domenica 16 marzo 2014

Impressioni | The blade itself, di Joe Abercrombie

Abercrombie è stato accolto dalla maggior parte dei lettori (i.e. i blogger che seguo) con grande entusiasmo. Mi approcciai a leggerlo un paio di anni fa sull'Opus che però, non avendo i dizionari inclusi, mi fece desistere per rimandare la lettura a un secondo momento.¹
Questo momento ha tardato un po' ad arrivare, ma alla fine è arrivato.

The blade itself si sarebbe fatto spazio nella selva di robaccia fantasy grazie allo stile che ammicca a Martin conservando al contempo una sua originalità, grazie all'ambientazione meno hard-fantasy di Martin ma nemmeno lontanamente high-fantasy. Vantava un "ritorno" del fantasy sword-and-sorcery degli anni, per così dire, d'oro ('80-'90), ma con una veste stilisticamente migliore.
Le recensioni che ho letto mi hanno creato grandi aspettative (quella di Zwei e Ewan).
Eppure mi aspettavo di meglio, soprattutto dopo la parte iniziale che effettivamente prometteva un fantasy classico ripulito della narrazione dozzinale propria degli SnS a cui siamo abituati (mi riferisco alle avventure di D&D prese e trascritte in romanzetti illeggibili neanche col gusto del trash).
I motivi per cui The blade itself non mi ha convinto non sono tanti, ma sono sufficienti per mettere in dubbio una mia possibile prosecuzione con la trilogia.
Il primo motivo più importante riguarda la natura degli eventi narrati.
Per esempio, so che Glotka è un personaggio carismatico, sadico, divertente, molto amato. Ma il suo POV presenta complotti che coinvolgono un sistema sociale e politico che, per quanto di accessibile comprensione, non sorprende nei suoi temi - corruzione, intrighi, interessi economici. A voler fare un paragone, direi che la costruzione di intrighi politici/di corte è ben fatta in A song of ice and fire: gli eventi riguardano direttamente i personaggi, vengono ampiamente diluiti (e digeriti dal lettore) in un alto numero di pagine (e libri), e i colpi di scena che scatenano sono efficaci.
Glotka che si ritrova nelle lotte di potere tra caste o corporazioni non è interessante, soprattutto quando il 90% del romanzo parla di lui che indaga e scopre cose che non interessano al lettore. Lui è un personaggio interessante, il suo modo di comunicare è interessante, ma lui che fa il detective dell'ovvio non lo è affatto.
Jezal è il POV più noioso di tutti. Il conflitto che lo riguarda è pari a "cosa indosso stamattina?", e tutti gli eventi che lo riguardano sono inutili. Inoltre è il personaggio attraverso cui sembrano spiccare di più ipotetici problemi di Abercrombie con la figura paterna, se mai questi dovesse averne. Jezal non sa se cercare una sua identità o assecondare le aspettative paterne che però non vuole deludere (figura paterna odiata), Logen invece vive di citazioni del padre saggio (figura paterna idealizzata). O forse è tutto frutto del corso di Psicologia di Abercrombie.

 

Logen è il personaggio, a mio avviso, migliore. In un'opera che vuole essere tipicamente fantasy, Logen è il personaggio stereotipato che paradossalmente vive un conflitto significativo (ha perso la sua famiglia e i suoi compagni e si ritrova, sconfitto, a scappare da nemici che non è in grado di affrontare, abbandonando la sua terra), è il classico barbaro nordico tutto muscoli e cicatrici che, per confermare l'apoteosi del fantasy di Abercrombie, è anche in grado di parlare con gli spiriti (della serie "sì, voglio che la classe del mio personaggio sia quella del barbaro guerriero, ma se gli do anche qualche capacità magica lo rendo incredibilmente più figo").
Logen è, a mio avviso, l'unico personaggio che, pur incarnando uno stereotipo, dà senso e ritmo al romanzo.
Un altro motivo più marginale per cui The blade itself mi ha "deluso" - rispetto alle aspettative createmi dalle recensioni - consiste negli alti e bassi della narrazione.
Per quanto accettabile possa essere una storia, non è mai accettabile leggere:
The Susperior's office was a large and richly appointed room high up in the House of Questions, a room in which everything was too big and too fancy.
(...) An equally huge and ornate desk stood in the centre of a richly coloured carpet from somewhere warm and exotic.
Sono frasi che un narratore in terza persona non dovrebbe mai pronunciare, la banalità degli avverbi inutili e delle immagini vaghe spengono l'entusiasmo proprio come un pigiamone di pile spegne la libido.
Quando leggo un romanzo non posso fare a meno di leggerlo anche con gli occhi da scrittore: dopo diversi anni di impegno nello scrivere, nel leggere i "modelli" e imparare a fare meglio, si acquisisce lo sguardo clinico che pur non volendo individua gli errori o le scelte stilistiche infelici. È un po' come passare da un Tavernello a un Primitivo: tutti i vini peggiori non varrebbe la pena nemmeno annusarli, e quando li si assaggia non si può fare a meno di notarne la qualità pessima.
Allo stesso modo, quando leggo, il mio cervello elabora il testo in virtù della sua cablatura sulla buona scrittura appresa dai maestri della narrativa, dal buon senso, e soprattutto dalle bacchettate del Duca sulle nocche.
He let his mind settle on an animal (un animale? Che tipo di animale? Perché non specificarlo subito? Che immagino creo come lettore nella mia testa? Una gallina o un alce?) close to him, moving cautiously (avverbio: da eliminare del tutto o sostituire con una forma più chiara) through the woods to his right. Delicious. The forest grew silent but for the endless dripping of water from the branches. (fa schifo, è a metà tra bassa poesia e narrativa scarsa: chi ti ha insegnato a scrivere, Baricco?)
La cosa divertente è che molti "errori" che noto nei romanzi sono gli stessi che ho compiuto io mentre imparavo (o meglio, che compio ancora mentre imparo), e quello appena citato, sulla "foresta che cresce in silenzio", non è tanto diverso da quello che scrissi un po' di tempo fa (6 o 7 anni più o meno, ero ancora minorenne):
Il bosco viveva placido la propria vita, senza badare a lui. (Descrivi quel che vede in concreto, con dettagli che creino atmosfera, invece di raccontare ovvietà: è banale che la vita delle piante continui, che ci sia o meno lui, e la frase suona trita e ritrita)
Questo è tratto da un vecchio racconto che il Duca mi corresse, insegnandomi nozioni che, una volta apprese contestualmente all'errore commesso, ho assimilato e applico in automatico quando scrivo (e quando leggo).
Per chi fosse curioso, in questo post c'è un assaggio pratico di come è meglio scrivere (o non scrivere) un racconto, con le annotazioni del Duca.
In conclusione, The blade itself non si è rivelata la svolta del fantasy moderno che mi aspettavo, ma neppure merita il disprezzo del 90% delle opere fantasy in commercio e non solo. Sicuramente risolleva un po' la qualità media del genere, ma a mio avviso non si distingue più di tanto nella letteratura di genere, se non per la sua qualità grossomodo accettabile e non degna di infamia.
Posso solo sperare che le altre opere di Abercrombie siano migliori, dato che oltre alla trilogia di The First Law esistono altre opere stand-alone.

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¹ So che all'epoca esistevano già diversi lettori coi dizionari integrati, per esempio il Sony PRS-T, ma avevano comunque un certo costo; se penso che ora il Kindle 4 NT, completo praticamente di tutto tranne l'illuminazione e il touch [edit: come se Amazon avesse letto questo post, il Kindle base ora è anche touch], è a 59€, non posso che riflettere sui benefici del progresso e su come piccoli miglioramenti incrementino di molto la qualità di lettura.

lunedì 3 febbraio 2014

Impressioni | La foresta, di Joe Lansdale

 foresta joe la lansdale recensione romanzo the thicketL'ultimo di Lansdale, settembre 2013.
Si è fatto sentire, sul web, se ne parlava ovunque. Lo ha addirittura consigliato Zerocalcare, con tanto di vignette dedicate.
Di Lansdale ho letto poco, e ho scritto un'impressione quasi due anni fa su Flaming London. Il parere era positivo.
Ora però ho avuto a che fare con un Lansdale più "serio", e i nodi vengono al pettine.
Tralasciamo la trama (proprio in breve: ragazzo adolescente - gli muore la famiglia - gli rapiscono la sorella - quest per trovarla con tanto di party variegato stile gdr - fine). Il romanzo è veloce, ha un bel ritmo, è il suo punto forte è la mancanza di filler, propri degli autori anglofoni che allungano le parole per dilatare le cartelle e, di conseguenza, il portafogli.
L'andamento della storia è lineare, A → B → C, intervallati da resoconti dei personaggi relativamente al proprio background (la storia del nano, la storia dello sceriffo...).
Il POV è quello di Jack, il protagonista, e per fortuna è in prima persona, come dovrebbe essere: avevo parlato nella recensione di Oryx and Crake dell'assurdità dell'usare la terza persona quando la storia è concentrata sugli avvenimenti, i pensieri e le emozioni di un solo personaggio.
A questo punto se non avete ancora letto il romanzo fermatevi, vi fornisco subito il mio modesto parere da "consigli per gli acquisti": La Foresta è un romanzo di avventura/western, con forti note umoristiche che contraddistinguono la prosa di Lansdale, ma anche con momenti drammatici che, rispetto a quelli umoristici, hanno un impatto emotivo un po' più scarso. I dialoghi speculativi sulla vita, la morte, i massimi sistemi, fanno calare un po' il ritmo e la credibilità della storia, ma sono pochi e vengono compensati dalla velocità e linearità della narrazione. Nel complesso, una lettura gradevole della giusta "durata".

Bene, ora veniamo alla parte critica. Potrebbero esserci spoiler, occhio.
Nell'insieme, La Foresta di Lansdale mi ha dato l'impressione di un'avventura di D&D giocata e riscritta in stile Weis & Hickman.
Jack segue un percorso e incontra personaggi (npc?) che gli forniscono informazioni e/o si uniscono al gruppo (party?). Ognuno di loro ha abilità diverse (seguire tracce, mirare, forza, agilità...) che vengono sfruttate dal singolo personaggio che ne è dotato, mentre gli altri neanche ci provano. Il protagonista, per esempio, sebbene sia realisticamente incapace a sparare (è un ragazzino di campagna), durante la storia riesce a mancare qualsiasi bersaglio, anche quelli più vicini. WTF?
Alcuni possibili ostacoli posti sul cammino, invece, vengono aggirati senza tanti problemi; se per esempio i protagonisti perdono la strada e ci sono personaggi che potrebbero  indicargliela, le informazioni per la quest vengono ottenute senza alcuna fatica: è quasi possibile vedere il Dungeon Master che non tira nemmeno i dadi, ma chiude un occhio e facilita la giocata.
Come avevo accennato in precedenza, alcuni personaggi si lanciano in discorsi filosofici che suonano un po' inadeguati per il personaggio o, in generale, sembrano improbabili nel contesto. Per esempio:
- Hai ragione. Ma se vuoi fare quello che hai in mente, e dici che per te è importante ritrovare tua sorella, devi accettare le conseguenze delle tue azioni.
Come esempio è un po' stiracchiato (ed è solo un estratto di un più lungo monologo), purtroppo però non ho annotato i diversi punti. Può essere indicativo, comunque: a parlare è uno sceriffo, con un passato doloroso alle spalle, un tipo  non molto politically correct, per così dire. Uno da cui non ti aspetti "consigli" in cui ti invita a sviluppare la giusta consapevolezza riguardo alle proprie intenzioni e condotte. Una specie di guru-psicologo del far west.
Nella Foresta, se a scrivere fosse stato George Martin, probabilmente avrebbe ucciso metà dei personaggi.
Stephen King invece avrebbe preso gli ostacoli che già troviamo ma, a differenza di Lansdale, avrebbe creato tanto di quel conflitto da richiedere almeno un centinaio di cartelle in più per poter mettere le cose a posto. E ci scapperebbe qualche morto.
Invece Lansdale fa proseguire la storia in maniera lineare - e ciò è buono -, ma la linearità mi sembra anche eccessiva; una storia che prosegue senza intoppi, in cui il vero conflitto è ridotto al minimo e fa pensare al lettore: "Nella vita vera le cose non sono così facili". Gli avvenimenti drammatici si svolgono in fretta al solo scopo di giustificare la storia, piuttosto che per metterla in moto.
Ad ogni modo, come ho già detto, il romanzo è - a mio avviso - piuttosto buono. Come ho avuto modo di leggere in giro su qualche blog, quando prendi in mano un Lansdale sai che è assicurata una lettura spedita, vivace, che riesce davvero a intrattenere: caratteristiche indispensabili per la narrativa, nella maggior parte dei casi difficili da trovare.

mercoledì 15 gennaio 2014

DuoKan, Kobo e Readmill: tre app di lettura per Android/iOS (possibili iniziatrici all'eInk)

Quasi precisamente un anno fa feci una carrellata delle app di lettura per Android.
I criteri erano piuttosto rigidi, ma ragionevoli. Dall'anno scorso ho avuto modo (più negli ultimi mesi, a dire il vero) di fare un'esperienza più approfondita nella lettura digitale su Android, e ho elaborato qualche idea.
Finora, ritengo che le applicazioni di lettura migliori siano due: DuoKan e Kobo. Una terza app che merita menzione è Readmill, ma per un altro aspetto.
Queste sono a mio avviso le app più versatili per la lettura su Android (e iOS, credo), quindi le suggerisco agli scettici che non hanno un eReader, ma dispongono di un tablet (o anche di uno smartphone), che può facilmente "trasformarsi" in un eReader e offrire un'esperienza di eReading (sebbene la vera esperienza è permessa per l'80% dallo schermo eInk dei lettori appositi, praticamente).

Kobo
L'app di lettura di Kobo è reperibile gratis sul Play Store di Google, e credo qui per roba Apple.
L'anno scorso la esclusi, insieme a quella di Kindle, perché necessitava della connessione per funzionare. In realtà era necessaria per creare l'account, dopodiché funziona anche senza.
A differenza di Kindle, l'app di Kobo ti permette di importare libri dal tuo dispositivo, al di fuori di qualsiasi acquisto tu abbia fatto nel loro store. Kindle, invece, ti permette di leggere solo ciò che hai acquistato o che hai inviato al dispositivo attraverso l'indirizzo mail fornito da Amazon (in pratica puoi inviarti solo file pdf via mail all'indirizzo mail del loro dominio, e questo indirizzo è attribuito praticamente al lettore - nome_utente@kindle.com -, così che quando la connessione sull'eReader Kindle è attiva, vengono sincronizzati gli elementi inviati, a patto che siano pdf o file acquistati da Amazon, niente epub, mobi ecc.).
Gli aspetti positivi di Kobo sono diversi. Ha un aspetto elegante, ti dà i premi di lettura che sono fighissimi (in realtà si tratta di statistiche, del tipo velocità di lettura, orario di lettura, quantità di pagine lette, quantità di libri letti ecc.), e ti comunica quanto tempo rimane per finire il capitolo o l'intero romanzo (approssimativamente).¹
Altro aspetto molto positivo, Kobo ha il dizionario integrato e la funzione di ricerca (Wikipedia/Google).

Sul mio tablet (Arnova 7h G3), però, un romanzo se veniva lasciato a pagina 20, ecco che quando riprendevi la lettura ti ritrovavi a pagina 15. Invece, con tutti i romanzi mi succede un altro problema.

Lasciando l'app in background (e.g., facendo altro col tablet, oppure anche spegnendo lo schermo per riprendere la lettura un po' di tempo dopo), l'ultima o le ultime righe vengono nascoste oltre il margine per un qualche bug grafico, e l'unico modo per poterle rimettere in sesto e leggerle è modificando il font (così da indurre una rielaborazione totale del testo).

Il bug è visibile dopo l'ultima riga.




A parte questo, l'app di lettura Kobo offre un'esperienza di lettura quanto più simile a quella su eReader, e la consiglio agli scettici che non hanno mai provato a leggere in digitale.

Veniamo a DuoKan.
Ne avevo già parlato in un precedente post, ma in quel caso Duokan era un intero firmware che gira sul Kindle (un altro OS, praticamente, che non richiede root). In questo caso è una semplice app.


Nota "dolente" (ma neanche tanto): si può scaricare dal Play Store, come tutte le app per Android, ma essendo stata sviluppata dai cinesi per i cinesi, è disponibile in cinese. Google mi ha trovato la versione inglese, che però è raggiungibile da un link dropbox (questo). Si tratta di un semplice file .apk, è possibile installarlo semplicemente tappandoci sopra (senza farlo "controllare" a Google, consentendo quindi le installazioni di fonti esterne). Se il file dovesse essere rimosso da quel link (dubito), potete contattarmi e lo carico da qualche parte (qui sul blog).

Duokan è la mia app di lettura preferita. Finora non ho riscontrato bug come per Kobo, tranne uno: sebbene anche Duokan permetta di evidenziare il testo (prendere annotazioni ecc.), quando tappo "Dict" per cercare nel dizionario, l'app mi crasha irrimediabilmente, al punto che sono costretto a disinstallarla e reinstallarla per poterla rendere di nuovo funzionante. Ma questo non avviene sul cellulare (Samsung Galaxy S2), dove invece va liscia come l'olio.




Importare i file è facilissimo - basta tappare sull'icona in alto a destra, dopodiché si apre un menù a tendina dal basso: scegliamo Local Books e navighiamo all'interno delle cartelle del sistema (o della SD card esterna, come nel mio caso, visto che il tablet ha una memoria limitata). Uso Duokan anche per lo studio, principalmente per ripetere in fretta le slide delle lezioni. Legge ePub e pdf, e per questi ultimi dispone anche di due ottime funzioni che troviamo anche nel Duokan-firmware per Kinde. Una è la funzione di reflow del testo (chiamata "Smart layout"), che a dire la verità è decente (il testo rielaborato è troppo grande per i miei gusti), mentre nel firmware per Kindle è magistrale; l'altra è la funzione di cut edges che in pratica permette di ritagliare letteralmente il pdf ed escludere ciò che è fuori dai margini (che si spostano manualmente); tipicamente si incrociano due coppie di rette e si forma una cornice attorno al testo, così da escludere tutta la parte bianca e avere una specie di "zoom".

Vediamo alcuni screenshots:

Questa è la modalità background nero/testo bianco.




Come si può vedere, è possibile modificare sfondo e testo scegliendo tra i set predefiniti, o andando a modificare manualmente il tono dei colori - oltre a poter regolare la luminosità direttamente dall'app, senza andare alle impostazioni di sistema di Android.

Modalità At night. Di fatto è solo una variazione di colori quanto più tenue possibile, e in effetti non acceca, se si legge a letto, senza luci. Il problema è che il contrasto tra i colori è troppo sfumato per poter agevolare la lettura, e più che rilassare l'occhio tende a sforzare per mettere bene a fuoco il rapporto testo/sfondo.
Per ovviare questo problema, personalmente lascio lo sfondo nero col testo bianco, e attivo un'altra app in sottofondo, "EasyEyez", scaricabile ovviamente dal Play Store. Questa app riduce la "temperatura" del colore, ed è un po' come se la luminosità diminuisse ulteriormente.
In questo modo la lettura al buio diventa molto più facile, al punto che si potrebbe anche lasciare sfondo bianco/testo nero senza bruciarsi la retina.

Duokan è la mia app di lettura preferita. I margini del testo sono ridotti al minimo, così da poter far entrare più testo possibile nello schermo, e il range per le dimensioni è ampio, così da permettermi di avere per i font l'esatta grandezza che preferisco.
Direi che per la sua semplicità e versatilità, Duokan sia un'app perfetta per il lettore "forte" che intende semplicemente leggere nelle migliori condizioni, il più possibile (senza girare pagina troppe volte). L'interfaccia non è il massimo dell'eleganza, ma l'app fa il suo lavoro. Direi che è piena di funzioni utili alla lettura, ma carente per quanto riguarda la grafica.

Readmill.
Questa app non è molto famosa, o almeno non mi pare. Eppure dovrebbe.
Readmill è un'app di lettura molto social (che detto così fa tanto cool, "social" si usa per tutto, ma in questo caso è social per davvero).
È necessario creare un account (va bene anche accedere direttamente col profilo di Facebook), perché si tratta di una community simile a Goodreads o Anobii, ma senza tante pretese (se scrivete un nome a caso non vi sparano, e anche ad accedere con Facebook, non vi ruberanno più informazioni di quanto già non facciano Facebook e Google). Ad ogni modo, anche a voler usare l'app solo per leggere dal dispositivo, si può, l'account serve solo all'inizio e non costringe a fare nulla.
Sul sito di Readmill è possibile vedere titoli letti da altri o proposti dal sito stesso, ci sono diversi classici che sono gratuiti (Lovecraft, Verne, Woolf, Poe, ecc.), ma anche titoli recenti (tipo Doctorow), ed è possibile aggiungere un libro alla propria libreria cliccando sul pulsante verde apposito (Add to library). La libreria si sincronizzerà su tutti i dispositivi su cui è installata l'app (a patto che si sia connessi e, se non dovesse avvenire automaticamente la sincronizzazione, è possibile farlo manualmente dal menù dell'app, "Sync library").
Ma la cosa davvero buona di Readmill, è che la sincronizzazione dei libri, al contrario di Kindle, non avviene solo per i titoli scaricati dal sito (oltretutto, Readmill non vende ebook, per quanto ne so: le pagine relative ai titoli che non possiedono ti rimandano allo store di Kobo, per acquistarlo); se carichi un ebook per esempio sul tablet, dalla tua scheda SD, la sincronizzazione avverrà anche su un altro dispositivo, per esempio il cellulare. In pratica, è come avere un cloud gratuito. È grandioso!
Questa è una cosa ottima: spesso mi sono ritrovato fuori casa, con a disposizione né l'eReader né il tablet, in situazioni di attesa, in cui avrei potuto leggere. Con Readmill è possibile risolvere questo "problema", così da avere lo stesso libro su tutti i dispositivi con l'app installata.
Quindi se si compra un ebook da uno store, e lo si vuol leggere sul proprio eReader ma allo stesso tempo si vuol avere la possibilità di leggerlo su altri dispositivi, basta caricarlo su un dispositivo (per esempio, il tablet), e poi ritrovarselo su altri dispositivi (per esempio, il cellulare).



Kafka, Lovecraft e Okakura li ho aggiunti dal sito di Readmill, gratis. Gli altri li ho aggiunti io dalla memoria esterna per prova, e mi sono stati sincronizzati da tablet a cellulare.







L'interfaccia è semplice, colorata ed elegante. Purtroppo l'app non offre dizionari, e i margini sono strettini - come anche per Kobo, in pratica vengono gestiti alla grande solo da Duokan - ma per il resto, tappando sulle opzioni, è possibile diminuire la luminosità direttamente dall'app, regolare la grandezza del testo, e anche qui è disponibile la modalità "nightmode". L'aspetto social di Readmill coinvolge soprattutto gli highlights, cioè quello che evidenzi sarà visibile sul tuo profilo Readmill, e verrà "spedito" nella pagina generale del romanzo, in cui si possono vedere tutte le sottolineature dei vari utenti che hanno letto quel libro.

Mi sembra una cosa carina; a mio avviso, rendere social la narrativa è un'ottima trovata, e Readmill la gestisce bene, riesce a conciliare sia la lettura che la condivisione in un insieme integrato, sicuramente meglio rispetto ai social letterari come Goodreads e Anobii. 

Sul sito di Readmill i libri presentano il numero di "raccomandazioni" degli utenti, i commenti, il numero di highliths e persino il tempo stimato di lettura (anche se la maggior parte dei libri prevede "1-2 hours", e non so quanto crederci). Se il libro non è disponibile gratuitamente, ti reindirizzano allo store di Kobo. Non so se hanno un quale tipo di collaborazione, ma questo non mi piace. Sarebbe più opportuno far aprire un menù a tendina con tutti gli store che ospitano quel titolo (col relativo prezzo). In questo senso, costituirebbe un ottimo aggregatore.

Questo è quanto. Spero di aver invogliato chi ha comprato il tablet da 300€ solo per giocare a Candy Crash e per il porno a dare una chance alla lettura digitale, partendo per esempio da queste applicazioni, e chissà, magari appassionarsi e poi scegliere un ebook reader per avere un'esperienza di lettura migliore.



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Note:

¹ Il software del nuovo Kindle Paperwhite (nuova generazione) dispone di funzioni simili a quelle dei lettori Kobo, per esempio comunica il tempo restante per la fine del capitolo, ma ne presenta anche di nuove e migliori, come la possibilità di scorrere le pagine del libro in una nuova finestra, senza perdere il segno, e via discorrendo; ad ogni modo, questi script, per quanto mi risulta, sono presenti nell'OS del Kindle, e non sono stati implementati nelle app per dispositivi. La nota è doverosa perché l'app di Kobo è buona ma ciò non significa che i prodotti Kobo siano migliori dei Kindle Amazon. In realtà la qualità è alta per entrambi e pressoché pari (sebbene, a oggi, a differenza dei concorrenti, il Kindle Paperwhite "2" dispone del display eInk Carta, il migliore in circolazione).

sabato 11 gennaio 2014

Impressioni | L'ultimo degli uomini (Oryx and Crake), di Margaret Atwood

oryx and crake margaret atwoodEro in cerca di romanzi post-apocalittici, e Google me ne ha consigliati alcuni.
Ho scelto questo.
Attenzione: non leggete la trama su Wikipedia (o s'è per questo, la trama di qualsiasi titolo). Per qualche assurda ragione, Wikipedia italiana spoilera le intere opere senza preavviso, invece che farne una sinossi. Dunque, se volete godervi la storia, evitate di leggere fin dalla prima riga di trama da Wikipedia.

L'ultimo degli uomini è una distopia strutturata su due linee temporali: una è quella passata, e viene narrata in continui flashback; l'altra è naturalmente quella "attuale". I personaggi sono, come da titolo, Oryx e Crake, ma il protagonista è Jimmy. Si può dire che la storia interessa in primo luogo questi tre personaggi, e in secondo luogo ciò che avviene nel resto del mondo (che rimane comunque sullo sfondo, rispetto al destino dei tre).
Passo passo, la storia si arricchisce di dettagli e permette di capire come si sia arrivati alla linea temporale attuale.

Il romanzo poteva benissimo essere scritto in prima persona.
Invece è scritto in terza ma con un focus molto stretto sul protagonista, al punto che è un continuo riferire i pensieri e i sentimenti del protagonista - sarebbe stato più facile usare forme dirette più naturali, dato che il POV è continuamente fisso su Jimmy, il protagonista. Oltretutto spesso spuntano indottrinamenti da parte del narratore, relativamente ai prodotti delle ricerche scientifiche sul DNA e in genere della manipolazione genetica (da notare come queste idee si caratterizzino per la loro connotazione "sociale", non tanto sci-fi quanto satira della nostra società con le sue ambizioni estetiche, di perfezione e via discorrendo). Dette dal narratore passano più come infudump, dette dal protagonista invece no, sarebbe diverso. Insomma, una prima persona sarebbe stata la scelta migliore.
Lo stile comunque è molto buono, e favorisce una lettura che, non prevedendo particolari episodi entusiasmanti o colpi di scena fino ad almeno poco più di metà romanzo, garantisce interesse e risulta gradevole. Diverse idee sono molto interessanti, e l'unica vera pecca, per così dire, è il finale.
Ad ogni modo, a L'ultimo degli uomini seguono altri due titoli.
Le trilogie di solito per me sono deludenti e difficilmente proseguo la lettura oltre il primo libro, ma per il ciclo di MaddAdam penso proprio che farò un'eccezione.

lunedì 30 dicembre 2013

Impressioni | I racconti di un giovane medico, di Mikhail Bulgakov

racconti giovane medico mikhail bulgakov country doctor's notebook daniel radcliffe Bulgakov è un autore noto soprattutto per il classico Il Maestro e la margherita, o per il meno famoso La guardia bianca.
Non si direbbe anche autore di I racconti di un giovane medico, il cui stile è completamente diverso (in meglio).
Sono sette racconti indipendenti (ognuno può essere letto a sé, ma sono brevi e nell'insieme probabilmente non formano nemmeno una novellette), in cui si narrano episodi largamente ispirati alla reale esperienza di Bulgakov come medico del circondariato.
Dai racconti è stata tratta la breve serie tv con Daniel Radcliffe (grazie alla quale si toglie di dosso i panni di Harry Potter).
La differenza tra i racconti e la serie non è grande. Eccettuati alcuni elementi inseriti ex novo nella serie, come i personaggi inventati di proposito, la dipendenza da morfina del protagonista, o lo sfondo della rivoluzione coi bolscevichi ecc., le storie vengono trasposte fedelmente nella serie, e arricchite di aspetti comici che nei racconti non sono così accentuati.
Di fatto Bulgakov mostra (sia metaforicamente che stilisticamente) aspetti particolari del mestiere del medico nelle circostanze da lui descritte, con un focus particolare sui continui ripensamenti e rimorsi verso la professione suscitati da situazioni critiche.
Non si può non comprenderlo empaticamente quando mette in evidenza come la carriera universitaria, per quanto brillante, sia sostanzialmente inutile nel momento in cui le nozioni vanno messe in pratica (da qui il panico verso l'ernia strozzata o il parto).
Non mancano i momenti drammatici, che nel complesso si può dire compongano una specie di brevissimo romanzo di formazione (il protagonista, perlomeno, cresce proprio attraverso i racconti narrati).
Lo stile è veloce e asciutto, a tratti anche fin troppo, ma la lettura che ne risulta è gradevolissima, e i racconti si sviluppano in uno spazio ristretto che però è più che sufficiente per ospitare le storie (niente fronzoli o riempimenti a cui siamo abituati).
A mio avviso, è la migliore opera di Bulgakov.