martedì 25 agosto 2015

Blestemat, il mio romanzo breve

vampiri strigoi rumeni maledizioni puglia fiction novella short vaporteppaSorpresa!
Ve l'avevo accennato che stavo scrivendo, ed ecco il risultato. In effetti, questa è una delle ragioni per cui ho trascurato un po' il blog.
Chi mi segue da anni avrà letto una vecchissima versione (cortissima, era un raccontino breve di mille parole) scritta secoli fa.
Nella postfazione c'è qualche informazione di più a riguardo.
Per farla breve: me ne esco a inizio anno con la storia "finita", di circa 25mila parole. Soddisfatto, la faccio leggere al Duca che mi dà una spinta (le sue spinte sono calci in culo, ovviamente) per migliorarla, e ne escono oltre 10mila parole in più, una struttura migliore e sviluppi più soddisfacenti.
Sono molto contento del risultato finale.
Vi riporto la quarta di copertina:

Alessandro vive a casa coi genitori, non ha un lavoro e la sua ragazza gli fa le corna. La sola prospettiva nella sua vita è di laurearsi fuori corso in Filosofia e finire a fare il cassiere al supermercato. Ma potrebbe andare peggio: quando insieme a un amico incontra in un casolare abbandonato due belle rumene conosciute su Facebook, la sua vita di merda ha una svolta inaspettata.
In fuga nelle campagne pugliesi, tra ulivi e masserie, Alessandro affronta streghe in grado di portare sfiga con la sola forza di volontà e finisce nel mezzo del mondo nascosto del sovrannaturale slavo. Armato del proprio umorismo nero per sdrammatizzare i disastri e con l’aiuto di un giovane macellaio rumeno dall’italiano non proprio impeccabile, Alessandro dovrà aprirsi la strada verso la salvezza a colpi di ferro da cantiere appuntito e bottiglia rotta.
Qui il link per reperirlo, sia in ePub che formato Kindle: http://store.streetlib.com/blestemat
Blestemat è una commedia nera con elementi fantastici: in realtà il romanzo si evolve in maniera naturale e gli aspetti comici non sminuiscono gli sviluppi o la natura stessa della storia, semmai l'arricchiscono, per cui si può considerare tanto commedia quanto thriller con elementi sovrannaturali (infatti la categoria su Streetlib è "Mistero e investigativo", non è una storia fantastica in stile Harry Potter o Game of thrones, per capirci).
Spero che vi piaccia. Credo che chi mi segue da anni avrà una bella sorpresa e potrà godersi alcune ore intense di lettura appassionata, visto che rispetto alle ultime storie pubblicate qui sul blog, anni e anni fa, nel tempo ho maturato una tecnica migliore, complice il sadismo pedagogico del Duca che, dal 2007, mi ha reso la persona che sono (cioè peggiore).
Blestemat si legge in poche ore e, stando alle comunicazioni personali dei lettori, è una storia che prende e ti induce a finirla senza fare pause. E se qualcun altro mi conferma che questa storia gli ha sottratto qualche ora di sonno pur di finirla subito, mi renderà la persona più felice del mondo.
Considerando che, dall'apertura del blog, Blestemat è di fatto la prima opera che pubblico con una casa editrice, direi che si può considerare un bel traguardo, un evento importante per la storia del blog.
Infatti, oltre alla violenza educativa del Duca, e al contributo fondamentale dei post sui Gamberi e dei commenti sul mio blog di Gamberetta (che col suo spirito critico e la sua razionalità ci ha risvegliati circa aspetti della narrativa che molti ignoravano o simulavano di non conoscere), devo molto a tutti coloro che in questi anni hanno letto non solo i miei deliri sconclusionati sul blog (soprattutto quelli dell'adolescenza), ma anche le storie che ho pubblicato. Grazie per il vostro tempo e per le opinioni che mi avete dato. I vostri nomi, i vostri commenti, sono tutti qui, a testimonianza di un cammino di crescita in cui avete avuto un ruolo centrale. Grazie!

P.S. Sembra una lettera di addio. No, il blog non chiude. È in piedi da 7 anni, e finché posso ammorbarvi con qualche cavolata, lo farò.

venerdì 26 giugno 2015

Impressioni | Carrellata letteraria primaverile 2015

Ormai vado avanti a carrellate stagionali. Per giunta, quando leggo un romanzo, dopo un mese in pratica ho già dimenticato tutto, mi rimane solo il grosso delle impressioni. Questa volta sono andato ancora più a rilento, con la lettura, causa mille impegni, non ultimo la scrittura (che è stata molto proficua).
Ho omesso giusto qualche opera che non vale la pena citare o non è pertinente.

abaddon giuseppe menconi vaporteppa fantascienza horrorAbaddon, di Giuseppe Menconi.
L'aspetto positivo delle opere di Vaporteppa è che quando voglio parlarne posso sorvolare sullo stile che, grazie al training (recente e pregresso) degli autori e soprattutto all'editing (cosa inesistente nella maggior parte delle opere), è sempre buono (fatta naturalmente eccezione per le opere straniere, tradotte così come sono, e fatta eccezione per opere come Lo specchio di Atlante di Bernardo Cicchetti, che nonostante l'editing per Vaporteppa, è stato pubblicato con lo stile originale, un po' "fiabesco" e non proprio perfetto ma comunque buono - ma è un caso a parte, e i punti forti di quell'opera sono molti altri).
Non voglio soffermarmi molto sulla storia. Ammetto che durante la lettura ho avuto l'impressione di rivivere l'atmosfera sci-fi/horror di Deep Space, e la nota finale dell'autore ha confermato che era proprio quello che voleva trasmettere, per cui missione compiuta alla grande. Ho apprezzato molto il realismo tecnologico, come i laser che prosicugano in fretta la batteria (cosa che in molti sci-fi si ignora). È un'ottima storia, il finale confesso che mi ha spiazzato. L'unica nota negativa, a mio parere, era l'eccessiva azione, che dopo un po' ho percepito come ripetitiva.

Il profumo del caffè (The various flavours of coffee), di Anthony Capellla.
Tralasciando il titolo reinventato (e la copertina italiana terribile che non mi sento di inserire), devo ammettere che non mi è dispiaciuto. Lo stile è a tratti buono e a tratti lascia a desiderare, ma di per sé nello sviluppo della storia si possono individuare i tre atti e la trasformazione del personaggio, con qualche plot twist qui e là e un finale più o meno prevedibile. È stata una lettura abbastanza buona, un po' d'amore, un po' dramma, un po' avventura. Il tutto ambientato nell'800.

Rivelazione, di Alastair Reynolds.
Ero in vena di sci-fi e la sinossi di Revelation space mi sembrava accattivante.
Riassumo in due principali aspetti.
Aspetto negativo: lo stile è molto ingenuo, il narratore fa infodump, sia gli spiegoni scientifici, sia quelli inerenti il background e le intenzioni dei personaggi. Non è in grado di progettare una scena senza inciampare in brutte scorciatoie narrative.
Aspetto positivo: il background, le idee, più o meno anche la storia in sé.
Il problema in questi casi è che il lettore appassionato di fantascienza può bypassare lo stile, può non rendersi conto di come le informazioni, invece che narrate, vengano sbattute in faccia, e può non rendersi conto che l'autore lo stia trattando da idiota (o, come ritengo più realistico, che l'autore sia in difficoltà e ricorra a stratagemmi rozzi e inefficaci per veicolare la storia). Finché il lettore sarà più interessato agli aspetti tecnologici o sociali della storia piuttosto che alla trama in sé, la missione narrativa è compiuta.
Ma è superfluo dire che se hai delle idee tecnologiche/sociali interessanti, e si inseriscono molto bene in una trama col what if come motore, perché perdere la possibilità di narrare una buona storia? Eppure accade, e la maggior parte dei romanzi sci-fi ha questo "sbilanciamento" tra idee e narrazione.

fantascienza cauldron fornace di stelle uraniaCauldron, fornace di stelle, di Jack McDevitt
Lo stile è scarsino, la storia ci mette un po' a ingranare e alla fine non conduce chissà dove, l'evoluzione dei personaggi è rugginosa se non proprio assente. È una specie di avventura nello spazio, in un'ambientazione meno tecnologica di Rivelazione, con qualche idea tutto sommato interessante ma nulla di che. Non è un'opera che valga la pena leggere, non ha granché da offrire rispetto ad altri titoli. Le idee tecnologiche sono solo un plot device, quindi niente nerdgasm di alcun tipo, visto che non vengono spiegate né si intuisce come funzionino.
Nel dubbio, meglio non leggerlo.

venerdì 6 marzo 2015

Impressioni | Carrellata letteraria invernale 2015

Una bella carrellata per inaugurare la fine dell'inverno (sì, l'inverno è finito, lo dice la mia allergia). Per chi si è appena sintonizzato: nelle "carrellate" ficco i pareri su opere per cui non potrei impiegare un post intero, del tipo che non saprei che dire, o che non mi sembrano tanto importanti da scriverci un post a sé. È stata necessaria, questa precisazione? Probabilmente no, andiamo avanti.
È una carrellata piuttosto magra: da  dicembre a inizi marzo ho avuto molti impegni, ne ho tuttora, in realtà (Estiqaatsi), e a questi impegni si è aggiunta la scrittura; ho scritto una novella di 25mila parole e ne ho in corso un'altra, tuttavia verso ciò che scrivo ho sempre un atteggiamento ambivalente, o meglio, bipolare, o meglio, maniaco-depressivo (at first I was like: è il romanzo del secolo sì sì sicuro guarda sono un genio vedi come fioccheranno proposte da editori di tutto il mondo ne faranno un film a Hollywod da milioni di dollari di budget DiCaprio finalmente vincerà l'oscar... but then I was like: che schifo è tremendo ma a chi vuoi che interessi ma com'è che mi vengono in mente 'ste storie di merda cioè dai ok basta la smetto di scrivere tanto è tempo sprecato voglio dire è una roba che facevo da adolescente mobbasta bisogna crescere dovrei darmi tipo al collezionismo dopotutto i francobolli mi hanno sempre interessato...)

Detto ciò, passiamo alle opere.

One more thing, di B. J. Novak.
Non so come dirlo in maniera delicata, per cui non lo farò. Non fa ridere. Forse se trasformati in sceneggiature e recitati come si deve, i raccontini sarebbero degli sketch divertenti.

Correre, di Andrea Santucci, alias Ewan.
Non voglio dire che raramente leggo autopubblicati, perché non sarebbe vero, ma è vero che le opere di molti autopubblicati non sono granché (a dirla tutta, se si facesse una statistica, sono sicuro che non ci sarebbero differenze tra qualità di autopubblicati e pubblicati da editori: ho sempre difficoltà a trovare romanzi decenti da leggere chiudendo un solo occhio invece che dieci, per dire). Visto che non siamo su Goodreads, posso dare una mia personale valutazione qualitativa, senza stelline.
Correre è un racconto, non so di quante parole, secondo Amazon sono 40 pagine, strutturato su due piani temporali, un tempo "attuale" e i flashback. I flashback alla gente piacciono. In Correre, che narra in pratica di un ragazzo che (spoiler...?) deve fuggire da un pazzoide omicida in seguito a un incidente d'auto, i flashback danno sì spessore al personaggio, ma spezzano la continuità della linea temporale principale, su cui si costruisce in pratica tutto il climax (il climax è cosa buona, spezzarlo è cosa cattiva, un po' come se suonasse il campanello o squillasse il cellulare durante un amplesso). Lo stile è abbastanza buono, ma migliorabile. La tendenza all'infodump c'è, non è molestissima, ma comunque è presente, e risulta l'unica via di comunicazione di informazioni sul background. (Spoiler) Vista la brevità dell'opera, avrei dato più importanza allo sviluppo della fuga, piuttosto che all' "ispessimento" del personaggio o alla creazione di un conflitto passato (la gravidanza, la relazione) che comunque non trova risoluzione nel presente e, di conseguenza, neanche ragion d'essere.
L'influenza di King nello stile potrei averla percepita, o forse è solo una mia impressione, ad ogni modo la prosa di Correre a mio avviso prenderebbe il meglio di King, e non, grazie a dio, la sua prolissità totalmente inutile.

Eroi dei due mondi, di Davide Mana.
Ammetto di aver gradito un po' l'ambientazione, più che le idee (Garibaldi su Marte). Lo stile a tratti è più o meno sopportabile, a tratti è terribile. L'infodump è il male minore. Nella migliore delle ipotesi lo stile è confuso e oscuro, nella peggiore sembra essere volutamente trash. Risulta del tutto impossibile creare nella propria mente un'immagine di ciò che viene narrato:
Strani animali simili ad ippopotami si abbandonavano ad atti incomprensibili con lucertole dalle gambe corte
 ...pavimento coperto di un fitto materasso di muffa e di detriti di genere innominabile, che lungo le pareti formavano cumuli dall'aria inquietante.

Collasso, di Jared Diamond.
Diamond è famoso per il saggio Armi, acciaio e malattie (del 1997), quindi chi lo ha già conosciuto per la sua opera principale, non potrà che apprezzare Collasso, come le società scelgono di morire o vivere. Di fatto, ciò che viene spiegato in Armi viene ripreso in Collasso e ripetuto diverse volte, ma applicato alle diverse società, di conseguenza concetti prevalentemente archeologici e antropologici (come l'analisi dei rifiuti, da cui si capisce cosa mangiavano e quindi su cosa si basava la dieta di quel popolo e il tipo di agricoltura praticata) diventano molto interessanti anche dal punto di vista storico (per esempio, i coloni vichinghi groenlandesi e la loro identità culturale rigida li porta a morire perché non adeguatisi all'ambiente nuovo e ostile, e perché più propensi ad uccidere gli inuit invece che apprendere le loro abitudini adattive).

L'abisso di Maracot, di Arthur Conan Doyle.
Provocazione: nonostante tutto, nonostante per esempio l'idea di fondo del romanzo, probabilmente già scontata all'epoca (1927), Conan Doyle è comunque mille anni avanti rispetto agli autori contemporanei. Per dirne una, sfrutta la prima persona, che già è una buona scelta per filtrare gli eventi della storia. Ricorre anche a forme diaristiche o epistolari senza abusarne, altra cosa buona. Sa sfruttare conoscenze scientifiche (dell'epoca) per costruire scene interessanti. E le sue storie in generale sono abbastanza brevi, godibili volendo anche in una sola sessione di lettura.
Con ciò non voglio osannarlo, perché sotto molti aspetti le sue storie fanno acqua (per esempio, la superflua aggiunta della divinità malvagia verso la fine di L'abisso di Maracot, che si colloca dopo la fine della storia, e non vi aggiunge nulla, al punto che il narratore adduce spiegazioni sul perché ha omesso questi particolari nella narrazione per relegarli solo alla fine); ciononostante, Conan Doyle è ancora attuale e più leggibile della maggior parte di autori odierni.

I guardiani di Faerie, di Terry Brooks. Non leggevo Terry Brooks da quando ero adolescente o anche prima, da quando facevo le medie. Ero curioso per questa nuova trilogia. Curioso, eh, non esaltato. Ho leggiucchiato il primo capitolo.
Una schifezza incredibile. Non è giustificabile il successo di Brooks di venti-trent'anni fa, ma diciamo comunque che è comprensibile: dalla metà degli anni '80 in poi, fantasy,  giochi di ruolo, la nascita dei primi videogiochi. Ma non è tollerabile vedere pubblicate cose simili oggigiorno, ed è ancora più ridicolo pensare che a qualcuno possano anche piacere! Non voglio dire che il fantasy medievaleggiante sia una merda totale perchéssì, ma ammettiamolo: chi di noi ha letto oltre dieci anni fa A song of ice and fire, ora universalmente noto con Game of thrones per la serie tv, vedeva in Martin una "innovazione" verso il fantasy epico, cavalleresco e fiabesco di Tolkien e surrogati. Un riciclo del fantasy più noto. La saga di Geralt di Rivia, meglio noto come The Witcher ha cercato di riciclare questa tendenza (un riciclo di un riciclo, quindi). Ma diciamocelo: persino Game of thrones non ha più nulla da offrire, potremmo considerarla l'opera che segna la fine dell'era del trend del fantasy medievaleggiante.
Terry Brooks è meno di tutto ciò, meno dei "ricicli". È una regressione ingiustificata, incomprensibile.
Un po' come voler usare il dos per scrivere... Oh, wait.

venerdì 30 gennaio 2015

Impressioni | Numero zero, di Umberto Eco

umberto eco numero zero thriller giallo mondadori bompiani"Chi me lo fa fare?" è la domanda che credo si ponga ogni blogger che non ha annunci pubblicitari né altre forme di guadagno sul proprio blog.
È quello che mi chiedo anche io. Coi mille impegni "seri", c'è sempre la preoccupazione di aggiornare il blog in maniera più o meno costante, con qualcosa di più o meno interessante, il tutto senza alcun ritorno. Ed è a questo punto che penso: "Mah, magari le novità possono interessare, tanto vale leggere roba mainstream e buttare giù due righe di ciò che ne penso, alla stregua dell'opinione del fruttivendolo¹ sotto casa la mattina quando vai a fare la spesa e parli di politica e attualità il tempo necessario per imbustare la roba e fare lo scontrino e andartene".
Sappiate che è un sacrificio: sono indietro coi libri che mi interessano davvero.

Piccolo colloquio scolastico su Umberto Eco.
Il ragazzo è intelligente, ma non si applica. Lasciamo perdere Il nome della rosa, (che è comunque un giallo migliore di Numero zero) pensiamo al Pendolo di Foucault. Sono passati dieci anni da quando lo lessi (e avevo 15 anni), non ricordo più una cippa, a parte una cosa: il narratore ogni tanto mutava registro linguistico, e questo mi fece pensare che Eco saprebbe scrivere narrativa meglio di come fa, ma non vuole farlo.
Detto ciò, veniamo a Numero zero.
(Attenzione, piccoli SPOILER e anticipazioni) Un tale viene assunto per lavorare nella redazione di un giornale fittizio, dal fine politico-economico, per scrivere articoli finti, scritti a posteriori, che simulino una specie di "preveggenza" rispetto a importanti eventi politici, e che facciano pensare a pericolose conoscenze riguardo a interessi privati di persone potenti, al solo scopo di ricevere pagamenti affinché il giornale non venga pubblicato. Qualcosa del genere.
Per me è no.
Al di là dello stile, la storia non è un giallo, in realtà non esiste alcuna storia. Ci sono le premesse, ma non si sviluppa niente.
Lo schema narrativo è il seguente (se avete intenzione di leggere il romanzo, non leggete quanto segue, ci sono spoiler, oppure leggete e risparmiate tempo e soldi): Primo capitolo: il protagonista è in pericolo, qualcuno potrebbe volerlo morto perché "sa troppo" / Resto del romanzo: Flashback fino alla fine, background del protagonista, cenni di come viene messa su la redazione del giornale fittizio, storiella d'amore con un altro personaggio, lunghe digressioni sparse su argomenti totalmente inutili / Fine della storia: non succede niente, si fa capire che in realtà nessuno è in pericolo, e il protagonista può continuare a vivere la sua storia d'amore con l'altro personaggio, senza mettere in atto alcuno sforzo per opporsi a un pericolo che viene liquidato in poche righe di dialogo come un non-pericolo.
Alla mancanza di un "motivo di esistere" della storia si aggiunge la lacuna più grande di Umberto Eco, il feticismo per le digressioni informative che vanno oltre l'infodump (per esempio, a un tratto ci sono pagine e pagine di muri di testo riguardanti agli ordini cavallareschi e alla relativa storia, dai Cavalieri di Malta a mille altri di cui a nessuno frega niente e che non hanno il minimo scopo per la storia). Oltre a questo, a Eco piace fare elenchi e giochi intellettuali: i personaggi stanno proponendo una rubrica umoristica per il giornale, rubrica che non verrà fatta, ma Eco si diverte a far proporre a ogni personaggio una manciata di battute "divertenti" per giunta troppo sottili ed elaborate per poter essere verosimilmente inventate sul momento, e quando, dopo una pagina intera, sembra finita, ecco che dice:
Ormai la gara non si poteva più arrestare e Fresia era di uovo intervenuta:
E giù con un'altra pagina di battute. Non era divertente dopo le prime due righe, cosa gli ha fatto pensare che lo sarebbe stato dopo due pagine?
Un esempio di feticismo per gli elenchi: il protagonista dimostra come cambiare retoricamente il senso delle affermazioni di cronaca per arrivare in maniera più efficace alle persone (grassetto mio):
"Il lettore capisce quello che sta succedendo solo se si dice siamo a un muro contro muro, il governo annuncia lagrime e sangue, la strada è tutta in salita, il Quirinale è pronto alla guerra, Craxi spara alzo zero, il tempo stringe, non va demonizzato, non c'è spazio per i mal di pancia, siamo con l'acqua alla gola, ovvero siamo nell'occhio del ciclone ..."
[breve discussione]
"Su vada avanti, Colonna."
"Bene," avevo ripreso, "concludo col mio elenco: occorre salvare capra e cavoli, la stanza dei bottoni ..."
E via discorrendo.
Conclusioni.
Come giallo è deludente, o meglio, non è un giallo, quindi lo sconsiglio a chi è un appassionato del genere. È deludente anche come storia in senso lato: non c'è alcun elemento che ne giustifichi la narrazione. Niente "intrighi", niente stratagemmi narrativi mind-fucking, niente di interessante persino nella tesi del complotto col sosia di Mussolini, tutto fila liscio regolare. Più che un romanzo, è un insieme di fatterelli da enciclopedia, digressioni storiche speculative/fantasiose, il tutto mascherato da "romanzo".
Almeno ne Il nome della rosa c'erano gli omicidi e il plot twist su assassino e modalità di uccisione, che sicuramente non giustificava i pipponi teologici ecc., ma almeno c'era.
Se dovessero fare un film da Numero zero, per stendere la sceneggiatura butterebbero via il 90% dell'opera e manterrebbero solamente il casus belli del giornale fittizio. Dubito persino che manterrebbero i personaggi, che, ho dimenticato di dirvelo, non hanno uno sputo di caratterizzazione, a partire dalla ragazza, che addirittura viene definita più o meno "autistica" ed è il massimo della "complessità" che riesce a raggiungere il romanzo.

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¹ Corporazione dei Fruttivendoli, non fatemi causa, è una battuta. Ho preferito "fruttivendolo" a "macellaio" perché, beh, non si sa mai, quelli maneggiano strumenti affilati.

venerdì 16 gennaio 2015

Impressioni & considerazioni | Un'impresa da eroi, di Morgan Rice + fantatrash e social network

morgan rice amazon quest of heroes impresa da eroi fantasy trashNell'ultimo post abbiamo parlato (ok, io ho parlato, poi nei commenti ne abbiamo discusso) dei lit-blog prezzolati, cioè di gente che parla bene di certi romanzi solo per accattivarsi la simpatia di case editrici e farsi inviare romanzi gratuitamente.
Poi si è parlato anche di valutazioni sui social, di troppe stelline per opere che non ne valgono neanche una, con un interessante approfondimento di Tapiro e la sua esperienza personale.
Questo romanzo è uno di casi suddetti.
Il fantatrash non è una novità, né lo sono le valutazioni pompate sui social. Già secoli fa, before it was coolZweilaywer aveva dimostrato gli intrallazzi che avvenivano su Anobii, ovvero valutazioni positive effettuate presumibilmente da case editrici o relative scimmie ammaestrate che si avvalevano di account fake (addirittura corredate da recensioni che simulavano veramente un'identità autentica dietro quei nick) per aumentare la valutazione media di un'opera, e far credere che fosse un bestseller o giù di lì.

Ho scoperto Morgan Rice (ammesso che sia una persona vera e non un software che genera frasi sensate secondo un pattern prestabilito - true story, Turing sarebbe contento di dove siamo arrivati) su Amazon e Goodreads. Come ho già detto un fantastiglione di volte, io ho un serio problema psichico, cioè mi piace il Fantasy, e non me ne spiego il perché. Vorrei tanto leggere una saga fantasy ignorante, alla Dragonlance, stereotipata, stilata col manuale di D&D accanto; a patto che sia scritta sufficientemente bene da un punto di vista stilistico, e che trasmetta un minimo di sense of wonder. Mi illudo di poterla trovare, ma ogni opera che provo è un prevedibile fail, ogni Fantasy è peggiore dell'altro. Il binomio Fantasy - Schifezza colossale sembra impossibile da spezzare. Le eccezioni sono rarissime o comunque è possibile trovare "il meno peggio", come Martin o Abercrombie, che comunque non eccellono quanto a stile. Non parlo di Fantasy in senso lato, parlo di Fantasy nel senso più gretto e abominevole che trova parte del suo significato nel nome "Heroic Fantasy", cioè banalissimi razze e classi che vedono gente e fanno cose in un'ambientazione inventata. Tipo Morrowind Oblivion Skyrim o l'ultimo Elder Scrolls a cui siamo arrivati, per avere un'idea.

Due parole sull'autrice di questo romanzo. Viene spacciata per:
(...) the #1 bestselling author of THE VAMPIRE JOURNALS, a young adult series comprising eleven books (and counting); the #1 bestselling series THE SURVIVAL TRILOGY, a post-apocalyptic thriller comprising two books (and counting); and the #1 bestselling epic fantasy series THE SORCERER’S RING, comprising thirteen books (and counting). Morgan Rice is a USA Today Bestselling author.
(citazione dal suo sito) Va da sé che questa persona probabilmente non esiste, e se esiste non vuole far sapere chi sia veramente, dove vive, che faccia abbia: è comprensibile, anche io mi vergognerei a pubblicare Fantasy (Fantasy come questo, soprattutto) col mio vero nome, preferirei anzi scrivere letteratura erotica senza pseudonimo, piuttosto che scrivere "una saga fantasy di grande successo". Oltretutto il suo nick (perché mi rifiuto di credere che sia il suo vero nome) ricorda Anne Rice, tra gli autori di punta della moderna letteratura gotica e di vampiri (fun fact: Ann Rice è anche autrice di romanzi erotici), e Morgan Rice millanta di essere #1 bestselling author di The vampire journals. Coincidenza? Io non credo #adamkadmon #gomblotto #vampiri.

Due parole sul romanzo, perché di più davvero sarebbero sprecate.
Fa schifo. Fa così schifo che non meriterebbe nemmeno il tempo necessario per un paio di righe.
L'ebook è pieno di refusi. Lo stile è terribile. I dialoghi sono ridicoli. La trama è inesistente. I cliché si sprecano.
Neanche impegnandomi riuscirei a scrivere così male.
Ho annotato, durante la lettura, una ventina di citazioni da usare qui a titolo di esempio, ma il romanzo è così insulso che questo stesso post non avrebbe motivo di esistere, se non fosse per le considerazioni aggiuntive a quest'esperienza di lettura.
Questo romanzo, A quest of heroes, in italiano Un'impresa da eroi, è il primo di una saga, dicevamo. Apro e chiudo parentesi: A quest of heroes. In una classifica di cliché fantasy potrebbe essere al 2° posto, dove al 1° troviamo Dungeons and Dragons. Ricorda persino quel gioco da tavolo, di "ruolo", anni '80-'90, Heroquest. Chiudo parentesi.
La saga si chiama The sorcerer's Ring (dont' ask). Finora sono stati scritti 17 volumi, dio solo sa come. E proprio a questo riguardo, è interessante addentrarsi nella palude mefitica in cui Zwei ha avuto il coraggio di sguazzare a naso tappato già anni fa.
La valutazione di questo romanzo, primo della saga, su Goodreads, è di 3,43/5, con 6.407 ratings e 563 recensioni (ovvero: seimila e passa persone hanno cliccato sulla stellina corrispondente al voto, ma solo cinquecento e qualcosa hanno anche lasciato due parole o più a riguardo). Una buona via di mezzo che non fa presumere una schifezza di romanzo né un capolavoro. Eppure è evidente che il romanzo di per sé faccia schifo. E lo squilibrio tra votazioni e recensioni è evidente. Tra i recensori che hanno dato 1-2 stelle, ci sono quelli che dicono le cose come stanno, e ci vanno giù pure molto leggeri, a mio avviso:

This book was terrible! I was initially not going to be so mean in my review, but it did something at the end that was really unacceptable. I'll get to that in a bit. (...)
Nonostante la recensione, ha valutato 2/5.
Sentiamo David:
To be honest I am just so happy to see that the goodreads community is a much better judge of good writing than amazon. It's mind-boggling how many good reviews this and Rice's other books have received there. The fact that these reviews are better written than the books themselves should tell you all you need to know. I've asked myself quite a few times throughout this series if it's worth putting up with the horrendous writing to satisfy my curiosity of the plot lines. The answer is a resounding NO, but as I had already bought the series I felt compelled to. Throughout the books you see themes and even lines stolen from other fantasy writers and movies - Sword in the Stone, the Dark Knight, Spiderman, the Three Musketeers "We are one for all, and all for one" ... seriously?!
Voto: 1 stella (notare come questa recensione suggerisca la possibilità di un software generatore casuale di frasi, piuttosto che una persona in carne e ossa, verso la fine). Il grassetto è mio. Emblematico il fatto che l'utente non si spieghi l'alto numero di recensioni positive su Amazon. E soprattutto, tenete a mente il secondo grassetto: "... Ma avevo già comprato la serie è mi sono sentito costretto."
Un altro, Mark, per cui provo sincero dispiacere, come anche per David:
Dear God...I expected so much more from a coming of age warrior. I purchased the 3 book bundle.
Cioè pure questo qua ha addirittura comprato i romanzi. E continua, il povero Mark:
Weak. Read at your own peril. I'm going to keep reading the series till he at least becomes a warrior. 3 books in and he's still useless. Reminds me of Van from FF12. Never have a read a book with a character that angered me more - you want to be a great Knight and Warrior? Be a Man. Grow up. Thor doesn't deserve the name of the God of Thunder. How this series got published I will never know. Gives me hope that my own book will one day be published.
Ricordate quando nel post sui lit-blog prezzolati parlavo di dissonanza cognitiva? Ecco che si ripresenta.
David semplicemente si sente costretto, lo confessa subito.
Mark invece vede il bundle, tre titoli in offerta. Ci spende dei soldi perché conviene. Li legge tutti in un giorno, ne è delusissimo (una cavolo di stella, gli dà, una!!). Cosa fa? Cognitivamente, ha due opzioni:
1) ammettere di aver gettato il denaro nel cesso e aver tirato lo sciacquone;
2) sperare che l'investimento iniziale possa essere ricompensato, nei volumi successivi, da un'evoluzione della storia che possa soddisfarlo un minimo (quanto basta per dirsi: "ok, non è granché, però..."). In pratica, un comportamento (comprare il bundle di tre o più volumi) è dissonante con la cognizione (il romanzo è una merda), e porta a un cambiamento della cognizione (vabbè, magari dopo migliora, quando diventa guerriero). Ricordate? La volpe e l'uva? Quella è la dissonanza cognitiva. Bam! Scienza.


E via discorrendo, c'è una sfilza di 1/5. A parte i troll o semplicemente gli account fake che danno 4 o 5. C'è persino chi, a giudicare da quanto dice nella recensione, è un amante naïf del fantatrash e ritiene buone delle opere che di per sé sono terribili, e come se non bastasse dà 1 stella a questo romanzo. Della serie: sì, va bene, mi leggo lo schifo, ma a tutto c'è un limite.
Com'è possibile, allora, che la valutazione strida così tanto con le opinioni di maggioranza che vogliono questo romanzo come "terribile", se non peggio? Addirittura un'autrice famosa (non per me, non bazzico le robe vampiresche young adults), Allegra Skye, si espone con un blurb secondo cui Morgan Rice è al livello di Tolkien, Paolini (LOL), Rowling.
Ma la cosa che mi perplime di più è: come diavolo ricavi 17 dannati libri dopo un'esperienza disastrosa già col primo? Perché i volumi successivi non solo esistono, ma sembrano avere anche un seguito, oltre che valutazioni non indifferenti.
Con la (mia personale) premessa malvagia secondo cui non è assolutamente possibile che questa saga possa essere definita neanche lontanamente accettabile (ma proprio no, questa saga è uno scherzo, sarà un esperimento sociale o non so cosa), ho fatto due più due e ho pensato che all'aumento del numero dei volumi (inteso come romanzi della saga, non come unità di produzione), corrisponderebbe, viste le recensioni negative, una diminuzione dei lettori (cioè: il primo volume si può leggere col beneficio del dubbio, quindi lo leggono, per dire, in 100, poi in 50, poi in 20, cioè o lo si abbandona o, se uno vuole farsi male, continua col secondo, al massimo il terzo se uno ha comprato il bundle e si sente costretto, ma insomma: dato che fa schifo, è improbabile che una persona sana di mente continui a leggere gli altri volumi fino addirittura al 17°, per quanto brevi siano, a meno che uno non voglia farne delle recensioni for the lulz come hanno fatto in passato Zwei o Gamberetta o Knight & Princess.).
Mi sono quindi divertito a riportare su un diagramma cartesiano due variabili, il "numero del volume" e la relativa "valutazione su Goodreads" (il riferimento è al 15/01/2015, qui lo screenshot dimostrativo, per quel che vale), presumendo che nel primo volume emerga la verità della gente che ha speso tempo per scrivere recensioni dettagliate (cioè che fa schifo), e che costituirebbe, se non la maggioranza, un buon numero che contrasta le valutazioni fake, e che nell'ultimo volume o giù di lì emerga la manovra di marketing delle review false (risultando quindi in valutazioni maggiori, perché pochissime persone si saranno prese la briga di valutare quelle opere che verosimilmente non hanno affatto letto).
Il grafico che ho ottenuto è questo (cliccare per ingrandire, ma l'andamento è evidente anche senza zoom):


Chiunque bazzichi la statistica e la ricerca scientifica in generale sa benissimo che "la relazione non implica la causazione". Sarebbe però curioso notare come la mia teoria "biasimatrice" (diciamo pure che voglio vederci del male) verrebbe confermata da questi dati. Sarebbe però anche corretto dire che è anche probabile che l'autrice sia migliorata volume dopo volume, e di conseguenza i voti maggiori corrispondono a una maggiore cura e qualità delle storie (*prrrr*, pernacchia comica in sottofondo).
Tuttavia, si potrebbe (non lo faccio perché nessuno mi paga, non ho ads sul blog, e quindi neanche ho tempo da perdere per romanzi merdos miserabili come questo) incrociare il numero di votazioni singole col numero di recensioni testuali abbinate a votazione, standardizzare i punteggi, o semplicemente stilare una banale media che constaterebbe come il 90% di recensioni testuali coincida con votazioni di 1 o 2 stelle al massimo, dimostrando che chi ha seriamente letto il romanzo e ha voluto farne una recensione, lo ha trovato pessimo.

Il discorso "capiscimi, ho famiglia, devo campare" dietro cui si cela la malsana abitudine a falsare i giudizi su un'opera è comprensibile, ma non per questo perdonabile, e ci sono due motivi semplicissimi per cui si può evitare di fare questi giochetti squallidi e comunque riuscire a vendere dei romanzi.
Prima di tutto: non pubblicare romanzi di merda. Se un editore si impegna a pubblicare romanzi buoni, ma buoni davvero, cioè (per citare Tapiro) da 3,5 stelline autentiche, non 3,5 che sono la media tra 1 e tanti 5 fake, se un editore si impegna allora venderà anche di più. Un bel romanzo attira più gente di un brutto romanzo. È vero, anche il trash attira, tutto fa brodo, "purché se ne parli". Ma non ha alcun senso! Quale editore malato decide di basare la sua strategia di vendita su un prodotto scarsissimo? Non è come una cover per smartphone, presa dai cinesi, che se si rompe vabbè, tanto la paghi 1€, è carina tanto quanto quella da 20€, la sostituisci e via. Un romanzo richiede denaro e tempo, e non assolve alcuna funzione oltre al puro intrattenimento intellettuale. Se fallisce anche in quello non ha alcun motivo di esistere.
Un altro motivo (ce ne sono a bizzeffe ma mi fermo a due) per cui è squallido pubblicare romanzi palesemente scarsi e, a peggior ragione, spingere con recensioni positive fasulle, è perché non accada ciò che hanno testimoniato Mark e David. Questi due ragazzi si sono pentiti di aver speso dei soldi per quest'opera (o bundle che sia), e si sono visti costretti a continuare la lettura per dare un senso a ciò che hanno fatto.

venerdì 2 gennaio 2015

Hemingwrite, una "Olivetti eInk" (più un elogio a Google)

hemingwrite eink typewriter macchina da scrivere inchiostro elettronicoAppena comprai il mio primo ebook reader (il Cybook Opus), pensai che sarebbe stato bellissimo applicare la tecnologia eInk ad altri contesti.
In effetti così è stato: la diffusione non ha ancora raggiunto i livelli dei classici display economici, ma l'eInk è stato usato per gli indicatori di stato di alcuni dispositivi, come sostituto di targhette pubblicitarie in alcuni centri commerciali, e ci stanno provando (hanno il mio appoggio) anche con gli smartphone (come display secondario, ma se ne lanciassero uno interamente eInk, che vada oltre il mero prototipo e sfondi nel mass market, lo prenderei subito, al diavolo l'AMOLED e tamarrate simili inutili).
Quando sono passato poi al Kindle 4NT, mi sono reso conto che, con una tastiera collegata, sarebbe potuto diventare una specie di macchina da scrivere eInk. Se l'avessero inventata, l'avrei già comprata.
Due tizi mi hanno ascoltato telepaticamente e hanno inventato la Hemingwrite, una macchina da scrivere eInk. Questo è il sito ufficiale, ma calma: ci stanno ancora lavorando, potete ordinarla da Kickstarter. La ricevereste comunque nell'autunno del 2015.
Sto seguendo questo progetto con interesse fin dalla nascita, perché incontra proprio le mie esigenze, eppure non mi convince.

Partiamo dall'idea.
I due ragazzi hanno pensato a una macchina da scrivere digitale priva di distrazioni.
Ci sono diversi software di scrittura che si occupano di questo, e posso assicurarvi che è roba totalmente inutile. Sono carini, hanno una grafica minimal e accattivante, ma non è il software di per sé che ti permette di concentrarti. Chi crede in questi software si sta praticamente illudendo. Se vuoi scrivere un romanzo ma non ci riesci, ci saranno mille motivi, ma non è colpa del software. Non ti va, punto: Facebook e altre amenità distraenti non ti compaiono come pop up, ci vai di tua volontà, quindi forse conviene cercare l'ispirazione, il momento giusto, la motivazione adeguata, e via discorrendo. Se si ha un deficit di attenzione è tutto un altro discorso, conviene andare da un neuropsicologo per appurarlo.

L'estetica.
Questo arnese è brutto. Non so come faccia a piacere, a certe persone. La tastiera è carina, il suono dei tasti è puro cioccolato per le orecchie dell'hipster a cui interessa, ma diciamocelo, è brutta come la fame. Lo chiamano retro design, ma è un eufemismo. Mi vergognerei di meno a portare la mia vecchia Olivetti Lettera 32 con una risma di fogli in un posto pubblico e mettermici a scrivere (con tanto di clanc clanc clanc dei tasti), piuttosto che una Hemingwrite.
Lo schermo della Hemingwrite è di 6'', ma è dal verso sbagliato. Non so voi, ma io leggo in modalità portrait dagli eReader, e così come leggo in quel verso mi piace anche scriverci. Nello schermo della Hemingwrite non entra nemmeno una decina di righe, stando ai filmati dimostrativi, e da quanto ho capito una parte dello schermo è affondata nella struttura per ospitare unicamente le icone di sistema (Wi-Fi, ecc.), sicché i 6'' potrebbero ridursi ulteriormente? Può darsi.

Pochi giorni fa, per Natale, i ragazzi hanno rilasciato un video dimostrativo piuttosto scarso. È stato ripreso in modalità portrait (ironia della sorte), piuttosto che landscape; il tizio, Patrick, dà indicazioni al cameraman/collega ("allontanati, avvicinati"), e tira su col naso perché evidentemente raffreddato (bello de mamma); usano Windows 8 per mostrare la sincronizzazione, ma com'è ovvio Windows fa schifo e non riescono nemmeno ad aprire un pdf (non ci riescono perché Windows è il peggior OS esistente, com'è ovvio). A parte questo, in pratica è necessario permettere l'accesso dello script di Hemingwrite con relativi permessi di privacy all'account Google, che sincronizzato col pc ti permette di avere nella cartella i documenti in vari formati, o una cosa simile. Non sarebbe più facile scrivere direttamente nel browser? L'idea di "eliminare le distrazioni" incasina il tutto, quando sarebbe stato più facile scrivere direttamente in Google Drive o salvare su pendrive, microSD ecc.
Un altro problema è la formattazione.
L'interfaccia della Hemingwrite trasmette su schermo plain text, testo nudo e crudo, senza formattazione, cioè senza corsivo, grassetto ecc. Per poter formattare il testo bisogna inserire dei simboli, del tipo *così*, ma il risultato lo si vede solo su altri dispositivi. Praticamente come i vecchi word processor via terminale o in DOS, come Wordstar 4.0 a cui è rimasto affezionato quel panzone di Martin.

So che il mio parere vale quel che vale, ma in base alle informazioni che ho raccolto per la realizzazione di un qualcosa come la Hemingwrite, l'opzione più facile e utile sarebbe la seguente: limitarsi a sfruttare lo schermo eInk e ricorrere a un OS del tipo Android, magari molto modificato, alleggerito, con una semplice app di scrittura. Facile, no? Qualcuno ha già fatto una cosa simile sfruttando i Kindle o il Nook (cioè Android su eReader).
Se i ragazzi di Hemingwrite stanno leggendo queste righe, please, fate una cosa come si deve, siete in tempo.
Se chi sta leggendo invece ha anche intenzione di competere con la Hemingwrite e lanciare un prodotto a sé... Beh, buona fortuna, considera le mie opinioni.

Sto per finire.
L'elogio a Google (che non mi paga per scrivere queste righe, ma ehi, Google, se puoi sentirmi, vedi che ricevere un po' di grana non mi farebbe affatto male!). Elogio perché da diversi mesi mi sono completamente convertito a Google Docs per scrivere qualsiasi cosa abbia bisogno di backup istantaneo. Non sono praticamente mai offline, quindi non ha senso nemmeno la sincronizzazione con Dropbox: Google è molto più comodo, salva ogni singola lettera che digiti, e la condivisione di un testo è ancora più facile con altri utenti Google. Non è necessario allegare file, basta condividere il documento con gli utenti delle tue cerchie, e puoi permettere all'altro di visualizzare, modificare o anche solo scrivere annotazioni (e questo, per chi scrive narrativa e fa leggere a editor/beta reader, è essenziale).
Fine della pubblicità.
Buon 2015.