giovedì 22 ottobre 2009

Intepretazione (e gusti)


Questo post tratta dell'Interpretazione; l'argomento di fondo rimane però il mistero della letteratura, della prosa.

È da un po' di tempo che considero le varie "sfaccettature" della prosa.
Pochi giorni fa parlavo di competenze con un mio amico. Secondo lui ognuno dovrebbe avere delle competenze specifiche in un preciso settore, dopo la laurea. Lui, per esempio, non appena entrerà in specializzazione (Medicina) vuole eccellere nel campo che sceglierà. Ammira personaggi come Christiaan Barnard o Gino Strada, che da niente si sono fatti strada grazie alla forza di volontà. Non so come, ma la discussione è finita sulle abilità della gente in un determinato settore.
Ha detto: "Di sicuro se io e te scriviamo un racconto, il tuo sarà migliore perché sei più esperto".
"Ma anche no" gli ho detto io, e poco dopo lui ha annuito, rendendosi conto che in effetti non era così.
"In effetti," ha detto, "in un concorso potrebbe piacere di più il mio che il tuo.".
Ergo, nella letteratura il ragionamento sulle competenze e sull'abilità va a puttane - e la cosa ricorda molto questo articolo del Duca.
Perché? Perché è ambiguo il concetto di competenza - fermi lì, voi colle mani che vi prudono! Continuate a leggere prima di fare brutti pensieri sul povero Taotor.
Competenza: da parte di chi scrive o di chi legge? Da entrambi, ovvio. Ma non c'è sempre.
Se da parte di chi scrive, ma non di chi legge, allora si diventa lo "scrittore incompreso" (per davvero). Tu sai scrivere, o almeno, conosci e adotti le norme basilari per una buona scrittura. Questo rende la tua prosa più che decente, sopraelevandola dai "prodotti" di scrittori meno competenti.
Ma se un lettore, mettiamo un giudice¹, è incompetente, allora giudicherà la tua opera non meritevole, e la gente a chi darà retta? Al giudice o al povero scrittore incompreso?
Se la competenza sta da parte di chi legge, allora siamo a cavallo. Si avrà l'esperto incontentabile - cosa di cui taccia(va)no spesso Gamberetta - e nessuno saprà mai cosa è bello e cosa è brutto.
Ora, date queste doverose premesse (bugia, non sono affatto doverose premesse, sono solo pensieri che mi andava di diffondere), la questione principale.
L'interpretazione.
Nel mondo "vago" della prosa non ci sono appigli. Si arranca nel buio. Mettiamo da parte le secolari norme della buona scrittura, che delimitano un po' i confini del buono e del meno buono. Cosa rimane? Niente, se non una cosa.
L'interpretazione.
L'interpretazione è una cosa assolutamente soggettiva. Ma da un paio di secoli a questa parte sembra che si sia confusa l'interpretazione e le sia stato affibbiato il significato di corretta analisi artistica e intellettuale di grandi opere, che voi umani non potete nemmeno immaginare.
Ci sono scene divertenti nei Promessi Sposi. Una scena divertente non la si interpreta più di tanto, credo, no? La prendi così com'è, al massimo la giustifichi, la poni nel contesto, ma nulla di più.
Invece no.
Se qualcuno di voi ha letto l'analisi critica del Getto (per gli amici G. Getto, aka Gigetto), se ne sarà accorto. Vado a prendere l'edizione dei Promessi sposi a cura di G. Getto, edizione Sansoni, 1964.

Nel capitolo III, Renzo va da Azzeccagarbugli per risolvere la questione del matrimonio. E ci va coi capponi da regalare. Solo che l'avvocato non gli è di grande aiuto, per cui torna a casa incazzato.
Riporta il Getto:
Sui quattro capponi in principio si riflette in maniera evidente un po' della malinconia delle nozze tramontate e della festa sospesa. (...)
È però durante il viaggio che i quattro capponi accumulano su di sé, e scontano con fisica e puntuale ripercussione, attraverso l'agitarsi del braccio di Reno, quel che si agita nell'anima del personaggio («il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente»).
Qui le povere bestie acquistano una loro vita, oltre che una loro evidenza, e diventano occasione di moralistica riflessione, lievissima per altro, filtrata com'è attraverso quel motivo da favola (...)

Polli sballottolati? No, "occasione di moralistica riflessione, lievissima per altro, filtrata com'è attraverso quel motivo da favola"

Potrei citarne centinaia, di considerazioni simili. Ma a che pro?
Il fatto è che l'interpretazione è mera illusione. Da qualsiasi cagata si può tirar fuori questa o quella intenzione artistica. Parliamoci con franchezza:
  1. Si scrive (in maniera chiara) per comunicare. Non si scrive (in maniera criptica) per farsi interpretare. Non ha alcun senso!
  2. La maggior parte di richiami psicologici, artistici, intellettuali trovati dai critici in un'opera, al 90% non erano voluti dall'autore - che nella tomba, spaesato, si guardar intorno e balbetta: «Ehm... sì... esatto, proprio quello intendevo.»
  3. Ciò che i critici scambiano per manovre artistiche sono spesso semplici tecniche basilari di caratterizzazione. Se dipingo un personaggio che cammina da solo sotto la pioggia, col cappuccio, la testa chinata, le cuffie nelle orecchie, e arriva alla fermata del bus ma rimane fuori dalla tettoia, ho caratterizzato grosso modo un personaggio. Uno solitario, cazzuto.
    Un fantomatico G. Getto dei poveri potrebbe sostenere: "L'isolamento del personaggio è deliziosamente illustrato dal Russo mediante l'uso delle cuffie, che fungono da barriera tra il mondo esterno e la realtà introspettica del protagonista. Anche il gesto compiuto da quest'ultimo, rimanere fuori dalla copertura della fermata, accentua lo spirito solitario del personaggio, la divisione tra l'ego e la società, l'abisso oscuro che divide l'essere umano e taglia le relazioni, recide il filo di comprensione interpersonale. Il personaggio, in quanto solitario, è un artista.²
  4. Quattro.
La morale della favola è che lo scrittore, alla fine, si deve limitare a scrivere bene e con passione, e tutto il resto non conta. Non so se questa possa chiamarsi Onestà intellettuale.
Non si può dare la colpa a Joyce se ha scritto un romanzo-pacco noiosissimo: quando lo ha scritto si è entusiasmato, riportando su carta gli avvenimenti successi a lui, fingendosi Stephen Dedalus. Qualcuno trova bello A portrait of the artist as a young man. Non io, né altri miei amici, ma ho un'amica che, sì, esce matta per Joyce.
Non ha colpa Manzoni con la sua fissa per la lingua. Poteva limitarsi a narrare la storia, che in fondo è bellissima. Solo, potrebbe aver bisogno di una limatina... Fatto sta che si studia a scuola, e ogni generazione ha letto, legge e leggerà ancora questo romanzo.
L'intepretazione è una cazzata.
Lo scrittore scrive, il lettore legge - se vuole, "interpreta" a modo suo. Ma ciò che fa bello un romanzo è il gusto comune e i punti fissi di "apprezzamento universale" (una grammatica corretta, coerenza nel testo ecc.).
L'errore storico della letteratura è stata proprio l'interpretazione. Se ci sono dibattiti tra buona e cattiva prosa e confusione riguardo al bello e il brutto è proprio per colpa delle interpretazioni intellettualoidi che si son fatte nel tempo. Ciò che è bello è bello anche senza presunte seghe mentali da artista.
Sarebbe più corretto sostituire l'interpretazione con il gusto. Perché in fondo, quando si vuol capire cosa è bello e cosa è brutto, si tratta solo di questo.
Gusti, basati su principi concreti, e non strani concetti astratti.


Note:

¹ Sì, i giudici dei concorsi letterari sono sempre persone competenti, che conoscono il loro mestiere e bla bla bla. Non escludo che possa essere così, ma non venitemi a dire che non esistono dei decerebrati col senso critico di maiali. Alcuni giudicano esclusivamente in base ai propri gusti. Altri, invece, sono solo diversamente competenti. Lo dimostra il fatto che al Concorso Letterario della Salsiccia del paesino di Vattelapesca mettono in veste di giudici: un compaesano che ha pubblicato per la prima volta il suo primo romanzo folkloristico, un giornalista che scrive sul giornale del paesino, pubblicato una volta all'anno durante la Fiera delle Polpette, e per finire in bellezza, il poeta più importante del luogo, il cui nome compare da decenni sulle ristampe della raccolta di poesie in dialetto vattelapeschiano.
«Ehi, guarda, a Taotor gli rosica er culo perché l'hanno segato fuori da un concorso!»
No, finora ho partecipato solo a un vero concorso letterario, Colonna d'Eroma, in Sicilia. Mi hanno dato la mia bella coppa e sono stato contento. Non avevo mai sentito i nomi dei giudici, ho parlato solo con uno via telefono - aspettando l'antologia che dopo quasi quattro anni ancora non arriva, ahimè.
Però una cosa è chiara: il mio racconto non era orribile ma... diciamo che se quello era da premiare, quelli che scrivo ora sarebbero da Nobel. A buon intenditor...

² Considerazioni simili ("il personaggio è solo, per cui è un artista"), così ridicole, sono state fatte per A portrait of the artist as a young man di Joyce; il critico potrebbe essere stato Hugh Kenner, ma non ne sono sicuro. Fatto sta che l'analisi critica di Dedalus - titolo italiano dell'opera - fatta da vari letterati-critici, è una barzelletta dall'inizio alla fine. Le poche scene belle del romanzo vengono inglobate dall'ondata di noia e incompetenza narrativa (narrativa, non filologica: qui parliamo di prosa, non di lingua, e se Joyce sa tenersi caro il lettore come fa, chessò, Hemingway, allora io sono Babbo Natale), sovrastate da scene lunghissime e inutili. Il perché? Ve lo dico subito.
Joyce ha scritto A portrait of the artist as a young man rifacendosi alla propria vita. È colmo di riferimenti autobiografici. E c'è un problema di fondo quando si narrano i fatti propri.
Lo spiega chiaramente Ansen Dibell in Plot (Writer's Digest Books, 1988):
Or maybe you want to write a story based on real life and
real incidents. That should be a cinch, right? All the events really
happened; the characters are people you know. Nothing easier
than writing it all down, you think confidently. Just change the
names and locale, and you're set.
But then the events, so compelling when they happened
and when you thought about them, bog down in detail and explanations.
The familiar people you felt certain would be enthralling
characters turn into jabbering trolls.
You feel the silent inner thud that tells you that truth—or,
more accurately, fact-based fiction—is no more a guarantee
against writing dull, unconvincing tales than is inventing the
whole thing from the start.
Se non sapete l'inglese, attaccatevi. O imparatelo.

6 commenti:

Carraronan ha detto...

Non ho nulla contro le interpretazioni, se ben motivate e utili a qualche cosa (e secondarie nell'esame complessivo dell'opera, solo come aggiunta extra). Solitamente non sono utili a niente, come hai ben sottolineato con gli esempi.

Preferisco comunque che si mantenga l'attinenza al testo e all'esame del testo dal punto di vista di "come lo si produce per ottenere certi risultati".
Cose valutabili in modo oggettivo, insomma, come sostieni anche tu.
E preferisco le interpretazioni motivate sul perché si è scelto di scrivere qualcosa in un certo modo piuttosto che sulla cosa in sé.

Uno può fare mille interpretazioni sul motivo per cui l'autore è stato così fesso da usare il narratore universale (che di per sé non è scorretto, è solo, uh, "stupido"), ma l'importante perlomeno è sottolineare che l'efficienza della scelta è scarsa. L'interpretazione dei motivi della scelta è un di più, solo un di più. Ed evitabile.

Parlo sempre di narrativa che narra storie di personaggi, ovviamente: le minchiate artistiche piene di interpretazioni "traslocabili" (quelle che si possono mettere su di un testo come su un altro, come le finte recensioni di cui parlava Gamberetta tempo fa) li lascio ai tizi rinchiusi nei manicomi intenti a scrivere centinaia di pagine sulla luce di Otranto.
E mi pare che i nostri gusti coincidano in tal senso, lol.

Federico Russo "Taotor" ha detto...

Infatti. :D
Bisogna ammettere che la scrittura "ricercata" (dal punto di vista pseudo artistico) non è da condannare. O meglio, sarebbe stupido svegliarsi la mattina (tutùru tùru tu-tu) e dire: "Oggi scrivo un romanzo metafora pieno di ossimori, allitterazioni, assonanze, sinestesie, metonimie..." (non per nulla, tutte figure retoriche proprie della poesia, che non sarebbe errato usare nella prosa, se non fosse che il 90% delle volte in cui vengono usate suonano semplicemente ridicole.

Federico Russo "Taotor" ha detto...

). Avevo scordato una parentesi. XD

Angra ha detto...

Le interpretazioni sono utili, eccome.

Esempio: "Cosa? Non vi è piaciuto? Non sarà per caso che avete letto la mia opera scambiandola per un romanzo? Ah ah, poveri stronzi, che pena mi fate! La mia è una composizione grafica astratta di bianchi e neri."

Non ho capito se il post di Negrore che hai linkato era un esempio di onestà intellettuale, o invece qualcosa che ne parlava e basta, o un controesempio, o magari ancora un esercizio di interpretazione per i tuoi lettori o uno scherzo.

Federico Russo "Taotor" ha detto...

Andiamoci calmi! XD
Sono riflessioni sull'onestà intellettuale. Nel senso che io interpreto (tanto per cambiare) l'Onestà intellettuale in un modo, qualcuno in qualche altro.
Per esempio, per me Onestà intellettuale significa, appunto, scrivere come ci si sente, accettando però, quando e se arrivano, dei compromessi - ovvero: gli interventi illuminanti di un eventuale lettore con sale in zucca.

Angra ha detto...

Se il lettore ha davvero sale in zucca, 9 su 10 ha ragione lui. Non è nemmeno questione di compromessi, semplicemente ha notato qualcosa che all'autore era sfuggito. Anche se non ha capito ha ragione lui: vuol dire che non si capiva. Un autore queste cose le sa, ringrazia il lettore con sale in zucca e corregge. Un Autore, invece, prima spiega al lettore che è lui che non ha capito, poi se il lettore insiste si mette a strillare come una checca isterica ^__^