare l'abbonamento a Litreactor, accedere ai contenuti riservati, copincollare ogni singolo saggio in un file di testo, formattarlo e crearsi un ebook, eventualmente da stampare e scarabocchiare. Io il libricino di King, in illo tempore, lo comprai in libreria, lo lessi e lo rilessi e lo imbrattai da cima a fondo di annotazioni.
Insomma, mi dispiace per Chuck. Avrebbe tirato su qualche dollaro in più.

Veniamo ai saggi.
Qui potete trovare l'indice dei saggi con una brevissima sinossi per ciascuno.
In questa sede mi limito a una manciata di riflessioni.
Prima di tutto qualche critica.
Mi sorprende che Palahniuk quasi giustifichi l'infodump. O meglio, si salva in calcio d'angolo dicendo che non deve essere lungo, annoiare il lettore, o rallentare/interrompere il ritmo della narrazione. Si salva di nuovo quando sostiene che l'infodump del personaggio deve essere coerente col suo bagaglio culturale (cioè, deve limitare gli argomenti a una gamma ragionevole, il personaggio non può sapere tutto di tutto senza che il suo background giustifichi la cosa).
Nelle sue opere Palahniuk non cade nell'infodump, perché praticamente sempre il narratore corrisponde al protagonista, quindi con una narrazione in prima persona il rigurgito di informazioni è ok, perché fa parte - secondo una prospettiva prettamente focalizzata sulla verosimiglianza - del flusso di pensieri del personaggio, della sua stessa personalità.
E a proposito di prima persona, Palahniuk sostiene che la sua scelta sia preferibile, per vari motivi - empatia col lettore, minore distanza, credibilità ecc. Ma affronta solo perifericamente la giustificazione dell'uso di quella persona.
Cioè, vada per una narrazione epistolare, o diaristica, o con qualsiasi altro mezzo di comunicazione - in Survivor la narrazione corrisponde a quanto registrato dal protagonista nella scatola nera dell'aereo che sta dirottando. Ma una prima persona che dal nulla si mette a narrare, avulsa da un contesto comunicativo può benissimo - a mio avviso - essere sostituita da una terza persona. Insomma, la scelta del narratore va fatta in funzione dello scopo che si è scelto per la propria storia, dell'effetto che si vuole dare, ecc.
Altra cosa: Bury a gun. Nei saggi Palahniuk riprende il principio del Fucile di Čechov e vi aggiunge il principio di "seppellirlo". Ovvero: presentare un elemento significativo per le sorti della storia - non necessariamente un'arma, ma qualcosa di importante per lo sviluppo degli eventi -, nasconderlo per il resto di essa, e riesumarlo e usarlo nel momento in cui è necessaria una svolta, per dare gas al climax.
Secondo Palahniuk è una strategia efficace; il lettore presterebbe poca attenzione alla presentazione dell'arma, così quando la si riprende per risolvere il conflitto, verso la fine, ne è sorpreso. Questo, a mio avviso, si scontra contro quanto detto inizialmente da Palahniuk stesso, ovvero che il lettore è più intelligente di quanto immagini. Quante volte, all'inizio di un film, vediamo l'arma che viene presentata e subito nascosta, e diciamo a voce alta: "Ecco, scommetto che alla fine succede questo..."

cereal guy meme
A Cereal Guy piace quest'elemento.

Anni e anni di film saranno serviti a qualcosa, no?
Non dico che Nascondere l'arma non sia un principio valido. Sicuramente lo è, ma se usato in maniera creativa: di film con una'arma nascosta e riesumata ce ne sono a bizzeffe, e nella maggior parte si può intuire subito quale sia l'arma e che ruolo avrà alla fine.

Va bene, basta piccoli rant.
I saggi di Palahniuk sono molto interessanti, anche se a livello "tecnico" si pongono molto più sulla gestione della trama che sull'uso delle parole - semantica, più che sintassi -, cosa che invece troviamo in King (non usare gli avverbi in -mente, non usare i passivi, non usare i "disse" pompati di steroidi, ecc.).
Spezzo una lancia a favore di Palahniuk: nel corso dei saggi sottolinea più di qualche volta che le sue non sono regole, ma suggerimenti che si adattano al suo modo di scrivere, e che vanno presi per buoni nel momento in cui, dopo averli applicati, li si riconosce come buoni personalmente. Per esempio, lui sostiene che le storie più interessanti siano quelle narrate in forma non-lineare, quindi con particolari cornici narrative - secondo la sua denominazione, per esempio, la Big 'O' consiste nel cominciare dal momento della fine della crisi per cadere in un lungo flashback. Ovviamente, questo riguarda il suo metodo di scrittura. Io non riuscii a continuare Cime tempestose proprio a causa del flashback che costituiva la doppia cornice narrativa, e mi annoierei a scrivere una storia allo stesso modo - per cui prendo per buono il concetto che mi trasmette Chuck, ma non lo reputo dogmatico.

Essendo questa una raccolta di saggi, non si può dire che sia un manuale; ad ogni modo ne consiglierei la lettura solo se alle spalle si hanno precedenti letture di altri manuali di scrittura: questi saggi potrebbero costituire più una buona integrazione teorica che un punto di partenza.

sabato 7 aprile 2012

Impressioni | Cavie, di Chuck Palahniuk


Questo è il secondo romanzo di Palahniuk che leggo. Non sono il suo fan numero 1 (lo sto diventando già da Choke), quindi prendete i miei pareri per quello che sono.
Ho cominciato a leggere Cavie (titolo originale: Haunted) dopo aver letto degli effetti, ehm, "psicosomatici" (leggasi: svenimenti e impellenti bisogni organici) indotti dai reading del primo racconto di questo romanzo, Budella (Guts). Una narrazione così potente, al punto da far svenire, dev'essere magistrale. Questo viene da pensare! E pare anche un'ottima pubblicità per l'autore.
Ho cercato un po' sul web qualche recensione, e ho trovato molti - troppi - pseudo-intellettuali, i soliti scrittori che estrapolano grande arte e filosofia anche quando non dovrebbero (e lo fanno col grande stile dei refusi e simili). Ma devo ammetterlo, Cavie si presta (come ogni romanzo di Palahniuk) a "interpretazioni" di livello più alto; non campate in aria, ma l'esplicito messaggio che traspare dalla storia.
Si può riassumere come un Decameron macabro. Anche se fino alla fine ho pensato di non essere stato attento durante la lettura, ho scoperto che no, in effetti, l'uso della prima persona per tutto il romanzo non è riferito a un personaggio specifico. Ad essere sinceri, dapprima il narratore dice di essere San Vuotabudella, poi però parla di quest'ultimo in terza persona e per il resto del romanzo la prima persona rispecchia il pov del personaggio protagonista di ogni racconto.
Ad ogni modo, pare che non sia il miglior romanzo di Palahniuk, così dicono. Rispetto a Choke, in effetti, Cavie mi è sembrato meno coinvolgente. La linea principale della storia (gli scrittori rinchiusi nel teatro, ognuno con una propria storia, in risposta a un appello che offriva un "Rifugio per scrittori") non è molto interessante. Lo sarebbe se non fosse che il fulcro dell'opera sono i (numerosi) racconti, che distolgono un po' l'attenzione, e sono in effetti narrati in maniera più coinvolgente rispetto alla linea principale.
La parte della storia che riguarda la prigionia degli scrittori è scritta in un modo "esagerato". L'autolesionismo e i pensieri di fama portati all'estremo vengono amplificati e resi macabramente comici, ma allo stesso tempo risalta lo squallore del pensiero moderno, l'insoddisfazione dell'uomo. Questo elemento di esagerazione e satira, in un primo momento, non lo avevo colto, o meglio, non pensavo fosse il motivo di quello stile.
Mi sembrava verosimiglianza a bassissimo livello, più da telefilm che da romanzo. Rappresentazione distaccata dell'orrido intesa come strategia atta a voler sconvolgere il lettore con la freddezza ma invano, un tentativo fallito che risulta solo poco evocativo. Poi ho capito che l'intenzione era appunto quella della "tragicommedia" (in senso molto lato, lasciatemelo dire) e nessun'altra. (Credo.)
I racconti sono belli; certo, alcuni - come quello di San Vuotabudella - sono molto più belli di altri, ma ognuno ha un suo perché. C'è un'alta dose di surreale, laddove l'argomento non è il sesso. Ma i nuclei di tutte le storie sono la morte e i paradossi della società moderna. In certi momenti, ho pensato di stare leggendo vagamente uno Stephen King dallo stile più asciutto.
Cavie non sarà il migliore romanzo di Palahniuk, lo riconosco; senza dubbio però questa è un'affermazione banale, dato che il peggior Palahniuk sarà sempre diversi gradini al di sopra di molti scrittori.

mercoledì 22 febbraio 2012

Segnalazione: Assaggi d'autore, Geralt di Rivia

Geralt di Rivia The Witcher videogioco romanzo fantasy Andrzej Sapkwowski Non troppo tempo fa ho pubblicato un piccolo elenco di libri che non finirò mai di leggere (questo è il post).
Alcuni erano davvero tremendi, altri invece avevano qualcosa per cui potevano salvarsi. Tra questi, La spada del destino, di Andrzej Sapkwowski, si caratterizzava per uno stile migliore di tanti altri fantasy, ma cascava sui dialoghi e diversi luoghi comuni.
Dato che il post si chiamava "Libri che non finirò mai", questo significa che il mio parere si è basato sulle prime impressioni - per cui molto discutibile e sicuramente soggettivo. Nei commenti è infatti emerso che Andrzej Sapkwowski non fosse così male. Ma io ho alzato le mani e ribadito le mie impressioni.

Barbara Trianni, responsabile dell'ufficio stampa dell'editrice Nord, mi ha segnalato un'iniziativa che riguarda proprio i romanzi di Andrzej Sapkwowski. In occasione dell'uscita del Sangue degli elfi, l'ultimo romanzo di Sapkwowski, è possibile (cliccando qui per esempio) poter scaricare gratuitamente un ebook che contiene tre estratti, uno per libro, da Il guardiano degli innocenti, La spada del destino e Il sangue degli elfi - che uscirà domani.
L'iniziativa mi sembra buona, si può leggere, avere un'idea e decidere se continuare o se non fa al vostro caso.
Oso aggiungere che queste iniziative dovrebbero essere la norma, per tutti i romanzi (ma anche per le non fiction) e per tutte le case editrici. Il Duca ha anche approfondito ulteriormente la questione, per quanto riguarda le anteprime e altri modi di trattare il lettore.
Ad ogni modo, è gratis, quindi chiunque non abbia letto Sapkwowski e ne avesse voglia, può scaricarsi l'ebook per poi decidere cosa fare.

lunedì 19 dicembre 2011

Impressioni | Soffocare, di Chuck Palahniuk

soffocare choke chuck palahniuk romanzoSoffocare (Choke) è un romanzo di Chuck Palahniuk, l'autore di Fight Club - gran film. Come succede spesso, Palahniuk, sebbene sia famoso, è ricordato principalmente per il film Fight Club. Non che non gli sia riconosciuto il genio narrativo, ma sembra che prima venga il film cult, poi lui.
Palahniuk è un autore geniale. Mi dispiace constatare che su internet ci sono aforismi in stile Fabio Volo o Oscar Wilde, non so se avete presente, quella roba vuota che vuol essere piena di significato, che la gente prende e ci fa i link su Facebook per sentirsi profonda e complessa come se l'avessero inventata loro, per crogiolarsi un po' nella gloria altrui.
Dicevo, Palahniuk è geniale. Non si possono fare aforismi o particolari citazioni, non per Soffocare, almeno, perché fuori dal contesto suonano a mio avviso frasi insulse, come l'ennesima banalità alla Volo.
Questo romanzo è un'opera bellissima che secondo me non può essere analizzata se non in maniera olistica - niente frammenti, brani, aforismi.

I pregi del romanzo sono diversi. Non ho trovato nemmeno una pecca, niente. Potrei sbagliarmi, potrei aver preso un abbaglio, ma così, su due piedi, al pieno (o almeno credo) delle mie facoltà mentali, posso dire che è un autore difficile da eguagliare: in alcuni punti mi affliggevo nel realizzare che trovate simili io non le avrei mai avute. O almeno, non così tante e in un solo romanzo.
Palahniuk è asciutto e chiaro. Le parole presenti nelle pagine sono essenziali, mai superflue, ma riescono a spiegare tutto in maniera precisa, con metafore, personificazioni.
C'è umorismo, ironia. Tutto ben riuscito.
Il narratore è il protagonista, quindi prima persona, al presente, che si alterna con flashback in terza persona. Libero di un narratore estraneo (sebbene, nei flashback, divenga un narratore intrusivo ma decisamente coerente col resto), Palahniuk dà il massimo, riesce a mostrare in maniera vivida e allo stesso tempo discutere di problemi umani, esistenziali, il nichilismo dell'uomo moderno, il tutto senza risultare noioso, ma coinvolgente e credibilissimo.
C'è da dire che un asso nella manica di Palahniuk sta nell'affrontare queste tematiche presentandole come i pensieri naturali del protagonista, che fuoriescono in maniera coerente in base agli eventi della storia. Molti di questi eventi riguardano il sesso, quindi l'attenzione del lettore è molto alta e così anche il coinvolgimento.
Il romanzo presenta anche una serie di nozioni mediche e psicologiche, ed è evidente che l'autore si è informato, fosse anche su un manuale di patologia, su Wikipedia, da un amico.
Il romanzo incarna tutto ciò che un autore dovrebbe essere e fare (onesto e informarsi).

Piccola parentesi sull'autore.
Palahniuk (potete leggerlo su Wikipedia) non faceva lo scrittore di professione, ha avuto diversi lavori, e la scrittura non c'entrava nulla. Ha seguito per puro interesse un corso di scrittura (è stato fortunato ad avere un insegnante bravo, e non il classico ciarlatano che scrive un manuale di scrittura senza avere idea di cosa stia facendo e credendosi un bohemien del '900). Ha buttato giù qualcosa, ha preso la mano e ha sfornato dei best seller coi controcavoli. La cosa divertente è che in un periodo ha scritto à la Stephen King, tale era la sua influenza su di lui, ma paradossalmente, al momento, nella mia classifica di geni letterari Palahniuk e King stanno seduti sullo stesso trono con mezza chiappa. Non credo che Chuck se lo sarebbe mai aspettato.
Chuck Palahniuk a scritto il suo primo romanzo a 30 anni (non a 13). Questo significa che geni si diventa, ma bisogna volerlo. E sfanculare tutti e gridare all'Arte Suprema senza apprendere la tecnica migliore non è la maniera esatta.

motivator manga writing you're doing it wrong

Un altro caso di scrittore attempato - e qui gli editori rabbrividiscono: se non ha 12 anni e non scrive fantasy non lo pubblico! - è quello di Sam Savage, l'autore di Firmino, unico romanzo che abbia pubblicato, per quanto mi risulta, ma che ha avuto un successo incredibile. Non si sa molto su quello che ha scritto in privato, io sinceramente non ho ancora letto Firmino, ma la morale è: non importa quanti anni tu abbia, non c'è limite all'apprendimento: impegnati e quanto meno non potrai fare schifo; nella migliore delle ipotesi potrai sfornare un capolavoro.
E non esito a dire che Soffocare è un capolavoro.

mercoledì 5 ottobre 2011

Impressioni | La fiera della vanità, Becoming Jane, Ravenous (L'insaziabile)

Prometto che questo è l'ultimo post (della settimana) su film vari.
La carrellata estiva si chiude con questi tre film ambientati nell'800 o giù di lì. Ed è per questo motivo che inauguro la rubrica...

Duca Doom, titolo random scelto per allitterazione e assonanza e per il gusto altisonante. In questa rubrica, eventuali commenti e opinioni del Duca sono legge, perché il Duca è severo, ma ingiusto.

Ho scelto di vedere questi film principalmente per l'ambientazione ottocentesca, sia per gustarmela sia per poter trarne ispirazione. Il Duca è esperto di storia, dell'epoca vittoriana e di tutto lo scibile umano, per cui dedico la rubrica a Lui.


Vanity Fair, la Fiera della Vanità, film storici '800Vanity Fair (2004)
Trasposizione cinematografica dell'omonimo romanzo di Guglielmo Failapace Taccheraggio, alias William Makepeace Thackeray.
Non ho letto il romanzo, ma stando a quanto vedo non mi pare che il film vi si discosti molto. La protagonista è Becky, social climber. Questo è un po' - tanto - irritante, dato che fino alla fine del film non è molto chiaro che genere di persona sia. Intelligente o furba? Disperata ma buona o arrogante approfittatrice?
Ad ogni modo, come nelle intenzioni del romanzo, anche nel film è traspare (non tantissimo) la satira nei confronti della società dell'epoca, soprattutto per ciò che riguarda le donne impegnate nella ricerca del giusto pollo da spennare per farsi mantenere.
Reese Witherspoon è bella, ma nel film la trovo insopportabile. Apprendo dell'esistenza di Robert Pattinson, in questo film. In qualche modo, non l'ho notato. Ma apprendo anche che, se in questo film recita la parte del figlio, in Water for elephants fa la parte dell'amante (o qualcosa di simile) della Witherspoon, che recita anche lei nel film, e trova bizzarra questa edipica relazione.
Personaggi inutili a parte, la linea narrativa del film si muove sulla sorte della ragazza, della sua scalata sociale e della storia d'amore. In pratica lo sfondo storico - 1802 - si riduce a convenzioni sociali e menate varie, tant'è che con tutto Napoleone in giro, scappato dall'isola d'Elba, l'unico scontro che si ha avviene dietro le quinte - fa tanto tragedia greca -, coerentemente con il resto della storia.
In pratica, il film lascia perdere l'intento satirico e punta tutto sul sentimento e l'arrampicata sociale.
Per chi apprezza l'800, è un'occasione come un'altra di godersi l'ambientazione.

Becoming Jane, Ritratto di una donna contro, film storici 800 Jane AustenBecoming Jane (2007)
Come da titolo, si tratta di un capitolo della storia di Jane Austen. Un capitolo abbastanza poco considerato, forse per il fatto che in effetti non ha rappresentato granché per la vita della scrittrice.
La Jane Austen interpretata dalla occhi-da-cerbiatto Anna Viailcappello, per gli anglofoni Anne Hathaway, fa conoscenza con il promettente avvocato Thomas Langlois Lefroy, interpretato da Giacomo Dell'Avoglio, alias James MacAvoy (che nello stesso anno compare protagonista in Penelope).
Non ho studiato approfonditamente Jane Austen, ma chiunque potrebbe immaginarla come una ragazza assai introversa, troppo intelligente e non gradita dagli uomini. Dai romanzi emerge più o meno questo.
In Becoming Jane viene dipinta come indica il sottotitolo, "Una ragazza contro", la femminista dell'800. Sebbene i romanzi parlino di donne in cerca di marito (vedasi film precedente), cosa assai poco femminista ma molto femminile, i critici trovano cavilli e sostengono che Jane Austen, per i suoi tempi, può essere considerata la maggiore esponente del femminismo.
Nel film (rifacendosi ai testi dei biografi ufficiali della Austen) si parla del periodo in cui la scrittrice si invaghisce di questo giovane, ma come ben sappiamo - perché sarebbe stato tipo troppo figo per l'umanità avere film di storia alternativa - Jane Austen ha sempre evitato il matrimonio, ed è rimasta single a vita, morta poi a causa del morbo di Addison, o forse per il linfoma di Hodkin, o per tubercolosi bovina o per tifo, o per mancanza di marito (più probabile).
Il film ha sprazzi di umorismo naturalmente british, a tratti invece mantiene l'atmosfera sentimentale che sembra essere una regola nei film ambientati nell'800.
Quando andavo a liceo, ricordo che durante una lezione di letteratura inglese la prof ci disse che erano state ritrovate delle lettere di Jane Austen (grande evento, visto che la maggior parte sembra essere stata bruciata dalla sorella Cassandra), in cui emergeva una verità "sconcertante": Jane Austen è rimasta single a vita per scelta. Da un punto di vista economico (e burocratico), l'essere una donna nubile e - per quanto bizzarro, oibò - indipendente dava diversi vantaggi, cui la signorina Giovanna Ostenia, a quanto pare, non voleva rinunciare.
Che senso ha sposarsi per farsi mantenere da chi potrebbe anche non permetterselo, quando si può rimanere donne, single e più ricche dei gentiluomini britannici?
D'accordo, repressione sessuale e opportunismo a parte, sì, Giovanna, questo sì che è femminismo!

Ravenous (1999)
Last but not the least, anzi, forse il migliore, ho trovato il titolo di questo Ravenous in giro per la rete, e a quanto pare in Italia non esisteva. Solo scrivendo quest'impressione ho trovato - in giro, nuovamente - che il titolo per l'Italia è tradotto: L'insaziabile, che per qualche ragione mi suona brutto mentre in inglese sembra bellissimo.
La trama è questa.
Ci troviamo nel periodo della guerra messicano-statunitense, (1846-1848). Il Tenente in seconda Boyd sopravvive al massacro della sua unità per motivi non eroici, e fingendosi morto viene trasportato al quartier generale nemico, qui compie un'azione impavida per cui viene poi promosso a Capitano. Ma quelli del comando non se la bevono, e viene trasferito a Fort Spencer, in Sierra Nevada - che è un po' come per un detective "essere mandato a dirigere il traffico" dal capo, come per ogni poliziesco.
Sebbene lì in pratica non succeda mai niente, si verifica un episodio di cannibalismo che coinvolge, purtroppo, un po' tutti.
Le meraviglie di Wikipedia inglese (a cui almeno possiamo accedere, visto che al momento in cui scrivo Wikipedia italiana è inaccessibile per colpa del comma 29 del DDL intercettazioni, governoladrodimerda) mi informano che, paradossalmente, i meravigliosi paesaggi di montagna in cui è ambientato il film appartengono alla Slovacchia e al Messico.
Non solo. Wikipedia mi informa anche che il regista originario, Milco Mancevski, è stato sostituito dopo due settimane da Antonia Bird.
Questo film è bello. Mi aveva catturato un fotogramma, mentre cercavo immagini stranamente non peccaminose sulla rete.

Ravenous l'insaziabile film horror western ottocenteschi

Hanno gli occhialoni! Steampunk!!!!!!111uno

Giustamente non è un semplice horror con sfondo storico, ma è etichettato come black comedy (sempre da Wikipedia). L'etichetta ci calza a pennello. L'ottocento americano è figo perché c'è il west, ma in questo caso non siamo nel west, ma tra le montagne, quindi un west montano.
In più c'è del cannibalismo, quindi del gore, che fa sempre bene.
E come se non bastasse, ci troviamo di fronte a scene di forte tensione, fughe tra i boschi su declivi rocciosi, il proprio succulento deretano in pericolo, cannibali alle calcagna, gente mortammazzata e, in sottofondo, un'allegro brano a base di benjo.
Il film è divertente e interessante. Offre colpi di scena più che discreti e l'accoppiata horror/commedia ci sta benissimo. Oltretutto ha una dose di quel sano pulp che getta nella vergogna altri film "seri".
Dato che il cannibalismo è alla base del film, ho cercato informazioni a riguardo. Lo avevo già fatto in passato, ma avevo sentito non so dove che l'antropofagia portava chimicamente a una forma di follia.
Ebbene no. L'unica follia che esiste è causata da danni al sistema nervoso centrale, e l'alimentazione a base di carne umana potrebbe danneggiare il sistema nervoso centrale nel caso in cui il deceduto (leggasi: il pasto) soffrisse dapprima di qualche malattia virale.
La cottura dovrebbe eliminare eventuali virus e batteri. Tuttavia esistono agenti infettivi chiamati prioni, ovvero proteine "corrotte" - un po' come prendere un file di sistema, aprirlo col notepad, modificarne il testo manualmente sbattendo la testa sulla tastiera e salvando le modifiche -, tali proteine possono sopravvivere alla cottura e infettare chi si alimenta del corpo infetto.
Ma a parte questo, pare che da un punto di vista biochimico l'antropofagia non arrechi alcun danno - virus e batteri a parte.
Ma non è necessario studiare Psicologia per capire che sopravvivere a un incidente aereo/navale, rimanere isolati per giorni ed essere costretti a mangiarsi altre persone, di sicuro, tanto bene alla salute psichica non fa.

giovedì 22 settembre 2011

Impressioni | Pride and Prejudice and Zombies, e Abraham Lincoln Vampire Hunter, di Seth Grahame Smith

Più che impressioni, dovrei dire "segnalazioni".
Ho visto questo libro a casa di un'amica, in italiano. Ero abbastanza entusiasta all'idea di un classico rifatto in stile horror. Inoltre la copertina è accattivante, lo ammetto.
L'ho scaricato in lingua originale - anche perché in italiano non l'ho trovato.
C'è poco da dire. Se siete amanti della buona scrittura, dello Show, don't tell, dell'abilità narrativa che ti cattura finché non finisci il libro ecc. ecc., allora questa roba non fa per voi.
E neanche per me.
Non ho mai letto Orgoglio e Pregiudizio, o forse l'ho fatto e poi dimenticato. Ho visto il film! Ma ho dimenticato anche quello, mi spiace.
Nel leggere l'inizio del romanzo mi son reso conto di come lo stile fosse davvero simile a quello dei pesantissimi classici dell'Ottocento. Poi mi son detto: "Ehi, aspetta un attimo! Sull'Opus, appena scartato, c'erano una marea di classici e sicuramente ci sarà anche Pride and Prejudice!"
Ho controllato e, sì - avrei fatto prima a leggere le informazioni riguardo al romanzo su Wikipedia -, questo - e zombie è uguale al romanzo originale. L'autore si è limitato a cancellare qualcosa e inserirne un'altra. Su Wikipedia lo chiamano mashup, e pare che questo sia il primo (e il più imitato, siore e siori!) del genere.
Ricapitolando: Pride and Prejudice and Zombies è Pride and Prejudice più qualche modifica.
Le modifiche, da quanto leggo su Wikipedia, sono carine:
Messages between houses are sometimes lost when the couriers are captured and eaten; characters openly discuss and judge the zombie-fighting abilities of others; women weigh the pros and cons of carrying a musket (it provides safety, but is considered "unladylike").
Forse mi perdo tutto ciò, ma lo stile non mi aggrada affatto, e forse, e dico forse, un giorno, se sarò dello spirito adatto, della tolleranza adatta, e non avrò nulla da fare, ebbene forse potrebbe venirmi in testa di leggerlo.
Sicuramente andrò a vedermi la trasposizione cinematografica che sarebbe già dovuta uscire ma che hanno rimandato.
Ah-ah! Bugia! Non andrò a vederla. Probabilmente la vedrò in streaming. Bazinga!


Dello stesso autore c'è questo accattivante Abraham Lincoln, Vampire Hunter, dal gusto trash come il primo, ma tanto trash proprio non è.
L'inizio è in prima persona, in cui il personaggio si spaccia per l'autore, e spiega il motivo per cui ha dovuto scrivere questa "vera" biografia di Lincoln.
Dopo le prime venti pagine o giù di lì comincia la storia del presidente.
Lo stile è biografico, intervallato da brani estrapolati dalle lettere di Lincoln - come a testimoniare ciò che l'autore sta raccontando.
Non è malissimo, ma a me ha fatto comunque schifo. Troppo lento, lo stile biografico giustifica un po' l'assenza di un POV ecc. (mica tanto), ma il fatto che non è una vera biografia è come dire "facciamola apposta a fare un romanzo lento e noioso su un'idea interessante".
Wikipedia lo porta come "comic novel". Di comico non ci ho visto granché - in realtà non ho mai nemmeno sorriso.
Qualcuno potrebbe apprezzare un brutto vecchio romanzo riproposto alla stessa maniera? Qualcuno potrebbe apprezzare la storia di un Lincoln ammazza-vampiri raccontata da un nonno con l'Alzheimer? Certo, qualcuno c'è sempre. Qualcuno ama anche darsi fuoco alle dita dei piedi.
Forse avrei dovuto continuare a leggere entrambi, non so. Grazie all'Opus, ho la possibilità di leggere il meglio in circolazione, non perdere tempo e non annoiarmi mai. Se qualcuno vuole "sacrificarsi" faccia pure, attendo i più svariati pareri.
Vi lascio con un trashissimo book trailer di Abraham Lincoln, the Vampire Slayer Vampire Hunter. Ecco, se invece di un romanzo fosse un film (anche trash), guadagnerebbe un sacco di punti.



lunedì 12 settembre 2011

Impressioni | Il colore della magia, di Terry Pratchett

Terry Pratchett rientra ormai da tempo nei must della narrativa fantasy.
Mi son deciso di leggerlo ora dopo tanto tempo perché, per fortuna, i gusti cambiano, si "aggiornano", e Terry Pratchett non mi piaceva, tanti anni fa, perché esageratamente fantasy.
Il colore della magia (The colour of magic) è il primo libro della saga del Mondo Disco (Discworld).¹
I libri di Discworld presentano diverse storie. Sebbene sia una saga di diversi libri, ognuno di questi è ambientato nello stesso mondo, che si evolve col tempo, ma i personaggi possono essere diversi (a seconda del "ciclo", Ciclo di Rincewind, delle Streghe, ecc.) e la lettura è ugualmente godibile - a differenza delle classiche, epiche, infinite saghe fantasy.

Questo romanzo funziona.
Non è perfetto, non si avvicina neanche lontanamente alla perfezione tecnica, c'è molto raccontato e il mostrato non è sempre mostrato benissimo - se non in alcune parti -, gli infodump sono numerosissimi, a partire dalla prima frase del romanzo.
I personaggi non sono credibili, alcuni personaggi poi sono del tutto assurdi e incredibili. Il filo narrativo non è lineare, è interrotto in più parti, e sebbene la cornice narrativa sia chiara all'inizio (in medias res, flashback, ritorno al "presente" e continuazione), poi viene rotta, a un tratto addirittura passano mesi in cui si verificano eventi non narrati ma vagamente raccontati per sbaglio.
I POV sono piuttosto "liberi", dove per liberi intendo ballerini e talvolta dotati di volontà propria. Quello principale appartiene a Rincewind, ma lo sguardo si amplia a volte in maniera vertiginosa includendo l’extraumano come parte integrante della narrazione, (ma non vi sarebbe sottesa alcuna una motivazione etica e politica, presumo).²

Queste sono premesse disastrose, per un qualsiasi romanzo - se poi è fantasy, c'è solo da piangere.

Ma il romanzo funziona, o almeno così ritengo, perché la saga di Discworld è una saga di fantasy comico.
Il romanzo presenta diverse parodie proprie del fantasy classico - e dato che l'opera è datata 1983, mi chiedo come, come abbia fatto Pratchett ad avere già le "palle piene" del genere (a sufficienza per una parodia, intendo), visto che il fantasy più denso e stereotipato è proprio di quel tempo o meglio ancora, del periodo successivo, '80-'90, anni che hanno visto la nascita di D&D (1974 con la fallimentare TSR, 1997 con la Wizards of the coast), che ha fornito il materiale per le opere "ispirate" negli anni successivi, anni in cui è comparso il ciclo di Shannara (1977), di Dragonlance (1984), di Magic: the Gathering (1993), e giochi tamarri derivati, come il mitico HeroQuest.
Le parodie sono diverse, e chi è un veterano o un semplice appassionato del genere non avrà difficoltà a riconoscere le "imitazioni" di Conan il barbaro e Red Sonja, per esempio, o addirittura di Star Trek, o più in generale, degli archetipi del genere.
Ma veniamo allo stile.
Infodump: se non ci fossero, il romanzo non sarebbe godibile. [Urla di spavento dal pubblico inorridito]
Terry Pratchett infatti interrompe spesso la narrazione per dare informazioni riguardanti il mondo, informazioni divertenti, che se mostrate, forse, non avrebbero lo stesso effetto - autore e narratore sono la stessa persona, il narratore in pratica è un personaggio, e le cose che racconta suonano coerenti con il resto del romanzo.
Ecco un esempio, un brano che io ho trovato molto divertente [i fan odiano la pessima traduzione italiana dell'opera, ma per questo brano andrà bene]:
Dopo la prima Età della Magia, nel mondo-disco l'eliminazione degli zi­baldoni divenne un serio problema. Un incantesimo è un incantesimo an­che se imprigionato temporaneamente in pergamena e inchiostro. Esso ha efficacia. Ciò non rappresenta un problema finché il proprietario del libro resta in vita, ma alla sua morte esso diventa una fonte di potere incontrolla­to non facile da disinnescare. In breve, i libri d'incantesimi lasciano uscire la magia. Si sono tentate varie soluzioni. I paesi vicini all'Orlo hanno semplicemente zavorrato i li­bri dei maghi morti con pentalfa di piombo e lihanno scaraventati giù dal Bordo. Vicino al Centro, le alternative possibili erano meno soddisfacenti. Una era quella d'infilare i libri in recipienti di ottirono sottoposto a polariz­zazione negativa e affondarli nelle profondità incommensurabili del mare (la loro sepoltura nelle caverne terrestri era stata proibita dopo che alcune province si erano lamentate di alberi che camminavano e di gatti a cinque teste), ma non molto tempo dopo la magia ne trasudava e alla fine i pesca­tori si lamentavano di banchi di pesci invisibili o di molluschi immateriali.Una soluzione temporanea fu la costruzione, in vari centri di tradizione magica, di grandi ambienti fatti di ottirone denaturato,inaccessibile alla maggior parte delle forme di magia. Lì era possibile immagazzinare i volumoni più critici finché la loro potenza si fosse attenuata.
Il riferimento alle scorie radioattive è evidente (Pratchett lavorava presso l'ufficio stampa per la Central Electricity Generating Board, quindi doveva avere un bel po' di esperienza sull'argomento.) Inoltre è divertente l'elemento fantastico (i libri d'incantesimi) calato a pennello dal punto di vista funzionale nell'ambientazione, a sua volta fantastica - il Mondo Disco, il riferimento all'Orlo e alla possibilità di potersi sbarazzare di una cosa semplicemente gettandovela oltre; e sebbene oltre l'Orlo c'è solo lo spazio, non sarebbe neanche giusto pensare che i libri più che cadere giù con un peso appresso dovrebbero fluttuare, perché anche la fisica è fantastica, e il narratore stesso si prende gioco della cosa:
Il mondo del disco offre visioni molto più impressionanti di quelle esi­stenti negli universi costruiti da Creatori dotati di minore immaginazione ma di maggiori attitudini meccaniche.
I personaggi sono buffi e assurdi, assurdi come la Morte e buffi come Hrun il barbaro - e lo humor british dell'autore fa molto.
Esempio:
Nelle terre del Mare Circolare Hrun era uno degli eroi durati più a lungo: un combattente di dragoni, uno spogliatore di templi, una spada mercena­ria, il centro di ogni rissa da strada. Poteva perfino, al contrario di molti eroi conosciuti da Scuotivento, pronunciare parole di più di due sillabe, se uno gliene dava il tempo e un suggerimento o due.
In pratica, è tutto (o quasi) giustificato per il fine della comicità.
Paradossalmente, è più credibile qualcosa che non vuol essere serio o veramente credibile. In qualche punto il romanzo rallenta, e c'è poco di divertente e poco di interessante (il punto forte di Discworld sono proprio le idee originali), ma è cosa da niente. Considerando che leggo principalmente nei ritagli di tempo (sul water, nei viaggi e viaggetti, nelle mezzore appositamente ritagliate, nelle attese varie), è facile per me ritenere noiosa una lettura, perché perdo il filo dell'emozione, per così dire, creata nelle pagine precedenti, e questo è stato rarissimo con Discworld, il che rende Pratchett un ottimo intrattenitore.
La storia in sé è relativa. La forza del romanzo sta nelle idee, a mio avviso.

Terry Pratchett è un buon esempio del fatto che l'uso dello Show, don't tell non è un dogma assoluto da seguire ciecamente, ma semplice buonsenso. Pratchett non mostra tutto il tempo, anzi, il suo forte sta proprio nel raccontare, nella personalità del narratore. In realtà mostra laddove è giusto che si mostri, e per il resto racconta perché la storia lo richiede.
Non si può far altro che raccontare, in scene come questa:
Guardò l'ometto.
— Voi... — cominciò e si sforzò di ricordarsi il peg­giore impropero in lingua trob; ma il piccolo popolo felice dei Trob non sapeva imprecare a dovere.
— Voi — ripeté.
Un'altra figura frettolosa lo urtò, mancandolo di un pe­lo con la lama che portava in spalla. Scuotivento si lasciò andare a uno scoppio di collera.
— Voi piccolo (uno che, con un anello di rame al naso, si bagna i piedi in cinta al monte Raruaruaha durante un violento temporale e grida che la Dea dei Lampi, Alohura, ha i lineamenti di una radice guasta di uloruaha).
Vale la pena leggere Terry Pratchett.
A quanto pare è affetto da una rara forma di Alzheimer precoce e, stando a quanto dice Wikipedia, "Pratchett stated that he wishes to commit 'assisted suicide' (although he dislikes that term) before his disease progresses to a critical point."

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Note:
¹ Sarebbe stato più saggio da parte mia, per completezza, fornire le impressioni anche di The light fantastic, il secondo libro, che è il diretto proseguimento del primo, se non fosse che ogni libro può essere letto singolarmente (tranne il secondo). Ma per me non ha senso dividere un libro in due se il secondo è la diretta continuazione del primo, e dato che un tal dei tali potrebbe trovare questo libro da qualche parte - per esempio, a una bancarella di libri usati - e leggerselo, che senso ha troncare il finale, senza una mezza autoconclusione, né un cliffhanger che lascia e non lascia spazio alla continuazione.
² Non è chiaro quali fossero le intenzioni di Pratchett; pare che attualmente siano in corso studi accademici oltreoceano per poter chiarire la cosa.

mercoledì 31 agosto 2011

Impressioni | La guerra contro gli Chtorr, di David Gerrold

Vista la fama e le voci e il saggio sulla scrittura di Gerrold, non potevo non leggere La guerra contro gli Chtorr.
Mi aspettavo grandi cose, proprio perché sapevo che si parlava di uno scrittore cazzutissimo, un mostratore, un profeta del futuro ecc.
Ma a essere sinceri non mi ha soddisfatto così tanto.
Il romanzo (d'ora in poi: la Guerra) è il primo di un ciclo di 7 libri, di cui pubblicati 4 fino al '91, il 5° doveva uscire nel luglio di quest'anno (e credo sia uscito).

Breve sinossi taotoriana dell'opera:
C'è un biologo mezzo laureato che viene chiamato dalle forze armate per aiutare il paese a studiare e arrostire gli alieni che hanno decimato quasi tutta la popolazione mondiale con epidemie batteriologiche. Oltre ai virus e a qualche insetto, gli alieni pericolosi sono 'sti Chtorr, dei vermoni giganti assurdi che mangiano le persone e nessuno li conosce perché giustamente chi li vede poi muore. E quindi c'è il mistero. Che sono? Che vogliono? Perché si magnano le persone? Come accopparli?

L'ambientazione è bella. Non bella perché apocalittica, stile fucile, mascherina e deserto radioattivo, ma perché è tutta una derivazione realistica dall'ipotesi: What if una serie di batteri alieni infettasse la popolazione mondiale? What if poi arrivassero dei vermoni giganti?
Il romanzo è narrato in prima persona, per cui eventuali infodump su armi e ambientazione sono giustificati - ovviamente perché narratore e protagonista coincidono.
Il punto debole del romanzo è proprio questo.
Con la scusa della prima persona, Gerrold si protegge col protagonista come scudo, e da dietro racconta la storia di ciò che è successo al mondo in maniera forzata, fuori dagli eventi naturali. La cosa si può fare, perché una persona (narrante) può pensare ciò che vuole ecc., ma ne risente la storia - che rallenta - e la credibilità.
In realtà il romanzo è godibile. Ciò che non mi è piaciuto è l'andamento della storia (e piccoli dettagli stilistici).
Dice Gamberetta riguardo alla Guerra, in questo articolo:

Nota importante: la storia non è finita. Nel progetto originario erano previsti altri tre romanzi, che Gerrold in sedici anni non ha ancora scritto – né è scontato che lo faccia in futuro. [l'articolo risale al 2009; secondo Wikipedia, i libri sono stati terminati, n.d.Taotor.]

La Terra viene invasa dagli alieni, gli Chtorr. Anzi, viene aggredita da un intero ecosistema alieno. Gli Chtorr sono una moltitudine di specie diverse: animali, piante, microbi. Pian piano le creature extraterrestri rimpiazzano gli equivalenti autoctoni, esseri umani compresi.
Il lavoro di Gerrold con gli Chtorr è molto più accurato e scientificamente approfondito rispetto a quello di Westerfeld con i Darwinisti. Gli Chtorr sono parecchie spanne più verosimili delle bestie ingegnerizzate in Leviathan. E sono molto più bizzarri e letali.
Nei vari romanzi del ciclo le scene d’azione sono ottime – sebbene anche qui manchino delle vere e proprie battaglie – e la sensazione di apocalisse imminente è ben resa. I romanzi funzionano meno quando Gerrold imita le lezioni di filosofia di Heinlein senza averne il carisma e la bravura. Rimane poi il grosso problema che dopo quattro libri è tutto in sospeso e non si sa se vinceranno i Terrestri o gli Chtorr. E forse non si saprà mai.

Ecco.
La questione filosofica. Ci sono scene lunghissime di flashback - carine, ma in certi tratti ridicole, a mio avviso - in cui Jim, il protagonista, ricorda le lezioni (infodumposissime) del prof. Whitlaw.
Questo rallenta e non poco.
Poi ci sono i flashback di quando è andato a nascondersi con la famiglia dalle epidemie. E questo è buono.
Ma per il resto, il romanzo è tutto conferenze e ciarle tra miliziani e professoroni. E l'impressione che si ha, durante i lunghi dialoghi di scienziati che illustrano la situazione mondiale, è: ok, ma quando si va avanti co' sta storia?
Nel disegnare uno schema per l'andamento del romanzo, si avrebbero due picchi. All'inizio, il Chtorr arrosto, e alla fine (non vi dico lo spoiler, ma non è granché). In mezzo, una vallata di piattume.
Le idee di Gerrold però sono fighe, soprattutto la biologia degli Chtorr e anche il modo in cui gestisce lo sviluppo post-epidemico del mondo è notevole. Mi dispiace, però, che la storia - almeno, in questo primo libro - si soffermi sull'aspetto dell'ambientazione, e poco sulla sostanza. Perché in sostanza si presume che ci siano conflitti e obiettivi da raggiungere, è il motore della fiction, letteratura, teatro, cinema. Non ho trovato un gran "movimento", però, nel romanzo - che in potenza lascia spazio a possibili storie intriganti.
Senza lode né infamia, insomma.
L'aspetto stilistico che non mi è piaciuto, della Guerra, è che in qualche punto Gerrold trascura i particolari - una cucina o una sala mensa sono solo parole, non vengono dipinte nemmeno un po', a volte è lo stesso per alcuni personaggi, sagome indefinite. Nulla di tremendo, considerando che per il resto lo stile è asciutto e coerente.
L'aspetto psicologico del protagonista è buono, ma Gerrold ci si sofferma troppo e cade nel luogo comune del trauma Padre-che-non-presta-attenzione-ai-figli, e così facendo arriva a far dire cose scontate e imbarazzanti al povero (traumatizzato) Jim in lacrime.
Nota di demerito tutta taotoriana: a un tratto a fare psicoterapia a Jim è... uno psichiatra. Lì ho desiderato la morte di Gerrold e di tutta la setta mafiosa degli psichiatri.

La valutazione di Gamberetta è:
Se devo essere onesta, La Guerra contro gli Chtorr, della quale ho letto solo il primo romanzo, non mi è piaciuta. Anche se più per i temi e la filosofia di fondo che non per via dello stile di scrittura. In compenso questo Worlds of Wonder [saggio di Gerrold sulla scrittura, n.d.Taotor] mi ha molto divertita.
Lei non ha apprezzato i temi, io tutto sommato sì, ma come il più bravo oratore può farla in barba a tutti grazie a una tecnica impeccabile, ritengo Gerrold non sia in grado, e che il suo stile non sia perfetto o, ad ogni modo, riesca a raggiungere lo scopo - avvincere il lettore. La vallata tra i due picchi - iniziale e finale - mi ha annoiato, e quella vallata è durata per tipo il 70% del romanzo. Non l'ho trovata una cosa gradevole, mi è sinceramente dispiaciuto.

Ricapitolando, il romanzo è godibile, soprattutto per lo sfondo politico, economico, sociale ecc., e anche stilisticamente merita. Ma tra un Gerrold stilisticamente bravo che però gestisce a modo suo gli eventi, e un Asimov zoppicante pieno di fantasia, preferisco il secondo (che zoppica solo nei romanzi, non nei racconti brevi), che nonostante tutto illustra bene le sue idee senza ricorrere necessariamente a numerosi monologhi infodumposi, e risulta creativo e più avvincente.

Nota.
Ringrazio Gamberetta. Ho "rubato" l'immagine di copertina della Guerra dal suo post.
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Link utili:

mercoledì 17 agosto 2011

Impressioni | I Giardini della Luna, di Steven Erikson

i giardini della luna steven erikson fantasyHo cominciato a leggere I giardini della Luna (d'ora in poi: I giardini) qualcosa come cinque anni fa o poco meno - nonostante la copertina orribile, frutto della peggiore bimbaminkia che si pimpa le foto e le mette su Facebook.
L'ho ricominciato due volte, e per due volte ho dovuto interrompere. Interruppi la lettura, la prima volta, perché mi stava piacendo a tal punto che non volevo finirlo senza avere pronto il seguito. La seconda, per colpa dell'inizio dell'università.
Con l'estate, tempo libero, senza esami, mi ci son messo.
Ebbene, il mio giudizio finale si può riassumere con: 'Nsomma.
In giro si diceva che Erikson ti spiazza, che parte in medias res, che capisci tutto solo un bel po' dopo la metà del romanzo.
Be', è vero e non è vero.
L'inizio in medias res di solito è cosa buona e giusta, ma come tutte le cose, se una cosa va fatta, va fatta bene. E non è fatta bene, nei Giardini. In realtà, nei Giardini, molte cose non sono fatte bene: è un romanzo buono che zoppica e cade su uno stile approssimativo, che non raggiunge la sufficienza necessaria a permettere al lettore di godere degli elementi della storia.
Steven Erikson non show, ma manco tell. Ha la capacità di raccontare cose che invece meritano dettagli e approfondimenti, e di mostrare cose assolutamente inutili.
Un esempio.
La locanda della Fenice è un posto che viene descritto, e dico descritto, quanto basta per poter creare un'immagine nella mente, solo a pagina 397 di 516. Nonostante fosse apparso più e più volte duecento pagine prima e rappresentasse anche un luogo piuttosto importante per lo svolgimento della storia.
Ma fino a pagina 397, nella mia mente c'erano solo nebbia e tavoli di legno coi personaggi seduti attorno. Per qualche assurdo motivo, infatti, Erikson descrive la pozza di birra versata sulle assi del tavolo, le quali lasciano spazio a una fessura abbastanza larga in cui Paran decide di infilare la spada. E il narratore ci dice anche che "Le assi erano state fissate coi bulloni a un telaio egualmente robusto. Ottimo. Ma... Il resto della locanda? Si può sapere com'è fatta?
Lo stesso vale per gli svariati luoghi: una manciata di termini generici per indicare una strada, un panorama, che sono privi di sostanza e non rendono alcunché, e questo mi fa davvero incazzare, perché delude la mia sincera voglia di calarmi nella storia. Ne esco solo con continui grattamenti di testa.
E oltre ai luoghi ci sono anche le armi, che Dio solo sa che forma hanno: Anomander Rake ha una spada bella grande dietro la schiena, oscura, buia, antica (termine che piace molto a Steven). Il narratore non ci dice granché.
L'Aggiunto Lorn ha una figherrima spada Otataral (dal potere assurdo): fatta di un minerale rossastro. Poi chi lo sa che forma ha l'elsa, la lama, il pomo, quanto pesa, come si comporta in combattimento, boh.

Non son degni di descrizioni nemmeno i personaggi. Può capitare una mezza descrizione, ma scompare nella marea di parole: è saggio, per un autore, ricordare l'aspetto dei personaggi al lettore, perché chi legge non memorizza tutto a macchinetta, bisogna colpirlo, bisogna accompagnare le capacità cognitive di una persona nella ricostruzione del mondo interno dell'autore. Non è facile, ma si presume che uno scrittore lo sappia fare. Quindi, scopro solo verso la fine del romanzo che un personaggio ha la pelle nera, un altro gli occhi a mandorla, un altro aveva i capelli a coda. Se è stato detto più e più volte, la colpa è mia, non sono stato attento. Ma non credo.

La descrizione mancata è una pugnalata all'ambientazione. Ci sono diverse razze, ma sebbene una sia sempre più antica dell'altra, non ho ben capito in cosa differiscano. I T'Lan Imass mi affascinavano, ho capito che sono morti, sebbene qualcuno viva, e che quindi scricchiolano perché cadaveri o giù di lì. Ma è tutto confuso e avrei voluto creare un'immagine precisa da collocare negli eventi narrati. Poi ci sono i Jaghut, i Moranth, ma boh, compaiono spesso ma il narratore li fa parlare, li fa muovere, ma oltre al dettaglio scappato per sbaglio, nella testa c'è solo una sagoma standard col punto interrogativo sopra.

Un grave problema di Erikson sono i pov. Forse a quel workshop di scrittura creativa lui era andato in bagno proprio al momento della lezione sui pov, chissà.

Fatto sta che li usa come vuole, senza freni, ad minchiam, con esiti disastrosi:

Paran si alzò, slacciando il cinturone. Lo posò sul tavolo, poi estrasse Fortuna.
I pochi clienti regolari del bar ammutolirono, girandosi a guardarlo. Dietro il banco, Scurve allungò la mano verso il suo bastone.

Paran, il protagonista, non è un assiduo frequentatore del posto. Quindi non può sapere quali siano i "pochi clienti regolari del bar".

Inoltre, è chiaro che l'azione di Scurve - il locandiere - che "allunga la mano verso il suo bastone" è totalmente fuori dal campo visivo e cosciente di Paran.

Il risultato che si ottiene è una buona scena per un film (Paran che si alza e si slega il cinturone, cambio inquadratura sui volti preoccupati dei clienti che si guardano, cambio con inquadratura "nascosta" nel bancone che riprende Scurve dal basso mentre afferra il bastone).

Per un film va bene, per la prosa no. Non che qualcuno lo vieti, ma se la stessa scena venisse scritta omettendo l'onniscienza del narratore non si perderebbe nulla. E, se si aggiungessero invece dettagli da in-pov, si assorbe di più la personalità del personaggio e la credibilità della scena.

Inoltre, stilisticamente parlando, scegliere di adottare un pov e poi saltare a un altro - come avviene più e più volte nel corso del romanzo -, è come fissare delle regole e poi non rispettarle. Un po' come giocare in due a scopa napoletana, e al momento della scopa di uno l'altro dica: "No, questa è la scopa francese, si prende l'11 e il 13".

O ancora, è come se la Gioconda fosse stata dipinta così com'è ma col volto cubista.

O come se in una composizione in 4/4 in un'orchestra uno strumento andasse per i fatti suoi a tempo di valzer, 3/4.

Questa faccenda dei pov si complica ulteriormente a causa dell'incapacità di Erikson nell'usarli, più (combo) l'incapacità descrittiva dello stesso per i personaggi.

Attraverso gli occhi di un personaggio, infatti, il narratore "presenta" un altro personaggio, conosciuto e dotato di pov in altre pagine, come una persona sconosciuta.
Dato che non dà ai personaggi dettagli stabili che li contraddistinguino, e non sapendosi destreggiare coi pov, va a finire che indica con epiteti pronominali personaggi già conosciuti ma rendendoli sconosciuti. "L'uomo fissava Tizio, mettendolo a disagio. Tizio disse:" E poi dopo qualche riga Eriskon smette di chiamare il nuovo arrivato "l'uomo" (o "la donna", o "la figura") ma lo chiama per nome. WTF?! Non poteva farlo prima? Confonde e basta.

Ma Erikson non ha idea di come funzioni la prosa, perché usando i pov a suo piacimento, dà le informazioni che ritiene necessarie, come preferisce, e così facendo pretende di creare colpi di scena.

C'è una scena che si apre con un protagonista "sconosciuto". Ora, in realtà questo è un personaggio che ha già goduto di pov e di altre scene. Ma in questa scena, è in altri panni, sotto copertura. Così, Erikson ha ben pensato di camuffare pure il pov e sviare il lettore. La scena si conclude in questo modo:

"Che Nerruse ti benedica", esclamò, il volto gioioso. "Affare fatto, amico. Ehi, non so nemmeno come ti chiami!"
Il Violatore del Cerchio sorrise, poi glielo disse.

Se il pov fosse stato del primo personaggio (una guardia), questa scena avrebbe senso. Ma la scena è narrata attraverso gli occhi del protagonista, che però è allo stesso tempo un altro personaggio. Non può esistere un colpo di scena simile, perché significa prendere in giro il lettore: puoi farlo con una macchina da presa, perché con le immagini puoi "mentire". Ma non con la prosa! Stai usando un dannato pov! Il pov deve essere trasparente! Si tratta di prendere una posizione e continuare con coerenza!
Dal punto di vista stilistico più "terra terra", ci sono avverbi a profusione e infodump non richiesti o mascherati con l' "as you know, Bob".
I personaggi (protagonisti) poi sono tutti militari o affiliati. Fa molto MMORPG, dove il mondo è composto solo da giocatori guerrieri e maghi, e i veri abitanti sono solo sparute comparse sbiadite. Oltretutto, a parte quache eccezione, come Kruppe e Crone, che parlano in terza persona, tutti gli altri personaggi parlano alla stessa maniera. Tutti. E i dialoghi di rado sono interessanti, perché si discute di strategie di guerra e di politica. Ora, le strategie possono essere interessanti, ma solo quando si hanno i dettagli sufficienti ad appassionare, quando il dialogo è ben reso, e quando hanno un senso. Nel romanzo però mi hanno lasciato perplesso pressoché tutte le operazioni o i piani bellici. Non sono giustificati, o comunque dai dialoghi non si ricava un senso. A fine romanzo, molti eventi che sono accaduti e passati mi sono rimasti oscuri.

Allo stesso modo la politica. Sono tutte chiacchiere vuote, l'ambiente politico non esiste, se ne parla ma non c'è, non è chiaro il ruolo del Consigliere, visto che non è l'unico politico, e non si sa chi altri c'è, nella città di Darujhistan, ad avere potere e così via.
E' tutto molto confuso e privo di senso.
Non si prende sul serio nemmeno la vita. Esistono Corporazioni di ladri e di sicari, come nel miglior Elder Scrolls, ma paradossalmente si parla di uccidere e morire così come se ne parla in un cartone animato o in un videogioco. Nel romanzo i personaggi non danno peso alla vita e alla morte, sembrano bambini. Eppure, in svariati punti del romanzo si lasciano andare in meditazioni allunga-brodo sulla vita, sulla morte, su quanto sia terribile. Epic fail.

I personaggi dei Giardini poi parlano da soli ad alta voce. "E ciò è totalmente assurdo", mormorò il Taotor, fermo con le dita sulla tastiera, mentre osservava il monitor. "Le persone non danno voce ai propri pensieri con tale frequenza, è ridicolo. E soprattutto, non lo fanno in particolari condizioni."

Un esempio pratico tratto dal romanzo. L'Aggiunto Lorn ha appena scavalcato un muro per fare qualcosa di importante, ma a quel punto si sente di dover riflettere sul significato della sua vita:

"Non serve nascondersi", mormorò, posando uno sguardo cupo sulle foglie morte e i rami intorno a lei. "Non serve".

(...)

"La missione dell'Aggiunto", mormorò, "è quasi giunta al termine."

Troppo LOL, poi, lei che parla di sé in terza persona con tale sollenità. LOL!

Ci sono poi dettagli che mi hanno fatto storcere il naso.

L'ambientazione, per esempio, dovrebbe essere medievaleggiante, fantasy classico. Ma è "arricchita".

I personaggi prendono brocche dalla mensola sul camino e versano vino nei calici. Io mi sono immaginato una cosa molto radical chic, con un po' di smooth jazz in sottofondo e grossi calici di sottile vetro soffiato.
Ma in un'ambientazione medievaleggiante mi aspetterei dei boccali di argilla, o ceramica, o legno, o magari dei corni.

L'illuminazione stradale a gas, altra cosa. Non che non possa esistere, ma mi ha fatto storcere il naso. Se non sbaglio l'illuminazione a gas in Europa è arrivata nel XVIII, XIX secolo. Ma potrei sbagliarmi, e comunque non sarebbe impossibile, visto che comunque è un mondo con la magia. Ed è fantasy!

Una scena mi ha lasciato perplesso. La incollo in lingua originale, così si può cogliere l'orrore in -ly e i "disse" pompati di steoridi.

As they passed along the counter, Scurve looked at them warily.

Kalam released an exasperated curse and, in a surge of motion, reached out and grasped him by the shirt. He pulled the squealing innkeeper half-way across the counter until their faces were inches apart.

'I'm sick of waiting,' the assassin growled. 'You get this message to this city's Master of the Assassins. I don't care how. Just do it, and do it fast. Here's the message:

Perché diamine un "innkeeper" - l'unico che gestisce la baracca, stando a ciò che è scritto - dovrebbe fare da messaggero? Che c'entra? Perché trattarlo in quel modo? E chi bada alla locanda? E poi, con tutti i sicari che ci sono in giro, il locandiere potrebbe assoldarne alcuni e uccidere quei rompiscatole che entrano, escono, lo maltrattano e fanno i comodacci loro.
In alcuni punti, poi, la narrazione è confusa e - almeno io - non ci ho capito niente. Nella seguente scena, oltre alla confusione di eventi non mostrati ma raccontati alla bell'e meglio (senza risultato) si somma anche il raccontare generale che, non specificando nulla, cade nel ridicolo: [versione italiana]

Whiskeyjack, paralizzato, guardò incredulo il corpo di Ben lo Svelto urtare quello della donna. Entrambi si scontrarono con il servo, e tutti e tre caddero a mucchio. Il flusso ondeggiante di energia si aprì un varco attraverso la folla allibita, incenerendo tutti quelli che toccava. Al posto di uomini e donne, rimase solo cenere bianca. L'attacco si ramificò verso ogni cosa in vista. Alberi si disintegrarono, pietra e marmo esplosero in nubi di polvere. Persone morirono; in alcuni, parti del corpo semplicemente sparirono.

Da notare: non so chi sia il servo che urtano. Nel complesso la scena mi ricorda Mars attacks! di Tim Burton, con gli alieni con le pistole a raggi che polverizzano la gente.
Fastidiosissimo poi il raccontare e non mostrare e pretendere che il lettore abbia tanta fantasia per compensare quella che manca all'autore. In un punto del romanzo, per esempio, Erikson indica "poltrone lussuose". Lussuose. Mah. Definire "lussuose"?

O ancora:

Giunto all'estremità del tavolo si trovò davanti all'ometto grasso seduto in una confortevole sedia antica

Cosa contraddistingue l'essere confortevole? L'imbottitura? Il design? In un'ambientazione medievaleggiante cosa si intende per "antica"? E ancora di più, se in questo mondo ci sono persone che vivono migliaia di anni, quanto può essere antica una sedia? Antica. Mah.
La mancanza di coerenza e di "materialità" dell'ambientazione risulta fastidiosa quando i personaggi usano termini ampiamente rimpiazzabili come "status quo". Allo stesso modo, nel testo originale l'autore indica la Festa di Lady Simtal col francesismo "Fête". Nella mia ignoranza credo che anch'esso possa essere rimpiazzato. Ma, finché viene usato dal narratore a scopo indicativo, si può soprassedere.

I Giardini, nonostante le fastidiose e numerose lacune, tutto sommato non mi è dispiaciuto.
Ci sono svariate ottime idee, l'uso della magia è massiccio ma tutto sommato ho apprezzato il modo in cui viene sfruttata, i Canali, la qualità di ognuno di essi, le razze dei non-umani ecc.
Ho apprezzato anche la presenza degli dèi; ma continuando a leggere ho trovato invece la loro caratterizzazione ridicola: è assurdo il modo in cui si comportano, parlano e pensano delle entità divine. E ancor più assurdo è che si interessino in maniera così morbosa ai fatti degli umani.
Nel complesso, tra i pro e i contro, credo che leggerò anche il secondo volume. Le trovate magiche in stile S&S mi intrigano.
Ma mi riserverò la lettura del secondo in lingua originale: forse, e dico forse, può risultare più gradevole, tralasciando gli orrori di traduzione come "La caduta di Malazan" per "The Malazan book of the Fallen".
Brrr. E li pagano pure.