venerdì 6 luglio 2012

I 36 saggi sulla scrittura di Chuck Palahniuk: due parole

chuck palahniuk saggi sulla scritturaOk, mettiamola così: tra il 2005 e il 2008 Palahniuk ha scritto 36 saggi sulla scrittura nel corso di un vero e proprio workshop online, i cui partecipanti eseguivano gli esercizi consigliati e ci si scambiava opinioni su quanto prodotto; questi saggi sono stati pubblicati sul sito di Palahniuk ma in affiliato con litreactor.com, altro sito, così che per poterli leggere era necessario essere iscritti a quest'ultimo con un account premium (sì, bisognava sborsare qualche dindino), e mi sembra di capire che i diritti su questi saggi sono sì di Chuck, ma la "distribuzione" è ristretta al sito Lit Reactor.
Morale della favola: per leggere questi saggi bisogna sottoscrivere un abbonamento di 9$ al mese al sito sopracitato.
Se ve lo state chiedendo: no, non esiste alcuna pubblicazione cartacea. Personalmente sono rimasto interdetto: sono poche pagine, si poteva benissimo pubblicare un piccolo, economico, innocente paperback, come l'On writing di Stephen King.
Perché? Perché con un po' di attenzione i saggi di Palahniuk si trovano facilmente in p2p.
Cercando "On Writing Stephen King pdf" Google ci dà addirittura, come primo risultato, il link di un ottimo file, questo (incredibile, questi russi ci tengono proprio alla preservazione della letteratura occidentale).
Per i saggi di Palahniuk, invece, non esiste cartaceo, quindi i fan - i fan "scrittori" - non potrebbero mettere in libreria il volumetto, ma sarebbero costretti a scaricarlo - o meglio, o fare l'abbonamento a Litreactor, accedere ai contenuti riservati, copincollare ogni singolo saggio in un file di testo, formattarlo e crearsi un ebook, eventualmente da stampare e scarabocchiare. Io il libricino di King, in illo tempore, lo comprai in libreria, lo lessi e lo rilessi e lo imbrattai da cima a fondo di annotazioni.
Insomma, mi dispiace per Chuck. Avrebbe tirato su qualche dollaro in più.

Veniamo ai saggi.
Qui potete trovare l'indice dei saggi con una brevissima sinossi per ciascuno.
In questa sede mi limito a una manciata di riflessioni.
Prima di tutto qualche critica.
Mi sorprende che Palahniuk quasi giustifichi l'infodump. O meglio, si salva in calcio d'angolo dicendo che non deve essere lungo, annoiare il lettore, o rallentare/interrompere il ritmo della narrazione. Si salva di nuovo quando sostiene che l'infodump del personaggio deve essere coerente col suo bagaglio culturale (cioè, deve limitare gli argomenti a una gamma ragionevole, il personaggio non può sapere tutto di tutto senza che il suo background giustifichi la cosa).
Nelle sue opere Palahniuk non cade nell'infodump, perché praticamente sempre il narratore corrisponde al protagonista, quindi con una narrazione in prima persona il rigurgito di informazioni è ok, perché fa parte - secondo una prospettiva prettamente focalizzata sulla verosimiglianza - del flusso di pensieri del personaggio, della sua stessa personalità.
E a proposito di prima persona, Palahniuk sostiene che la sua scelta sia preferibile, per vari motivi - empatia col lettore, minore distanza, credibilità ecc. Ma affronta solo perifericamente la giustificazione dell'uso di quella persona.
Cioè, vada per una narrazione epistolare, o diaristica, o con qualsiasi altro mezzo di comunicazione - in Survivor la narrazione corrisponde a quanto registrato dal protagonista nella scatola nera dell'aereo che sta dirottando. Ma una prima persona che dal nulla si mette a narrare, avulsa da un contesto comunicativo può benissimo - a mio avviso - essere sostituita da una terza persona. Insomma, la scelta del narratore va fatta in funzione dello scopo che si è scelto per la propria storia, dell'effetto che si vuole dare, ecc.
Altra cosa: Bury a gun. Nei saggi Palahniuk riprende il principio del Fucile di Čechov e vi aggiunge il principio di "seppellirlo". Ovvero: presentare un elemento significativo per le sorti della storia - non necessariamente un'arma, ma qualcosa di importante per lo sviluppo degli eventi -, nasconderlo per il resto di essa, e riesumarlo e usarlo nel momento in cui è necessaria una svolta, per dare gas al climax.
Secondo Palahniuk è una strategia efficace; il lettore presterebbe poca attenzione alla presentazione dell'arma, così quando la si riprende per risolvere il conflitto, verso la fine, ne è sorpreso. Questo, a mio avviso, si scontra contro quanto detto inizialmente da Palahniuk stesso, ovvero che il lettore è più intelligente di quanto immagini. Quante volte, all'inizio di un film, vediamo l'arma che viene presentata e subito nascosta, e diciamo a voce alta: "Ecco, scommetto che alla fine succede questo..."

cereal guy meme
A Cereal Guy piace quest'elemento.

Anni e anni di film saranno serviti a qualcosa, no?
Non dico che Nascondere l'arma non sia un principio valido. Sicuramente lo è, ma se usato in maniera creativa: di film con una'arma nascosta e riesumata ce ne sono a bizzeffe, e nella maggior parte si può intuire subito quale sia l'arma e che ruolo avrà alla fine.

Va bene, basta piccoli rant.
I saggi di Palahniuk sono molto interessanti, anche se a livello "tecnico" si pongono molto più sulla gestione della trama che sull'uso delle parole - semantica, più che sintassi -, cosa che invece troviamo in King (non usare gli avverbi in -mente, non usare i passivi, non usare i "disse" pompati di steroidi, ecc.).
Spezzo una lancia a favore di Palahniuk: nel corso dei saggi sottolinea più di qualche volta che le sue non sono regole, ma suggerimenti che si adattano al suo modo di scrivere, e che vanno presi per buoni nel momento in cui, dopo averli applicati, li si riconosce come buoni personalmente. Per esempio, lui sostiene che le storie più interessanti siano quelle narrate in forma non-lineare, quindi con particolari cornici narrative - secondo la sua denominazione, per esempio, la Big 'O' consiste nel cominciare dal momento della fine della crisi per cadere in un lungo flashback. Ovviamente, questo riguarda il suo metodo di scrittura. Io non riuscii a continuare Cime tempestose proprio a causa del flashback che costituiva la doppia cornice narrativa, e mi annoierei a scrivere una storia allo stesso modo - per cui prendo per buono il concetto che mi trasmette Chuck, ma non lo reputo dogmatico.

Essendo questa una raccolta di saggi, non si può dire che sia un manuale; ad ogni modo ne consiglierei la lettura solo se alle spalle si hanno precedenti letture di altri manuali di scrittura: questi saggi potrebbero costituire più una buona integrazione teorica che un punto di partenza.

4 commenti:

Spirito Giovane ha detto...

Sempre interessante leggere il tuo blog, perdona il mio lurkaggio ma a volte mi manca l'argomentazione. Cosa che non accade adesso.

Sono iscritto a LitReactor, conto di starci ancora un mesetto, finché non sarò costretto a fare una spending review dei miei soldi. Ho letto molto saggi, ho letto una volta tutti quelli di Palahniuk, alcuni due volte, molti tre volte. Inutile dire che LR è utile, compresi i suoi saggi, se scrivi e sai la lingua inglese. Se come me la mastichi a giorni alterni, è utile per gli spunti e i saggi.

Concordo molto su ciò che hai detto. Una delle cose che ho apprezzato ma che non s'è ripetuta è stato l'utilizzo di un suo racconto come traccia-esempio per l'argomento del primo suo saggio. Devo dire inoltre che alcuni consigli li avevo letti da altre parti con altre parole, ma stesso succo.

Per concludere, non credo che la pistola e l'intelligenza del lettore siano sullo stesso piano. Un conto è sbeffeggiare il lettore pensando di essergli superiori, altro è mettere un indizio all'interno della storia che sembra circostanziale per poi trascinarlo fuori e farlo diventare importante. Si può fare in molti modi. In particolare mi soffermo su questo perché è uno dei consigli che ho usato e che più si è rivelato utile. Per circostanza, poi, credo che il concetto dell'arma fosse in evoluzione nel periodo dei saggi perché dall'iniziale "hiding a gun" si passa al più profondo "buried a gun". Forse l'idea aveva bisogno di qualche tempo di sedimentazione, è l'impressione che ho avuto.

- S.G.

tapirullanza ha detto...

Quello che Palahniuk chiama "Big O" è un espediente che andava molto in voga nel sette-ottocento, soprattutto nella narrativa di genere, da Justine di De Sade al Frankenstein di Mary Shelley. Direi che ha senso usarlo solo nel caso in cui l'inizio cronologico della storia sia inevitabilmente 'lento' e l'autore non riesca a trovare un altro modo per partire col botto e inserire un hook seguendo l'ordine cronologico.

Comunque un'occhiata a questi saggi potrei anche darla, buon post^^

Federico Russo "Taotor" ha detto...

@Daniele, più che altro, a mio parere, l'arma lasciata così come "indizio circostanziale" il più delle volte NON appare circostanziale; o comunque più che decidere subito quale sia l'arma sarebbe preferibile avere una certa gamma disponibile e sceglierne una solo a posteriori - Palahniuk nei saggi dice di aver trovato l'arma nascosta, in Fight Club, solo verso la fine, dando una letta a ciò che aveva scritto, in un momento di temporaneo blocco. Dopo averla trovata, sarebbe riuscito poi a completare il tutto. A essere sincero, secondo me ha mentito. L' "arma" in questione era la faccenda della nitroglicerina (o qualcosa di simile), di cui parla all'inizio; mi sembra troppo importante da essere trascurata durante la scrittura. Nice try, Chuck. Ma anche qui, prendo atto del concetto, e fortunatamente Palahniuk è piuttosto flessibile riguardo a certe cose.
Concordo riguardo all'evoluzione delle idee di Palahniuk "in corso d'opera". Certi concetti mi sembra quasi che li avesse ripetuti in una salsa diversa.

@Tapiro: condivido. Sicuramente poi ogni storia ha le sue esigenze, alcune vanno narrate in maniera aristotelica, altre in maniera "eccentrica", ecc. Ma ripensando ai romanzi che mi sono piaciuti, è difficile trovare storie narrate in maniera perfettamente lineare, da un lato. Dall'altro, la forte non-linearità può compromettere la comprensibilità della storia. Se per esempio penso al lungo ciclo della Torre Nera di Stephen King, escludendo un libro di esclusivo flashback (La sfera del buio), tutti gli altri presentano una struttura abbastanza lineare, e il risultato è buono.
Insomma, Palahniuk non dice stronzate, ma va affrontato con un po' di senso critico. E forse è proprio il suo carattere non assolutistico che favorisce una riflessione sulla tecnica.

Spirito Giovane ha detto...

Eppure mi è capitato di usare quel consiglio esattamente come l'ha scritto lui: avevo messo un elemento per far sfuggire un personaggio all'inizio di un racconto, ho scritto la parte centrale della storia e poi ho ripreso quell'elemento iniziale prima del finale e ho scoperto che poteva avere un senso maggiore di quel che gli avevo dato. E così avrebbe fatto il lettore, l'avrebbe messo da parte come elemento marginale. Si, bisogna lavorarci bene sopra con le parole, lo ammetto. Deve essere ben nascosto, né invisibile, né visibile. Però a mio parere, si può fare.

E comunque sia per tutto il resto mi sembra che i saggi siano utili, ma non indispensabili per i motivi già citati.

Aggiunta: ci sono altri saggi su LitReactor di altre persone che sono altrettanto interessanti! ^_^

- S.G.