giovedì 27 marzo 2008

Gli occhi di uno scrittore


Più volte mi è capitato di dire che chi comincia a scrivere vede il mondo in modo diverso. Vale lo stesso per chi ama leggere. I racconti presentano tante di quelle sensazioni, che ci si abitua ad esse e le si dànno per scontato, senza averle nemmeno provate. La bocca asciutta per la paura, la "lingua felpata come un maglione" (lo virgoletto perché l'ho letto spesso), il brivido lungo la schiena, il non riuscire a muoversi... Sono tutte sensazioni surgelate e impacchettate per la narrazione standard, ma quando si provano viene da pensare: "Wow, allora è così che ci si sente", e diventano tutt'altro che scontate.
Credo che gli scrittori siano dei cacciatori di sensazioni - dato che è solo di questo che si parla, nei racconti: azioni e sensazioni. Chi scrive deve sforzarsi di essere sensibile. Un carattere freddo non accoglie tutti gli stimoli che la vita offre, e così gli stimoli scivolano via e lo scrittore non ha da che attingere, per raccontare.
Gli scrittori sono psicologi senza saperlo. Come si può parlare di personaggi inventati se non si conoscono quelli reali? Non vi capita di studiare il carattere di una persona, il modo in cui parla, il tono che usa, le espressioni facciali che assume...?
Per questo penso che ciò che più assomiglia allo scrittore è il barbone, il vagabondo. Il viaggio e la solitudine sono essenziali per contemplare il mondo, ma anche l'amicizia e l'amore e l'odio il dolore fanno vedere la vita sotto le sfumature più varie.
Per questo motivo sono convinto che lo scrittore non deve rinchiudersi per sempre in uno scantinato buio e scrivere tutto il tempo - ecco perché, nell'altro post, dicevo che scrivere sempre non aiuta necessariamente a essere più bravi, sebbene in quell'articolo si parlasse più del lato tecnico.
Per questo credo che lo scrittore debba, prima di scrivere, vivere.

16 commenti:

Carraronan ha detto...

Scrittori e barboni si somigliano molto, hai ragione.

Si lavano poco, dormono sulle panchine con una coperta di giornali o dentro degli scatoloni, bevono tavernello in gran quantità, vagano senza meta chiedendo spiccioli alla gente (cioè, tipo, oh, hai mica un euro per un panino?), gridano bestemmie durante la minzione (rigorosamente contro i portoni delle case), defecano in un foglio di giornale e lo lasciano in mezzo al marciapiede, si appiccicano contro le vetrine sbavando e ogni tanto vengono aggrediti e arsi vivi da bande di giovani nazisti.

Una vita da sogno, insomma.
Sicuramente la auguro a molti degli scrittori che ho letto.

Luca ha detto...

Interessante riflessione. Vera e purtroppo spesso ignorata :)

Longinus ha detto...

Interessante riflessione. Vera e purtroppo spesso ignorata :)

Si, ero io scusa.

Gloutchov ha detto...

[mi collego anche al tuo precedente post...] Leggendo il post sembra quasi che scrivere sia una sofferenza. Io, da aspirante scrittore, sento l'atto dello scrivere come un piacere. A me piace scrivere e, in ogni momento libero mi metto volentieri a scrivere.
A volte, anche quando sono fuori, in un locale pubblico, mentre sorseggio qualcosa e aspetto di vedermi con gli amici, prendo carta e penna (anche un tovagliolino va bene) e butto giù qualcosa... mi viene proprio dal profondo.

Se lo scrivere deve diventare una fatica, un atto dovuto, un esercizio "tipo" compito per casa... allora, forse, c'è qualcosa che non va.

Il consiglio di scrivere molto e continuamente, per affinare la tecnica, lo stile, l'ispirazione... viene, secondo me, da persone che vivono l'atto di scrivere come un piacere (come me) e non un dovere!

E' comunque vero che scrivere di ciò che bisogna anche vivere e incamerare esperienze. Imparare ad "osservare", piuttosto che a "vedere" le cose. Fare esperienze, imparare a descriverle in profondità, acquisire la capacità di saperle condividere...

Vivere, sognare, descrivere, scrivere... e leggere.

Spirito Giovane ha detto...

Un applauso al tuo post. Tra l'altro mi da la scusa per guardare ciò che scrivo (fermo sempre alla stessa pagina) e non aver rimorsi [ahahah]...
Ma prima o poi si dovrà scrivere, quando le emozioni sono talmente tante che la ragione, di per sé, non basta a trattenerli.

Umilmente,
Spirito Giovane a.k.a. Daniele

Kinsy ha detto...

Credo che senza esperienza alcuna non ci sia nulla da scrivere.
Non credo a quei scrittori che affermano di non avere nulla di biografico nei propri libri: in ogni cosa di quello che scriviamo c'è un pezzo di noi, un'esperienza, una persona che conosciamo bene o che abbiamo incontrato solo una volta...

www.atelierdiscrittura.splinder.com

Federico Russo "Taotor" ha detto...

@Carraronan: be', il paragone non sarà perfetto - io avevo in mente il viandante, ma non ne esistono più, oggigiorno - ma mi sembra abbastanza convincente.

@Longinus: :) two is megl che one. :D

@Gloutchov: difatti nell'altro post sostenevo il contrario, ovvero che la scrittura forzata, l'esercizio così detto, non porta necessariamente a buoni risultati. Ovvio che si deve scrivere per ispirazione e non per imposizione. :)

@Daniele: ci si può sempre fermare e fare altro - sviluppare altre idee, sfruttare altre emozioni. L'ispirazione è un autobus che va e viene. Solo che talvolta fa ritardo. :D

Lo Sparviero ha detto...

Non posso che essere d'accordo con te Taotor, ma tieni conto che non è proprio vero che si comincia a vedere il mondo sotto "altre spoglie" solo perché si è provetti scrittori o amanti della lettura.
Qualcuno può definirsi "scrittore" e non aver mai portato a termine un racconto breve in vita sua.
Qualcuno può definirsi "lettore" e non aver mai letto libri che superano le 90 pagine...
La sensibilità e la profondità del proprio pensiero sono la base per poter vedere la realtà sotto nuove spoglie e nuovi punti di vista.
Viaggiare è importante per uno scrittore, e questo non fa una piega, ma è altrettanto importante ascoltare le opinioni altrui per farsi un'idea complessiva di come va il mondo.
Bravo, continua così.
Per Pasqua sono partito, e non ho avuto la possibilità di farti gli auguri. Rimedio subito: Buona Pasqua!
P.S: Two is better than one...

Carronan: Ma davvero defechi nei giornali e poi li lasci nei marciapiedi?

Carraronan ha detto...

"Ma davvero defechi nei giornali e poi li lasci nei marciapiedi?"

No: io defeco nei giornali e poi li lancio contro le vetrine perché sono un barbone pazzo.
La descrizione sopra è solo per gli scrittori/barboni "normali", come piacciono a Taotor.

Federico Russo "Taotor" ha detto...

@sparviero: mi fa piacere apprendere che sai l'inglese, la mia però era solo una citazione della pubblicità del Maxibon Motta, two gust is megl che one. Mi facevi davvero tanto scemo?? :D

Non so voi, ma credo che bestemmiare durante la minzione sia la nuova moda dell'anno. Il Duca ha sempre ragione. :D

Federico Russo "Taotor" ha detto...

@Kinsy (scusa, non avevo visto il tuo commento!): vero, difatti si può dire che ogni racconto è il modo di un'altra persona di vedere il mondo. Ci sono cose che vediamo tutti allo stesso modo, altre cose che invece vediamo in modo personale, a causa del modo in cui siamo cresciuti o per altre ragioni che la vita ci ha imposto. La sessualità, per esempio (se Freud, poi, l'ha resa la base della piscanalisi, ci sarà un motivo :D). C'è chi la vive con allegria, chi con pudore, ecc...

Lo Sparviero ha detto...

No, no.
Non è che penso che tu sia scemo.
Lo dico è basta!
No, scherzo. Avevo capito che imitavi quella pubblicità, volevo solo vedere come reagivi eh eh eh.

Anonimo ha detto...

bisogna vivere per scrivere!
Non a caso i grandi autori morti non hanno più prodotto un cazzo.
Caro Tatore, fattelo dire, sto post è di una banalità assurda, no offence.
lol
avvocatospadaccino

Anonimo ha detto...

ma poi perchè dite minzione? parlate così, scrivete cosi? Ma dai... pisciare, molto più facile. Certo che bestemmiate, mingere è molto più arduo che pisciare.
firmato il vs. avvocatospadaccino (oggi un pò... minchione... lo ammetto)

Federico Russo "Taotor" ha detto...

È il duca che parla forbito. In "In cammino con la strega" già nel prologo un personaggio «piscia», non urina o non vuota la vescica (anche se credo di ripeterlo in questi termini, dopo). :) Quindi, stai tranquillo, io non scrivo così. Ma parlo, così, talvolta. È divertente usare parole strane. :D

Angra ha detto...

L'Analisi Transazionale è una tecnica di psicanalisi un po' "dissidente" fondata dallo psichiatra americano Eric Berne negli anni '60. Non ho idea di quanto funzioni dal punto di vista della terapia, ma conoscere qualcosa a riguardo credo sia utile a uno scrittore per creare personaggi vividi capaci di acchiappare il lettore soprattutto nei loro comportamenti irrazionali.

Non bisogna abusarne, d'altra parte. Cioè, se io scrivo un romanzo che parla principalmente dei problemi tra marito e moglie che abitano su una stazione orbitante attorno a una luna di Saturno può essere un capolavoro, ma non dovrebbe stare nello scaffale della fantascienza.