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mercoledì 14 settembre 2016

Un anno di Blestemat, un anno come autore di Vaporteppa

È passato un anno (e qualche giorno) da quando ho annunciato l'uscita di Blestemat.
Da allora sono successe diverse cose, che mi hanno distolto dal blog (a cui ormai sapevo di non poter prestare comunque molta attenzione).
Nell'arco di pochi mesi, il romanzo è andato abbastanza bene (molto bene, per essere una breve commedia-thriller fantasy meridionale coi rumeni e le bestemmie in salentino, per capirci), e a soddisfarmi sono state soprattutto le opinioni che ho letto, sia quelle pubblicate sui lit blog, sia le recensioni su Amazon, sia quelle che mi sono state mandate in privato. Il tempo impiegato dai lettori per leggere l'opera e scriverci addirittura un parere vale più di qualsiasi stellina assegnata sugli store.
Non esito a definirmi orgoglioso dei "miei lettori", perché ciascuno ha argomentato in maniera precisa diversi aspetti (sia punti forti che punti più deboli) su cui ho investito tempo ed energie: sapere che non sono passati inosservati mi ripaga del tempo speso.
Più di qualcuno mi ha contattato privatamente per parlare dell'opera, e questo mi ha fatto molto piacere. Più di qualcuno, inoltre,  è stato "ispirato", si è sentito motivato a scrivere, o a riprendere a scrivere, a studiare la tecnica.
Missione compiuta, insomma.
Vaporteppa ha una filosofia ben precisa, e il dialogo con i lettori ha dimostrato che il progetto funziona. La cura estrema verso il testo, verso la costruzione e lo sviluppo della storia, le scelte grammaticali ben ponderate, la linea editoriale ben definita verso un tipo di narrativa che pone come pilastri l'immersione nella storia e l'intrattenimento proprio della fiction così come dovrebbe essere: tutte queste caratteristiche hanno incontrato la mia visione (non solamente mia, semmai una visione comune) della narrativa, maturata negli anni, tra scrittura e lettura, e da lì tutto è stato naturale, proporre la storia e lavorarci su.
La cosa più importante che vorrei sottolineare è la questione puramente tecnica della scrittura. Sul sito di Vaporteppa c'è un esauriente articolo dedicato alla questione del talento, della contrapposizione tra "genialità innata" e "talento appreso".
A scrivere bene si impara, col tempo, e studiando. Chiunque segua il mio blog si ricorderà quanto spesso ne ho parlato, quanto mi sia cara la questione.
Una delle cose che più mi infastidiscono della letteratura mainstream è l'intoccabilità degli autori "famosi", quel sistema secondo cui se un autore è pubblicato e vende allora sicuramente è un genio. La paura di dire che il re è nudo. La paura di dire che l'opera vincitrice di quel premio Strega fa schifo. 
Vaporteppa va controcorrente, o per essere più raffinati, procede a cazzo duro: non cerca il caso editoriale, il best seller romantico scritto da un'adolescente cieca (magari scritto direttamente con lo smartphone). Non cerca l'occasione o lo scoop, non segue le mode.
Vaporteppa ha l'obiettivo di portare buona narrativa in Italia, punta sulla qualità, non sfrutta l'hype o la notorietà per vendere e deludere: per questo motivo seleziona gli autori più promettenti, e dopodiché, a seconda delle capacità, li addestra laddove serve. A qualcuno può sembrare presuntuoso, ma chi non ha mai vissuto il mondo della scrittura non ha idea di quello che accade, non ha idea che c'è gente che avrà scritto 50mila parole in tutta la sua vita e secondo cui scrivere di "gocce umide contro la finestra bagnata" è ok, gente convinta che basti l'ispirazione a produrre qualcosa di buono. Gente che spesso viene anche pubblicata dalle principali case editrici!
Così come c'è gente che ha studiato diversi manuali di scrittura, si è allenata su diversi stili e generi, che ha passato un sacco di tempo a scrivere e cestinare, e a continuare a studiare.
Ho passato gran parte della mia adolescenza a emulare scrittori famosi, a studiare manuali di scrittura, a leggere vagonate di fiction di tutti i tipi, a provare diversi stili.
Per questo motivo ammiro Vaporteppa e mi riconosco nella sua politica. Anche il lettore più navigato potrebbe non accorgersi di tutti gli espedienti stilistici utilizzati in Blestemat. L'azzeramento degli avverbi inutili in -mente, l'eliminazione dei gerundi temporali che non specificano, il vocabolario ridotto all'osso, l'Io sommerso, con la relativa eliminazione dei verbi di senso, la costante attenzione a mantenere i periodi quanto più brevi possibili e privi di parole inutili.
Per non parlare di tutto quello che riguarda la struttura della storia in tre atti, dell'arco di trasformazione del personaggio, della premise, del tema fondante, ecc., aspetti su cui ero carente.
L'obiettivo non è che il lettore se ne accorga (sebbene, come già detto, a qualcuno non sfugge, e ciò permette di intavolare una bella discussione sulla tecnica), ma che il ricorso a tutti questi espedienti faccia scomparire la realtà esterna e immerga completamente il lettore nella storia.
Grazie a chiunque abbia letto Blestemat, grazie a chiunque lo leggerà, e grazie di cuore a chi mi ha contattato o vorrà contattarmi per parlare di scrittura e dintorni.

sabato 3 maggio 2014

Sulla psicologia dei personaggi nella fiction (miti e cliché)

Quando avevo 16 anni non sapevo esattamente cosa fare della mia vita, mi piaceva solo leggere, scrivere, e suonare la chitarra. A quel tempo ero affascinato da Stephen King che fin da adolescente scriveva e con la scrittura era in grado di campare (più o meno). Volevo essere come lui.
Dovendo scegliere una facoltà, però, non avrei mai voluto prendere Lettere (pensavo: "Non c'è nulla lì che non possa imparare per conto mio"), e pensai che con Psicologia avrei potuto ricavare il necessario per scrivere storie credibili con personaggi verosimili. A 17 anni avevo accantonato il problema e trovai nella libreria di famiglia un libro, "Psicologia come scienza del comportamento", che mi indirizzò alla disciplina, al di fuori della scrittura, che praticamente abbandonai.
Ora come ora posso dire di poter tirare le somme e valutare su per giù le strategie usate nella fiction per delineare la personalità e il comportamento dei personaggi all'interno di una storia. Questi sono solo alcuni miti/cliché, in futuro potrei trattarne altri.

Il signore del male (The Evil Overlord)
Che sia un fantasy, un thriller, un horror, le caratteristiche del cattivo di turno sono sempre quelle.
La tendenza principale (da parte degli autori, sia di narrativa che di serie tv o cinema) è quella di renderlo un genio del male o un malvagio imprevedibile senza pietà. In ogni caso, le caratteristiche dell'Evil Overlord della fiction riflettono i criteri diagnostici del DSM-IV¹ relativi al Disturbo Antisociale di Personalità:
A) il soggetto mostra inosservanza e violazione dei diritti degli altri fin dall'età di 15 anni, che si manifesta con almeno 3 dei seguenti elementi:
1. incapacità di conformarsi alle norme sociali per quanto riguarda il comportamento legale, con ripetersi di condotte suscettibili di arresto
2. disonestà: il soggetto mente, usa falsi nomi, truffa gli altri
3. impulsività o incapacità di pianificare
4. irritabilità e aggressività
5. inosservanza della sicurezza propria e degli altri
6. irresponsabilità: incapacità di far fronte a obblighi finanziari o di sostenere un'attività lavorativa con continuità
7. mancanza di rimorso
B) l'individuo ha almeno 18 anni
C) presenza di un disturbo della condotta con esordio precedente ai 15 anni
D) il comportamento antisociale non si manifesta esclusivamente durante un episodio maniacale o nel decorso della schizofrenia
Delle due figure, nel mondo reale è più probabile incontrare il secondo tipo, quello del malvagio oltrenatura, il cattivo che ora sta scherzando col suo scagnozzo e subito dopo gli spara in testa, il cattivo che uccide bambini di fronte alla loro famiglia e famiglie davanti ai loro bambini, che beve il sangue delle sue vittime usando come coppa il cranio della madre assassinata con le proprie mani, su un trono di ossa ecc.
Questo tipo di cattivo non esiste: le uniche persone in grado di fare questo genere di cose sono psicotici, persone che hanno un contatto con la realtà assente o gravemente alterato (per esempio, alcuni schizofrenici).
Ora, questo non significa che gli psicotici siano tutti assassini (anche se alcuni lo sono), tuttavia i comportamenti più bizzarri e palesemente inverosimili appartengono spesso a questo tipo di persone, per esempio sotto forma di deliri e allucinazioni.
Non sarebbe corretto dire che una persona psicotica non è in grado di elaborare un Piano Malvagio (come nella fiction) per distruggere il pianeta (a che pro, oltretutto?). Sarebbe corretto dire che potrebbe farlo, ma la motivazione sottostante sarebbe totalmente bizzarra, o ridicola, o assurda (del tipo: "Quando la signora Rossi mi ha chiesto quanto zucchero volessi nel caffè, in realtà mi stava leggendo la mente grazie ai microcongegni nel cervello che i marziani le hanno impiantato durante la notte, e che hanno impiantato a tutti gli altri del mio quartiere, e a quel punto mi è stato chiaro: devo distruggere la Terra, solo così potrò ottenere la salvezza del Coniglio"; chiaro, no?)
La figura del Genio del Male invece è meno credibile.
Sebbene nella teoria si parla di un continuum ai cui estremi ci sono il Narcisismo e il Disturbo Antisociale, con al centro il Narcisismo Maligno, è difficile che una persona totalmente antisociale sia in grado di conquistare la fiducia di molte persone, raggiungere posizioni di potere e ordire complicati piani di vendetta o di distruzione. Difficile, non impossibile. Tipicamente a riuscirci sono i politici, ma non sono individui antisociali, ma con possibili tratti antisociali, spesso tracci narcisistici. La personalità è complessa.
La maggior parte degli individui antisociali è costituita da poveracci (nel vero senso della parola), analfabeti, con un QI molto basso, cresciuti in condizioni di degrado, del tipo baraccopoli, a contatto costante con alcol, droga, violenza e abusi. Se non muoiono assassinati o per overdose, passano la vita in galera. Non hanno il tempo di organizzare complicati piani di vendetta che prevedano manipolazioni psicologiche e dissimulazioni varie. Se poi, come le ricerche stanno dimostrando, questi individui hanno alterazioni a livello della corteccia prefrontale, si comportano in maniera imprevedibile, ma secondo lo schema "faccio quello che mi va perché non ho alcun tipo di inibizione", quindi se anche deste una pistola in mano a un individuo simile e gli diceste "Guarda, quel tipo là ha dato della puttana a tua sorella", quello potrebbe sì andare dal tipo e ucciderlo, ma potrebbe anche avere voglia di farsi un giro in moto e ignorarvi, o andare a mangiarsi un panino, e via discorrendo. È disinibito, è imprevedibile.
Quindi possiamo stare tranquilli. Gli Evil Overlord di romanzi e film sono virtualmente impossibili. Ma ci sono sempre i politici.

Il trauma infantile
Il luogo comune, sia nella vita reale che nella fiction è questo: quando sei piccolo sei anche molto delicato psicologicamente, per cui una minima destabilizzazione può sconvolgerti al punto da determinare ciò che diventerai in futuro, con effetti perlopiù negativi. Tipicamente si tratta di un evento traumatico, e ancora più nello specifico, assistere a un evento drammatico.
Questo non è completamente vero, ma a grandi linee sì: nell'infanzia è tutto in via di sviluppo, e diversi fattori, compresi gli eventi stressanti, possono far cambiare la "direzione" di alcune linee di sviluppo, sia in positivo che in negativo.
Il trauma infantile però non determina sempre e comunque lo sviluppo di una psicopatologia in età adulta.
Assistere a una catastrofe, a un incidente, o alla morte di una persona, non fa necessariamente sbarellare l'individuo. Di conseguenza, quando in un romanzo o in un film si cerca di giustificare il comportamento (tipicamente teatrale) di un personaggio con la presenza di un trauma infantile nel suo background, in realtà si sta effettuando una certa forzatura, o comunque si sta ricorrendo a una facile scappatoia. Un individuo che sperimenta un trauma durante l'infanzia vive anche in un contesto che presenta diversi fattori, i cosiddetti fattori di rischio e i fattori di protezione.
Una buona condizione economica, un quoziente intellettivo alto, la presenza di una o più figure di riferimento, la vicinanza emotiva ecc., sono tutti fattori che modulano l'effetto del trauma e proteggono la persona. Viceversa, assenza di caregiver, lontananza affettiva, condizione economica scarsa, quoziente intellettivo basso, esposizione continua a stressor ecc., può peggiorare la situazione.
Di solito non è un evento traumatico a compromettere l'equilibrio psichico di una persona, ma la cronicità degli eventi traumatici, la continua esposizione a condizioni critiche, il cosiddetto trauma cumulativo (e.g., Follette et al., 1996).
Ci sono purtroppo tantissime persone che vivono in contesti familiari disfunzionali, continuamente esposte ad abusi fisici (violenza, incesto, ecc.) e psicologici (per esempio la svalutazione, "Tu non vali niente", "Sei inutile", ecc.), anche a rischio per la propria vita, e tutto questo per anni.
Ora, ciò non significa che chi ha "più esperienza traumatica" starà davvero male mentre chi ha vissuto solo un evento traumatico starà benissimo, come non averlo avuto affatto (anche se in realtà il numero di eventi traumatici è correlato alla gravità dei sintomi): per alcuni individui, con una certa struttura, anche un solo evento traumatico potrà essere significativo e potrà causare l'insorgenza di una psicopatologia. Tuttavia, la ricerca afferma che è meno probabile.
Di conseguenza, se volete scrivere una storia con un personaggio disturbato o serial killer o altro in conseguenza di un trauma infantile, assicuratevi che il contesto psico-sociale e la natura e la frequenza degli eventi traumatici vissuti durante l'infanzia sia appropriata. Altrimenti fate come vi pare: ci sono un sacco di personaggi poco credibili in romanzi e serie tv, ma nessuno ci fa molto caso.
A quanto pare il trauma è molto pittoresco.

Personalità, pensieri, atteggiamenti e comportamenti
Ogni individuo ha una sua personalità, composta da determinati tratti. I tratti di personalità costituiscono delle modalità relativamente stabili con cui un individuo pensa e si rapporta nei confronti del mondo, delle persone e di se stesso. Questo significa che, sempre considerando la Psicologia come scienza umana non deterministica ma probabilistica, la personalità implica pattern di pensiero e comportamento, grosso modo stabili e prevedibili.
In diverse fiction capita di leggere/vedere scene in cui la situazione è critica (per esempio, il leader e i forti del gruppo sono legati/immobilizzati e inermi e il Cattivo sta per ucciderli, dopo aver, sigh, spiegato il proprio piano malvagio) e un personaggio (per esempio, una bambina/un anziano pavida/o e debole che per tutta la storia è stata/o solo un peso nella quest) agisce in maniera assolutamente imprevedibile e controattitudinale (per esempio, sottrae la pistola a un tirapiedi, spara e becca il Cattivo alle spalle).
In situazioni estreme le persone possono comportarsi in maniera imprevedibile, diversa rispetto a come farebbero nella vita quotidiana? Può darsi, ma di solito no.
L'essere umano "si programma da solo" durante la vita. Ciò avviene principalmente attraverso la combinazione tra il proprio temperamento innato e atteggiamenti/comportamenti appresi. Un individuo tendenzialmente collerico, per dire, cresciuto in una famiglia avvezza alla violenza, intollerante verso le minoranze etniche, con personalità autoritaria (Adorno, 1950), schierata verso l'estrema destra, difficilmente penserà che non ci sono persone superiori e persone inferiori, che tutte le persone nel mondo sono uguali, che non esistono razze, che è importante aiutare i più deboli ecc. Quindi avrà specifici atteggiamenti razzisti e tutto ciò che ne consegue. La sua personalità è quella, gli atteggiamenti maturati nel tempo sono quelli, il comportamento che metterà in atto sarà coerente con tutto ciò.
Questa persona potrà cambiare? Sì. Ma non lo farà dall'oggi al domani (o alla fine rimarrà sempre uguale). Vedasi American history X.
L'esempio è un po' scomodo. Il cambio di bandiera politica è frequentissimo, quindi più che sull'ideologia politica vorrei soffermarmi sul bagaglio di atteggiamenti e convinzioni di un individuo, del tipo, "nella vita nessuno dà niente per niente", "Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio", "chi fa da sé fa per tre", o "chi fa del bene riceve del bene", o "le donne so' tutte zoccole", "gli uomini pensano solo a quello" ecc.: tutte convinzioni vere e false allo stesso tempo, ma che guidano il comportamento di un individuo.
Quindi: una persona si comporta in maniera coerente rispetto ai pattern di pensiero che strutturano la sua mente. Nel momento in cui agisce in maniera opposta al suo pensiero, subentra la Dissonanza cognitiva (Festinger, 1957): un eccessivo stress e disagio mentale che si avverte nel momento in cui c'è un conflitto tra atteggiamenti o tra atteggiamento e comportamento. L'esempio classico è quello della volpe e l'uva di Fedro, la volpe vuole l'uva, non riesce ad arrivarci, dice che è acerba.
Dato che un conflitto tra cognizioni e comportamento provoca un tale disagio mentale, un fastidio, è naturale che la gente si comporti in maniera coerente. Oltretutto è dimostrato (Lorenz 1963) che l'abitudine, i comportamenti appresi, portano l'individuo (nel caso di Lorenz si trattava di un'oca selvatica) a provare una fortissima paura nel momento in cui tale comportamento abitudinario non possa essere messo in atto nel modo usuale.
Potrebbe, dunque, il personaggio più scarso di una storia d'avventura/azione comportarsi in maniera totalmente diversa rispetto al solito? Dipende dalla sua personalità, atteggiamenti, bias di pensiero ecc.: quindi: in teoria sì, in pratica è improbabile.
Se mettete dunque un personaggio simile nella vostra storia e se per caso i personaggi più forti dovessero essere inermi e in pericolo di vita, temo che questi ultimi faranno una brutta fine.

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Note
¹ DSM - Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders. Per i profani, è il manuale delle malattie mentali. Wikipedia e l'Internet in generale possono darvi tutte le informazioni necessarie, ma in breve: le malattie (organiche e mentali) vengono catalogate in categorie strutturate (la cosiddetta nosografia), perché quando dài un nome a una cosa e la inquadri, è più facile concentrarvisi per porvi rimedio. Dare un'etichetta alle malattie è un affare macchinoso che la persona comune può criticare, ma essenzialmente è una cosa indispensabile sia dal punto di vista finanziario (per esempio, per usufruire di cure gratuite dal Sistema Sanitario Nazionale o dalle assicurazioni ecc.), sia dal punto di vista scientifico, sia dal punto di vista diagnostico e terapeutico: ci sono malattie che si assomigliano (anche mentali), e categorizzandole è possibile capire come procedere con ulteriori studi o in direzione della cura più adeguata.

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Bibliografia minima
Adorno, T. W., Frenkel-Brunswik, E., Levinson, D.J., Sanford, R. N. (1950). The Authoritarian Personality. Norton: NY.
- Festinger, L. (1957). A Theory of Cognitive Dissonance. California: Stanford University Press.
- Follette, V. M., Polusny, M. A., Bechtle, A. E., & Naugle, A. E. (1996). Cumulative trauma: The impact of child sexual abuse, adult sexual assault, and spouse abuse. Journal of traumatic stress, 9(1), 25-35.
Lorenz, K. (1964). Das sogenannte Böse. Borotha-Schoeler., p. 112

sabato 26 aprile 2014

Vaporteppa, Gli dei di Mosca di Swanwick, e l'editoria fatta bene

Chi mi ha tra gli amici su Facebook o mi segue su Twitter o su Google+ avrà avuto modo di assistere ai miei like, reblog e post vari a supporto di Vaporteppa.
Qualcuno potrebbe non aver chiaro di cosa si tratta, per cui eccomi qui a spiegarlo (e probabilmente a dire cavolate e danneggiare l'immagine di Vaporteppa, del Duca e di Tombolini con la mia inettitudine).

Partiamo dall'inizio.
Tombolini è il fondatore di diverse aziende, tra cui Simplicissimus Book Farm (quando, nel 2011, acquistai dalla Mediaworld il mio primo eReader, il Cybook Opus della Bookeen, sulla scatola c'era incollato il logo di Simplicissimus, e se non sbaglio potevi scaricare qualche titolo con un codice ecc.: questo è come l'ho conosciuto io.). A lui appartengono Ultima Books, piattaforma di distribuzione di ebook, e Narcissus, una piattaforma di self-publishing dove puoi autopubblicarti in maniera adeguata (con tanto di software per la corretta impaginazione dell'ePub ecc.)
Tombolini è quindi un imprenditore, e chi lo segue su Twitter, sul suo blog ecc., saprà che è competente in ciò che fa, al contrario del 90% degli imprenditori italiani, e soprattutto è palesemente appassionato in ciò che fa. Recentemente è diventato editore, con Antonio Tombolini Editore.
Vaporteppa è una collana di Antonio Tombolini Editore, affidata alla guida di Marco Carrara, meglio conosciuto nei peggiori bar di Caracas come il Duca.
Il Duca lo ricordiamo per tutti gli articoli specialistici su armi, armature, ed editoria, con Baionette Librarie, e per tutto ciò che riguarda la scrittura, soprattutto l'editing con Agenzia Duca. Il Duca condivide con Gamberetta l'attitudine verso la scrittura e la fiction, e chi conosce Gamberetta ha già capito di cosa si parla (tanto per dirne una, la capacità di riconoscere gli autori e gli editori che ti prendono in giro con delle porcate spacciate per narrativa). Il Duca nutre una passione profonda per la narrativa, lo conosco da 7 anni ormai, e nell'adolescenza mi ha assistito nella scrittura e nella lettura, aiutandomi molto nella crescita "intellettuale" condividendo con me diversi suoi interessi (ovviamente mi riferisco alla sua passione per il lulz, il bizzarro, fatine nude, coniglietti, e roba sconcia: se avessi lasciato il mio computer in mani sbagliate, sarei stato rovinato a vita).
Non posso quindi che avere la più completa fiducia in questo progetto.
Per avere maggiori informazioni si può visitare il sito.
In sostanza, Vaporteppa...
ha la missione di fornire buona narrativa fantastica, principalmente di autori italiani, possibilmente con elementi retrò ispirati al Lungo XIX Secolo. 
Ci occuperemo di narrativa fantastica in generale: Fantascienza, Science-Fantasy e un po’ di Fantasy, possibilmente non medievaleggiante e niente paranormal romance. Anche l’horror va bene, purché ricada anche in uno dei tre generi indicati prima. Ovviamente New Weird e Bizarro Fiction, ricadendo nei macro-generi indicati prima, vanno bene anche loro.

Al momento, Vaporteppa ha pubblicato un'opera di Michael Swanwick fino a questo momento inedita in Italia, Dancing with Bears, col titolo Gli dei di Mosca, al prezzo di 4,99€, un prezzo onestissimo (soprattutto considerando che è un titolo straniero, con tutto ciò che comporta, dalla traduzione ai diritti, ecc.). Si può comprare da Amazon o su Ultima. Potete anche leggerne l'anteprima, ovviamente, gratis (Non è ovvio, molte case editrici non permettono di leggere l'anteprima di un romanzo; e in certi casi, se è disponibile, è anche a pagamento - sì, roba da matti). Per maggiori informazioni sull'opera, seguite i link sopracitati. Se non ci sono domande, sparatevelo subito sul Kindle o su qualsiasi eReader o tablet possediate.

Perché segnalo Vaporteppa?
Il motivo principale è che sono fiducioso: durante questi anni di università pensavo: "Wow, sarebbe mitico se il Duca decidesse di aprire una specie di casa editrice digitale indipendente con cui lanciare opere potenti, meritevoli, in grado di pisciare in testa a tutte le schifezze pubblicate dai colossi e imposte sul mercato, portando infamia sui generi che tanto ci piacciono". Verso la fine di questo mio ultimo anno di università il sogno è diventato realtà, e non posso che esserne soddisfatto e avere grandi aspettative per il futuro.
Un altro motivo importantissimo è che al contrario di tutte le case editrici, Vaporteppa non solo ha un target specifico, forse un po' di nicchia, ma al contempo anche abbastanza flessibile, come abbiamo visto: oltre al target, essenziale è la qualità delle opere, e per fare ciò:
Non pubblichiamo le opere nuove così come ci arrivano: ogni opera scelta per la pubblicazione verrà studiata e sottoposta, lavorando sempre assieme all’autore, a revisione ovunque ritenuto necessario. Se non intendi lavorare seriamente sulla tua opera, non proporla nemmeno.
Non pubblichiamo “persone”, pubblichiamo opere: se la tua opera non soddisfa criteri minimi di qualità non ci importa se sei figlio di un senatore, nipote di un cardinale, giornalista della Busiarda o se hai già pubblicato venti titoli con Einaudi e Feltrinelli. Ad altri interesserà moltissimo: vai da loro.
Le case editrici classiche non hanno questo tipo di rapporto con gli autori (a meno che questi non siano best seller come Fabio Volo o simili). Vaporteppa dice: "Ok, la tua opera potrebbe andarci a genio, vediamo un po' com'è, e qual è la tua abilità: se sei valido, ti addestriamo nella Scuola di Ardimento, così da renderti un bravo scrittore e produrre opere interessanti di massima qualità che in seguito potranno essere pubblicate".
Nessuna casa editrice collabora con gli autori, istruendoli e migliorandoli, per quanto ne so.
Tutte le premesse sono ottime, la mia fiducia è totale e le mie aspettative sono grandi: sarò dunque molto critico (per quanto questo possa interessare a chicchessia) nei confronti dei futuri sviluppi del progetto. Per esempio, nonostante la scelta adeguata di Swanwick come prima opera, sono (come molti) ansioso di leggere autori nostrani. Mi piacerebbe qualcosa sullo stile di Soldati a vapore di Diego Ferrara, per esempio, opere avvincenti facilmente proponibili alla HBO per farci una serie accattivante e di successo, stile Game of Tornio.
Insomma: ecco Vaporteppa. Ecco il primo titolo, Gli dei di Mosca. Restiamo sintonizzati e appoggiamo Vaporteppa: qui si fa la buona editoria o si muore!

giovedì 7 novembre 2013

8 orrori narrativi che mi fanno abbandonare un romanzo e perdere fiducia nel genere umano

Chi ha letto qualche mia impressione fulminante sa che mi rompo facilmente a leggere un romanzo, se ci sono aspetti che denotano scarsezza. Il tempo è denaro, ma la cosa più importante è che paradossalmente per perdere tempo una persona si ritrova anche a dover pagare, e questo è ovviamente il caso dei romanzi scarsi.
Per dissonanza cognitiva, però, può capitare che l'atto di aver speso del denaro per quel romanzo convince una persona a proseguire la lettura e dare un senso al comportamento precedente. Un conto però è spendere 20€ per un libro a copertina rigida, un altro è spenderne 1 per un ebook (anche se di questi tempi è più probabile spendere 7-10€ per un ebook, e ciò è vergognoso, quindi tanto vale piratarlo - poi però, se l'opera merita, un po' di buona pubblicità non può che far bene, se non si vuol comprare il romanzo in originale).
Veniamo a noi.
Questi punti non rappresentano lezioni di scrittura, sebbene alcuni li abbia sviluppati proprio in virtù di qualche manuale o in seguito alle bacchettate del Duca sulle nocche, ma rappresentano principalmente riflessioni personali su come alcune scelte narrative siano così scarse da spingere a eliminare il nome dell'autore dal cervello.


  1. Il meteo
    È tipico degli autori scarsi. Anche Palahniuk sconsigliava di raccontare le condizioni del tempo in una storia (se non ricordo male in La scimmia pensa, la scimmia fa), ma, grazie comunque Chuck, la cosa è palese. Se non è necessario, meglio non scriverlo, e se mi capita di leggerlo, per me l'autore parte già con un occhio di biasimo da parte mia. Non che non si possa dire se piove o se c'è il sole, ma mettiamo che il romanzo ti si apra con:

    Capitolo 1

    Il sole brillava tra stralci di nubi di un cielo autunnale. Soffiava una leggera brezza, non troppo fredda, invernale, né calda come l'estate che era ormai trascorsa. Un vento frizzante che...

    In un vecchio post raccontavo le mie abitudini di lettura in bagno. Per mancanza di tempo durante la giornata, è più probabile che io inizi lì un romanzo, e avrò a disposizione pochi minuti, il tempo di fare tutto (ALLERTA: contenuti ad alto tasso di Intellettualità). Se in quei pochi minuti leggo una cosa simile a quella che ho abbozzato sopra, proseguirò di qualche altra pagina per accertarmi che il romanzo sia da buttare, per poi eliminarlo definitivamente e far spazio sul Kindle.
    Questo genere di aperture è tipico dei film. Si possono leggere sceneggiature che cominciano in questa maniera, con un'esterna e uno scorcio sul tempo. La descrizione del clima nella prosa occupa un certo tempo (minuti), mentre in un film pochi secondi.
    Ad ogni modo parlare del tempo, specie in apertura, fa piuttosto pena, e mi fa pensare allo scrittore-poser col bicchierone di Starbucks e il MacBook, che di scrittura non ne sa niente ma gli piace solo credersi scrittore perché fa figo.




  2. L'infodump ingenuo
    L'infodump è brutto più o meno sempre, ma ci sono casi in cui se lo leggo chiudo un occhio, per esempio quando in un romanzo non ce ne sono tanti, o se sono brevi e indolore, o se magari sono lo spirito del romanzo stesso (per esempio, attraverso una narrazione in prima persona in una storia sci-fi o che fa delle idee il suo punto forte). Per esempio, in Terry Pratchett o Douglas Adams l'infodump fa parte dello "scherzo", del tono comico, ma allo stesso tempo dipinge l'ambientazione, e se dovessi toglierlo se ne andrebbe anche una buona parte della potenza narrativa.
    Tuttavia ci sono romanzi in cui l'infodump scorre davvero potente. L'impressione che ne deriva, per me, è sempre quella dello scrittore Starbucks+MacBook, che arriva alla presentazione del personaggio, magari al ritratto (vedi punto 3), e snocciola informazioni sul suo background, lì per lì. Della serie: "non ho idea di quello che dico, sto inventando sul momento, e mentre creo ti rigurgito addosso tutte queste informazioni in modo che, allo stesso tempo, io possa riflettere e capire come posizionarle all'interno della storia, perché sono troppo pigro e non ho abbastanza esperienza per organizzare prima, e narrare con coerenza dopo."
    Personalmente tendo ad avere due file, nella cartella di un racconto lungo: uno è il file della storia in sé, l'altro è un file in cui riporto tutti i dettagli che io devo sapere, affinché possano cementificarsi nella mia mente, adattarsi ai personaggi, all'ambientazione, e dislocarsi nell'ordine degli eventi (quest'ultima cosa è più difficile, per me, e tende a cambiare nel corso della narrazione).
    Un autore che sputa infodump può essere o un autore che sta inventando la storia lì per lì, o un autore che ha già organizzato a parte tutte le informazioni, ma si è dimenticato o non ha voluto eliminarle dal testo definitivo. Per questo merita il mio biasimo.
  3. La tecnica dello specchio
    O meglio la Tecnica del ritratto allo specchio (detta così pare Kill Bill e la tecnica dell'esplosione del cuore con cinque colpi delle dita), è quella scorciatoia pessima in cui il narratore descrive l'aspetto fisico (e nei casi peggiori anche psicologico/temperamentale ecc.) del personaggio evitando la voce onnisciente, per rifugiarsi nel "pretesto" del POV: il pg si guarda nello specchio ed è come se si vedesse per la prima volta, cioè riporta tutti i dettagli sul suo aspetto e abbigliamento.
    Questa tecnica la odio perché è come un trope da film horror, "il nero muore per primo". Un esempio:

    "Prima di uscire si concesse un’ultima occhiata allo specchio. Di media statura, con capelli corti, castano scuro, che avevano un principio di stempiatura. Per il resto Raddavero era però piuttosto giovanile, senza una ruga e con una barbetta sottilissima che curava di giorno in giorno." ¹

    In pratica è l'equivalente narrativo dell'attore di un film che rompe il quarto muro e fa l'occhiolino agli spettatori (rottura del quarto muro intesa non come intenzionale alla Woody Allen).
    È una cosa che odio perché mi fa pensare che l'autore: 1) non abbia mai letto storie in cui si ricorre a questo cliché, così da poter evitarlo, 2) sappia benissimo che è una tecnica abusata ma ritiene che sia Alta Scrittura.
  4. Le descrizioni minute
    È quando hai voglia di morire ogni volta che un personaggio entra in scena, perché l'autore si esalta nel descriverne l'aspetto e soprattutto l'abbigliamento. Palahniuk consiglia addirittura di non descrivere che aspetto abbiano i personaggi, e non ha tutti i torti. La maggior parte delle volte è più che sufficiente descrivere un personaggio con pennellate grossolane, se utile ai fini della storia magari ci si può soffermare su alcuni particolari.
    Dato che questo vizio generalmente è associato ad altre scelte stilistiche pessime, do l'ultimatum a un romanzo non appena mi si presentano scene da sfilata. Per esempio, in Leviathan Rising di Jonathan Green c'è questa pessima tendenza a descrivere l'abbigliamento dei personaggi, il make up e l'acconciatura delle donne (un autore quando insiste sul descrivere la maniera in cui cadono dei boccoli dovrebbe capire che è il momento di smetterla), e via discorrendo. Proprio questo (insieme all'infodump della peggior specie) mi ha spinto a chiudere il romanzo.
  5. I sentimenti esacerbati
    Non è tanto lontano dal concetto di Show, don't tell: alcuni autori tendono a esprimere lo stato d'animo dei personaggi attraverso una lunga descrizione dei sentimenti, veri e propri wall of text.
    Non funziona.
    Da psicologo clinico in formazione posso affermare che è più facile comprendere, dal di fuori (i.e. leggendo) i sentimenti, le aspettative, le credenze di una persona attraverso il dialogo diretto, piuttosto che attraverso una valanga di informazioni fornite da terzi (il narratore). E da scrittore e lettore, attraverso il comportamento di un personaggio mi è più facile capire i suoi stati interni. Emozioni basilari come gioia, paura, rabbia ecc., per esempio, hanno una tipica manifestazione somatica (per esempio, per ansia o paura, il sudore, i brividi, l'urgenza di mingere) o comportamentale (per esempio, per la rabbia, dare un calcio a qualcosa o sbattere un oggetto, ecc.). In questo senso, se l'autore sa mostrarlo non avrà bisogno di spiegarlo (un po' come le barzellette, se le spieghi non fanno più ridere).
    La cosa peggiore è quando la descrizione degli stati psicologici di un personaggio è qualcosa di inutile, fine a sé, che non ha alcun ruolo nel migliorarne lo spessore. No, ritengo che l'approfondimento psicologico non sia essenziale per una storia, anzi: talvolta è più utile non conoscere nulla di un personaggio (se è banale e insopportabile, per esempio) e approfondire le dinamiche della storia in sé.
  6. La storia che non va da nessuna parte
    Quando mi capita di raccontare agli amici dei fatterelli che mi sono successi, tendo a fare molti excursus, ahimè. Talvolta sono utili ai fini del fatterello, altre volte no. E quando faccio troppi giri, finisce che l'interesse cala e il fatterello in sé risulta poco interessante o non divertente.
    Quando però una persona scrive un romanzo ha un'idea. E la sviluppa. Senza andare alle unità aristoteliche, semplicemente è logico narrare eventi utili ai fini della storia o che in un modo o nell'altro ne muovono i fili.
    Per questo motivo non sopporto quei romanzi che ti prendono in giro per metà dell'opera. Non è questione di stile: ci sono romanzi in cui i personaggi vagano senza risolvere nulla, non evolvono personalmente né determinano un cambiamento degli eventi. È peggio che in un reality. Mi viene in mente Donne, di Bukowski. So che è un paragone azzardato, ma una componente negativa del romanzo, a mio avviso, è proprio questa. Chinaski mette in atto pattern di comportamento tali da rivivere situazioni simili, ancora, ancora e ancora, al punto che per una parte del romanzo si limita a raccontarli piuttosto che mostrarli (e ci mancherebbe). Il personaggio è figo, ci sono scene interessanti, ma a volte lo stile cala di qualità, come se il narratore fosse ubriaco e svogliato come l'autore, e ciò accoppiato a scene ripetitive, che sanno di déjà vu, va a sfavore dell'intera opera. Al contrario, in Post Office la storia riesce ad avere una linearità, nel bene o nel male, e riesce a risolversi in una conclusione (sebbene affrettata e approssimativa).
  7. Forme poetiche
    In genere gli autori sono distinguibili, per me, in due macrocategorie: quelli che si credono grandi artisti (incompresi) e hanno come scopo la grande Arte, e quelli che vogliono solo raccontare una storia e hanno come scopo la comunicazione di quest'ultima. I vari autori che leggo si pongono quindi su questo mio ipotetico continuum, a un'estremità ci sarebbero quelli che non voglio leggere, e all'altra quelli che desidero leggere a prescindere da ciò che raccontano, per il semplice fatto che la narrazione non è inquinata da bizzarre ideologie estetiche e mi permette di considerare ciò che vogliono narrare, qualsiasi sia il genere.
    Dato che la narrativa è prosa, e non poesia, lo scopo è quello di comunicare al meglio il messaggio narrativo, anche suscitando emozioni, ma sempre in maniera comprensibile a tutti. Per fare ciò può avvalersi di figure retoriche, certo, come fa anche la poesia. Ma la poesia non deve necessariamente essere comprensibile al lettore, o almeno, è suscettibile di molteplici significati (così almeno mi dicono dalla regia), al contrario della prosa, che si limita a raccontarti una serie di eventi nella maniera più efficace affinché il cervello di una persona possa mettere insieme gli elementi comunicativi per ricreare nella propria mente ciò che è partito dalla mente dell'autore.
    Di conseguenza, tutte le figure retoriche basate soprattutto sul suono e sull'evocazione di immagini di difficile rappresentazione per il lettore, comprensibili solo al poeta, nella prosa non hanno alcun senso. Allitterazioni, assonanze, sinestesie, difficilmente saranno utili alla comunicazione di un messaggio. Certo, in particolari situazioni possono fare al caso nostro, per esempio se un personaggio è in un trip da LSD e "assapora il suono di una chitarra", la sinestesia è inevitabile ma accurata. Diversamente, gli autori che usano figure retoriche a fini puramente estetici falliscono miseramente. Poco tempo fa cercavo di leggere Aurorarama, di Jean-Christophe Valtat: uno dei problemi del romanzo era il fastidioso e frequente ricorso ad allitterazioni per i nomi di luoghi, persone, ma anche a giochi fonetici, anagrammi e via discorrendo  ("Chasing the Chimera: Circumpolar Cryptozoology"; Neovenetian Nipi; Northern Noise; Angry Ananias Andrews; Clicquot Cub-Clubbers; Lillian Lenton; Mock Moons; Chione Canal; Boreal Bridge; the Earl of Real versus Stella Tesla). Non è arte, può essere un divertimento per l'autore o un gioco a sé, ma l'effetto che ho avuto mentre leggevo, era: "Oh no, eccone un'altra [allitterazione]. Ha smesso di essere figo a pag. 3, quando lo capirà?" e ancora: "Quando la smetterà di badare tanto alla forma e si preoccuperà di far muovere un po' la storia?"
  8. I prologhi
    Qui devo essere sincero: io ho sempre adorato la suddivisione di una storia in prologo, capitolo, epilogo, appendici ecc. Finché non ho imparato a distinguere ciò che è utile da ciò che è inutile, vale a dire quando è cambiata la mia percezione del tempo (si sa che più invecchi, più il tempo sembra scorrere in fretta). Questo non significa che ho cambiato priorità perché la mia vita sia diventata più frenetica e ricca di impegni e responsabilità (sebbene in effetti sia così), ma ho maturato una sufficiente consapevolezza utile a distinguere ciò in cui investire energie al fine di uno scopo, da ciò per cui non vale la pena perdere tempo.
    Ora, spesso in un romanzo il prologo ha un POV diverso rispetto a quello/i principale/i. Vale a dire, è un POV che compare solo nel prologo e talvolta nell'epilogo, tanto per dare il senso di chiusura. Il tempo e lo spazio in cui è ambientato il prologo spesso sono diversi rispetto al resto della storia.
    Cosa succede, allora?
    Succede che prima dell'inizio del romanzo, c'è un altro inizio che non ha nulla a che vedere con la storia principale (o almeno, non subito all'apertura). Quindi un lettore legge una mini-storia il più delle volte senza senso (l'aura di mistero necessaria secondo molti autori che ricorrono al prologo), senza continuità, e poi passa tutto d'un tratto a un'altra storia, il capitolo 1 (se si è fortunati: talvolta prima del prologo c'è il preambolo, così si ha "Preambolo" - "Prologo" - "Capitolo 1").
    Se non sbaglio fu il Duca a indicarmi, tantissimo tempo fa, che è meglio iniziare col primo capitolo e basta. Non può che avere ragione, ovviamente.
Gli orrori narrativi che mi fanno abbandonare un romanzo e perdere fiducia nel genere umano non sono solo questi otto, anzi, direi che questi otto non sono nemmeno i più rilevanti, per così dire. Ci sono anche  l'uso di aggettivi multipli, l'abuso degli avverbi, i verbi "disse" pompati di steroidi (cit. King, On writing), e via discorrendo. Però questo post l'ho preparato in un paio di settimane circa, annotandomi di tanto in tanto cosa mi fa incazzare quando leggo un romanzo, e ho cercato di scriverlo nel tempo libero.
Non prometto nulla, ma forse in futuro potrebbe scapparci qualche altra simile "top ten mancata".

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Note:
1. La citazione è tratta da questa mia vecchia impressione di Prometeo e la guerra di Alessandro Girola. Non è intenzionale: ricordavo di aver parlato della tecnica dello specchio ma non sapevo dove, così ho googlato "tecnica specchio taotor" e sono arrivato lì.

venerdì 6 luglio 2012

I 36 saggi sulla scrittura di Chuck Palahniuk: due parole

chuck palahniuk saggi sulla scritturaOk, mettiamola così: tra il 2005 e il 2008 Palahniuk ha scritto 36 saggi sulla scrittura nel corso di un vero e proprio workshop online, i cui partecipanti eseguivano gli esercizi consigliati e ci si scambiava opinioni su quanto prodotto; questi saggi sono stati pubblicati sul sito di Palahniuk ma in affiliato con litreactor.com, altro sito, così che per poterli leggere era necessario essere iscritti a quest'ultimo con un account premium (sì, bisognava sborsare qualche dindino), e mi sembra di capire che i diritti su questi saggi sono sì di Chuck, ma la "distribuzione" è ristretta al sito Lit Reactor.
Morale della favola: per leggere questi saggi bisogna sottoscrivere un abbonamento di 9$ al mese al sito sopracitato.
Se ve lo state chiedendo: no, non esiste alcuna pubblicazione cartacea. Personalmente sono rimasto interdetto: sono poche pagine, si poteva benissimo pubblicare un piccolo, economico, innocente paperback, come l'On writing di Stephen King.
Perché? Perché con un po' di attenzione i saggi di Palahniuk si trovano facilmente in p2p.
Cercando "On Writing Stephen King pdf" Google ci dà addirittura, come primo risultato, il link di un ottimo file, questo (incredibile, questi russi ci tengono proprio alla preservazione della letteratura occidentale).
Per i saggi di Palahniuk, invece, non esiste cartaceo, quindi i fan - i fan "scrittori" - non potrebbero mettere in libreria il volumetto, ma sarebbero costretti a scaricarlo - o meglio, o fare l'abbonamento a Litreactor, accedere ai contenuti riservati, copincollare ogni singolo saggio in un file di testo, formattarlo e crearsi un ebook, eventualmente da stampare e scarabocchiare. Io il libricino di King, in illo tempore, lo comprai in libreria, lo lessi e lo rilessi e lo imbrattai da cima a fondo di annotazioni.
Insomma, mi dispiace per Chuck. Avrebbe tirato su qualche dollaro in più.

Veniamo ai saggi.
Qui potete trovare l'indice dei saggi con una brevissima sinossi per ciascuno.
In questa sede mi limito a una manciata di riflessioni.
Prima di tutto qualche critica.
Mi sorprende che Palahniuk quasi giustifichi l'infodump. O meglio, si salva in calcio d'angolo dicendo che non deve essere lungo, annoiare il lettore, o rallentare/interrompere il ritmo della narrazione. Si salva di nuovo quando sostiene che l'infodump del personaggio deve essere coerente col suo bagaglio culturale (cioè, deve limitare gli argomenti a una gamma ragionevole, il personaggio non può sapere tutto di tutto senza che il suo background giustifichi la cosa).
Nelle sue opere Palahniuk non cade nell'infodump, perché praticamente sempre il narratore corrisponde al protagonista, quindi con una narrazione in prima persona il rigurgito di informazioni è ok, perché fa parte - secondo una prospettiva prettamente focalizzata sulla verosimiglianza - del flusso di pensieri del personaggio, della sua stessa personalità.
E a proposito di prima persona, Palahniuk sostiene che la sua scelta sia preferibile, per vari motivi - empatia col lettore, minore distanza, credibilità ecc. Ma affronta solo perifericamente la giustificazione dell'uso di quella persona.
Cioè, vada per una narrazione epistolare, o diaristica, o con qualsiasi altro mezzo di comunicazione - in Survivor la narrazione corrisponde a quanto registrato dal protagonista nella scatola nera dell'aereo che sta dirottando. Ma una prima persona che dal nulla si mette a narrare, avulsa da un contesto comunicativo può benissimo - a mio avviso - essere sostituita da una terza persona. Insomma, la scelta del narratore va fatta in funzione dello scopo che si è scelto per la propria storia, dell'effetto che si vuole dare, ecc.
Altra cosa: Bury a gun. Nei saggi Palahniuk riprende il principio del Fucile di Čechov e vi aggiunge il principio di "seppellirlo". Ovvero: presentare un elemento significativo per le sorti della storia - non necessariamente un'arma, ma qualcosa di importante per lo sviluppo degli eventi -, nasconderlo per il resto di essa, e riesumarlo e usarlo nel momento in cui è necessaria una svolta, per dare gas al climax.
Secondo Palahniuk è una strategia efficace; il lettore presterebbe poca attenzione alla presentazione dell'arma, così quando la si riprende per risolvere il conflitto, verso la fine, ne è sorpreso. Questo, a mio avviso, si scontra contro quanto detto inizialmente da Palahniuk stesso, ovvero che il lettore è più intelligente di quanto immagini. Quante volte, all'inizio di un film, vediamo l'arma che viene presentata e subito nascosta, e diciamo a voce alta: "Ecco, scommetto che alla fine succede questo..."

cereal guy meme
A Cereal Guy piace quest'elemento.

Anni e anni di film saranno serviti a qualcosa, no?
Non dico che Nascondere l'arma non sia un principio valido. Sicuramente lo è, ma se usato in maniera creativa: di film con una'arma nascosta e riesumata ce ne sono a bizzeffe, e nella maggior parte si può intuire subito quale sia l'arma e che ruolo avrà alla fine.

Va bene, basta piccoli rant.
I saggi di Palahniuk sono molto interessanti, anche se a livello "tecnico" si pongono molto più sulla gestione della trama che sull'uso delle parole - semantica, più che sintassi -, cosa che invece troviamo in King (non usare gli avverbi in -mente, non usare i passivi, non usare i "disse" pompati di steroidi, ecc.).
Spezzo una lancia a favore di Palahniuk: nel corso dei saggi sottolinea più di qualche volta che le sue non sono regole, ma suggerimenti che si adattano al suo modo di scrivere, e che vanno presi per buoni nel momento in cui, dopo averli applicati, li si riconosce come buoni personalmente. Per esempio, lui sostiene che le storie più interessanti siano quelle narrate in forma non-lineare, quindi con particolari cornici narrative - secondo la sua denominazione, per esempio, la Big 'O' consiste nel cominciare dal momento della fine della crisi per cadere in un lungo flashback. Ovviamente, questo riguarda il suo metodo di scrittura. Io non riuscii a continuare Cime tempestose proprio a causa del flashback che costituiva la doppia cornice narrativa, e mi annoierei a scrivere una storia allo stesso modo - per cui prendo per buono il concetto che mi trasmette Chuck, ma non lo reputo dogmatico.

Essendo questa una raccolta di saggi, non si può dire che sia un manuale; ad ogni modo ne consiglierei la lettura solo se alle spalle si hanno precedenti letture di altri manuali di scrittura: questi saggi potrebbero costituire più una buona integrazione teorica che un punto di partenza.

martedì 24 gennaio 2012

Agenzia Duca: un assaggio pratico

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Come ormai saprete, il Duca ha aperto un'agenzia - Agenzia Duca - di valutazione testi, editing, consulenze e vero e proprio insegnamento alla scrittura in prosa per narrativa di genere.
Non starò qui a "presentarla". Potete cliccare sul link e leggere direttamente tutto ciò che volete sapere a riguardo.
Non esiste niente di simile in Italia, e ho seri dubbi che esista qualcosa di simile in Europa.
Conosco il Duca (virtualmente, ahimè; non ci siamo ancora visti di persona) da qualcosa come sei o sette anni, forse qualcosa di più. La sua passione per scienza, storia e letteratura non ha eguali - per non parlare di politica, economia, fiction e tutto il resto. Sa quel che fa e quel che dice, e per questo motivo è degno di fiducia. Se si mettono tutte queste qualità all'interno di una professione, allora si può star certi di essere nelle mani giuste.
La narrativa, per i più, è un po' come la politica o la psicologia. La gente ne parla e paradossalmente crede di saperne di più di chi l'ha studiata. D'altronde tutti votiamo, tutti facciamo inferenze su atteggiamenti e comportamenti altrui, e questo ci fa sentire esperti, al punto da ignorare la voce di chi è davvero esperto in materia.
L'Agenzia Duca in pratica consiste nella conoscenza acquisita da anni di studi teorici ed empirici in ambito letterario, il tutto condensato in un prodotto di altissima qualità (la valutazione, l'editing e via discorrendo) che non si limita alla "raffinazione" di un elaborato grezzo (Il mio mitiko racconto fentesi!!!1), ma in un vero e proprio corso rapido di formazione.
Ma mettiamo da parte la "promozione"; c'è chi la sa fare molto meglio di me.
Veniamo al post in questione.

Tanti anni fa, il Duca cominciò praticamente a farmi da Mecenate (o meglio, da Cicerone, o entrambi). Ero un giovanissimo scrittore fantasy che scriveva... be', come tale. Male. Inviai al Duca alcune pagine di un racconto che stavo scrivendo (avevo 15 o 16 anni) e lui me le restituì con modifiche, cancellature e "insulti" (lol). Le correzioni erano del tipo: "Perché mai un ufficiale di quel grado si reca di persona su quell'isola senza una scorta per ascoltare un nano che spiffera delle informazioni segrete sulla situazione politica del suo regno?" O ancora: "Non si capisce niente dai termini che usi per indicare le parti della nave: impara i termini adeguati o lascia perdere!"
Sono esempi banali, ma ricchi di significato. Lo scrittore fantasy (e non solo) standard, privo di un'educazione adeguata, si rifà talvolta a fiction di scarsa qualità che, unite a una mancanza di senno e di cultura, danno luogo alle schifezze che vediamo sugli scaffali delle librerie.
Il Duca, allora, era un ottimo editor (parliamo di 7 anni fa, eh!), ma al tempo stesso era lettore appassionato, cinefilo, videogiocatore e tanto altro. Grazie alla sua pazienza, al suo interesse, e alla sua fiducia, ho goduto, in questi anni, di suggerimenti e talvolta anche di piccoli editing (si noti che ho pubblicato solo racconti, in questi anni).
Il trucco sta nel saperli cogliere.
Ammetto di aver fatto spesso di testa mia. Qualche volta ho ignorato alcune sue correzioni o ho riscritto peggio di prima certe parti.
Ma tutto sta nella presa di coscienza che scrivere non equivale a buttare giù ciò che ti viene in testa (e pretendere di ricevere lodi). Scrivere bene significa informarsi e imparare per tentativi ed errori, cercando di applicare delle norme che altri hanno stabilito allo stesso modo, per tentativi ed errori.
Ignorare tali norme significa voler "riscrivere la scrittura" da zero. Un po' come voler imparare regole già note della Fisica partendo non, per esempio, da Newton, ma prima ancora, dai greci. Una follia, uno spreco di tempo e di forze, per non avere alcun risultato.
Ora, con l'approvazione del Duca, vi propongo la bozza di un racconto che ho scritto 4 anni fa. Sarà superfluo dire che da quel racconto a ora ci passa un abisso, non tanto di tempo quanto di maturazione tecnica. Le regole indicatemi dal Duca le ho apprese e applicate, ma soprattutto assimilate, al punto da non incappare più in particolari errori.
Così com'è il racconto non è affatto tremendo, ciò nonostante la correzione del Duca dimostra come un racconto accettabile possa migliorare di molto.
Inoltre, le correzioni stilistiche del Duca, motivate e contestualizzate, insegnano a non commettere più gli errori fatti (in pratica, un investimento per tempo ed energie future).
Ho convertito il file in un pdf, raggiungibile cliccando qui.
Buon divertimento.

lunedì 21 novembre 2011

Autopsia narrativa: Dogrhabaàl, di Zweilawyer

In questo post, il buon Zweilawyer ha pubblicato un racconto scritto circa una decade fa, per mostrare il suo "odio verso un determinato tipo di scrittura". Questo significa che Zwei riconosce di essere stato uno scrittore alle primissime armi, di aver fatto errori da dilettante, di essere migliorato e di saper distinguere il lavoro di un dilettante (anche il suo) dal lavoro di un maestro - per così dire.
Una preoccupante fetta della letteratura fantasy (e non solo) italiana (e non solo) contemporanea (ma anche no) è rappresentata da autori pubblicati che non solo scrivono male e non migliorano: addirittura ne vanno fieri e rigettano le "accuse" con una grande varietà di giustificazioni che, detto tra noi, dimostrano quanto sia più facile preferire la pigrizia, la disonestà intellettuale, e molto più semplicemente dimostrano di non capire dov'è il problema.
Mi sono permesso di editare l'intero racconto, grosso modo chiarendo le motivazioni di ogni modifica, errore, svista, scelte infelici ecc.
Alcune cose sono date per scontate (per esempio, il fatto che l'infodump sia un errore, che a qualcuno sfugge; per approfondimenti vedasi questo post del Duca - in continuo aggiornamento), altre invece sono approfondite. Alcuni errori ripetuti non li ho segnalati sistematicamente, ma si dovrebbero intuire.

Il parere generale sul racconto è il seguente: è colmo di una "poesia epica" da genio incompreso/scrittore alle prime armi. Ci sono frequenti cambi di pov che non hanno senso, informazioni intrusive nella storia, e via discorrendo.
Concordo con Angra, che cito testualmente dal suo commento:
.

Be’, ti dirò, lo stile è quello che piace agli editori fantasy italiani e ai loro fan, ma è decisamente al di sopra della media dei romanzi pubblicati. Potrebbe essere pubblicato, ma solo dopo un massiccio intervento peggiorativo da parte di uno dei loro valentissimi editor


Segue l'editing del racconto. Appena ho tempo lo carico in pdf, ma per il momento lo lascio copincollato.

===

DOGRHABAÀL


Nell’ampio salone di marmo e roccia nera regnava un silenzio inquieto [ossimoro: in poesia è ok, in narrativa difficilmente tocca gli animi, semmai distrae o non comunica nulla.]

Il buio era appena attenuato dai riflessi di grossi rubini scuri e dalla poca luce che

filtrava dai vetri scarlatti delle piccole finestre. Passi veloci lo percorsero come

avevano fatto decine di altre volte, fino a raggiungere la parete opposta, levigata

senza imperfezioni. [non è un reato usare gli aggettivi, ma vanno usati con parsimonia e con buonsenso: se non specificano bene o specificano cose già chiare (i.e: pleonasmo), si possono omettere; i dettagli narrati sono sparsi, e questo è dovuto al fatto che non c'è ancora un pov attraverso cui filtrare la massa di informazioni]

Dogrhabaàl allargò le braccia e proferì parole incomprensibili infra[m]mezzate [manca una M, lol] da

blasfemie, poi rimase immobile. [vada per le parole incomprensibili, non riproducibili testualmente, ma le blasfemie si potrebbero anche sapere, quindi mostrare] Uno scricchiolio segnò la riuscita del rituale [parere del narratore, che ora ci svela palesemente cosa sta succedendo]; pollice

dopo pollice la parete si aprì con uno stridio acuto accogliendo il curlong al suo

interno e richiudendosi con veemenza un istante dopo. Il corridoio era grezzo [cioè come?] e

scuro. Dogrhabaàl non lo attraversava mai con piacere. Era scavato con

un'inclinazione quasi verticale e portava dalla sala grande ad un antico [da cosa lo si capisce?] altare di pietra

lavica. Lungo il percorso non c'erano molte torce accese e quindi doveva tastare le

pareti almeno ogni dieci passi.

Non respirava, e quanto più proseguiva tanto più era costretto ad allargare [i]

polmoni per guadagnarsi un po' d'aria. C'era quasi… il lieve bagliore della cripta già

rischiarava il suo lungo abito sanguigno [non è un errore, ma vedasi avanti] e bastarono pochi istanti per sedersi su un

umido scranno marmoreo venato [aggettivi+3] di nero e di viola.

Di fronte a lui, sull’altare, giaceva una vasca di calcare ricolma di sangue. La

superficie esterna era coperta di geroglifici indecifrabili da un intelletto mortale[sigh], ma

terrificanti nella loro tortuosità espressiva. [andrebbe bene se ciò fosse il prodotto della mente di Doghrabaàl]

Per nulla turbato, Dogrhabaàl affondò un calice di giada nera nel liquido e lo

portò alla bocca. Chiuse gli occhi e fece un respiro profondo, poi bevve. Non era la

prima volta che tracannava quel sangue demoniaco denso e acre, diverso da quello

degli uomini e dei curlong, infernale tanto nella consistenza quanto nel sapore. Nello

stesso momento le pareti rugose, la vasca e i gradini che portavano ad essa

tremolarono come avvolti dalle esalazioni del caldo estivo, poi sparirono, lo stesso

accade con il calice e con l'entrata della sala. Rimase solo lui, saldo sull'antico sedile, mentre la realtà spariva inghiottita da un

ignoto nero siderale. Ebbe l'impressione [?] di non potersi muovere [che ci provi!], come schiacciato da

un peso insostenibile e invisibile.

Quando aprì le palpebre si trovò di fronte a uno spettacolo incredibile che ogni

volta lo sorprendeva. Non si trova più nello spazio angusto di prima, ma in un

ambiente smisurato e scuro, fatto di proporzioni titaniche e odori sulfurei. [tante parole, nessuna immagine]

Davanti allo scranno si ergeva una doppia fila di colonne cineree, coperte di

incisioni in un linguaggio demoniaco, preumano, incomprensibile ma capace di

risvegliare i terrori più primordiali [di nuovo, fossero pensieri del protagonista, ci starebbe]: alte a tal punto che il soffitto si poteva solo

intuire, e fra di esse una nebbia umida rendeva impossibile vedere oltre una decina di

iarde.

Non era un luogo edificato dalle mani dell’uomo. [come prima]

Dogrhabaàl si alzò con cautela e si incamminò guardandosi intorno con

circospezione. Poteva udire grida e lamenti indistinti provenire da ogni direzione. Il

curlong aveva assisitito a decine di torture e ne aveva tratto anche un discreto piacere

delirante, ma quei gemiti provenivano da uomini cui l’anima era stata fatta a

brandelli. Per loro la morte non avrebbe portato nessuna requie, ma una miriade di

altri osceni tormenti. Il logoro pavimento di basalto era scivoloso [ne vogliamo le prove] e tremava senza

sosta, come scosso da una mandria di rinoceronti in fuga. [non è tanto assurdo, può starci]

Se l'aria nel cunicolo che portava all'altare era rarefatta, qui invece era marcia e

asfissiante come quella di una palude. Si trovava da qualche parte in profondità,

probabilmente nelle viscere di Onnar, dove l’aria era bruciante anche senza il sole e

la vita era morta [lol wut?]. La pressione cui era sottoposto il suo fisico aumentava ad ogni

passo e mani invisibili spingevano le sue spalle verso il basso. Resistette quel che

poteva, poi cadde con le mani sulle ginocchia [la forma è un po' triste, ma ho colto il senso] cercando di prendere fiato. La nebbia

fumosa non accennava a diradarsi.

Non aveva percorso neanche un passo in più dell’ultima volta, e già si trovava a

ricacciare indietro il vomito e la nausea, ben sapendo che il peggio doveva ancora

arrivare. Sentì chiaramente una presenza incombente, fatta di oscurità cosmica e

orrore [Cthulhu?], e comprese che il momento era giunto. Strinse i pugni premendoli sulle cosce,

mentre le ginocchia sanguinavano sugli spuntoni di roccia zigrinata che spuntavano

da terra.

Una voce, un ruggito basso, profondo, risuonò vibrando nella roccia fredda.

Seguiva le gocce lungo le fessure dell’antro facendole tremare.

Appesantiva l’aria già fetida lacerando i timpani.

Veniva dal buio.Dall’abisso.

«Dunque sei qui, stupido mortale.»

Dogrhabaàl fu scosso da un tremito, ma cercò di rimanere tranquillo. Fuori da

quell’abisso, solo pochi si erano arrischiati nel rivolgersi al curlong con quel tono

insultante, ed erano tutti finiti spellati vivi e immersi nel sale ad agonizzare per ore.

Ma lì era solo un servo, soggetto al potere di un essere superiore. [come prima, i pensieri sono del narratore, non del pg, e le informazioni fioccano da tutte le parti]

«Sono qui mio Signore, dimmi ciò che desideri.»

Qualcosa si mosse dietro la fitta nebbia. I contorni giganteschi di un essere [quali sono i contorni di un essere?] si

fecero avanti. Dogrhabaàl non poteva comprenderne la sostanza, né ricondurli a una

creatura di Onnar, ma di una cosa era sicuro: si trattava di un mostro osceno,

nascosto nell’ombra come una fiera in agguato.

«La mia progenie vive. La mia progenie uccide» ruggì l’essere, le sue parole

risuonarono in una lunga eco spettrale «una città degli uomini e migliaia di soldati

sono stati annientati e divorati dai miei figli. Sento gli occhi umidi delle loro donne e

il dolore lancinante dei loro cari. Mi nutro delle loro pene, hanno il sapore delizioso

delle lacrime e del sangue.»

Il curlong era giunto al limite della sopportazione, l’aria, sempre più rarefatta, si

rifiutava di riempire i polmoni. Per alleviare le sue sofferenze, gettò all’indietro il

cappuccio di pelle umana, sul quale si intravedevano ancora i tratti orribilmente

distorti di un volto fanciullesco strappato alla vita. Quello di Dogrhabaàl era invece

un abominio da curlong, con tre occhi giallastri più piccoli di quelli umani che

sovrastavano il naso schiacciato e un ghigno mostruoso fatto di denti conici e quattro

canini lunghi e acuminati, due sporgenti dalla mascella e due dalla mandibola. [il mostrato mi spiazza: se è del pov, ok, il curlong è l'essere, ma se descrive anche il cappuccio del pg, mi chiedo chi sia a guardare, e chi sia cosa]

«Sei dunque soddisfatto, mio Signore? Tutto sembra procedere per il meglio»

sibilò Dogrhabaàl muovendo freneticamente gli occhi nel tentativo di intuire la forma

dell’interlocutore.

«Tu osi parlarmi senza essere interpellato, dovrei calpestarti come un verme e

gettarti all’inferno» a quelle parole sottili spine di ghiaccio affondarono nelle

vertebre del curlong «ma non lo farò, e anzi risponderò alla tua domanda» il grugnito

si fece ancora più profondo, al punto che se ne potevano percepire solo alcune

sfumature.

«Finalmente alcuni uomini hanno capito che se vogliono portare avanti le loro

misere esistenze devono adorare me e non Tecrod. Sento il profumo di mille sacrifici

compiuti in tutto il mondo, le urla e le bestemmie, ma la maggior parte di quegli

esseri schifosi rimangono fedeli alle loro divinità. Finché non saranno tutti carponi

davanti ai miei altari, a sacrificare le giovani mogli e i figli tanto amati, io stringerò sempre più la mia morsa e tu, assieme ai tuoi luridi sudditi, dovrai fare lo stesso. E’

giunta l’ora.»

Per quanto Dogrhabaàl odiasse gli umani, i suoi sentimenti non erano paragonabili

a quelli che ogni volta palesava la crudele divinità. Un odio nero e cieco impregnava

ogni sua parola, e le continue pretese di altari insanguinati lasciavano presagire un

furore di pece che non si sarebbe mai placato. Ma ormai il tempo era giunto, tutto ciò

per cui si era preparato negli ultimi anni sarebbe iniziato di l[ì] a poco.

Tornò con la mente al giorno del suo risveglio [sono ricordi, quindi diciamo che va bene], quando il volere del dio lo aveva

strappato dagli abissi del tempo in cui si era perso da secoli. Ricordò l’improvviso

accendersi dei sensi, il caldo del sangue che tornava a circolare, il battito del cuore, il

suo braccio mummificato che si copriva di nuova carne ed epidermide, lo

scricchiolio dei dischi vertebrali che tornavano a flettere il dorso. Si era alzato dalla

sua tomba, da solo. Aveva mosso passi incerti all’interno della cripta, sempre guidato

dal fragoroso vociare del dio, ed aveva osservato curioso il proprio corredo funerario,

fatto di lucidi teschi, enormi tesori d’oro e argento e armi di ossidiana tempestate di

rubini. Dopo aver percorso un lungo cunicolo dalla sezione quadrata perfetta, si era

trovato fuori dal suo sepolcro, in una notte senza luna e senza stelle, fustigata da un

vento glaciale. [il riassunto ci sta bene, è un ricordo]

Dietro di lui, lo ziggurat di pietra nera che lo aveva ospitato per millenni sfumava

nel cielo, venato di fuoco, in un vortice di gradoni sempre più stretti. Non poteva

essere, non era, l’opera di uomini o curlong, ma di un’entità che poteva plasmare

miliardi di libbre di pietra e granito come fossero argilla, che non doveva fare i conti

con i limiti dell’ingegno e degli attrezzi umani. [di nuovo: chi è che afferma tutto ciò? Il narratore? Sì. Può risparmiarselo? Sì. Perché? Perché se il narratore spiega tutto la storia perde credibilità e un po' (molto) di fascino. Questo vale per il resto:]

Ai suoi piedi, una città silenziosa di rocce senza tempo, modellate dalla bora del

nord in forme grottesche, sicuro rifugio di bestie deformi e demoni antichi. Lì, ai

piedi dei monti Gawathor, il giorno non sorgeva mai, e per quanto il sole tentasse di

lacerare la spessa coltre di nubi plumbee, riusciva solo a colorarle di un cupo

scarlatto. Aveva atteso lì, ai piedi del suo mausoleo, mentre le ultime tracce della

morte fisica abbandonavano il suo corpo.

I mesi passarono come uno schiocco delle dita, senza lasciare traccia nella sua

mente e nella solitudine infinita di quella distesa rocciosa. Il vento gelido aveva

lasciato il posto a una pioggia incessante, tale da far pensare che una diga nei cieli

avesse improvvisamente ceduto, e proprio durante la tempesta, fra i fulmini

abbaglianti e il rombo dei tuoni, che si confondeva con la voce del dio, cominciarono

ad arrivare. Prima la tribù dei Zah-krol, la più becera e violenta [da qui in poi si chiama infodump], i cui guerrieri

cavalcavano gli abominevoli rinogrom, la cui pelle bitorzoluta era spessa quanto una corazza e i cui corni, posti sul muso famelico, potevano raggiungere i cinque piedi di

lunghezza; poi quella dei Badrhat, la più numerosa, assiepata su carri di legno marciti

dalle intemperie, che incespicavano sul terreno brullo dotati com’erano di ruote quasi

quadrate; e ancora gli Ugh-dhò, completamente nudi e incapaci di articolare qualsiasi

parola, che si esprimevano con versi animaleschi e si spostavano a piedi.

Ne arrivarono altre, provenienti da ogni angolo dell’Ulth-Baal, lo sconfinato

territorio che si estendeva a nord dei Gawathor, l’invalicabile catena montuosa che

separava i regni degli uomini dalle tribù dei curlong. [tutto questo è davvero infodumposo, ma non è finita:]

Una forza invisibile, una calamita demoniaca li aveva guidati all’altezza

vertiginosa dello ziqqurat, con la promessa di infinite carneficine e feste di sangue

umano. Nel giro di un mese, una miriade di curlong si erano accampati fra le rocce

contorte, accendendo falò negli anfratti più scuri e attendendo un segnale dalla figura

seduta sui gradini d’ebano che portavano all’ingresso della torre ciclopica.

Alla fine, spinti dai morsi della fame, i capi delle novantanove tribù si erano fatti

coraggio ed avevano raggiunto Dogrhabaàl con passi circospetti, interrogandolo sul

da farsi.

«Aspetteremo quanto sarà necessario aspettare» era stata la sua risposta. Lo

stregone aveva atteso per un anno, senza patire né fame né sete, segno evidente di

una condizione innaturale.

Non conservava che ricordi consunti della sua vita passata, anzi, a volte dubitava

persino di averne avuta una, ma più si avvicinava il momento, più i bagliori di

memoria si facevano nitidi.

L’antro oscuro, le parole di tuono, la figura feroce e smisurata dell’essere

immortale, tutto gli sembrava familiare e alieno al tempo stesso.

L’ombra nebbiosa [non è tanto per il fatto che prima c'era la nebbia fumosa e ora un'ombra nebbiosa, quanto per il fatto che la nebbia sta là, e l'ombra vi sta dentro; l'ombra di un oggetto distante dalla fonte di luce può essere “nebbiosa”, ma in questo caso il contesto è diverso] alta quanto le colonne, si fece più scura e si venò di riflessi

fiammanti.

«Ora abbandona la mia dimora.»

Non ci fu bisogno di specificare che sarebbe potuto tornare solo su suo ordine

espresso, nessuno poteva raggiungere quell’inferno di zolfo senza invito.

Lentamente, con un ultimo sforzo dei muscoli, Dogrhabaàl si trascinò carponi verso

lo scranno, mentre da ogni parte provenivano risate distorte e gemiti di sofferenza. Si

issò con fatica facendo forza sui braccioli e alla fine riuscì a sedersi, ma già il vortice

stellare stravolgeva la realtà intorno a lui, strappandolo dal cupo abisso e portandolo

nuovamente nella cripta.

Il peso opprimente sulle spalle scomparve nello stesso momento in cui percepì [come?] la

vasca di calcare e i suoi flutti scarlatti. Percorse celere il cunicolo e poi i saloni coperti di marmi scuri del palazzo, scosso e al tempo stesso entusiasta per le notizie

che portava. [ecco che comincia:] Negli ultimi tre anni, tanto era passato dall’arrivo della prima tribù, i

curlong avevano atteso senza lamentele. Primitivi e superstiziosi, non avevano mai

messo in dubbio il volere di Ukodnos e le disposizioni del suo servitore strappato alle

mani scheletriche della morte. Si erano accontentati di mangiare ratti, pipistrelli, e le

infinite varietà di scorpioni giganti, scarafaggi delle dimensioni di un maiale ed altri

esseri striscianti che appestavano quei luoghi. Non erano mancati innumerevoli

episodi di cannibalismo, una pratica alquanto diffusa fra i curlong, specie in assenza

di razzie nelle terre degli uomini. Le uniche prede dignitose erano stati dodici

minatori catturati sulle pendici meridionali dei Gawathor, condotti in catene alla

Torre di Dogrhabaàl e squartati in onore di Ukodnos. [Capolavoro ineguagliabile dell'Infodump] I curlong più giovani ne

avevano divorato gli intestini mentre i disgraziati avevano ancora fiato per urlare e

lacrime per piangere il dolore di una fine così schifosa.

Ma ora era giunto il tempo di agire, di liberare la rabbia furiosa del suo popolo

mostruoso e soddisfare le brame del dio. Affrettando il passo, raggiunse il portone di

pietra liscia che dava sulla vertiginosa rampa di gradini che salivano verso lo

ziqqurat. Si aprì senza che Dogrhabaàl lo toccasse, scorrendo in uno stridore acuto

che il curlong sembrava non sentire.

Dalla piana sotto di lui, le tribù indaffarate [se non si può essere più chiari, non vale la pena che esista] abbandonarono all’istante le loro

attività [quali? Non è saggio narrare azioni collettive: è sbrigativo, ma non efficace], voltandosi verso la figura magnetica del [“figura magnetica” è l'opinione di qualcuno: il narratore soggettivo fa cadere il sense of wonder, per questo è preferibile che sia oggettivo] [il loro] leader. A malapena riuscivano a

scorgerne i contorni [cambio di pov immotivato, da qui in poi, in maniera altalenante], ma anche da quella distanza se ne intuiva il potere, la forza di

cambiare ciò che lo circondava con la sua semplice presenza. In un batter d’occhi i

capi tribù si radunarono ai piedi della rampa, ma Dogrhabaàl non sembrava

intenzionato a scendere. Rimaneva lì sopra, dritto come una statua, con le braccia

lungo i fianchi e la testa china sul petto.

«Il digiuno sta per finire» la voce dello stregone era nitida, sebbene fosse di

fronte a loro ma a centinaia di iarde di distanza. Rimasero impressionati, ma

immediatamente digrignarono i canini famelici in segno di soddisfazione [narratore soggettivo] . «Ma

dobbiamo prepararci con cura, poiché molti fra gli uomini sono abili guerrieri e i loro

eserciti fanno tremare la terra come valanghe di ferro. Continuate a scavare nel

ventre dei Gawathor, prendete tutti i minerali, forgiate armi di ogni fatta e battete

corazze robuste, nulla deve essere lasciato al caso. La mano di Ukodnos ci guida.»

Seguirono degli attimi di silenzio innaturale [spiegatemi la differenza]: nessuno aveva il coraggio di

prendere la parola per primo e rivolgersi a un interlocutore così lontano. [ennesimo cambio di pov inutile]

«Siamo pronti» urlò Guddan Zah-krol sputando densi fili di bava dalla bocca. Con

tutta probabilità, superava i sette piedi d’altezza e le quattrocento libbre di peso: una montagna di muscoli guizzava sotto la pelle verdastra che a malapena riusciva a

contenerli. Portava una mastodontica ascia dietro la schiena [lol], fissata al nudo torace

con una serie di cinture in cuoio che coprivano un numero infinito di cicatrici

bianche e profonde.

«Gli eserciti degli uomini non ci spaventano, siamo più forti, più combattivi, più

affamati..loro ci temono.»

Il ruggito di Dogrhabaàl lo interruppe.

«Sei un guerriero valoroso, Guddan, e centinaia di uomini sono caduti sotto la tua

lama, pregandoti di avere pietà. [abbi pietà di me con la tua narra-poesia epica!] Stavolta però non si tratta di una razzia, ma

dell’evento decisivo per le sorti della tua gente, della nostra gente. Il mondo

cambierà per sempre il suo volto, e noi saremo il mezzo per questo cambiamento.

Quindi attendi con pazienza, e mantieni viva questa rabbia, perché il giorno in cui

potrai darle libero sfogo è sempre più vicino.»

Quella promessa ebbe su Guddan l’effetto di un sedativo [di nuovo, cambio pov], e si limitò ad un cenno

di assenso con il capo.

«Hai detto che il giorno si avvicina, ma sarebbe un bene sapere se si tratta di un

giorno o di una settimana o anche di un mese.»

A parlare era Aghoc, a capo dei Badrath, che subito incontrò i volti concordi degli

altri capi. Aveva l’orecchio destro stracciato dal morso di qualche bestia o di un altro

curlong [sigh], e, vicino alla stazza di Guddan, sembrava un bambino in compagnia del

padre.

«Non ci è dato di scrutare il disegno ultimo, né il tempo degli eventi. Il nostro

compito è quello di essere pronti ad assecondare il piano dell’Immortale, ma, come

ho già detto, a breve gli uomini soffriranno. Anzi, già da qualche tempo la sua

progenie corporea sta spazzando via castelli e soldati a migliaia di miglia da qui, in

una terra dove scorrono grandi fiumi e i campi producono le messi più abbondanti

del mondo.»

A quella notizia i curlong mostrarono i canini in un ghigno di piacere. [=sorrisero/ghignarono/ a denti scoperti]

Ogni ragione di sofferenza per chi stava dall’altro lato dei Gawathor portava

piacere sul versante opposto, era sempre stato così e sempre lo sarebbe stato. [narratore soggettivo che spara infodump sulla folla inerme]

Aghoc però aveva qualcosa da aggiungere.

«Ho un’altra domanda, se posso.»

«Parla.»

«Mi chiedevo come faremo ad attraversare i monti, che sono coperti dal ghiaccio

eterno anche dall’altro lato, dove in estate il sole brucia la pelle come ortica [infodump dialogistico, che tutto sommato può pure stare]» si interruppe cercando di comprendere la reazione del suo interlocutore. Vedendo che

Dograbhaàl non sembrava infastidito, riprese a parlare.

«Nelle incursioni raramente usiamo più di un centinaio di guerrieri, e parliamo dei

più resistenti fra i curlong, ora invece parliamo di centinaia di migliaia di individui,

coperti di ferro, con rinogrom e altre bestie al seguito. Come faremo a salire fino alle

stelle e poi scendere lungo i sentieri lastricati di ghiaccio, a evitare i crepacci, le

pozze di neve fresca… siamo tanti, forse troppi per questa impresa.»

« E dovremo vedercela con scimmie giganti delle nevi e altri mostri che dimorano

nelle caverne e nei boschi di pino in attesa di prede da sgranocchiare» aggiunse

Goklal, che fino ad allora non aveva proferito parola, ma aveva ascoltato con

interesse quanto avevano da dire gli altri due. [tristissimo cambio di pov inutile]

«Meglio, li squarteremo e mangeremo le loro carni insipide per farci forza durante

il viaggio, noi non temiamo nessuno» lo interruppe Guddan puntandogli l’unghia

scheggiata e ricurva dell’indice verso la faccia.

«Nessuno ci disturberà, nessuno intralcerà il nostro passaggio» sentenziò

Dorghabaàl alzando finalmente il capo. «Non dovete preoccuparvi n[é] delle

montagne, n[é] degli esseri che le popolano» gli occhi gialli si aprirono in modo

fulmineo e si richiusero.

I capitribù assentirono, completamente soggiogati dal magnetismo del loro profeta

nero. A cosa serviva fare domande, dopo quello che era successo? Avevano

trascinato il loro popolo verso la tomba d’ebano di un antico stregone, costretti da

una volontà soprannaturale, impossibilitati a fare altrimenti. Avevano atteso ai piedi

della torre per mesi, scavando tunnel nella roccia alla ricerca di ferro e altri minerali.

Decine di minatori erano morti per le esalazioni gassose e per le polveri, con la

gola bruciata ed i polmoni collassati, ma erano stati sostituiti da altri e poi da altri

ancora. Si erano nutriti di ogni essere che avevano trovato lungo la strada, dei vecchi

padri e dei cuccioli morti. Tutto questo senza mai fare questioni, senza mai pensare

di lasciare quel luogo e tornare negli anfratti più remoti dell’Ulth-baal.

Erano primitivi, rozzi, e temevano ogni cosa per cui non trovavano spiegazione.

Come potevano mettere in dubbio la volontà di un dio e del suo servitore? [apoteosi di narratore senza briglie]

mercoledì 2 novembre 2011

Sui concorsi letterari

coppa concorsi letterari taotorStranamente, in tutti questi anni (4 e più) non ho mai parlato di concorsi letterari in un articolo. Ho accennato qualcosa, ne ho parlato nei commenti, ma mi pare di non aver mai discusso la cosa in maniera indipendente. Questo è il momento.
Desideri trovare un concorso letterario, parteciparvi con un vecchio racconto (o scriverne uno nuovo), dare il tuo meglio e sperare di competere con altri autori e spiccare per il tuo genio creativo? Speri di qualificarti con una buona posizione e di "crescere" tecnicamente, di imparare dagli errori che ti vengono riconosciuti?
Allora non partecipare ad alcun concorso.
Non che io abbia questa grande esperienza. Avrò partecipato sì e no a 15-20 concorsi in tutto. Ma chiunque bazzichi nell'ambiente, o meglio, quelli con un po' di giudizio, potranno confermarvelo.
Non esistono veri e propri concorsi letterari. Persino il Premio Strega è ampiamente criticato.
Stando a quanto ho "esperito", il problema principale dei concorsi letterari è la giuria. Ma prima di arrivare alla giuria, c'è altro da considerare.

Anzitutto, chi organizza i concorsi? E perché?
I concorsi che potete trovare in giro, per esempio su concorsiletterari.net, vengono organizzati in maggior parte dalle svariate associazioni culturali, alias gruppi no-profit legalmente riconosciuti dallo stato, enti di vario tipo, talvolta da scuole pubbliche, spesso dai comuni stessi, ma anche da piccole case editrici. Insieme a questi ci sono i Premi Letterari "propriamente" detti, ognuno con la sua edizione numerata (accompagnati o meno da case editrici o associazioni varie).
Quando un concorso letterario non è un'iniziativa del comune o di qualche altra associazione volta alla promozione di qualche tema, diritti, valori ecc., si tratta di business. In realtà si può trattare di business anche nel primo caso, ma non voglio essere disfattista.
Non è difficile organizzare un concorso. Chiami un paio di amici, un paio di sponsor, scrivi un regolamento, metti un premio (esempio: una coppa o una targa, dal costo di circa 10€) e una quota di partecipazione (esempio: dai 5 ai 20€). Pubblicizzi il concorso e incassi le quote. Se partecipano 50 persone con 10€, sono 500€ solo di iscrizioni. Gli sponsor possono provvedere al resto.
Ecco a voi un metodo per fare soldi facili.
Appurato come sia facile e legale organizzare un concorso, c'è la questione tecnica.
Il regolamento. Ogni concorso ne ha uno. Un regolamento dovrebbe essere breve e chiaro. Si divide in articoli. Presentazione del concorso e dei partecipanti ammessi (nazionale, internazionale, in lingua ecc.), tema (se ce n'è uno) del racconto/romanzo/poesia, lunghezza (in cartelle), modalità di invio dell'opera e del contributo di partecipazione, dettagli vari (penalizzazioni, invio, scadenza) , giuria, premi in palio.
L'80% dei concorsi letterari dimostra incompetenza nel settore della narrativa a partire dal regolamento. Non so se di recente le cose siano cambiate, ma fino a poco tempo fa diversi Premi recitavano:
Il testo non deve superare le 5 cartelle (formato pagina A4, carattere Times New Roman, grandezza 12)
Sebbene la cartella editoriale sia una convenzione, non significa che ogni concorso debba utilizzare delle convenzioni a sé e non rispettare l'originale. E se quella specificazione è diretta a chi una cartella non sa cosa sia, tanto peggio: significa che non c'è un minimo di criterio di selezione delle opere.
La fantomatica giuria non sempre viene presentata. Comunque ricorre sempre la frase: "Il parere della giuria è insindacabile". A volte però la giuria è un insieme di nomi, talvolta seguiti dal titolo "poeta", "scrittore", o "giornalista". Bisogna precisare, a questo punto, che non basta affibbiarsi il titolo di "scrittore" o "poeta" per incarnare le competenze implicate (per fortuna per essere giornalisti c'è un lungo cammino da intraprendere). Ogni paesino ha il suo scrittorucolo o poeta, pubblicato dalla casa editrice del paesino stesso, con una tiratura di 1000 copie (comprate da parenti, cugini e pseudo-intellettuali che seguono le presentazioni nelle librerie e comprano i libri per dare un motivo alla loro presenza lì), copie distribuite addirittura in un paio di comuni limitrofi.
Questo non significa che lo scrittore/poeta sia necessariamente un incompetente. I geni isolati esistono (ne dubito). Ma ognuno può farsi due conti da sé.
Infine, il premio. Non so come funziona, esattamente; ho qualche dubbio su eventuali imbrogli o raccomandazioni. Mi risulta, piuttosto, che coerentemente con l'incompetenza delle giurie il vincitore sia l'autore di una porcata. Nel migliore dei casi, il vincitore è scelto in maniera totalmente casuale.
A volte il premio è una coppa, un attestato o una targa (i premi che io preferisco). Altre volte (Iddio ce ne scampi) il premio consiste nella pubblicazione del proprio racconto in un'antologia (a volte non te la regalano nemmeno). Oppure, "vinci" un contratto editoriale con la casa editrice sfigata del paesino sopracitato (contratto del tipo: tu paghi metà delle spese, e in più ti compri 300 copie, e al resto ci penso io, così se mi va male non ci perdo niente, e se va bene arraffo tutto).

La prospettiva è assai squallida, è vero. Io sono convinto che molti scrittori che partecipano a questi concorsi lo facciano per mettersi alla prova, e non c'è niente di più giusto. Non conta il premio in sé, quanto il riconoscimento, se c'è, o un feedback sulle proprie capacità, in maniera tale da migliorarsi.
Tutto questo però non esiste, o è quasi impossibile da trovare.
Ma non bisogna scoraggiarsi.
Se si vuole davvero scrivere e migliorare, si possono mettere da parte i soldi, sgranchirsi le dita, (leggere qualche manuale di scrittura), e partecipare ai concorsi indetti sul web dagli appassionati. Quando non ci sono interessi, di mezzo, le cose sono spesso più genuine. La fregatura può stare anche qui, è normale. Ma prima di tutto raramente c'è del denaro di mezzo, e poi ci si può benissimo informare sull'ambiente con un paio di click, e valutare se la giuria è composta da gente competente, se il concorso è un'idiozia o una buona iniziativa, ecc.
Un ambiente stimolante si riconosce subito dall'interesse dei partecipanti, e dall'attenzione che si dà al singolo individuo. Ovvero, nei concorsi letterari vogliono principalmente i tuoi soldi; nelle iniziative online si collabora per un bene superiore.

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Link utili:
Concorsiletterari.net, un portale che offre molti concorsi di narrativa, poesia e saggistica.
Concorso per racconti Steampunk, un concorso indetto dal Duca. Rispetta tutti i requisiti di un concorso onesto e costruttivo.
Parlare di narrativa in modo vago, un post del Duca dedicato all'incompetenza dei più quando si tratta di narrativa, e del degrado generale che ammorba la comunità di pseudo-intellettuali.
Interpretazione e gusti, un mio vecchio post riguardo alla critica letteraria discutibile.