venerdì 11 maggio 2012

Impressioni | Io sono Helen Discroll, di Richard Matheson

Io sono Helen Discroll Richard Matheson thriller horror romanzoIl titolo italiano scimmiotta il ben più noto Io sono leggenda, ma c'entra poco e fa solo danno, rispetto all'originale (A stir of echoes, Un miscuglio di echi). Squallide scelte italiote a parte, Matheson è un autore e sceneggiatore davvero bravo. Diversi dei suoi romanzi sono stati trasposti in film per cinema o Tv, e stranamente non si dà importanza alla cosa, cioè difficilmente si pensa che siano degli adattamenti né nelle campagne pubblicitarie viene fatto sapere. Alcuni esempi di film più famosi:
- Al di là dei sogni (What Dreams May Come, 1998)
- Io sono leggenda (I Am Legend)
- The Box (The Box, 2009) - da Button, Button [questo è il film assurdo con protagonisti una scatola misteriosa - e qui ci scappa un lol, visto che fa tanto Maccio Capatonda - e Cameron Diaz.]
- Real Steel (Real Steel, 2011) - da Steel [questa è una tamarrata di cui avevo visto solo la locandina al centro commerciale, che mi ha fatto esclamare: "Due robot che fanno boxe? DA VEDERE!".
In più, Matheson ha scritto qualcosa anche per Ai confini della realtà, una serie televisiva molto famosa negli States.
Veniamo al romanzo.

Sinossi concisa:
Uno studente di Psicologia (sigh) ipnotizza per gioco suo cognato, il protagonista, e questi, a ipnosi finita, in qualche modo sviluppa poteri mentali superiori che lo fanno finire nei guai e lo gettano nell'angoscia a causa dei risvolti inaspettati che hanno sulla sua vita.

Di Matheson non avevo letto ancora nulla. Solo qualche pagina di Io sono leggenda, tanto, troppo tempo fa.
A stir of echoes è narrato in prima persona; uno stile asciutto, essenziale. Il ritmo è ottimo, e la storia si può seguire molto bene grazie alla brevità del romanzo (144 pagine, secondo il mio Opus). Per giunta, si tratta di un horror - secondo Ibs -, o per meglio dire, un thriller surreale, ben gestito, in un climax per nulla sfiancante. Il finale chiude in bellezza l'opera.
In questo romanzo spicca il rispetto per l'Arma di Chekhov, quel principio di narratologia (e drammaturgia) secondo cui un elemento presentato nel corso della storia deve avere una funzione per la storia stessa, altrimenti può essere eliminato del tutto.
"If you say in the first chapter that there is a rifle hanging on the wall, in the second or third chapter it absolutely must go off. If it's not going to be fired, it shouldn't be hanging there."
Il concetto potrebbe essere frainteso. Non è che se, nel penultimo capitolo, Matheson fa dire al protagonista che i mobili della famiglia Sentas sono più raffinati dei suoi, i mobili debbano necessariamente sparare avere un ruolo chiave nella storia. Semmai, non ha senso focalizzarsi su un elemento della storia se questo non contribuisce significativamente allo sviluppo della storia stessa.
O almeno, questa mi sembra l'interpretazione più plausibile. Se ne conoscete altre, dite pure.
Questo è un ottimo impiego di energie da parte del lettore, dato che in un thriller si trova a "giocare" con la storia, a tentare di capire chi è il colpevole, chi ha fatto cosa, perché ecc., quindi un autore che dà tanti elementi inutili al lettore, per il solo scopo di giocare un colpo di scena basato sul non-detto, o sul trascurato, è un pessimo autore, o comunque sta giocando sporco, ed è assai probabile che il lettore si senta preso in giro - è come se barasse, se si pensa appunto a un thriller come a un gioco di indovinelli. Al contrario, Matheson offre tutte le carte in tavola.
Quello che mi è piaciuto un po' meno, del romanzo, è che il narratore si trova ogni tanto a raccontare più che a mostrare alcuni stati interni degli altri personaggi. Ma, chiariamo, non è niente di che, e lo si giustifica benissimo col fatto che le impressioni non appartengono a un narratore, ma proprio al personaggio protagonista.
Altra cosina che mi ha un po' infastidito è stato il perbenismo con cui Matheson evita di far dire parolacce ai suoi personaggi, o di far compiere azioni licenziose ma naturali. Il protagonista sembra non avere alcuna esigenza sessuale: la moglie è incinta, lui è un buon padre e non ha altri pensieri per la testa se non il lavoro e il benessere della famiglia. Ma la cosa assurda è che la licenziosità non è che non c'è, nel romanzo. C'è, appartiene a un paio di personaggi, ma è comunque confusa o censurata dai puntini di sospensione. Non so se sia colpa della traduzione italiana o una scelta dell'autore/editore originale - non mi sorprenderebbe, visto che il romanzo è datato 1958, ma questo non lo giustifica.

Ricapitolando: un thriller surreale dal buon ritmo, si legge in fretta, non ha vuoti o altri momenti di noia o stallo, lo stile è più che godibile e c'è il colpo di scena finale.
Da quanto ho letto pare che A stir of echoes non sia proprio il miglior Matheson, quindi se questo non è il suo meglio, allora direi che leggendo qualche suo romanzo più gettonato o qualsiasi altro si va a colpo sicuro. Si tratta di un autore che merita.

***

P.S. Un fatto divertente: la Psicometria, nell'Esoterismo e derivati, è una pratica attraverso la quale un medium riesce a rivivere gli eventi vissuti da un oggetto attraverso il contatto con essi. E ovviamente è presente nel romanzo.
In Psicologia, invece, la Psicometria è un noioso settore scientifico disciplinare comunemente conosciuto col nome di "statistica" (probabilità, studio sui campioni, ecc.), applicata alla Psicologia. Nella mia facoltà ci sono ben tre esami di questo tipo, ed è la materia che suscita più sbadigli, visto che è solo matematica sotto false spoglie.

3 commenti:

Michele A. F. Greco ha detto...

Sembra molto interessante! Lo metto subito in wishlist. Grazie per le tue impressioni ;D

P.S. in autunno inizierò l'università. Psicologia, sì. La psicometria mi sta già antipatica per fama, anche se la matematica non mi dispiace poi tanto xD

Federico Russo "Taotor" ha detto...

Matheson ha scritto un bel po' di roba, sicuramente se prendi un suo romanzo a caso fai centro!

P.S. Fico! La Psicometria è noiosa, però è indispensabile e in realtà nel momento in cui la si applica acquista molto più interesse.
In quale università andrai?

Michele A. F. Greco ha detto...

Torino o Firenze. Preferirei la prima per ovvi motivi qualitativi, ma la seconda la tengo come opzione per motivi personali.
Comunque conto di fare in Italia solo la triennale. La specialistica vorrei farla all'estero, magari in Scozia o in Danimarca o in Irlanda, dato che in Inghilterra costa troppo. Qui in Italia il mercato lavorativo in questo settore è fin troppo saturo, quindi tanto vale andarmene... anche per finire l'università, dato che all'estero hanno un approccio più pratico.

Ad ogni modo, mi procurerò dei romanzi di Matheson! ;)