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martedì 25 agosto 2015

Blestemat, il mio romanzo breve

vampiri strigoi rumeni maledizioni puglia fiction novella short vaporteppaSorpresa!
Ve l'avevo accennato che stavo scrivendo, ed ecco il risultato. In effetti, questa è una delle ragioni per cui ho trascurato un po' il blog.
Chi mi segue da anni avrà letto una vecchissima versione (cortissima, era un raccontino breve di mille parole) scritta secoli fa.
Nella postfazione c'è qualche informazione di più a riguardo.
Per farla breve: me ne esco a inizio anno con la storia "finita", di circa 25mila parole. Soddisfatto, la faccio leggere al Duca che mi dà una spinta (le sue spinte sono calci in culo, ovviamente) per migliorarla, e ne escono oltre 10mila parole in più, una struttura migliore e sviluppi più soddisfacenti.
Sono molto contento del risultato finale.
Vi riporto la quarta di copertina:

Alessandro vive a casa coi genitori, non ha un lavoro e la sua ragazza gli fa le corna. La sola prospettiva nella sua vita è di laurearsi fuori corso in Filosofia e finire a fare il cassiere al supermercato. Ma potrebbe andare peggio: quando insieme a un amico incontra in un casolare abbandonato due belle rumene conosciute su Facebook, la sua vita di merda ha una svolta inaspettata.
In fuga nelle campagne pugliesi, tra ulivi e masserie, Alessandro affronta streghe in grado di portare sfiga con la sola forza di volontà e finisce nel mezzo del mondo nascosto del sovrannaturale slavo. Armato del proprio umorismo nero per sdrammatizzare i disastri e con l’aiuto di un giovane macellaio rumeno dall’italiano non proprio impeccabile, Alessandro dovrà aprirsi la strada verso la salvezza a colpi di ferro da cantiere appuntito e bottiglia rotta.
Qui il link per reperirlo, sia in ePub che formato Kindle: https://store.streetlib.com/en/federico-russo/blestemat/
Blestemat è una commedia nera con elementi fantastici: in realtà il romanzo si evolve in maniera naturale e gli aspetti comici non sminuiscono gli sviluppi o la natura stessa della storia, semmai l'arricchiscono, per cui si può considerare tanto commedia quanto thriller con elementi sovrannaturali (infatti la categoria su Streetlib è "Mistero e investigativo", non è una storia fantastica in stile Harry Potter o Game of thrones, per capirci).
Spero che vi piaccia. Credo che chi mi segue da anni avrà una bella sorpresa e potrà godersi alcune ore intense di lettura appassionata, visto che rispetto alle ultime storie pubblicate qui sul blog, anni e anni fa, nel tempo ho maturato una tecnica migliore, complice il sadismo pedagogico del Duca che, dal 2007, mi ha reso la persona che sono (cioè peggiore).
Blestemat si legge in poche ore e, stando alle comunicazioni personali dei lettori, è una storia che prende e ti induce a finirla senza fare pause. E se qualcun altro mi conferma che questa storia gli ha sottratto qualche ora di sonno pur di finirla subito, mi renderà la persona più felice del mondo.
Considerando che, dall'apertura del blog, Blestemat è di fatto la prima opera che pubblico con una casa editrice, direi che si può considerare un bel traguardo, un evento importante per la storia del blog.
Infatti, oltre alla violenza educativa del Duca, e al contributo fondamentale dei post sui Gamberi e dei commenti sul mio blog di Gamberetta (che col suo spirito critico e la sua razionalità ci ha risvegliati circa aspetti della narrativa che molti ignoravano o simulavano di non conoscere), devo molto a tutti coloro che in questi anni hanno letto non solo i miei deliri sconclusionati sul blog (soprattutto quelli dell'adolescenza), ma anche le storie che ho pubblicato. Grazie per il vostro tempo e per le opinioni che mi avete dato. I vostri nomi, i vostri commenti, sono tutti qui, a testimonianza di un cammino di crescita in cui avete avuto un ruolo centrale. Grazie!

P.S. Sembra una lettera di addio. No, il blog non chiude. È in piedi da 7 anni, e finché posso ammorbarvi con qualche cavolata, lo farò.

venerdì 6 marzo 2015

Impressioni | Carrellata letteraria invernale 2015

Una bella carrellata per inaugurare la fine dell'inverno (sì, l'inverno è finito, lo dice la mia allergia). Per chi si è appena sintonizzato: nelle "carrellate" ficco i pareri su opere per cui non potrei impiegare un post intero, del tipo che non saprei che dire, o che non mi sembrano tanto importanti da scriverci un post a sé. È stata necessaria, questa precisazione? Probabilmente no, andiamo avanti.
È una carrellata piuttosto magra: da  dicembre a inizi marzo ho avuto molti impegni, ne ho tuttora, in realtà (Estiqaatsi), e a questi impegni si è aggiunta la scrittura; ho scritto una novella di 25mila parole e ne ho in corso un'altra, tuttavia verso ciò che scrivo ho sempre un atteggiamento ambivalente, o meglio, bipolare, o meglio, maniaco-depressivo (at first I was like: è il romanzo del secolo sì sì sicuro guarda sono un genio vedi come fioccheranno proposte da editori di tutto il mondo ne faranno un film a Hollywod da milioni di dollari di budget DiCaprio finalmente vincerà l'oscar... but then I was like: che schifo è tremendo ma a chi vuoi che interessi ma com'è che mi vengono in mente 'ste storie di merda cioè dai ok basta la smetto di scrivere tanto è tempo sprecato voglio dire è una roba che facevo da adolescente mobbasta bisogna crescere dovrei darmi tipo al collezionismo dopotutto i francobolli mi hanno sempre interessato...)

Detto ciò, passiamo alle opere.

One more thing, di B. J. Novak.
Non so come dirlo in maniera delicata, per cui non lo farò. Non fa ridere. Forse se trasformati in sceneggiature e recitati come si deve, i raccontini sarebbero degli sketch divertenti.

Correre, di Andrea Santucci, alias Ewan.
Non voglio dire che raramente leggo autopubblicati, perché non sarebbe vero, ma è vero che le opere di molti autopubblicati non sono granché (a dirla tutta, se si facesse una statistica, sono sicuro che non ci sarebbero differenze tra qualità di autopubblicati e pubblicati da editori: ho sempre difficoltà a trovare romanzi decenti da leggere chiudendo un solo occhio invece che dieci, per dire). Visto che non siamo su Goodreads, posso dare una mia personale valutazione qualitativa, senza stelline.
Correre è un racconto, non so di quante parole, secondo Amazon sono 40 pagine, strutturato su due piani temporali, un tempo "attuale" e i flashback. I flashback alla gente piacciono. In Correre, che narra in pratica di un ragazzo che (spoiler...?) deve fuggire da un pazzoide omicida in seguito a un incidente d'auto, i flashback danno sì spessore al personaggio, ma spezzano la continuità della linea temporale principale, su cui si costruisce in pratica tutto il climax (il climax è cosa buona, spezzarlo è cosa cattiva, un po' come se suonasse il campanello o squillasse il cellulare durante un amplesso). Lo stile è abbastanza buono, ma migliorabile. La tendenza all'infodump c'è, non è molestissima, ma comunque è presente, e risulta l'unica via di comunicazione di informazioni sul background. (Spoiler) Vista la brevità dell'opera, avrei dato più importanza allo sviluppo della fuga, piuttosto che all' "ispessimento" del personaggio o alla creazione di un conflitto passato (la gravidanza, la relazione) che comunque non trova risoluzione nel presente e, di conseguenza, neanche ragion d'essere.
L'influenza di King nello stile potrei averla percepita, o forse è solo una mia impressione, ad ogni modo la prosa di Correre a mio avviso prenderebbe il meglio di King, e non, grazie a dio, la sua prolissità totalmente inutile.

Eroi dei due mondi, di Davide Mana.
Ammetto di aver gradito un po' l'ambientazione, più che le idee (Garibaldi su Marte). Lo stile a tratti è più o meno sopportabile, a tratti è terribile. L'infodump è il male minore. Nella migliore delle ipotesi lo stile è confuso e oscuro, nella peggiore sembra essere volutamente trash. Risulta del tutto impossibile creare nella propria mente un'immagine di ciò che viene narrato:
Strani animali simili ad ippopotami si abbandonavano ad atti incomprensibili con lucertole dalle gambe corte
 ...pavimento coperto di un fitto materasso di muffa e di detriti di genere innominabile, che lungo le pareti formavano cumuli dall'aria inquietante.

Collasso, di Jared Diamond.
Diamond è famoso per il saggio Armi, acciaio e malattie (del 1997), quindi chi lo ha già conosciuto per la sua opera principale, non potrà che apprezzare Collasso, come le società scelgono di morire o vivere. Di fatto, ciò che viene spiegato in Armi viene ripreso in Collasso e ripetuto diverse volte, ma applicato alle diverse società, di conseguenza concetti prevalentemente archeologici e antropologici (come l'analisi dei rifiuti, da cui si capisce cosa mangiavano e quindi su cosa si basava la dieta di quel popolo e il tipo di agricoltura praticata) diventano molto interessanti anche dal punto di vista storico (per esempio, i coloni vichinghi groenlandesi e la loro identità culturale rigida li porta a morire perché non adeguatisi all'ambiente nuovo e ostile, e perché più propensi ad uccidere gli inuit invece che apprendere le loro abitudini adattive).

L'abisso di Maracot, di Arthur Conan Doyle.
Provocazione: nonostante tutto, nonostante per esempio l'idea di fondo del romanzo, probabilmente già scontata all'epoca (1927), Conan Doyle è comunque mille anni avanti rispetto agli autori contemporanei. Per dirne una, sfrutta la prima persona, che già è una buona scelta per filtrare gli eventi della storia. Ricorre anche a forme diaristiche o epistolari senza abusarne, altra cosa buona. Sa sfruttare conoscenze scientifiche (dell'epoca) per costruire scene interessanti. E le sue storie in generale sono abbastanza brevi, godibili volendo anche in una sola sessione di lettura.
Con ciò non voglio osannarlo, perché sotto molti aspetti le sue storie fanno acqua (per esempio, la superflua aggiunta della divinità malvagia verso la fine di L'abisso di Maracot, che si colloca dopo la fine della storia, e non vi aggiunge nulla, al punto che il narratore adduce spiegazioni sul perché ha omesso questi particolari nella narrazione per relegarli solo alla fine); ciononostante, Conan Doyle è ancora attuale e più leggibile della maggior parte di autori odierni.

I guardiani di Faerie, di Terry Brooks. Non leggevo Terry Brooks da quando ero adolescente o anche prima, da quando facevo le medie. Ero curioso per questa nuova trilogia. Curioso, eh, non esaltato. Ho leggiucchiato il primo capitolo.
Una schifezza incredibile. Non è giustificabile il successo di Brooks di venti-trent'anni fa, ma diciamo comunque che è comprensibile: dalla metà degli anni '80 in poi, fantasy,  giochi di ruolo, la nascita dei primi videogiochi. Ma non è tollerabile vedere pubblicate cose simili oggigiorno, ed è ancora più ridicolo pensare che a qualcuno possano anche piacere! Non voglio dire che il fantasy medievaleggiante sia una merda totale perchéssì, ma ammettiamolo: chi di noi ha letto oltre dieci anni fa A song of ice and fire, ora universalmente noto con Game of thrones per la serie tv, vedeva in Martin una "innovazione" verso il fantasy epico, cavalleresco e fiabesco di Tolkien e surrogati. Un riciclo del fantasy più noto. La saga di Geralt di Rivia, meglio noto come The Witcher ha cercato di riciclare questa tendenza (un riciclo di un riciclo, quindi). Ma diciamocelo: persino Game of thrones non ha più nulla da offrire, potremmo considerarla l'opera che segna la fine dell'era del trend del fantasy medievaleggiante.
Terry Brooks è meno di tutto ciò, meno dei "ricicli". È una regressione ingiustificata, incomprensibile.
Un po' come voler usare il dos per scrivere... Oh, wait.

venerdì 16 gennaio 2015

Impressioni & considerazioni | Un'impresa da eroi, di Morgan Rice + fantatrash e social network

morgan rice amazon quest of heroes impresa da eroi fantasy trashNell'ultimo post abbiamo parlato (ok, io ho parlato, poi nei commenti ne abbiamo discusso) dei lit-blog prezzolati, cioè di gente che parla bene di certi romanzi solo per accattivarsi la simpatia di case editrici e farsi inviare romanzi gratuitamente.
Poi si è parlato anche di valutazioni sui social, di troppe stelline per opere che non ne valgono neanche una, con un interessante approfondimento di Tapiro e la sua esperienza personale.
Questo romanzo è uno di casi suddetti.
Il fantatrash non è una novità, né lo sono le valutazioni pompate sui social. Già secoli fa, before it was coolZweilaywer aveva dimostrato gli intrallazzi che avvenivano su Anobii, ovvero valutazioni positive effettuate presumibilmente da case editrici o relative scimmie ammaestrate che si avvalevano di account fake (addirittura corredate da recensioni che simulavano veramente un'identità autentica dietro quei nick) per aumentare la valutazione media di un'opera, e far credere che fosse un bestseller o giù di lì.

Ho scoperto Morgan Rice (ammesso che sia una persona vera e non un software che genera frasi sensate secondo un pattern prestabilito - true story, Turing sarebbe contento di dove siamo arrivati) su Amazon e Goodreads. Come ho già detto un fantastiglione di volte, io ho un serio problema psichico, cioè mi piace il Fantasy, e non me ne spiego il perché. Vorrei tanto leggere una saga fantasy ignorante, alla Dragonlance, stereotipata, stilata col manuale di D&D accanto; a patto che sia scritta sufficientemente bene da un punto di vista stilistico, e che trasmetta un minimo di sense of wonder. Mi illudo di poterla trovare, ma ogni opera che provo è un prevedibile fail, ogni Fantasy è peggiore dell'altro. Il binomio Fantasy - Schifezza colossale sembra impossibile da spezzare. Le eccezioni sono rarissime o comunque è possibile trovare "il meno peggio", come Martin o Abercrombie, che comunque non eccellono quanto a stile. Non parlo di Fantasy in senso lato, parlo di Fantasy nel senso più gretto e abominevole che trova parte del suo significato nel nome "Heroic Fantasy", cioè banalissimi razze e classi che vedono gente e fanno cose in un'ambientazione inventata. Tipo Morrowind Oblivion Skyrim o l'ultimo Elder Scrolls a cui siamo arrivati, per avere un'idea.

Due parole sull'autrice di questo romanzo. Viene spacciata per:
(...) the #1 bestselling author of THE VAMPIRE JOURNALS, a young adult series comprising eleven books (and counting); the #1 bestselling series THE SURVIVAL TRILOGY, a post-apocalyptic thriller comprising two books (and counting); and the #1 bestselling epic fantasy series THE SORCERER’S RING, comprising thirteen books (and counting). Morgan Rice is a USA Today Bestselling author.
(citazione dal suo sito) Va da sé che questa persona probabilmente non esiste, e se esiste non vuole far sapere chi sia veramente, dove vive, che faccia abbia: è comprensibile, anche io mi vergognerei a pubblicare Fantasy (Fantasy come questo, soprattutto) col mio vero nome, preferirei anzi scrivere letteratura erotica senza pseudonimo, piuttosto che scrivere "una saga fantasy di grande successo". Oltretutto il suo nick (perché mi rifiuto di credere che sia il suo vero nome) ricorda Anne Rice, tra gli autori di punta della moderna letteratura gotica e di vampiri (fun fact: Ann Rice è anche autrice di romanzi erotici), e Morgan Rice millanta di essere #1 bestselling author di The vampire journals. Coincidenza? Io non credo #adamkadmon #gomblotto #vampiri.

Due parole sul romanzo, perché di più davvero sarebbero sprecate.
Fa schifo. Fa così schifo che non meriterebbe nemmeno il tempo necessario per un paio di righe.
L'ebook è pieno di refusi. Lo stile è terribile. I dialoghi sono ridicoli. La trama è inesistente. I cliché si sprecano.
Neanche impegnandomi riuscirei a scrivere così male.
Ho annotato, durante la lettura, una ventina di citazioni da usare qui a titolo di esempio, ma il romanzo è così insulso che questo stesso post non avrebbe motivo di esistere, se non fosse per le considerazioni aggiuntive a quest'esperienza di lettura.
Questo romanzo, A quest of heroes, in italiano Un'impresa da eroi, è il primo di una saga, dicevamo. Apro e chiudo parentesi: A quest of heroes. In una classifica di cliché fantasy potrebbe essere al 2° posto, dove al 1° troviamo Dungeons and Dragons. Ricorda persino quel gioco da tavolo, di "ruolo", anni '80-'90, Heroquest. Chiudo parentesi.
La saga si chiama The sorcerer's Ring (dont' ask). Finora sono stati scritti 17 volumi, dio solo sa come. E proprio a questo riguardo, è interessante addentrarsi nella palude mefitica in cui Zwei ha avuto il coraggio di sguazzare a naso tappato già anni fa.
La valutazione di questo romanzo, primo della saga, su Goodreads, è di 3,43/5, con 6.407 ratings e 563 recensioni (ovvero: seimila e passa persone hanno cliccato sulla stellina corrispondente al voto, ma solo cinquecento e qualcosa hanno anche lasciato due parole o più a riguardo). Una buona via di mezzo che non fa presumere una schifezza di romanzo né un capolavoro. Eppure è evidente che il romanzo di per sé faccia schifo. E lo squilibrio tra votazioni e recensioni è evidente. Tra i recensori che hanno dato 1-2 stelle, ci sono quelli che dicono le cose come stanno, e ci vanno giù pure molto leggeri, a mio avviso:

This book was terrible! I was initially not going to be so mean in my review, but it did something at the end that was really unacceptable. I'll get to that in a bit. (...)
Nonostante la recensione, ha valutato 2/5.
Sentiamo David:
To be honest I am just so happy to see that the goodreads community is a much better judge of good writing than amazon. It's mind-boggling how many good reviews this and Rice's other books have received there. The fact that these reviews are better written than the books themselves should tell you all you need to know. I've asked myself quite a few times throughout this series if it's worth putting up with the horrendous writing to satisfy my curiosity of the plot lines. The answer is a resounding NO, but as I had already bought the series I felt compelled to. Throughout the books you see themes and even lines stolen from other fantasy writers and movies - Sword in the Stone, the Dark Knight, Spiderman, the Three Musketeers "We are one for all, and all for one" ... seriously?!
Voto: 1 stella (notare come questa recensione suggerisca la possibilità di un software generatore casuale di frasi, piuttosto che una persona in carne e ossa, verso la fine). Il grassetto è mio. Emblematico il fatto che l'utente non si spieghi l'alto numero di recensioni positive su Amazon. E soprattutto, tenete a mente il secondo grassetto: "... Ma avevo già comprato la serie è mi sono sentito costretto."
Un altro, Mark, per cui provo sincero dispiacere, come anche per David:
Dear God...I expected so much more from a coming of age warrior. I purchased the 3 book bundle.
Cioè pure questo qua ha addirittura comprato i romanzi. E continua, il povero Mark:
Weak. Read at your own peril. I'm going to keep reading the series till he at least becomes a warrior. 3 books in and he's still useless. Reminds me of Van from FF12. Never have a read a book with a character that angered me more - you want to be a great Knight and Warrior? Be a Man. Grow up. Thor doesn't deserve the name of the God of Thunder. How this series got published I will never know. Gives me hope that my own book will one day be published.
Ricordate quando nel post sui lit-blog prezzolati parlavo di dissonanza cognitiva? Ecco che si ripresenta.
David semplicemente si sente costretto, lo confessa subito.
Mark invece vede il bundle, tre titoli in offerta. Ci spende dei soldi perché conviene. Li legge tutti in un giorno, ne è delusissimo (una cavolo di stella, gli dà, una!!). Cosa fa? Cognitivamente, ha due opzioni:
1) ammettere di aver gettato il denaro nel cesso e aver tirato lo sciacquone;
2) sperare che l'investimento iniziale possa essere ricompensato, nei volumi successivi, da un'evoluzione della storia che possa soddisfarlo un minimo (quanto basta per dirsi: "ok, non è granché, però..."). In pratica, un comportamento (comprare il bundle di tre o più volumi) è dissonante con la cognizione (il romanzo è una merda), e porta a un cambiamento della cognizione (vabbè, magari dopo migliora, quando diventa guerriero). Ricordate? La volpe e l'uva? Quella è la dissonanza cognitiva. Bam! Scienza.


E via discorrendo, c'è una sfilza di 1/5. A parte i troll o semplicemente gli account fake che danno 4 o 5. C'è persino chi, a giudicare da quanto dice nella recensione, è un amante naïf del fantatrash e ritiene buone delle opere che di per sé sono terribili, e come se non bastasse dà 1 stella a questo romanzo. Della serie: sì, va bene, mi leggo lo schifo, ma a tutto c'è un limite.
Com'è possibile, allora, che la valutazione strida così tanto con le opinioni di maggioranza che vogliono questo romanzo come "terribile", se non peggio? Addirittura un'autrice famosa (non per me, non bazzico le robe vampiresche young adults), Allegra Skye, si espone con un blurb secondo cui Morgan Rice è al livello di Tolkien, Paolini (LOL), Rowling.
Ma la cosa che mi perplime di più è: come diavolo ricavi 17 dannati libri dopo un'esperienza disastrosa già col primo? Perché i volumi successivi non solo esistono, ma sembrano avere anche un seguito, oltre che valutazioni non indifferenti.
Con la (mia personale) premessa malvagia secondo cui non è assolutamente possibile che questa saga possa essere definita neanche lontanamente accettabile (ma proprio no, questa saga è uno scherzo, sarà un esperimento sociale o non so cosa), ho fatto due più due e ho pensato che all'aumento del numero dei volumi (inteso come romanzi della saga, non come unità di produzione), corrisponderebbe, viste le recensioni negative, una diminuzione dei lettori (cioè: il primo volume si può leggere col beneficio del dubbio, quindi lo leggono, per dire, in 100, poi in 50, poi in 20, cioè o lo si abbandona o, se uno vuole farsi male, continua col secondo, al massimo il terzo se uno ha comprato il bundle e si sente costretto, ma insomma: dato che fa schifo, è improbabile che una persona sana di mente continui a leggere gli altri volumi fino addirittura al 17°, per quanto brevi siano, a meno che uno non voglia farne delle recensioni for the lulz come hanno fatto in passato Zwei o Gamberetta o Knight & Princess.).
Mi sono quindi divertito a riportare su un diagramma cartesiano due variabili, il "numero del volume" e la relativa "valutazione su Goodreads" (il riferimento è al 15/01/2015, qui lo screenshot dimostrativo, per quel che vale), presumendo che nel primo volume emerga la verità della gente che ha speso tempo per scrivere recensioni dettagliate (cioè che fa schifo), e che costituirebbe, se non la maggioranza, un buon numero che contrasta le valutazioni fake, e che nell'ultimo volume o giù di lì emerga la manovra di marketing delle review false (risultando quindi in valutazioni maggiori, perché pochissime persone si saranno prese la briga di valutare quelle opere che verosimilmente non hanno affatto letto).
Il grafico che ho ottenuto è questo (cliccare per ingrandire, ma l'andamento è evidente anche senza zoom):


Chiunque bazzichi la statistica e la ricerca scientifica in generale sa benissimo che "la relazione non implica la causazione". Sarebbe però curioso notare come la mia teoria "biasimatrice" (diciamo pure che voglio vederci del male) verrebbe confermata da questi dati. Sarebbe però anche corretto dire che è anche probabile che l'autrice sia migliorata volume dopo volume, e di conseguenza i voti maggiori corrispondono a una maggiore cura e qualità delle storie (*prrrr*, pernacchia comica in sottofondo).
Tuttavia, si potrebbe (non lo faccio perché nessuno mi paga, non ho ads sul blog, e quindi neanche ho tempo da perdere per romanzi merdos miserabili come questo) incrociare il numero di votazioni singole col numero di recensioni testuali abbinate a votazione, standardizzare i punteggi, o semplicemente stilare una banale media che constaterebbe come il 90% di recensioni testuali coincida con votazioni di 1 o 2 stelle al massimo, dimostrando che chi ha seriamente letto il romanzo e ha voluto farne una recensione, lo ha trovato pessimo.

Il discorso "capiscimi, ho famiglia, devo campare" dietro cui si cela la malsana abitudine a falsare i giudizi su un'opera è comprensibile, ma non per questo perdonabile, e ci sono due motivi semplicissimi per cui si può evitare di fare questi giochetti squallidi e comunque riuscire a vendere dei romanzi.
Prima di tutto: non pubblicare romanzi di merda. Se un editore si impegna a pubblicare romanzi buoni, ma buoni davvero, cioè (per citare Tapiro) da 3,5 stelline autentiche, non 3,5 che sono la media tra 1 e tanti 5 fake, se un editore si impegna allora venderà anche di più. Un bel romanzo attira più gente di un brutto romanzo. È vero, anche il trash attira, tutto fa brodo, "purché se ne parli". Ma non ha alcun senso! Quale editore malato decide di basare la sua strategia di vendita su un prodotto scarsissimo? Non è come una cover per smartphone, presa dai cinesi, che se si rompe vabbè, tanto la paghi 1€, è carina tanto quanto quella da 20€, la sostituisci e via. Un romanzo richiede denaro e tempo, e non assolve alcuna funzione oltre al puro intrattenimento intellettuale. Se fallisce anche in quello non ha alcun motivo di esistere.
Un altro motivo (ce ne sono a bizzeffe ma mi fermo a due) per cui è squallido pubblicare romanzi palesemente scarsi e, a peggior ragione, spingere con recensioni positive fasulle, è perché non accada ciò che hanno testimoniato Mark e David. Questi due ragazzi si sono pentiti di aver speso dei soldi per quest'opera (o bundle che sia), e si sono visti costretti a continuare la lettura per dare un senso a ciò che hanno fatto.

lunedì 3 novembre 2014

Impressioni | Il mezzo re, di Joe Abercrombie

Prendi un autore che nel panorama del fantasy si sta facendo sempre più spazio.
Prendi una casa editrice piuttosto giovane che ben pensa di tradurre quest'autore che a quanto pare sta andando molto bene all'estero, e che i litblogger hanno già recensito e acclamato.
Ecco che ottieni la trilogia di The first law, un ritorno del fantasy classico senza particolari innovazioni, scritto in maniera accettabile, che ammicca vagamente a George Martin per sfruttare l'onda Game of thrones e relativo  (ma modesto) risveglio del trend fantasy.
Prendi una casa editrice con un grave ritardo mentale, con l'utilissima abilità di sperperare soldi e compiere sistematicamente scelte sbagliate. Un indizio: tale casa editrice campa con le cash cows, vacche che garantiscono profitti, del tipo Favio Bolo.
Ecco che si ottiene Il mezzo re, un improbabile tentativo (fallito? si vedrà) di incrementare le entrate con una promettente vacca, una nuova  trilogia fantasy retard, boostata da quel blurb in alto, col nome in grassetto, già mi sembra di vedere lo Zio Martin con un sorriso forzatissimo dietro la barba, che in cambio di non so quali favori accetta a far scrivere sulla copertina di Half a king:
"Uno scrittore straordinario"
 George R. R. Martin
LAME! Abercrombie è uno scrittore così così, non basso quanto Brandon Sanderson, ma non raggiunge nemmeno Martin, che tutto sommato è così così pure lui, sebbene qualche asso in più nella manica ce l'abbia.
Non conosco i dettagli, probabilmente mi sbaglio, ho fatto qualche infruttuosa ricerca su Google, ma l'impressione è che la Mondadori per pubblicare Half a king abbia acquistato qualche diritto dalla Gargoyle books, la casa editrice che per prima in Italia ha tradotto diverse opere di Abercrombie. O forse anche no, visto che l'opera non figura nel catalogo della Gargoyle, sicché può benissimo aver avuto a che fare direttamente con l'autore e aggiudicarsi i diritti per la nuova trilogia. Chissà.
Fatto sta che Il mezzo re è il peggior romanzo che Abercrombie abbia scritto. È patetico sotto mille aspetti, e il bello è che mi son reso conto di una cosa fondamentale, quando ero ormai alle ultime pagine: non è nemmeno fantasy!
Attenzione, potrebbe esserci qualche spoiler. Non starò attento più di tanto alla storia, perché a mio avviso per questo romanzo non conviene sprecarci 6 ore di vita, la storia non si può rovinare più di così, è già terribile.

Il mezzo re sembra un'avventura di D&D giocata e trascritta da un ragazzino nerd con daddy issues (già visto in The blade itself) e un amore ignorante per l'epicità. La questione dell'avventura D&D non sarebbe male di per sé, ma consideriamo che un'avventura di D&D ha uno scopo (è un gioco, diverte chi gioca, con dinamiche proprie, per non parlare dell'interazione e del ruolo attivo della persona), mentre un romanzo ha un altro scopo (intrattenere, comunicare qualcosa, con dinamiche molto diverse, e la persona partecipa emotivamente e intellettualmente alla storia, ma ovviamente non interviene).
La trama è banale: Yarvi, ragazzino con una mano deforme, sostanzialmente underdog (nerdy), è il figlio del re, e il romanzo si apre con la morte sia del padre che del fratello coraggioso e forte, erede al trono. Yarvi si ritrova dunque ad ereditare il regno pur non avendo alcuna capacità, se non quelle intellettuali dei Ministranti. In qualche modo, viene tradito dallo zio (colpo di scena!) che, valoroso guerriero, tenta di ucciderlo. Come? Gettandolo da una scogliera.


Ovviamente Yarvi finisce in mare, non spiaccicato sugli scogli, ma gli assassini pensano bene di liquidare la cosa con un: "Sarà annegato". Il legittimo erede al trono che hai tentato di uccidere ti impiccherà sicuramente, se riesce a scamparla, ma chìssene, mica andiamo a controllare, facciamo spallucce, andiamo via e lasciamo che la storia faccia il suo (forzato) corso.
[Attenzione, se proprio volete leggere il romanzo, non leggete quanto segue, SPOILER potente di tutto, stile trama di film su Wikipedia italiana]
Dopodiché Yarvi finisce schiavo e viene venduto come rematore a una ciurma di pirati comandata da una donna ubriacona (sì, da una donna). Poi non succede niente finché in qualche modo Yarvi e qualche altro compagno sfuggono dopo il naufragio della nave, segue cammino sfiancante nelle nevi e senza cibo, pit-stop a un rifugio provvidenziale, si accorgono che il capo dei pirati li sta inseguendo, si affrettano, scontro sanguinario tra le rovine elfiche (che sono tali perché definite tali, praticamente uno scenario di cartapesta), quindi accordo con l'assassino del padre di Yarvi che si scopre in realtà non essere stato il suo assassino, ritorno in patria, preparazione del piano per riappropriarsi del trono usando i passaggi segreti del palazzo che solo Yarvi conosce, qualche altro scontro, colpo di scena, uno dei compagnoni è in realtà uno zio dimenticato di Yarvi, dato per morto da vent'anni, quindi erede al trono (il nonsense dilaga). Yarvi abdica al trono perché inetto, sceglie di continuare il cammino da Ministrante, scopre che la sua madre putativa in realtà era complice dei cattivi, la avvelena, tutto viene spiegato: tradimento ordito per il vile danaro. Si chiude il sipario.
Fine
[/SPOILER]

La bruttezza e banalità di questa storia è generosamente condita con orrori stilistici, qualche refuso (capita, anche se si suppone che la Mondadori possa sprecare qualche centesimo per un editing decente), e una traduzione molto fiacca, se non oscena in certi punti.
Ho annotato alcune cose.

Similitudini: Abercrombie dovrebbe cercare sul dizionario cosa sono:
Nulla [nome di un pg, ndr] strisciò dietro la sua catena sul ponte inclinato e, come un uomo che spazzi il focolare dopo che la casa gli è stata bruciata, si accinse dolorosamente alla sua solita fatica.
Che razza di similitudine sarebbe?
Ora un assaggio di ciò che è lo stile narrativo standard del romanzo: infodump, raccontato (tell) generico, assassinio della suspence, brutta scrittura in generale:
Alcuni uomini corsero attraverso l'arcata. O cose che sembravano uomini. I banya. Ombre selvagge e lacere, lampi di facce bianche a bocca aperta, in un luccichio di bottoni d'ambra e d'osso e denti scoperti, armi in pietra levigata, zanne di tricheco e denti di balena. Strillavano e farfugliavano, urlavano e uggiolavano versi folli...
Nota positiva: le frasi ad effetto si sprecano, sono tristissime, pessime, vengono direttamente dagli anni '80-'90, ma almeno Abercrombie è in grado di scherzarci su (negli altri romanzi è molto più ironico, in questo qui non lo è mai):

"Perché la ministrante di Gorm tiene un'abitazione a Thorlby?"
"Madre Scaer dice che la ministrante saggia conosce la casa del proprio nemico meglio della sua."
"Madre Scaer è incline alle frasi a effetto come Madre Gundring" sbuffò Yarvi.
Ogni volta che leggevo madre Gundring pensavo alla vecchia tv di famiglia, una Grundig. Ad ogni modo, Abercrombie ricorre spessissimo a quelli che King definisce "verbi dire pompati di steroidi" - "sbuffò", "'Ah ah!' latrò Nulla", ecc., al posto del più adeguato "disse".
Il nonsense è ovunque, nel romanzo, e diciamo che personalmente non sto a pensarci troppo, anche se in alcuni tratti c'è da mettersi le mani nei capelli:
Arretrò ancora e udì dei sassi cadere rumorosamente nel vuoto, l'orlo che si dissolveva sotto i suoi calcagni.
"Udì dei sassi cadere rumorosamente nel vuoto" è terribile per diverse ragioni: 1) "Udì", i verbi di senso non andrebbero usati, vedasi i saggi di Palahniuk sulla scrittura; 2) "rumorosamente", è un avverbio bruttissimo, inutilissimo e soprattutto ridicolo, giacché i sassi cadono: 3) nel vuoto, l'orlo che si dissolveva sotto i suoi calcagni.
Non dice che i sassi rimbalzano lungo una ripidissima scarpata, dice che cadono rumorosamente nel vuoto. Ma stiamo scherziamo?
Avevo accennato a traduzioni discutibili o oscene. Ora, non mi son preso la briga di confrontare le due versioni perché nessuno mi paga per farlo, ma da discreto conoscitore dell'inglese, e soprattutto da madrelingua italiano, non posso che grattarmi la testa di fronte a traduzioni del tipo:
"Mi dispiace"
"Lo sarai"
Oppure:
 "Penso che metterò giù te"
Altri orrori:
E allora capì che non aveva perso tutte quelle volte nel quadrato d'armi perché gli mancasse l'abilità, o la forza,  persino una mano. Era la volontà che gli mancava.

Manca solo la musica in sottofondo. Cosa c'è di peggio delle epifanie di un personaggio spiegate moralisticamente dal narratore? Cosa? Nulla, è al primo posto. Poi seguono la punta dei calzini che si sfila e si appallottola nelle scarpe, le briciole nel letto, Barbara D'Urso in tv, e la morte, in questo preciso ordine.
Qualcos'altro di simile, ugualmente tremendo (quel "E Yarvi capì" mi provoca proprio dolore fisico):

E Yarvi capì che la morte non si inchina di fronte a ogni uomo che le passi davanti, non protende il braccio per indicare rispettosamente la via, non dice parole profonde, non toglie alcun catenaccio. Non occorre mai la chiave che porta al seno, perché l'Ultima Soglia è sempre aperta. Raduna i morti, li fa passare a frotte, incurante del rango o della fama o del valore. Una fila che si allunga sempre di più da farvi passare attraverso. Una processione cieca, inesauribile
Altra saggezza abercrombiana:
"No" fece roco Yarvi, lottando per alzarsi, ma purtroppo non basta volere una cosa per riuscire a ottenerla.
Quest'uomo si vanta anche di aver studiato Psicologia, cioè rendiamoci conto.
Altri orrori:
L'alba giunse fangosa e impietosa.
Ancora:
Fracasso, il baccano dell'acciaio, della rabbia, della paura, reso quasi peggiore dal non vedere chi lo facesse, o perché.
Ancora, qui la cosa peggiore è che c'è un tentativo di mostrato (show) inquinato oltremodo dal narratore che trae conclusioni al posto del lettore.
Portava un collare da schiava anche lei, ma fatto di fil di ferro intrecciato, e la sua catena era leggera e allentata, in parte avvolta al braccio quasi fosse un ornamento che avesse deciso di indossare. Una schiava persino più favorita di Ankran, dunque.
Qui c'è un omicidio della suspence, nel mezzo di un combattimento spunta questo:
Davvero uno dei due doveva uccidere l'altro? Porre fine a tutto ciò che fosse, a tutto ciò che sarebbe mai potuto essere? A quanto pare, sì. Ma era difficile che in tutto ciò ci fosse un che di glorioso.
Spesso il raccontato è scarso o inutile. Se Abercrombie fosse qui, gli chiederei: "Scommetto che quando scrivi questa roba dei paesaggi immagini le scene del Signore degli Anelli con quelle belle panoramiche della Nuova Zelanda, ma sai che in un romanzo non è la stessa cosa, no?":
Scivolarono lungo infinite scarpate di ghiaia, saltellarono fra massi grandi quanto case, si inerpicarono giù per colate di roccia nera simili a cascate di ghiaccio.
E ancora, per chi vuol farsi del male:
Continuarono ad avanzare furtivi. Altre ombre, altri gradini, altre memorie vergognose, muri di pietra grezza disposti dalla mano dell'uomo e che parevano più antichi ma erano migliaia di anni più recenti delle gallerie sottostanti; la luce del sole ammiccava da una grata vicino al soffitto.
L'era del Pleonastico:
Yarvi tornò in sé al buio, soffocando in un vortice di bolle, e si dimenò, si agitò e si contorse nel semplice bisogno di restare vivo.
Chi ha fatto l'editing come ha fatto a non notare tre verbi sinonimi, un aggettivo che sta lì tanto per, una stupida perifrasi, praticamente tutta la frase non ha alcun motivo di esistere, è un elogio alla stupidità.
Qui la confusione di Abercrombie è al suo culmine. Non sa che pesci pigliare, di conseguenza:
Corsero. O avanzarono spediti. O saltellarono e incespicarono, o si trascinarono attraverso una landa infernale di rocce consumate dove non crescevano piante o volavano uccelli
LOL. O. O. Della serie "fate un po' voi".
Si parlava di daddy issues, eccoli anche qui, oltre a The blade itself, e rappresentati nel peggiore dei modi.
Ma Yarvi non aveva orgoglio. L'orgoglio lo aveva abbandonato quando era stato svergognato da suo padre. Beffato da Odem. Picchiato sulla Vento del Sud. Congelato nelle terre desolate.
Perle di wtf:
Poi Uthil piegò la spalla e sollevò lo scudo, sbattendo l'estremità contro il mento di Odem. Ruotò l'altra spalla e scagliò Odem lontano
Che spalle potenti.
Perle di stile:
Scavò come se la sua vita dipendesse da quello. Così era.
Mi immagino Joe che scrive la prima frase, al pc (scommetto che è un mac user), digita il punto e si ferma. Riflette. Poi si rende conto che la frase appena scritta è banale, e ci aggiunge "Così era", per aumentarne l'ovvietà.

Non infierirò ulteriormente sul romanzo. Le annotazioni sono molte di più ma non ha senso riportare tutte, per non parlare dei refusi. Questo genere di cose si fa fare a qualcuno nella casa editrice, e costui merita di essere pagato. La Mondadori può prendere uno stagista e fargli fare l'editing senza retribuzione, e i risultati di solito sono pessimi (com'è ovvio, naturalmente - ad Abercrombie piace quest'elemento).
Ricapitolando.
Un romanzo pessimo. Una storia che potrebbe anche non esistere, il mondo non cambierebbe. Una nuova trilogia non richiesta. Una prosa pessima come tante altre.
Abercrombie non è un genio, The blade itself però non era male (ma non è nemmeno un'opera d'arte). Il mezzo re invece è immondizia ai livelli della Troisi.
Dicevo all'inizio che questo romanzo non è fantasy. Ebbene, a me piace leggere storie con ambientazioni originali, fantasy, sia a tematica medievaleggiante che barbarica che ottocentesca, ecc. Ma se c'è una cosa che Gamberetta mi ha insegnato è che non basta un'ambientazione diversa dal nostro mondo per fare un Fantasy. Il mezzo re è solo il primo della trilogia (sigh), ma è autoconclusivo, quindi non ha senso dare il beneficio del dubbio verso il prossimo volume. In questo romanzo non c'è alcun elemento fantasy, e non parlo solo di magia ecc., non ci sono nemmeno creature diverse o altro. È una storia di un ragazzo che intraprende una breve avventura (solo a parole: il cammino dell'eroe, la maturazione del personaggio, il conflitto, sono praticamente inesistenti, così come i personaggi sono bidimensionali, e i dialoghi tutti uguali) per riconquistare il trono e l'approvazione degli altri. Non ci sono elfi, troll, non c'è magia, ci sono uomini che complottano per il trono, non ci è dato sapere niente del resto dell'ambientazione.
Il mezzo re è un romanzo più finto di una fiaba, i personaggi fanno cose perché spinti dalla mano divina di un Dungeon Master troppo pigro per creare una gerarchia nel sistema monarchico della storia, e per dare spessore alla struttura sociale, economica e politica dei regni in conflitto.
Il mezzo re mi fa quasi rimpiangere il vecchio fantasy alla Terry Brooks.

giovedì 18 settembre 2014

Impressioni | Carrellata letteraria estiva 2014 - Parte II

Ecco l'attesissima seconda parte della carrellata letteraria.

Cartlon Mellick III, The Haunted Vagina
Avevo da diverso tempo alcuni titoli di bizarro fiction, alcuni iniziati e rimasti incompleti (Satan Burger: andava forte all'inizio ma poi mi ha stancato lo storia di questi punk perditempo), altri mai cominciati. Volevo espandere un pochino le mie letture del genere e mi sono affidato ai gusti dei colleghi blogger, soprattutto al parere del Duca. Tra parentesi, The haunted vagina uscirà in italiano sotto l'etichetta di Vaporteppa, gaudio in tutto il regno.
Il romanzo mi è piaciuto. Probabilmente la forza delle opere di Mellick III risiede anche nella brevità con cui viene sviluppata l'idea di base (King avrebbe molto da imparare, lui le stesse idee le svilupperebbe in triliardi di pagine). The haunted vagina alla fine risulta più profondo di quanto non sembri. E parla di una ragazza che ha la vagina infestata (dai fantasmi) e del ragazzo che deve scoprire che succede là dentro. Se ne parla in maniera più estesa in questo post di Vaporteppa.

Hugh Howey, Wool
Questo è il romanzo di cui hanno acquistato i diritti (è la 20th Century Fox, non la WB, mi correggo) per un film che, dalla regia, mi dicono sarà diretto da Ridley Scott. Nelle librerie e persino nei supermercati hanno fieramente esposto per alcuni mesi questo mattone. Mi aveva dato un'ottima impressione, nonostante lo stile scarsino e alcuni punti dubbi (del tipo il"sapore metallico dell'adrenalina", come se l'adrenalina si potesse assaporare, o a un tratto della storia un personaggio cancella un file di testo compromettente ricevuto via mail, spostando il file nel cestino e addirittura svuotando il cestino: l'autore deve avere conoscenze informatiche pari al tipico utente Windows/Apple, cioè nulle). La storia migliora, si arricchisce di elementi interessanti al punto da assomigliare a Lost, con idee meno wtf che spuntano dal nulla. Ma poi la fine è gestita male, non c'è una risoluzione degna, e molto rimane inspiegato.
Mi auguro che la sceneggiatura del film corregga tutto lo "sporco", così chi è interessato alla storia potrà risparmiarsi decine di ore di lettura e godersi al massimo due ore di film.

Zerocalcare, La profezia dell'armadillo
Capolavoro, non c'è nient'altro da aggiungere.

François Garde, Il ritorno del naufrago
Come ho già scritto nel post precedente, a me le storie di mare piacciono molto. Ho trovato questo romanzo per puro caso, l'ho cominciato sul Kobo Aura fresco di regalo, ma ero preso dalla frenesia ed essendo scritto abbastanza male l'ho interrotto, poi alla fine ad agosto l'ho ripreso e finito. È sostanzialmente quello che dice il titolo. Il ritorno di un naufrago francese, in un'ambientazione ottocentesca. L'intero romanzo alterna la forma epistolare di un geografo che scopre il naufrago, e lunghi flashback della storia del naufrago narrati in terza persona. Lo stile è bruttino, in pratica il mostrato è ridotto a 0, è tutto raccontato. Si può anche tollerare, se a uno piace il tipo di storia. Ma si conclude con questioni irrisolte, lascia insoddisfatti. Un finale davvero pessimo (praticamente mozzo).

Frank Schatzing, Limit
Adoro i mattoni, e ho visto spesso i romanzi di Schatzing in giro. Ho cominciato Limit, mi ha intrigato, poi passata l'introduzione, si apre il primo pov, e lo stile è un pugno in faccia. L'ho chiuso e poi ho provato a riprenderlo. L'ho ri-abbandonato.

Carlo Taglia, Vagamondo
C'è poco da dire, è un diario di viaggio. Carlo Taglia ha vinto il Narcissus Monthly Award, è un autopubblicato con Ultima Books. Ha un blog. Ha fatto il giro del mondo in 528 giorni senza aerei. Non è un romanzo, ma appunto un diario di viaggio un po' intimo e un po' aperto al pubblico (l'impresa, per quanto solitaria, non può non avere una risonanza mediatica! Mi ricorda con nostalgia le belle vecchie imprese ottocentesche).

Terry Pratchett, Mort
L'ho accennato già altrove: Terry Pratchett può essere anacronistico, se letto ora. Il colore della magia è bellissimo, poi gli altri libri variano per stile e tematiche. Alcuni hanno un tono fiabesco che proprio non mi piace. Altri, invece, sono geniali e ancora divertenti. Mort è uno di quelli da cui trapela sia la vena umoristica che quella filosofica di Pratchett.
Dicevo: può essere anacronistico, l'umorismo di Pratchett (non per tutti i versi, però), perché è uno dei primi. La parodia del Fantasy fatta quando il Fantasy era all'apice (all'apice della suo degrado, potrebbe dire qualcuno, ma non è che poi sia migliorato voglio dire dopo è venuto tipo Twilight e altre cose simili cioè rendiamoci conto) poteva essere originale, divertente, o comunque adeguato ai tempi (Il colore della magia è del 1989). Ma negli anni le parodie hanno in un certo senso esaurito la materia da beffare. Si pensi agli Scary Movie: funzionavano finché non hanno cominciato a stancare, il che è avvenuto dopo pochi anni (e parodie di horror se ne facevano già da anni! Si pensi al mitico Frankenstein Junior, del 1974, ancora oggi attualissimo; dello stesso anno Monty Python e il Sacro Graal, che però parodiava il ciclo arturiano e in qualche misura anche il fantasy).
Con questo non voglio dire che le idee si esauriscono e non si può fare più parodia. Molte idee di Pratchett sono originalissime, ma al di là di questo, a mio avviso quando lo si legge si mette in conto, da un certo lato, che risale a due decine di anni fa, e ciò che poteva far più ridere all'epoca, può far meno ridere ora (o fa ridere in maniera diversa: si veda Korgoth of Barbaria, in cui ciò che fa ridere non è poi così direttamente collegato con l'heroic fantasy in sé, come si può vedere nel Colore della magia, ma con altri trope portati all'estremo).
O forse mi sbaglio e semplicemente Pratchett alterna genialate a freddure.

Frank Schatzing, Il quinto giorno
Della serie, perservare è malvagio. Perché ho messo da parte uno Schatzing e ne ho preso un altro? Ripeto, perché i mattoni mi piacciono. Scherzo, nel caso del Quinto giorno mi è stato consigliato per la storia e il suo sviluppo (e conclusione), e mi son messo di impegno. È vero, l'idea di base della storia è interessante (l'ho già detto che mi affascinano le storie di mare e il mare di per sé?), e sono riuscito a leggere fino al 20%, il che è incredibilmente tanto per un mattone di qualcosa come mille pagine: lo stile è un calcio nei testicoli. Schatzing perde più tempo di King e lo fa anche peggio. Infodump come se piovesse, sempre, continuamente, soprattutto quando non serve a niente. Durante la lettura ero arrivato a una scena di tensione, in cui l'infodump grazie a dio era stato accantonato, ma lo stile era ancora pessimo, c'era molto raccontato e il mostrato era confuso. Alla fine l'ho abbandonato.
Come fanno certi romanzi a diventare best seller?

Stephen King, Mucchio d'ossa
È stata una lettura totalmente casuale.
Leggere King è sempre come rivedere un vecchio amico. All'inizio. Poi ricordi perché è passato così tanto tempo dall'ultima volta. Mucchio d'ossa non è assolutamente uno dei suoi migliori romanzi. È scritto abbastanza bene (parliamo di King, fa le cose come al solito, un po' funzionano e un po' no, è migliore di molti altri ma il suo amore per il brodo annacquato è noto), e devo ammetterlo, l'evoluzione della storia mi ha un po' spiazzato: sembra risolversi a metà opera, ma a ben pensarci poteva finire poco dopo, riducendo di molto la seconda metà. Su goodreads gli danno circa 3 stelle e qualcosa su 5. Direi che è il voto che si merita.

Chuck Palahniuk, Pigmeo
Pigmeo è un romanzo molto particolare.
Inizialmente mi sembrava troppo faticoso da leggere e l'avevo accantonato. Google può esservi più utile di me, ma in breve: Pigmeo è un romanzo in forma di report fittizio di un bambino-terrorista proveniente da un paese fittizio a regime dittatoriale, che va in America per un gemellaggio. Di conseguenza questi "dispacci" sono scritti in un italiano (non ho controllato la versione inglese) approssimativo con coniugazioni sbagliate e similitudini molto esotiche e originali. Prendo un estratto (in realtà ho trovato questa recensione di gelostellato, che in gran parte condivido, l'estratto lo prendo dal suo post):
Prossimo poi, questo agente approccia femmina negroide caratterizzata con cranio di forma mesocefalica, ampia apertura nasale e zigomo indietreggiato. Mano di operativo me estende, apre verso femmina. Questo agente dice: «Esemplare femminile, permette effettua danza di accoppiamento precedente generazione di embrione umano?».
Bocca di operativo me assicura che equipaggiato con adeguato cromosoma, così che non appesantisce società con cura di mostruosa prole deformata.
In realtà sì, può stancare, ma basta entrare nella visione di Pigmeo e ci si può gustare completamente l'opera, disseminata di perle geniali: alcune fanno davvero ridere, altre sono una palese denuncia alla cultura occidentale, e se da un lato può sembrare anche snob/scontato, dall'altro non si può non riconoscere che le immagini sono davvero efficaci (come il dollaro rubato, sporco di sperma del carnefice e sangue anale della vittima dello stupro).
Lo avevo sottovalutato, invece potrebbe addirittura essere il mio romanzo preferito di Palahniuk.

E questo è tutto.
Prossimamente,  brevi ma intense impressioni su steampunk nostrano ed estero.

lunedì 8 settembre 2014

Impressioni | Carrellata letteraria estiva 2014 - Parte I

Non aggiorno il blog da due mesi ma ho i miei perché: laurea/tirocinio/vacanze. Ho anche imparato a suonare l'ukulele (in realtà è bastato un paio di giorni).
Nel frattempo però non ho smesso di leggere, ed ecco a voi una carrellata delle cose che ho letto da più o meno luglio a ora. Divido la lista in due parti perché mi sento molto la Mondadori coi romanzi di Martin, ma anche perché dopo due mesi di assenza posso garantire un altro post prima del panico su cosa scrivere dopo.
Via.

Joseph Conrad, I romanzi del mare
Avevo letto tempo fa (10 anni fa) Tifone, e mi son detto ok, voglio leggere altra roba di mare, proviamo con questa raccolta, che comprende Il negro del Narciso, Tifone, Un colpo di fortuna, Freya delle Sette Isole. At first I was like wow, è vekkiume ben fatto, questo! But then I was all like come non detto, andrebbe bene una sola lettura per togliersi lo sfizio della storia di mare, ma lo stile costituisce un ostacolo non irrilevante. Se qualcuno conosce romanzi di mare accattivanti e sorpattutto ben scritti, suggerisca pure.

Arthur Conan Doyle, Tutto Sherlock Holmes
Sir Conan Doyle ce lo fanno leggere a scuola, alle medie, e poi ce ne dimentichiamo, ma sa il fatto suo (e non dimentichiamo i suoi romanzi di fantascienza, col mitico professor Challenger!). È una buona dimostrazione di vekkiume ben fatto, e la fama raggiunta da Sherlock Holmes su schermo mi auguro avvicini alla lettura dei romanzi, e da qui al vekkiume in generale, che ci piace tanto (il nostro piano segreto è far tornare il mondo all'estetica, alla morale e alla filosofia dell'800, sapevatelo)

Susanna Clarke, Jonathan Strange & Mr. Norrell
Lo ricorderà chi una decina d'anni fa era appassionato di fantasy e abbastanza grande da saper leggere (quando il romanzo uscì, nel 2004, io avevo 14 anni, ora ne ho 24, cioè parliamone). I punti di forza della storia sono diversi: è ambientato nell'800, c'è la magia, e l'atmosfera cerca di essere un po' fiabesca e un po' spiritosa: oserei dire che ricorda vagamente lo stile della Rowling dei primi Harry Potter. Il problema è che lo stile è pessimo, un fiabesco fallimentare, inutilmente prolisso, che non suscita il minimo interesse e non ingrana mai, per cui l'ho abbandonato e non lo riprenderò mai più.

James Mendrinos, The complete idiot's guide to comedy writing
Cercavo informazioni sulla comicità, su come produrla e via discorrendo. Ho scoperto questo manuale. Devo essere sincero: non è servito a molto. Sicuramente gli esercizi suggeriti possono essere utili, e anche un po' di teoria su alcuni aspetti della comicità (il twist, la tempistica ecc.), ma non è il tipo di manuale che cercavo. Forse probabilmente non ne esistono. Se c'è una cosa che ho imparato (non è vero, è una cosa scontata che sanno tutti), è che la comicità è roba seria, ci si può improvvisare ma o si ha l'attitudine innata o la si sviluppa con un potente allenamento. Non c'è niente di peggio della comicità stiracchiata e forzata. Anzi sì, c'è: il dramma forzato.

Alessandro Scalzo, Caligo
Ne avevo già parlato qui, quindi non mi ripeto. Perla italiana. È uno dei romanzi che voglio assolutamente rileggere, insieme al magistrale Soldati a vapore (attenzione! È uscito un racconto gratuito dello stesso autore! Qui il post relativo). C'è molto da imparare da queste fiction, per chi scrive. E molto da gustare, per chi legge.

Arturo Pérez-Reverte, Purezza di sangue
Pérez-Reverte non è un autore eccezionale, ma è molto bravo e mi fa piacere leggerlo. A parte la prima opera, Capitano Alatriste, che ricordo come un piccolo capolavoro, gli altri romanzi dell'autore non mantengono lo stesso "tenore", l'andamento è variabile (ricordo l'infelice caso de Il giocatore occulto, infelice perché prolisso e oltremodo infodumposo). Ad ogni modo, mi è piaciuto leggere Purezza di sangue e proseguirò con gli altri titoli. Piano piano.

Gabriel Garcia Marquez, Memoria delle mie puttane tristi
È cinico da dire, lo so, ma non prendiamoci in giro, gli editori stappano champagne e ballano sulle scrivanie quando un loro autore bestseller muore. Un po' come le opere d'arte, se quel dipinto vale 10, dopo la morte dell'artista varrà 100 e continuerà a valere sempre di più. Avevo già cominciato a leggere Memoria delle mie puttane tristi un anno o due anni fa, dopo aver cominciato e abbandonato Cent'anni di solitudine. L'ho ricominciato e finito quest'anno (è abbastanza breve). Ne è valsa la pena, merita il riconoscimento che ha avuto.

Mykle Hansen, HELP! A bear is eating me!
Tapiro lo consigliò ben 3 anni fa, io l'ho letto solo quest'anno. Effettivamente è meno "bizzarro" rispetto alla roba della Eraser Head, e forse è proprio per questo che mi è piaciuto molto. La bizarro fiction mi piace così e così, dipende. HELP! A bear is eating me! è un capolavoro. È divertente, ben scritto, breve, suscita emozioni, praticamente perfetto. Se insegnassi Psicologia (ehm, ne approfitto per comunicare la mia disponibilità in merito a chiunque volesse offrirmi un posto di lavoro come docente, chiusa parentesi), se insegnassi Psicologia Generale o Clinica, dicevo, userei diversi pezzi di questa novella come esempi utili: si imparerebbe molto di più da un commento specialistico a questo romanzo che dalle classiche lezioni frontali con slide.

Fine prima parte.
Ora creo il cliffhanger per la seconda parte: ci sarà un romanzo i cui diritti cinematografici sono già stati acquistati dalla Warner Bros mesi fa, un'altra opera di bizarro fiction, e ben DUE bestseller fail tedeschi, e molto altro (non troppo, in realtà, sono solo promesse da campagna elettorale).

domenica 16 marzo 2014

Impressioni | The blade itself, di Joe Abercrombie

Abercrombie è stato accolto dalla maggior parte dei lettori (i.e. i blogger che seguo) con grande entusiasmo. Mi approcciai a leggerlo un paio di anni fa sull'Opus che però, non avendo i dizionari inclusi, mi fece desistere per rimandare la lettura a un secondo momento.¹
Questo momento ha tardato un po' ad arrivare, ma alla fine è arrivato.

The blade itself si sarebbe fatto spazio nella selva di robaccia fantasy grazie allo stile che ammicca a Martin conservando al contempo una sua originalità, grazie all'ambientazione meno hard-fantasy di Martin ma nemmeno lontanamente high-fantasy. Vantava un "ritorno" del fantasy sword-and-sorcery degli anni, per così dire, d'oro ('80-'90), ma con una veste stilisticamente migliore.
Le recensioni che ho letto mi hanno creato grandi aspettative (quella di Zwei e Ewan).
Eppure mi aspettavo di meglio, soprattutto dopo la parte iniziale che effettivamente prometteva un fantasy classico ripulito della narrazione dozzinale propria degli SnS a cui siamo abituati (mi riferisco alle avventure di D&D prese e trascritte in romanzetti illeggibili neanche col gusto del trash).
I motivi per cui The blade itself non mi ha convinto non sono tanti, ma sono sufficienti per mettere in dubbio una mia possibile prosecuzione con la trilogia.
Il primo motivo più importante riguarda la natura degli eventi narrati.
Per esempio, so che Glotka è un personaggio carismatico, sadico, divertente, molto amato. Ma il suo POV presenta complotti che coinvolgono un sistema sociale e politico che, per quanto di accessibile comprensione, non sorprende nei suoi temi - corruzione, intrighi, interessi economici. A voler fare un paragone, direi che la costruzione di intrighi politici/di corte è ben fatta in A song of ice and fire: gli eventi riguardano direttamente i personaggi, vengono ampiamente diluiti (e digeriti dal lettore) in un alto numero di pagine (e libri), e i colpi di scena che scatenano sono efficaci.
Glotka che si ritrova nelle lotte di potere tra caste o corporazioni non è interessante, soprattutto quando il 90% del romanzo parla di lui che indaga e scopre cose che non interessano al lettore. Lui è un personaggio interessante, il suo modo di comunicare è interessante, ma lui che fa il detective dell'ovvio non lo è affatto.
Jezal è il POV più noioso di tutti. Il conflitto che lo riguarda è pari a "cosa indosso stamattina?", e tutti gli eventi che lo riguardano sono inutili. Inoltre è il personaggio attraverso cui sembrano spiccare di più ipotetici problemi di Abercrombie con la figura paterna, se mai questi dovesse averne. Jezal non sa se cercare una sua identità o assecondare le aspettative paterne che però non vuole deludere (figura paterna odiata), Logen invece vive di citazioni del padre saggio (figura paterna idealizzata). O forse è tutto frutto del corso di Psicologia di Abercrombie.

 

Logen è il personaggio, a mio avviso, migliore. In un'opera che vuole essere tipicamente fantasy, Logen è il personaggio stereotipato che paradossalmente vive un conflitto significativo (ha perso la sua famiglia e i suoi compagni e si ritrova, sconfitto, a scappare da nemici che non è in grado di affrontare, abbandonando la sua terra), è il classico barbaro nordico tutto muscoli e cicatrici che, per confermare l'apoteosi del fantasy di Abercrombie, è anche in grado di parlare con gli spiriti (della serie "sì, voglio che la classe del mio personaggio sia quella del barbaro guerriero, ma se gli do anche qualche capacità magica lo rendo incredibilmente più figo").
Logen è, a mio avviso, l'unico personaggio che, pur incarnando uno stereotipo, dà senso e ritmo al romanzo.
Un altro motivo più marginale per cui The blade itself mi ha "deluso" - rispetto alle aspettative createmi dalle recensioni - consiste negli alti e bassi della narrazione.
Per quanto accettabile possa essere una storia, non è mai accettabile leggere:
The Susperior's office was a large and richly appointed room high up in the House of Questions, a room in which everything was too big and too fancy.
(...) An equally huge and ornate desk stood in the centre of a richly coloured carpet from somewhere warm and exotic.
Sono frasi che un narratore in terza persona non dovrebbe mai pronunciare, la banalità degli avverbi inutili e delle immagini vaghe spengono l'entusiasmo proprio come un pigiamone di pile spegne la libido.
Quando leggo un romanzo non posso fare a meno di leggerlo anche con gli occhi da scrittore: dopo diversi anni di impegno nello scrivere, nel leggere i "modelli" e imparare a fare meglio, si acquisisce lo sguardo clinico che pur non volendo individua gli errori o le scelte stilistiche infelici. È un po' come passare da un Tavernello a un Primitivo: tutti i vini peggiori non varrebbe la pena nemmeno annusarli, e quando li si assaggia non si può fare a meno di notarne la qualità pessima.
Allo stesso modo, quando leggo, il mio cervello elabora il testo in virtù della sua cablatura sulla buona scrittura appresa dai maestri della narrativa, dal buon senso, e soprattutto dalle bacchettate del Duca sulle nocche.
He let his mind settle on an animal (un animale? Che tipo di animale? Perché non specificarlo subito? Che immagino creo come lettore nella mia testa? Una gallina o un alce?) close to him, moving cautiously (avverbio: da eliminare del tutto o sostituire con una forma più chiara) through the woods to his right. Delicious. The forest grew silent but for the endless dripping of water from the branches. (fa schifo, è a metà tra bassa poesia e narrativa scarsa: chi ti ha insegnato a scrivere, Baricco?)
La cosa divertente è che molti "errori" che noto nei romanzi sono gli stessi che ho compiuto io mentre imparavo (o meglio, che compio ancora mentre imparo), e quello appena citato, sulla "foresta che cresce in silenzio", non è tanto diverso da quello che scrissi un po' di tempo fa (6 o 7 anni più o meno, ero ancora minorenne):
Il bosco viveva placido la propria vita, senza badare a lui. (Descrivi quel che vede in concreto, con dettagli che creino atmosfera, invece di raccontare ovvietà: è banale che la vita delle piante continui, che ci sia o meno lui, e la frase suona trita e ritrita)
Questo è tratto da un vecchio racconto che il Duca mi corresse, insegnandomi nozioni che, una volta apprese contestualmente all'errore commesso, ho assimilato e applico in automatico quando scrivo (e quando leggo).
Per chi fosse curioso, in questo post c'è un assaggio pratico di come è meglio scrivere (o non scrivere) un racconto, con le annotazioni del Duca.
In conclusione, The blade itself non si è rivelata la svolta del fantasy moderno che mi aspettavo, ma neppure merita il disprezzo del 90% delle opere fantasy in commercio e non solo. Sicuramente risolleva un po' la qualità media del genere, ma a mio avviso non si distingue più di tanto nella letteratura di genere, se non per la sua qualità grossomodo accettabile e non degna di infamia.
Posso solo sperare che le altre opere di Abercrombie siano migliori, dato che oltre alla trilogia di The First Law esistono altre opere stand-alone.

____
¹ So che all'epoca esistevano già diversi lettori coi dizionari integrati, per esempio il Sony PRS-T, ma avevano comunque un certo costo; se penso che ora il Kindle 4 NT, completo praticamente di tutto tranne l'illuminazione e il touch [edit: come se Amazon avesse letto questo post, il Kindle base ora è anche touch], è a 59€, non posso che riflettere sui benefici del progresso e su come piccoli miglioramenti incrementino di molto la qualità di lettura.

lunedì 26 agosto 2013

Impressioni fulminanti | La danza dei draghi, di George R. R. Martin

danza dei draghi george r r martin recensioneOgni volta che comincio a leggere uno dei volumi di A song of ice and fire mi domando se poi varrà la pena scriverci un post.
Alla fine ho pensato che, perché no, un'impressione veloce male non fa.
Rispetto a quello che stavo leggendo prima, appena ho ripreso in mano Martin mi son detto: "Ah, finalmente". Poi continuando ho ricordato perché non fosse il mio primitivo.
Il narratore di Martin è attratto dalle ovvietà, che non manca di presentare, e non lo fa attraverso il pensiero dialogato dei personaggi, ma al di fuori, proprio nella narrazione. Questo mi ha dato fastidio. Che senso ha far notare qualcosa di per sé evidente?
Come per gli altri volumi, il livello di infodump è alto e sempre presente. E l'entità delle informazioni è rilevante: non si parla di fuffa, ma di veri e propri fatti che avvengono al di fuori degli eventi che interessano un personaggio, fatti che comprendono l'intero mondo, e che hanno effetti sullo sviluppo di altre sotto-trame.
Io so che ci sono lettori che memorizzano tutto, riescono a gestire questa mole incredibile di informazioni e ci speculano sui forum facendo profezie su ciò che potrebbe accadere in futuro.
Io questo lo so.
Ma so anche che è troppo. Il lettore medio (quale io mi ritengo) difficilmente assorbirà questa mole di informazioni. Per fare un paragone, è un po' come giocare a un MMORPG per divertirsi e passare la serata (casual gamer) vs giocarci imparando a memoria tutti i dettagli delle armi, item, i relativi valori, le statistiche, ecc. (power gamer).
Magari il paragone è un po' azzardato, ma diciamo che se tutte queste informazioni non ci fossero state, io non ne avrei sentito la mancanza.
Rispetto ad altri volumi più noiosi, La danza dei draghi è un po' più ricco di colpi di scena o eventi importanti. E tra i personaggi che muoiono, ce n'è uno che nessuno si sarebbe mai aspettato. Nice job, Zio Martin.
Detto questo, per smorzare l'impressione di criticone che potrei dare, A song of ice and fire è l'unica saga che continuo a leggere dopo tanti anni. Erikson, Jordan, Brooks, per citarne alcuni, tutti abbandonati (talvolta dopo il primo o pochi altri volumi). E, si badi, la serie tv di Game of thrones è uscita molto di recente (lessi Il portale delle tenebre nel 2004 o 2005, e dal 2010 ho continuato a leggere tutti gli altri man mano che sono usciti).
Insomma, la saga sarà diventata anche mainstream (ricordo il post sul blog di Martin in cui lo Zio affermava che sarebbe stato impossibile trasporre Asoiaf come film o serie tv: ecco un caso in cui la brama di denaro porta a qualcosa di buono - la maggior diffusione dell'opera), ma posso dire che, al momento, anche questo volume contribuisce a spingermi nel continuare a leggere la saga.

sabato 27 aprile 2013

Impressioni | La scomparsa dell'Erebus, di Dan Simmons

scomparsa erebus dan simmons hyperion passaggio nord ovest artico horror fantasyEro deciso a leggere Hyperion, dello stesso autore (tutt'altro genere), ma ho scoperto questo romanzo per puro caso mentre lurkavo la libreria anobii di Zwei, e visto il tema trattato mi è piaciuto e ho optato per questo (ma poi mi son trovato a maledire il giurista nerboruto).
La scomparsa dell'Erebus (titolo originale: The Terror) riprende la vicenda storica della ricerca del passaggio a Nord-Ovest (per maggiori informazioni c'è Wikipedia).
Partendo dai fatti reali, includendo personaggi realmente esistiti, il romanzo narra in sostanza il tentativo di risoluzione dell'impresa (storicamente la spedizione è andata perduta, sono state ritrovate solo le mummie congelate di alcuni membri dell'equipaggio sepolti dai compagni), nonché le dinamiche di sopravvivenza in condizioni estreme e i conflitti uomo/natura, uomo/suoi simili, uomo/sfide psicologiche nel panorama artico. L'elemento fantastico (la creatura dei ghiacci) è minore, sebbene sia sempre sullo sfondo e compaia a più riprese, ma direi che come sottogenere l'etichetta "horror" sia più che sufficiente. Quindi thriller storico, horror, horror-fantastico.
A primo impatto il romanzo acchiappa.
Lo stile è abbastanza buono e la narrazione accurata. Da questo lato non ci si può lamentare: l'autore si è documentato (nei ringraziamenti fa un elenco sterminato dei libri studiati) e nella narrazione si nota, talvolta anche troppo. I termini infatti spesso cadono nella specificità tecnica a cui l'utente medio è completamente estraneo. Con l'eReader ero costretto addirittura a cercarne il significato ricorrendo al dizionario, ma la comprensione di alcuni termini andava comunque oltre la loro semplice definizione (cioè sarebbe stato necessario ricorrere a un'immagine o un video esplicativo). Ad aggravare la situazione, poi, c'è la peculiarità che diversi termini sono obsoleti persino nella nautica moderna (parliamo pur sempre del XIX secolo).
A parte questo, lo stile alterna la terza persona POV alla prima (diaristica), a seconda dei personaggi. Ci scappa spesso la digressione che dipinge il background praticamente di ogni personaggio POV: ciò, nel momento in cui approfondisce e concretizza l'aspetto di un personaggio protagonista è tollerabile, costituisce un problema invece laddove si sofferma su personaggi di importanza scarsa o comunque non preminente (leggasi: che faranno presto una brutta fine, o anche: che occuperanno uno spazio ristretto all'interno della storia).
Altro punto a sfavore del romanzo è la ridondanza. Centinaia di parole che ricordano quanto faccia freddo, tanto freddo, freddissimo (ma sto tralasciando altri aspetti, come la stanchezza cronica dei personaggi, ricordata più e più volte senza apportare particolari benefici all'opera). Sì, è giusto non far cadere nel dimenticatoio determinate condizioni in cui si trovano i personaggi, è giusto riproporle più volte, ma dobbiamo ricordare che il romanzo conta ben 784 pagine! Oltre alle suddette ripetizioni, inoltre, il narratore ci tiene a raccontare con precisione gli spostamenti dell'equipaggio e altri dettagli che, se nel migliore dei casi potrebbero essere ridotti semplicemente con riassunti più concisi, nel peggiore andrebbero addirittura eliminati del tutto (a mio modesto avviso).
Lo sbrodolamento narrativo risulta evidente nelle ultime pagine, che hanno l'infamia di ricucire pezzi di trama - tralasciati durante tutta l'opera senza fornire uno straccio di indizio - sotto forma di mega-infodump di poca se non nessuna utilità (come scrittore, [mini-spoiler alert] avrei sfruttato le caratteristiche peculiari, "pseudo-sovrannaturali", del protagonista principale, Crozier, per comunicare le stesse informazioni in una cartella o in un paio di cartelle a voler essere generosi [/fine mini-spoiler].
Tirando le somme, consiglierei questo romanzo?
, ma solo se si ha tanto tempo a disposizione (per esempio si è in vacanza) & il tema trattato è d'interesse.
No, se il tema non interessa tanto il lettore & si vuol leggere una storia "veloce", ritmata. La scomparsa dell'Erebus si prende i suoi spazi per sviluppare gli eventi: ciò nonostante, tali spazi sono molto ampi e gli eventi si risolvono senza troppi conflitti a catena (conflitti e sotto-trame che si potrebbero leggere, per esempio, con Follett), di conseguenza potrebbero anche lasciare insoddisfatto il lettore in cerca del climax, o per così dire del classico dramma in tre-quattro atti.

venerdì 21 dicembre 2012

Impressioni fulminanti | Lo hobbit, Un viaggio inaspettato (2012)

Lo hobbit un viaggio inaspettato dicembre 2012 recensione opinioni
La domanda non è "Lo vedo o non lo vedo?", ma: "Lo vedo al cinema o aspetto il DVDrip?"
Mi aspetto che i lettori di questo blog siano (vecchi) lettori fantasy che abbiano letto Lo Hobbit in gioventù (io lo lessi a 11 anni, ovvero proprio 11 anni fa), sicché avranno un'idea di quello che intenderò.
Ultima premessa: non ho letto con attenzione altre recensioni - per paura di venirne influenzato -, e non ho riletto il romanzo né il fumetto, prima di vedere il film, né dopo. Questo perché volevo fruire del film senza dover lamentarmi delle differenze col romanzo, cioè per non fare il nerd/fanatico/hipster.
Bene. Allora, bello, brutto?
Non è brutto.
Ed effettivamente è bello.
Ma - ignorando i detrattori estremi, i cui pareri sono per lo più campati in aria, e generalmente provengono da chi non ha letto il libro - io mi aspettavo di meglio. Ho letto impressioni talmente entusiaste, che per ogni minuto di film mi dicevo: "Ora arriva una parte awesome, ora arriva, ora arriva." Ma non arrivava. Andiamo per gradi.
Era necessaria una trilogia di film per un singolo romanzo?
Una trilogia mi sembra eccessiva. Un paio di film, come se non sbaglio era stato programmato all'inizio, sarebbe stato ok, a mio avviso, per sviluppare la trama originale & aggiungere qualcosa ex novo.
Le differenze con il libro sono esasperanti?
Fermo restando che, come ho già detto, presumo che a leggere siano vecchi fan di Tolkien, direi che le differenze non sono esasperanti, anzi. Le distorsioni sono esasperanti, a mio avviso. L'aggiunta di Radagast (personaggio che se non sbaglio è solo nominato e mai visto in qualsiasi opera sulla TdM) è interessante: hanno reso questo Istaro più simile a un druido (sigh), che a un'entità semi-angelica, ma non fa niente. Voglio dire, va bene così, si incastra senza problemi.
Il film non è troppo epico rispetto al romanzo?
Decisamente sì. Se fossi andato a prendere un caffè con Peter Jackson e questi mi avesse chiesto come sviluppare la versione cinematografica di Lo Hobbit (sono cose che possono capitare), gli avrei detto: "Senti, Pie', secondo me se si rispecchia il tono originario dell'opera, cioè della favoletta frivola, e si sporca un po' l'umorismo british con del sano e moderno trash, tipo carote nel sedere, du' rutti e du' scuregge, riusciremmo da un lato a restare fedeli all'opera originale, dall'altro a rendere il film più leggero e gradevole, anche per chi non se ne frega niente del fantasy e del SDA, così i profani evitano di dire che è una cagata solo perché non avevano idea di che tipo di film si trattasse - tipo che se non ti piacciono i film horror, non è che vai a vedertene uno e poi dici che fa cagare solo perché a te non piace il genere. Insomma, io la penso così. Magari rifatti a Lo Hobbit a fumetti, così è più facile stendere la sceneggiatura e tutto il resto, e mezzo lavoro è fatto."
Di conseguenza, non ho molto gradito cose come il peso dato al conflitto tra Thorin e Azog, che per obblighi cinematografici (cioè la presenza di un antagonista Evil Lord) capisco siano necessarie.
Per quanto riguarda la  coerenza romanzo-film, io personalmente sono convinto che le due cose siano sempre separate, e vadano considerate come due opere distinte. Nel momento in cui riescono a coincidere, bene, tanto di guadagnato. Nel momento in cui divergono ok, si è tentata una "rilettura in chiave x". Quando le due cose si mischiano in maniera non ben riconoscibile, come nello Hobbit, allora - a mio avviso - si sta tentando di tenere due pieni in una scarpa.
Ripeto, quello che "non ci voleva", nello Hobbit, è l'epicità.
Ad ogni modo, è un bel film.
Quindi: cinema o DVDrip?
50 e 50. Direi che sia meglio DVDrip (possibilmente ad altissima definizione), ma per un fan di LOTR è comprensibile voler giudicare da sé e andare al cinema.

mercoledì 28 novembre 2012

10 cose che odio del Fantasy

L'ordine non è proprio gerarchico, più che altro perché non mi va di sbattermi a sistemare ogni punto dopo averli scritti tutti. Diciamo che ognuno ha lo stesso vergognoso valore degli altri.
Inutile dire che si tratta solo di pareri personali, chi non è d'accordo puòannasseneaffanc può esprimere i suoi pareri nei commenti.

TOP TEN!

#10 - Le copertine
Le copertine dei romanzi fantasy o fanno pena, o sono fighissime... per un 13enne.
Diciamo che se dovessi portarti in giro il libro fantasy che stai leggendo, proveresti un po' di vergogna a lasciarlo a portata d'occhio. Soprattutto se sei grandicello.
Questo perché il più delle volte - almeno in Italia - il fantasy viene trattato come roba per bambini (e oserei dire che ci sarà pure un motivo, vedasi punto #03). E non fa bene alla socializzazione. (#05)
Morale della favola: molte copertine sono imbarazzanti, anche quando la qualità del libro è superiore a quella ipotizzata. Soluzione: meglio leggere su eBook Reader. Molto più di classe, e non si rischiano brutte figure.

#09 - Le trilogie/saghe
In Italia ti pagano come vogliono loro, solitamente ti danno il 10% sul prezzo di copertina, ma deve andarti molto bene. Altrove, in America per esempio, ti pagano a cartella. Questo significa che più scrivi, più guadagni.
La trilogia diventa quindi un must. O meglio, il minimo. Da lì si finisce a saghe come La ruota del tempo di Jordan (questa le batte tutte, perché sono millemila libri da millemila pagine), La spada della verità di Goodkind, e via discorrendo. Perché no, pure Le cronache del ghiaccio e del fuoco di Martin e La Torre Nera di King.
Non c'è nulla di male nelle saghe. Non è vero che fanno diventare ciechi. Ma devono essere all'altezza: se comincio a leggere il primo libro di una saga, già penso che sto prendendo un impegno, nel momento in cui dovesse piacermi. Ma allo stesso tempo penso: "Μέγα βιβλίον, μέγα κακόν", ovvero "Se ci hanno fatto una saga, deve essere sicuramente una merda". Non c'è niente di più bello ed elegante degli stand alone. Meglio ancora se si tratta di opere da 50mila parole o giù di lì. Brevi, minimal, soddisfacenti. Come la sigaretta di Wilde.

#08 - I cliché
Questi sono deprecabili in assoluto.
Devo averlo già detto altrove. Gli stereotipi non sono un problema, per me, e vanno bene pure i cliché: ma sfruttare idee simili e basta non fa accumulare "punti" (per me). Nel senso: se un romanzo (fantasy) ha un'idea originale, guadagna punti. Se prende roba vecchia ma la sviluppa in maniera interessante, guadagna punti. Se prende idee già usate e le sviluppa in maniera già nota, non guadagna punti: probabilmente ne perderà, ma se parte da 0, andrà sottozero (per me).
Il giovane orfano di turno che scopre di essere il prescelto, a mio avviso, è già un'inversione di marcia. Se in venti pagine leggo una roba simile, non aspetto di vedere come evolverà il romanzo. Perché se ha accumulato già, per dire, -10 ipotetici punti, avrà bisogno di altrettanti punti solo per essermi indifferente.

#07 - La guerra
Immaginiamo un popolo.
Diamogli una lingua, una cultura e tutto il resto. Diamogli una tecnologia medievale.
Bene, in un fantasy sarà sicuramente guerra senza quartiere. O per meglio dire, LA GUERRA PIU' TOTAAALEEEH! Non importano i motivi: deve esserci guerra!! Perché? Perché sì, diamine!
Bene, va benissimo, gli uomini si fanno guerra dall'alba dei tempi. Tutto normale. Ma che ne sa l'uomo moderno della guerra? A parte quello che si vede in tv o su internet, cosa ne sa? Puoi chiedere a un iracheno, magari, ma l'autore fantasy 20-30enne europeo, seduto in poltrona, con la tazza di caffè e il laptop e tutto il resto, che cavolo ne sa di guerra?
La risposta è: niente.
Quindi la verosimiglianza degli argomenti bellici che leggiamo è compromessa: se l'autore è stato in guerra, potremmo avere una sua visione personale della cosa; se l'autore si è informato bene sull'argomento, potremo avere una visione teorica vicina alla realtà. Ma solo il primo potrà darci la realtà narrativa che contraddistingue la letteratura. Vale a dire, la realtà oggettiva filtrata dal vissuto di una persona e restituita in una forma "arricchita".
Ad ogni modo, si può soprassedere su tutto ciò. Insomma, è solo un parere personale (come gli altri, d'altronde).
In alcuni romanzi però gli autori, consci della cosa (perché non venite a dirmi che mentre scrivete scene di guerra non provate a immedesimarvi e a scontrarvi contro la dura verità, ovvero che tutto ciò che immaginate non l'avete mai provato sulla vostra pelle), calcano la mano e ci danno dentro con le riflessioni su quanto la guerra sia terribile (scontato) o, la cosa che odio più di tutte, fanno gli uomini/le donne di mondo snocciolando fatterelli sulla guerra appresi su History Channel che, quando non sono scontati, sono proprio discutibili.
Ecco perché ammiro i romanzi fantasy che non trattano (direttamente) la guerra.

#06 - La serietà
Per suscitare un'emozione bisogna essere bravi.
Molti romanzi fantasy si distinguono per scatenare l'effetto opposto a quello voluto. Scene, dialoghi che vogliono essere seri, sul significato della vita, sulla natura dell'essere umano, spesso e volentieri fanno ridere. In senso cattivo. Cioè nel senso che traspare il tentativo, fallimentare, di voler dare spessore a storia/personaggi/scene, tentativo che scatena pietà e disprezzo.
Almeno in me.
Non tanto perché la storia in sé è fantasy, credo sia solo una correlazione (fantasy & tecnica scarsa). Ed è proprio per questo motivo che quando leggo preferisco la comicità al pathos esistenzialistico. Che riesco a trovare in altri autori (non fantasy).

#05 - La componente anti-sociale
Lo so che mi avete capito.
Sei a una festa. Sei un ragazzo single etero e stai parlando con una ragazza, oppure sei una ragazza single etero che sta parlando con un ragazzo. Poniamo che la conversazione si sposti sulla letteratura.
Poniamo anche che uno dei due non è un nerd, giocatore di D&D, amante delle ricostruzioni storiche, ecc.
Sei il ragazzo, e fai: "Sto leggendo - non so se la conosci - una saga di Weis e Hickman. Si chiama Le cronache di Dragonlance. E gli autori l'hanno scritta giocando a D&D! Be' sì, insomma, è figo, c'è questo mago, Raistlin..." Molto probabilmente la ragazza ti ascolterà annuendo, e poi troverà una scusa per andarsene.
Sei la ragazza, e fai: "Guarda, io sto leggendo 50 sfumature di staminch*a, in cui c'è 'sto tipo che cè è troppo un figo, è un inspiegabile miliardario che lavora nell'ambito della cura dell'ambiente, che poi incontra questa ragazza, e bla bla..." Perché sì, 50 sfumature è uno dei fantasy più beceri, come si capisce dalla sinossi. Il ragazzo probabilmente fingerà di ascoltare pensando: "Ci sta o non ci sta? 50 sfumature non è quel romanzo dove si schiaccia? Quindi forse mi sta mandando dei messaggi... Ma sì, ci sta, ci sta."
Nota: ultimamente, con la versione televisiva delle Cronache di Martin, anche le donne seguono GoT (attenzione, la serie tv, non i libri!), e ovviamente il loro personaggio preferito è Daenerys, quindi consiglio ai single rampanti ai cocktail party di snocciolare ammirazione per l'eroina suddetta, per entrare eventualmente nelle grazie delle donzelle.
In ogni caso, non importa quanti fantasy (anche buoni) tu abbia letto: la società ti apprezzerà come intellettual-chic solo se affermerai di leggere vecchiume socialmente considerato onorevole, non so, Joyce, Goethe, Hugo, Hemingway - o se volete incutere timore, andate sulla letteratura russa (non è necessario aver letto veramente questa roba), ma badate, è rischioso: potreste sembrare inquietanti.

#04 - Quattro
Quattro.

#03 - Lo stigma "letteratura da bambini"
Già accennato in qualche punto precedente: il fantasy è per i bambini. Secondo il senso comune.
In alcune librerie i romanzi fantasy li mettono lì, non insieme alla fantascienza, ma insieme a Geronimo Stilton e le Winx.
Ora, dico io, capisco che le copertine, e ok, anche i contenuti, possano trarre in inganno, ma perdio, librai italiani, leggetevi qualche fantasy che non sia Eragon, e rendetevi conto che in mano a un ragazzino di 9 anni potrebbe capitare un libro con un nano (affetto da nanismo acondroplasico) che si chiava una prostituta. [Parlo di Tyrion].
O peggio ancora: potrebbe capitargli un libro di Licia Troisi.
Rendiamoci conto.
Ma il mio biasimo va agli scrittori: mannaggia, impegnatevi a non scrivere delle merdate, che poi mi costringete a sentirmi un cretino, quando vado in libreria per fare l'intellettuale e finisco a spulciare il reparto bambini per vedere le novità fantasy.
E già una volta alcuni anni fa il libraio, mio amico, mi ha detto: "Che ne diresti di leggere qualcos'altro, eh? Basta avere la testa tra le nuvole, questa roba fantasy... eh?"

#02 - Gli autori di fantasy
Il fantasy è la prima dannata esperienza di scrittura che fa la gente.
Purtroppo capita che il risultato di questa prima volta finisca pubblicato.
Autori di fantasy di tutto il mondo riunitevi, così basterà una sola bomba: non è una legge che tutto ciò che si scrive vada proposto alle case editrici. Perché non provate a scrivere riguardo a qualcosa che conoscete bene? Chennesò, il vostro alter ego, con la moglie che gli fa le corna e lui lo scopre e diventa un serial killer. Tanto per dirne una. Storie di vita vera. Prima un po' di allenamento così, e poi vi date al fantasy.
Ma soprattutto, sappiate che pubblicare un libro (pagandosi la propria pubblicazione, per giunta) non fa di voi degli autori di bestseller, quindi sgonfiatevi un po' e se vi piace davvero la scrittura, dateci dentro e mettete da parte il fantasy, che c'è già tanta robaccia in giro.

#01 - I lettori di fantasy
Sono il primo ad ammetterlo.
Il fantasy non ha grande dignità. Potrebbe averne, possiamo citare diversi casi emblematici di come il fantasy sia un genere letterario dignitoso come altri. Ma insomma, non è come la fantascienza: diversi romanzi sci-fi impostati col what if - praticamente tutti - hanno dato all'umanità, oltre alla storia di per sé, vere e proprie profezie, spunti di riflessione, e quant'altro.
E il fantasy? Diciamocelo, poco.
Ciò nonostante, noi, imperterriti, continuiamo a leggerlo. A criticarlo, magari, a lamentarci, ma comunque lo leggiamo.
Poi però incontri lettori di fantasy, pre-adolescenti, adolescenti, magari pure qualche adulto, che dai gusti che esprimono (in fatto di romanzi) capisci subito che non capiscono un cavolo cercano solo dei "surrogati" dei videogiochi. Qualcosa da fare tra una partita a WoW e una ad Assassin's Creed. E poi te lo confermano.
Allora ti viene da pensare: "Perché diamine leggo fantasy? Forse dovrei smettere."

venerdì 25 maggio 2012

Libri che non finirò mai - maggio 2012

Il riassunto della puntata precedente risale a dicembre. Per chi si fosse sintonizzato solo ora, ricordo brevemente: trattasi dei romanzi che ho trovato così fastidiosi/brutti/noiosi/altri motivi, da non continuarne la lettura, sperando di contribuire per il bene dell'umanità.
Quelli di questo mese in realtà li ho "letti" il mese scorso, ma non mi sembrava cool scrivere aprile nel titolo, fa troppo old.
Credetemi, non è facile soddisfare la propria voglia di fantasy classico senza scontrarsi contro la prosa pessima che praticamente lo contraddistingue. Il più delle volte bisogna fare delle scelte: o ti becchi la brutta scrittura, o cambi genere. True story.

markus hetiz le cinque stirpi saga dei nani fantasyLe cinque stirpi, di Markus Heitz.
Faceva parte dei cicli che non avevo ancora toccato e che, pur sapendo che sarebbe stata una roba oltremodo tamarra, volevo comunque leggere, col beneficio del dubbio.
Una parte di me vorrebbe lasciar perdere, non sprecare energie e saltare direttamente al prossimo libro. Ma è mio dovere far sapere.
Questo è uno strano caso. I pareri positivi sono ovviamente ingiustificati, ma la cosa straordinaria è che ho trovato qualche commento negativo un po' confuso.
silvia (02-10-2008)
Un bel libro, letto velocemente e piuttosto coinvolgente. I personaggi sono approfonditi il giusto per far si che ci si affezioni qule tanto che basta per portare avanti la lettura con piacere. Lo consiglio!
Voto: 4 / 5
Curioso. Davvero. Perché un altro utente dice:
Elisa (25-02-2011)
Il peggior fantasy degli ultimi anni: zeppo fino all'orlo di cliché triti e ritriti, noioso oltre ogni limite, con personaggi inverosimili e vicende poco credibili... persino per un fantasy. Ed è un peccato, perché l'inizio prometteva qualcosa che al giorno d'oggi è materia rara: l'originalità. [lol, ma DOVE?] Purtroppo tale originalità comincia ben presto a scarseggiare. Ad un certo punto c'è persino un albo (= elfo cattivo) che, anziché uccidere subito il protagonista come avrebbe *dovuto* fare, cade nel solito errore dei cattivi troppo pieni di sé. Sto parlando del classico "... Ma prima di ucciderti, c'è una cosa che voglio che tu sappia". *sob* In poche parole, di questo libro non salvo nulla, perché tutto è scontato e prevedibile. E la cartina, naturalmente, fa schifo. :(
Voto: 1 / 5
Grassetto mio.
La seconda lettrice sostiene l'opposto della prima, ma ci tiene a dire l'inizio prometteva bene, sebbene prima e dopo riconferma che è tutto un cliché.
Figliola mia, cara, tesoro, che ca**o dici, l'inizio non promette affatto bene. Si capisce che puoi ritornare in libreria e fartelo sostituire (o cancellarlo dal lettore) già da metà della prima pagina, a essere buoni. In realtà l'andazzo è chiaro già dalle prime parole:
La bruma candida colmava le gole e le valli dei Monti Grigi.
Le vette della Grande Lama, della Lingua di Drago e delle altre montagne si ergevano caparbie tra la nebbia, protendendosi verso il tramonto.
Quel ramo del lago di Como...
E consentitemi di riportarvi un'altro po' di brano:
Glandallin del clan Colpo di Martello si appoggiò ansimando al muro rozzamente sgrossato della torre di guardia e, con la mano destra sopra le folte sopracciglia nere, si schermò gli occhi da quell'insolita luminosità. La salita l'aveva lasciato del tutto senza fiato, e il peso dello scudo, delle due asce e della cotta di maglia fittamente intrecciata gravava sulle sue vecchie gambe.
Tuttavia, non era rimasto nessuno più aitante di lui.
La battaglia che i nove clan della Quinta stirpe avevano combattuto tutti insieme nelle gallerie qualche giorno prima aveva mietuto numerose vittime. La morte si era portata via soprattutto i più giovani e inesperti. Ma il loro sacrificio non era stato vano: il nemico sconosciuto era stato annientato.
Questo supplizio dura circa 8-9 pagine. In questo tempo, valanghe di informazioni, perfette per un'ambientazione di D&D (si fa per dire), si accavallano. L'emblema dell'infodump. Non succede assolutamente nulla, l'autore è un maestro nel far scappare la gente, ma è ancora più bravo ad incarnare il classico scrittore fantasy cognitivamente ipodotato, regalandoci perle come questa:
Vraccas, il Fabbro divino, aveva circondato la Terra Nascosta con una cinta di monti per proteggere la popolazione dai mostri del dio Tion. La convivenza pacifica era pertanto compito esclusivo degli elfi, dei nani, degli uomini e delle altre creature.
Ho un'idea: facciamo che esiste anche un anello magico! Dài, scriviamo un fantasy!!

barbara hambly il tempo del buio fantasyIl tempo del buio, di Barbara Hambly.
Barbara Hambly non mi risulta sia molto conosciuta. Comprai L'assedio di Vorsal da un mercatino del libro usato, otto anni fa. Era il terzo di una trilogia, ma si poteva leggere come storia a sé. Avevo 13-14 anni, e non mi dispiacque affatto.
Visto che ero rimasto abbastanza contento, mi ero ripromesso di leggere altro della Hambly. Ho scovato questa trilogia (sigh).
Il romanzo inizia con un sogno confuso, come confusa e mediocre è la prosa. Ecco il testo:
Gil sapeva che si trattava di un sogno. Non c'era alcuna ragione di aver paura. Sapeva che il pericolo, il caos, il cieco terrore nauseabondo che riempivano la notte gonfia di voci, non erano reali. Quella città, con la sua cupa architettura sconosciuta, quella folla senza meta di uomini e donne terrorizzati che si accalcavano intorno a lei ciecamente, erano soltanto i residui di un subconscio sovraccarico, fantasmi che la luce del giorno avrebbe fatto svanire.
Ho lasciato correre: si tratta di un sogno, non è che ci siano modi adeguati per descrivere qualcosa di astratto come sono i sogni.
Primo problema: la narrazione mediocre, abbinata a una scena confusa e incomprensibile, che per giunta dura 5 pagine, non fa guadagnare neanche un punto.
Secondo problema (personale). A meno che non vi siano dietro buone ragioni o meglio ancora, buone strategie, io odio i Fantasy che partono dal nostro mondo per poter giustificare poi la storia che si svolge in un altro mondo. Come il Ciclo di Landover, per fare un esempio. Al contrario, per esempio, non mi dispiace la scelta del muro di Gaiman in Stardust.
Questo secondo problema mostra chiaramente che ci troviamo nella nostra epoca, moderna, con orologi ecc., e si ricollega poi al terzo. Il secondo "problema", lo ripeto è una personale questione di gusti, ma il terzo è proprio una pugnalata in uno sfintere a vostra scelta. Vi riporto la terribile doppietta:
Le mani le tremavano tanto che riuscì a malapena ad accendere la lampada sul comodino. L'orologio sul tavolo accanto al letto segnava le due e mezza. Madida di sudore e gelata come un cadavere, Gil si strinse al cuscino mormorando freneticamente a se stessa che si trattava solamente di un sogno... doveva trattarsi solamente di un sogno...
E poi:
«Ho ventiquattro anni, sono una studentessa laureata in Storia Medioevale e conseguirò la Laurea in Filosofia tra meno di un anno: è stupido aver paura di un sogno! Ora è tutto finito, e niente di quello che mi è parso di vedere era vero... È stato soltanto un sogno!»
UCCIDETEMI. Peggio di questo c'è soltanto la tecnica dello specchio per fare il ritratto di un personaggio. Siamo a quei livelli, alta tecnica narrativa, davvero. Ho avuto i miei 3 buoni motivi per non continuarlo.

Alan Campbell il raccoglitore di anime fantasy nordIl raccoglitore d'anime, di Alan Campbell.
Tempo fa chiesi al Duca qualche consiglio per letture ad ambientazione steampunk. Mi consigliò Campbell - con le dovute precauzioni.
Ho cominciato con Il raccoglitore d'anime. Il prologo non è tremendissimo, e nonostante tutto si fa leggere. Dal primo capitolo mi sono scocciato. Comincia così:
Il crepuscolo sorprese la città di Deepgate pesantemente adagiata sulle sue catene. Case e stamberghe si abbandonavano sulle intricate ragnatele di
ferro, tetti e camini oscillavano sulle stradine sinuose. Le catene si tendevano e si allentavano attorno a vie lastricate e giardini pensili. Torri in rovina si piegavano sui tetri cortili, come a prendere atto della rispettiva decadenza. Labirinti di vicoli affondavano nelle pozze di oscurità crescente; il tutto cucito assieme da innumerevoli ponti e passerelle che ondeggiavano, gemevano, scricchiolavano.
Descrizioni simili non sono pennellate, sono schizzi. Con gli schizzi non è facile dipingere qualcosa di chiaro, e di fatto questa ambientazione, che vuole essere originale, per me perde di significato. In questa descrizione vuota c'è molto generale, e manca il particolare.
Se fosse un film, si potrebbe spendere un minuto per inquadrare le diverse visuali della città, i particolari che la rendono così speciale, ecc. Ma qui parliamo di narrativa, e se non ci metti le parole, non puoi far capire al lettore cosa stai immaginando.
Ho interrotto la lettura al momento dell'ingresso del ragazzo con le ali. Non so, mi sembrava tanto manga/bimbominkia. Forse mi sbaglio, sicuramente non ho letto abbastanza per dare un giudizio oggettivo.
Ma non bastano buone idee, ci vuole la maniera adatta per presentarle.
Ad ogni modo, però, chi vuole può sempre accontentarsi.