giovedì 22 ottobre 2009

Intepretazione (e gusti)


Questo post tratta dell'Interpretazione; l'argomento di fondo rimane però il mistero della letteratura, della prosa.

È da un po' di tempo che considero le varie "sfaccettature" della prosa.
Pochi giorni fa parlavo di competenze con un mio amico. Secondo lui ognuno dovrebbe avere delle competenze specifiche in un preciso settore, dopo la laurea. Lui, per esempio, non appena entrerà in specializzazione (Medicina) vuole eccellere nel campo che sceglierà. Ammira personaggi come Christiaan Barnard o Gino Strada, che da niente si sono fatti strada grazie alla forza di volontà. Non so come, ma la discussione è finita sulle abilità della gente in un determinato settore.
Ha detto: "Di sicuro se io e te scriviamo un racconto, il tuo sarà migliore perché sei più esperto".
"Ma anche no" gli ho detto io, e poco dopo lui ha annuito, rendendosi conto che in effetti non era così.
"In effetti," ha detto, "in un concorso potrebbe piacere di più il mio che il tuo.".
Ergo, nella letteratura il ragionamento sulle competenze e sull'abilità va a puttane - e la cosa ricorda molto questo articolo del Duca.
Perché? Perché è ambiguo il concetto di competenza - fermi lì, voi colle mani che vi prudono! Continuate a leggere prima di fare brutti pensieri sul povero Taotor.
Competenza: da parte di chi scrive o di chi legge? Da entrambi, ovvio. Ma non c'è sempre.
Se da parte di chi scrive, ma non di chi legge, allora si diventa lo "scrittore incompreso" (per davvero). Tu sai scrivere, o almeno, conosci e adotti le norme basilari per una buona scrittura. Questo rende la tua prosa più che decente, sopraelevandola dai "prodotti" di scrittori meno competenti.
Ma se un lettore, mettiamo un giudice¹, è incompetente, allora giudicherà la tua opera non meritevole, e la gente a chi darà retta? Al giudice o al povero scrittore incompreso?
Se la competenza sta da parte di chi legge, allora siamo a cavallo. Si avrà l'esperto incontentabile - cosa di cui taccia(va)no spesso Gamberetta - e nessuno saprà mai cosa è bello e cosa è brutto.
Ora, date queste doverose premesse (bugia, non sono affatto doverose premesse, sono solo pensieri che mi andava di diffondere), la questione principale.
L'interpretazione.
Nel mondo "vago" della prosa non ci sono appigli. Si arranca nel buio. Mettiamo da parte le secolari norme della buona scrittura, che delimitano un po' i confini del buono e del meno buono. Cosa rimane? Niente, se non una cosa.
L'interpretazione.
L'interpretazione è una cosa assolutamente soggettiva. Ma da un paio di secoli a questa parte sembra che si sia confusa l'interpretazione e le sia stato affibbiato il significato di corretta analisi artistica e intellettuale di grandi opere, che voi umani non potete nemmeno immaginare.
Ci sono scene divertenti nei Promessi Sposi. Una scena divertente non la si interpreta più di tanto, credo, no? La prendi così com'è, al massimo la giustifichi, la poni nel contesto, ma nulla di più.
Invece no.
Se qualcuno di voi ha letto l'analisi critica del Getto (per gli amici G. Getto, aka Gigetto), se ne sarà accorto. Vado a prendere l'edizione dei Promessi sposi a cura di G. Getto, edizione Sansoni, 1964.

Nel capitolo III, Renzo va da Azzeccagarbugli per risolvere la questione del matrimonio. E ci va coi capponi da regalare. Solo che l'avvocato non gli è di grande aiuto, per cui torna a casa incazzato.
Riporta il Getto:
Sui quattro capponi in principio si riflette in maniera evidente un po' della malinconia delle nozze tramontate e della festa sospesa. (...)
È però durante il viaggio che i quattro capponi accumulano su di sé, e scontano con fisica e puntuale ripercussione, attraverso l'agitarsi del braccio di Reno, quel che si agita nell'anima del personaggio («il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente»).
Qui le povere bestie acquistano una loro vita, oltre che una loro evidenza, e diventano occasione di moralistica riflessione, lievissima per altro, filtrata com'è attraverso quel motivo da favola (...)

Polli sballottolati? No, "occasione di moralistica riflessione, lievissima per altro, filtrata com'è attraverso quel motivo da favola"

Potrei citarne centinaia, di considerazioni simili. Ma a che pro?
Il fatto è che l'interpretazione è mera illusione. Da qualsiasi cagata si può tirar fuori questa o quella intenzione artistica. Parliamoci con franchezza:
  1. Si scrive (in maniera chiara) per comunicare. Non si scrive (in maniera criptica) per farsi interpretare. Non ha alcun senso!
  2. La maggior parte di richiami psicologici, artistici, intellettuali trovati dai critici in un'opera, al 90% non erano voluti dall'autore - che nella tomba, spaesato, si guardar intorno e balbetta: «Ehm... sì... esatto, proprio quello intendevo.»
  3. Ciò che i critici scambiano per manovre artistiche sono spesso semplici tecniche basilari di caratterizzazione. Se dipingo un personaggio che cammina da solo sotto la pioggia, col cappuccio, la testa chinata, le cuffie nelle orecchie, e arriva alla fermata del bus ma rimane fuori dalla tettoia, ho caratterizzato grosso modo un personaggio. Uno solitario, cazzuto.
    Un fantomatico G. Getto dei poveri potrebbe sostenere: "L'isolamento del personaggio è deliziosamente illustrato dal Russo mediante l'uso delle cuffie, che fungono da barriera tra il mondo esterno e la realtà introspettica del protagonista. Anche il gesto compiuto da quest'ultimo, rimanere fuori dalla copertura della fermata, accentua lo spirito solitario del personaggio, la divisione tra l'ego e la società, l'abisso oscuro che divide l'essere umano e taglia le relazioni, recide il filo di comprensione interpersonale. Il personaggio, in quanto solitario, è un artista.²
  4. Quattro.
La morale della favola è che lo scrittore, alla fine, si deve limitare a scrivere bene e con passione, e tutto il resto non conta. Non so se questa possa chiamarsi Onestà intellettuale.
Non si può dare la colpa a Joyce se ha scritto un romanzo-pacco noiosissimo: quando lo ha scritto si è entusiasmato, riportando su carta gli avvenimenti successi a lui, fingendosi Stephen Dedalus. Qualcuno trova bello A portrait of the artist as a young man. Non io, né altri miei amici, ma ho un'amica che, sì, esce matta per Joyce.
Non ha colpa Manzoni con la sua fissa per la lingua. Poteva limitarsi a narrare la storia, che in fondo è bellissima. Solo, potrebbe aver bisogno di una limatina... Fatto sta che si studia a scuola, e ogni generazione ha letto, legge e leggerà ancora questo romanzo.
L'intepretazione è una cazzata.
Lo scrittore scrive, il lettore legge - se vuole, "interpreta" a modo suo. Ma ciò che fa bello un romanzo è il gusto comune e i punti fissi di "apprezzamento universale" (una grammatica corretta, coerenza nel testo ecc.).
L'errore storico della letteratura è stata proprio l'interpretazione. Se ci sono dibattiti tra buona e cattiva prosa e confusione riguardo al bello e il brutto è proprio per colpa delle interpretazioni intellettualoidi che si son fatte nel tempo. Ciò che è bello è bello anche senza presunte seghe mentali da artista.
Sarebbe più corretto sostituire l'interpretazione con il gusto. Perché in fondo, quando si vuol capire cosa è bello e cosa è brutto, si tratta solo di questo.
Gusti, basati su principi concreti, e non strani concetti astratti.


Note:

¹ Sì, i giudici dei concorsi letterari sono sempre persone competenti, che conoscono il loro mestiere e bla bla bla. Non escludo che possa essere così, ma non venitemi a dire che non esistono dei decerebrati col senso critico di maiali. Alcuni giudicano esclusivamente in base ai propri gusti. Altri, invece, sono solo diversamente competenti. Lo dimostra il fatto che al Concorso Letterario della Salsiccia del paesino di Vattelapesca mettono in veste di giudici: un compaesano che ha pubblicato per la prima volta il suo primo romanzo folkloristico, un giornalista che scrive sul giornale del paesino, pubblicato una volta all'anno durante la Fiera delle Polpette, e per finire in bellezza, il poeta più importante del luogo, il cui nome compare da decenni sulle ristampe della raccolta di poesie in dialetto vattelapeschiano.
«Ehi, guarda, a Taotor gli rosica er culo perché l'hanno segato fuori da un concorso!»
No, finora ho partecipato solo a un vero concorso letterario, Colonna d'Eroma, in Sicilia. Mi hanno dato la mia bella coppa e sono stato contento. Non avevo mai sentito i nomi dei giudici, ho parlato solo con uno via telefono - aspettando l'antologia che dopo quasi quattro anni ancora non arriva, ahimè.
Però una cosa è chiara: il mio racconto non era orribile ma... diciamo che se quello era da premiare, quelli che scrivo ora sarebbero da Nobel. A buon intenditor...

² Considerazioni simili ("il personaggio è solo, per cui è un artista"), così ridicole, sono state fatte per A portrait of the artist as a young man di Joyce; il critico potrebbe essere stato Hugh Kenner, ma non ne sono sicuro. Fatto sta che l'analisi critica di Dedalus - titolo italiano dell'opera - fatta da vari letterati-critici, è una barzelletta dall'inizio alla fine. Le poche scene belle del romanzo vengono inglobate dall'ondata di noia e incompetenza narrativa (narrativa, non filologica: qui parliamo di prosa, non di lingua, e se Joyce sa tenersi caro il lettore come fa, chessò, Hemingway, allora io sono Babbo Natale), sovrastate da scene lunghissime e inutili. Il perché? Ve lo dico subito.
Joyce ha scritto A portrait of the artist as a young man rifacendosi alla propria vita. È colmo di riferimenti autobiografici. E c'è un problema di fondo quando si narrano i fatti propri.
Lo spiega chiaramente Ansen Dibell in Plot (Writer's Digest Books, 1988):
Or maybe you want to write a story based on real life and
real incidents. That should be a cinch, right? All the events really
happened; the characters are people you know. Nothing easier
than writing it all down, you think confidently. Just change the
names and locale, and you're set.
But then the events, so compelling when they happened
and when you thought about them, bog down in detail and explanations.
The familiar people you felt certain would be enthralling
characters turn into jabbering trolls.
You feel the silent inner thud that tells you that truth—or,
more accurately, fact-based fiction—is no more a guarantee
against writing dull, unconvincing tales than is inventing the
whole thing from the start.
Se non sapete l'inglese, attaccatevi. O imparatelo.

lunedì 12 ottobre 2009

Non si direbbe, ma sono 19


E oggi sono un 19enne.
Per quanto possa fregarvene - soprattutto dopo che vi ho praticamente "abbandonato" per un anno, per colpa del maledetto e inutile Liceo, il Diavolo se lo porti -, mi trovo bene all'università ("G. D'Annunzio" di Chieti), e Farmacia è una facoltà interessante. Tra Esami in vista: Matematica&Fisica e Biologia (Animale & Vegetale); mi interessa di più la seconda, ma che ci possiamo fare, gli esami van fatti tutti.
La città è troppo tranquilla, viene chiamata "la città della camomilla" non per nulla. Ma l'importante è avere amici: il divertimento ce lo creiamo.
L'anno scorso ho letto e scritto poco. Quest'anno sarà diverso. Potrò sicuramente scrivere di più, e tornerò a leggere decentemente. È tutta una questione di organizzazione di studio e impegni.
Per il momento non ho trovato gente per formare una band, e dubito che avrò successo. Oltretutto, gli impegni sono tanti, Farmacia non è una facoltà facile, e gli svaghi vanno organizzati per bene - sprecare tempo utile per lo studio significa avvicinarsi alla eventuale bocciatura all'esame, ed essere bocciati vuol dire perdere tempo e rimandare la laurea, il lasciapassare per una vita del tutto libera e indipendente.
Questo è quanto. Ora fatemi gli auguri. Lol.
Scherzo.
Ma anche no.

domenica 11 ottobre 2009

Letteratura? Mistero.


Herta Müller, la pazzoide in foto, sembra essere la vincitrice del Nobel 2009 per la Letteratura.
Io, che sono un po' tonto, non avevo mai sentito parlare di costei. Non che la cosa mi stupisca: non conosco un mucchio di scrittori, per quanto fenomeni. Però si dà il caso che un tizio meritevole del Nobel per la Letteratura non passi inosservato nel corso degli (innumerevoli) anni.
Ma io non me ne intendo, quindi alzo le mani.
Sentiamo la motivazione del premio:
"con la concentrazione della poesia e la franchezza della prosa, dipinge il panorama dello spodestato."
Credo, e dico credo, di aver capito. L'ho capito per quanto tonto, e sebbene il giudizio abbia un retrogusto di recensione-random (come "Un romanzo coraggioso", o tutte le frasi fatte per libri che il recensore probabilmente non ha letto, come ci illustra Gamberetta.)
Per poter capire qualcosa di questo giudizio è necessario sapere di cosa parla l'opera dell'autrice. Attingo dal sito della casa editrice:
Non è sempre naturalistica la prosa di Herta Müller ne «Il paese delle prugne verdi» (Keller Editore, pp.254, euro 14). È, piuttosto, poetica, procede per immagini non ovunque facilmente decifrabili, e che però si dipanano man mano che si procede nella lettura. Non sappiamo se questa prosa criptica sia frutto della fervida immaginazione dell'autrice, del clima di terrore e segretezza vigente nella Romania degli anni '80 sotto Ceausescu, o di entrambi.
Sentite puzza anche voi?
Sì, sa tanto di "dico tanto ma non dico niente". Ed è un peccato, perché ho letto qualcosa della Muller su google.books, e non è tanto malvagia, anzi.
Al TG ribadiscono il concetto di attualità, di politica, di denuncia, su cui si basa la premiazione e il "genio" creativo di Herta Muller.
Allora io mi chiedo: quali sono i criteri di premiazione? Do un'occhiata (riporto alcuni nomi):
  • 1937 Roger Martin du Gard "per la forza artistica e la verità con la quale ha dipinto il conflitto umano così come gli aspetti fondamentali della vita contemporanea nel suo ciclo di romanzi Les Thibaul
  • 1933 Ivan Alekseevič Bunin "per la precisione artistica con la quale ha trasposto le tradizioni classiche russe in prosa
  • 1980 Czesław Miłosz "che con voce chiara e lungimirante espone la condizione degli uomini in un mondo di gravi conflitti"
Ne risulta che a meritare il Nobel sia:
  • Chi tratta della condizione umana/sociale/psicologica dell'uomo nel mondo.
  • Chi esprime tale condizione con forza poetica e arte sublime
Sì, sto facendo del sarcasmo. Ma una cosa si capisce, da tutto ciò. Viene premiato, di questi romanzi, l'aspetto poetico e artistico, in un un contesto, la Letteratura, che ha sì l'arte e la poesia come componenti, ma di cui si prende in considerazione principalmente la prosa.
Difatti, tra i premiati troviamo:
  • 1953 Winston Leonard Spencer Churchill "per la sua padronanza delle descrizioni storiche e biografiche, nonché per la brillante oratoria in difesa ed esaltazione dei valori umani"
  • Hernest Hemingway "per la sua maestria nell'arte narrativa, recentemente dimostrata con Il vecchio e il mare e per l'influenza che ha esercitato sullo stile contemporaneo"
A questo punto la domanda è: si premia chi ti gira, o si premia secondo parametri che variano sempre? Si premia la prosa o anche la poesia e l'arte (e cosa si intende con questa fantomatica "arte"?)?
Mistero.
Non voglio denunciare di certo il premio Nobel. Non è mia intenzione. Ci pensano già i giornali a farlo.
Ma giunti a questo punto, vorrei capire prima di tutto cosa si intende per "Letteratura", cosa è buona letteratura e cosa non lo è. Dai premi Nobel, sembra che tutti i romanzi siano belli per questo o quel motivo astratto, intellettuale, artistico, quellochevolete.
Allora perché non premiare un Martin? Un Erikson? O che ne so, un Gerrold?
  • 2010 David Gerrold "per il simbolismo delle entità aliene come nemiche dell'alter ego umano e la lotta per la libertà".
Suona simile alle motivazioni dei Nobel originali, no?
Allora, oggi, XXI secolo, per noi che cos'è la Letteratura? È prosa o poesia? E quale tipo va premiato?
L'espressione della Muller, in foto, ha la risposta.
Mistero.

mercoledì 23 settembre 2009

Scrittori: mestruazioni, masturbazioni, prostituzioni e turbe



Non c'è niente di peggio di una donna che ha le sue cose.
A me le donne piacciono - eccome -, ma se c'è una cosa che non sopporto sono gli sbalzi emotivi mensili. Cristo! Che odio!
Non puoi dire niente, niente, perché qualsiasi cosa tu dirai susciterà un'istantanea reazione satanica-retorica-aggressiva sparata a diecimila decibel.
Roba da far impallidire persino gli Slayer.
Ma ci sono donne e donne.
Alcune tengono a bada gli ormoni, altre li sguinzagliano con l'ordine di attaccare.
E gli scrittori?
Gli scrittori sono sempre uguali, ma quello che li differenzia è lo stadio mestruale a cui sono arrivati. Una volta passati allo stadio successivo, però, non si torna indietro, per fortuna. Più si va avanti, più si migliora! Provare per credere!
  • Stadio 1a. Conosciuto anche come "Lo scrittore timido che scrive solo per sé". È uno scrittore che potrebbe scrivere da un mese come da anni, ma ha un tratto caratteristico: umiliazione e panico da masturbazione. Lo Scrittore di Stadio 1a è terrorizzato all'idea che qualcuno possa leggere i suoi racconti. Nasconde eventuali blocchetti o agende nei posti più impensabili. Sotto il materasso, come fossero riviste pornografiche, o sul fondo dello scatolone più nascosto nell'angolo più buio della cantina oscura. Fare l'elicottero col pisello davanti a tutto uno stadio sarebbe preferibile all'idea che occhi estranei possano leggere le sue schifezze. Codesto scrittore produce soprattutto roba introspettiva, ma non mancano storie strutturate.
    Un'eventuale critica è impensabile! Lui non vuole che si leggano le sue cose, e se questa disgrazia si verifica, allo scrittore non rimane che fare un falò con tutti i suoi scritti, cospargersi di benzina e morire con loro.
  • Stadio 1b. Conosciuto anche come "Lo scrittore timido che scrive per sé ma anche no." Non si discosta dall'1a, se non dal fatto che non sente umiliazione: tra invece godimento dal panico. Trae piacere nel masturbarsi vicino alla finestra, così da rischiare di farsi vedere dalla vicina che raccoglie il bucato sul balcone. Costui scrive per sé ma anche per intervalla insaniæ. La sua insania è costuita dalla trasgressione che più lo eccita: l'idea che qualcuno possa dare uno sguardo alla roba che ha scritto. È convinto, in realtà, che la critica sarà più che positiva: sa di essere un genio nascosto.
    Non sa che la vicina, oltre a raccogliere il bucato, chiamerà anche la polizia.
  • Stadio 2. Conosciuto anche come "Lo scrittore che sta imparando a scrivere". È l'individuo che scrive per essere letto.
    Una specie di prostituta, sì, una mezza puttana. Vuole farsi fottere, ma quando ti avvicini e gli parli, lui ti lega le mani dietro la schiena, ti ficca un morso sadomaso in bocca, ti sbatte a pancia in giù sul letto e ti sodomizza. "La tua critica? La tua critica? Ecco che torna da dove è uscita, la tua fottuta critica!" urla, cavalcandoti.
    Lo scrittore di Stadio 2a non ama le critiche. I suoi racconti sono belli e perfetti così come li ha scritti. Le critiche non servono: lui ha una spiegazione per ogni "apparente" incoerenza o errore.
    "Perché Tizio viene colpito al braccio e due righe dopo sanguina dalla gamba?
    "Perché sì."
    "Ma non ha senso!"
    "Sì che ne ha, è Fantasy!"
  • Stadio 3a. Conosciuto anche come "Lo scrittore che scrive per il bene maggiore dell'arte." Costui scrive un racconto non proprio da buttare - semmai tutto da riscrivere. È scritto male, ci sono un bel po' di scene che non hanno senso, i personaggi parlano tutti allo stesso modo...
    Lui è l'uomo ipersensibile che non dà alla donna assetata di sesso quello che vuole. Prepara le candele, mette su i Radiohead, getta rose sul letto, accende una dozzina d'incensi, la camera è un (fumoso) paradiso onirico. Dal letto a baldacchino calano tende rosse trasparenti. Lei vuole semplicemente sesso. Appena lei entra, lui le legge una poesia che ha scritto guardando il tramonto mentre la pensava. Lei si spoglia, lui la ferma e, commuovendosi cita aforismi di Gibran e di altri poeti. Si sdraiano sul letto, lei ha le guance avvampate, vuole solo una cosa, ma lui dice: "Restiamo abbracciati tutta la notte... ♥"
    Insomma, a questo qui non gli si alza.
    Lo scrittore 3a non vuole ammettere che il suo racconto fa schifo, per cui maschera la cosa con la tiritera dell'arte, della licenza poetica. Nello Stadio 3a, lo scrittore non tromba: ci gira attorno senza andare al sodo, per nascondere la sua eclatante impotenza. Non narra una storia, fa finta di narrare. Con le sue forme poetiche e raffinate malriuscite crea un magnifico niente che non racconta nessuna storia, ma una nebbia confusa che alla fine non lascia nessun gusto.
    Egli rosica, perché sa. Sa che le critiche sono fondate, sa che ha fatto una cazzata nello scrivere ciò che ha scritto, ma è una cazzata a cui non può più rimediare, perché sennò ci rimette la faccia. E perché non si sente in grado di fare nient per rimediare.
    E preferisce continuare a nuotare nel suo artistico mare di merda.
  • Stadio 3b. Conosciuto anche come "Lo scrittorucolo tanto gentile che nasconde un pugnale nei pantaloni." Non è tanto diverso dallo scrittore di tipo 3a, con la differenza sostanziale che questo, il 3b, è contento. È cosciente di scrivere stronzate, perché le legge quelle dei suoi amici, e se ne rende conto. Sa di essere come loro, ma finché nessuno gli dice niente, lui sorride con gli altri e tutti sono felici.
    In sostanza, i 3b si calano i pantaloni e si osservano i piselli. Nessuno ce l'ha di dimensioni notevoli, per cui tutti fanno spallucce. Sono in realtà contenti di essere sullo stesso piano - e dicono: "In fondo non sono le dimensioni, che contano, ma come si usa..."
  • Stadio 4. Quattro.
  • Stadio 5. Conosciuto anche come "La puttana senza scrupoli", è il livello più alto a cui dovrebbe aspirare uno scrittore. Indica la più-che-decenza, ovvero una produzione di narrativa che, letta, non ti fa pentire di aver perso tempo. Oltre questo livello, ci sono solo miglioramenti, tutti basati però sulla base di "puttana senza scrupoli".
    Come puttana senza scrupoli, lo scrittore 3b si offre al pubblico, si scopa tutti senza guardare in faccia a nessuno, cavalcata dopo cavalcata, arraffa avido i soldi per le prestazioni e non si ferma mai. È sempre al lavoro, si parli di opere complete o di brevi servizietti.
    Carpisce i consigli di ogni lettore e li assimila, valuta ogni suggerimento donandosi senza se e senza ma, prestando attenzione a ogni commento. Il suo obiettivo è migliorarsi, e per riuscirci deve necessariamente confrontarsi, ponderare i pareri dei lettori, scegliere quelli giusti e applicarli.
    In assenza di partner, lo scrittore puttana-senza-scrupoli apprende. Si dà al porno, nella sua buia cameretta, rischiarata solo dalla luce del monitor su cui ballano tette e piselloni.
    In assenza di lettori cui proporre i propri racconti, lo scrittore 3b ripiega sull'approfondimento mediante i consigli dei migliori, sulle antiche esperienze di scrittori (veri artisti) che hanno raggiunto il Nirvana della prosa ed elargiscono le loro massime a chi ha orecchie per ascoltarle.

    Le turbe degli scrittori

    Non è "normale" che uno scrittore si lamenti quando gli viene mossa una critica. Lo scrittore prima di tutto deve ringraziare che qualcuno abbia letto un suo racconto. Leggere vuol dire perdere tempo, tempo non retribuito. Quando leggono un tuo racconto, è come se ti regalassero soldi.
    In secondo luogo, lo scrittore deve ringraziare eventuali consigli e pareri. È altro tempo sprecato. Il lettore si sofferma addirittura per trasformare le sue fatiche di lettura in qualcosa di concreto: un aiuto allo scrittore.
    Prima di tutto, bisogna assolvere questi doveri. E tutto dovrebbe andare per il verso giusto.
    Sennò...
    Se i giudizi sono negativi? Molto negativi. Distruttivi.
    Lo scrittore riceve frecciate da destra, da sinistra, da tutte le parti. Chinare la testa e dire a tutti "sì, ho sbagliato, faccio schifo" non è il massimo. Voi lo fareste?
    Non c'è da stupirsi se uno scrittore non riesce a reggere le pressioni ricevute da tutte le parti, l'essere messo su un palco, giudicato... Ok, forse non si è comportato bene nei confronti dei lettori. Sì, probabilmente se l'è meritato. Ma fatemi spezzare una lancia in favore degli scrittori-vittime.
    Qui nessuno vuole difendere i cattivi scrittori, né questo è il Centro d'Accoglienza Taotor per Poveri Scrittori Sotto Pressione.
    Ma bisognerebbe tener conto anche di questo. Le cose stanno così, siamo tutti esseri umani, fallaci, e con sentimenti (vabe', chi più chi meno).

martedì 15 settembre 2009

Impressioni | Muse - The Resistance


Appena uscito, il nuovo album dei Muse è scaricabile da Internet (link megaupload, password "worldofdream.org"). Oltre al mio parere e quello di altri (che qui vi linkerò), prima di tutto, fatevi un'idea personale: le recensioni hanno la brutta abitudine di creare pregiudizi.

Ci si aspettava molto, da questo album. Prima di tutto ci si domandava quali sarebbero state le innovazioni; inoltre, si incrociavano le braccia e si voleva valutare il nuovo album, se all'altezza dei precedenti o no. Comincio a credere che sia un luogo comune piuttosto amato, quello del "Non sono più i [band vattelapesca] dell'album [primo o secondo album dei vattelapesca]".
1. Uprising. Un brano prettamente "musiano": innovazioni, qui, non mi pare di trovarne. Come molte tracce dei Muse, può sembrare a un primo ascolto non-rock, più simile a una canzone techno o electro-rock. Questo temo sia dovuto alle distorsioni e agli effetti del basso, ma prima di tutto agli effetti delle tastiere/synth. Un brano che non toglie né aggiunge niente alla produzione del gruppo. Piacevole, ma non superbo o notevole - non più di tanto.
2. Resistance. Un'apertura ad atmosfera, molto spacerock, un po' pink floyd, un po' semplice effetto (d'atmosfera, appunto) di tastiera. Entra quindi il piano, accompagnato da una cavalcata sul timpano e sul secondo tom (ringrazio Giovanni per la precisazione batteristica), parte la strofa, abbastanza sofferta, struggente, come molti brani dei Muse - sì, alcuni li disprezzano proprio per la "lagna" di Bellamy, una volta anche io lo pensavo, ma poi si impara ad apprezzare certe cose -, quindi, dopo la strofa, il ritornello, nei cui versi si alternano la voce di Bellamy e i cori. Verso l'ultima parte del brano, si ha una variazione nella melodia, e poi la fine.
3. Undisclosed desires. Si apre con un ritmo piuttosto R'n'B, con il "riff" di archi (tastiere con l'effetto?). Il testo è molto bello, ottimo da dedicare a una ragazza. Il ritornello è incantevole, con la voce di Bellamy accompagnata dai cori. Il basso si fa sentire, un basso violento, la corda che colpisce sul manico emettendo rumori metallici.
4. United States of Eurasia. Inizia molto adagio. La sequenza di note al piano, nell'introduzione, è la seguente: Re# - Re - Do# - Do - Si - Fa - Fa#. Notate i diesis? Bene, teneteli a mente. Col piano, parte la strofa, poi interviene la batteria che dà il tempo sul piatto, un po' di basso, archi, e poi c'è un attacco in sfacciato stile Queen. Dopodiché, parte una scala orientale. In questa recensione, l'autore la chiama scala araba. In effetti lo è. Ma a me sembrava riduttivo. Ho cercato per venti minuti una scala che si avvicinasse a questa. E la scelta finale è caduta su due: la scala bizantina e quella ebraica. Nessuna delle due mi soddisfaceva. La soluzione, però, è semplice. Ricordate la sequenza iniziale? Ecco: il tono "orientaleggiante" della scala è dato semplicemente dall'alternanza di note naturali con note alterate, vale a dire: se la scala di Do parte col Do e fa Do-Re-Mi-Fa..., provando a "corromperla" con note alternate a diesis, otterremmo una melodia dal gusto esotico, provando per esempio a eseguire Do-Do#-Fa-Fa#-La-Si.
Ci tengo, a fare questa precisazione, perché in un'altra recensione (piuttosto distruttiva), l'autore, Zago, sostiene che quella scala sia una specie di plagio del Bolero di Ravel (ma, precisiamo, lui non ha assolutamente parlato di plagio, questo lo dico io, perché il senso è quello: i Muse, a suo dire, hanno attinto da lì). Senza dubbio l'influenza - tributo? - dei Queen c'è, è innegabile. Ma da qui a definire kitsch i Muse per un presunto plagio, ce ne vuole. Basta un orecchio anche distratto per capire che non esiste alcun Bolero, in United States of Eurasia. Una vaga somiglianza, sì. Ma è normale: le melodie classiche sono piene di scale (le mie preferite sono quelle del Kyrie Eleison nel Requiem di Mozart, in più tonalità... sublimi), per cui è probabile che possano assomigliarsi. Molto vagamente.
La canzone si chiude col Notturno di Chopin. Il motivo? Non so se ce n'è uno: io credo però che la melodia sia collegata con l'Overture di Exogenesis e con Redemption, della stessa. Una questione di affinità musicale. Non so se si siano ispirati a Chopin o se si siano accorti dopo che le melodie si assomigliassero.
5. Guiding light. Un brano dolce, lento e solenne. Notevole per la scelta dell'atmosfera creata. Come sappiamo, i Muse sfruttano effetti pesanti sugli strumenti (al punto che non sarebbe totalmente errato, a mio modesto avviso, riflettere su possibili influenze Shoegaze) per ovviare alla mancanza di altri membri nella band, e per riempire appunto il "buco" sonoro.
Vorrei poter dire di più, sulla canzone. Ma non c'è granché da dire, almeno da parte mia. Probabilmente c'è chi l'apprezza molto più di me, e qui subentra una questione di gusti - e non mi esprimo ulteriormente.
6. Unnatural selection. Sarò franco, l'inizio mi fa cadere le balle. Dico: a me, sia chiaro. Anzi, mi ricorda un po' l'inizio di Cara ti amo, degli Elio e le storie tese. Comunque, dopo l'intro, arriva un riff che ricorda dannatamente il riff in Re basso, distorto, di New born. La variazione che si ha al ritornello mi piace, molto. Poi la strofa non mi piace proprio. Cioè, non mi attira, non mi fa venir voglia di ascoltare con esaltazione la canzone - e ascoltarla solo per sentire qualche secondo di ritornello non valorizza l'intero brano, almeno per me. A metà canzone si ha un cambio di tempo, più lento, con tastiere a organo in sottofondo, con una specie di assolo straziante. Sì, diciamocelo. Sarà un effetto ricercato, ma insomma... Qui mi sento di citare la recensione sopralinkata, di Zago (sembra quasi che ce l'abbia con lui, ma, lo giuro!, non è così) da soundsblog.it:
il fatto che un talento chitarristico come quello che ha Matt venga totalmente messo in secondo piano, fa un po’ storcere il naso.
Quale talento? Dov'è il talento chitarristico di Matt? Dove l'hanno messo? Chi l'ha nascosto? Io non lo trovo.
Non ha alcun talento chitarristico, ecco cosa. Lo giudico un vocalista assai virtuoso, ma mai lo reputerei un chitarrista talentuoso. È un chitarrista medio-basso, oserei dire. Non ci sono assoli nelle canzoni dei Muse, o meglio, a volte ci sono, riprendono il tema principale della voce, lo modificano un po', ma nulla di che, roba che riuscirebbe a suonare un ragazzino dopo due mesi di lezioni di chitarra su youtube. E anche i riff. Sì, talvolta sono frenetici e accattivanti, ma (tecnicamente) lontani miglia e miglia da riff come - faccio un esempio banale - quello in Laid to rest dei Lamb of God - che, per quanto fattibile, richiede più precisione, attenzione e velocità, rispetto ai classici riff dei Muse.
Con questo non intendo svilire la qualità dei riff o delle melodie dei Muse. Ricordo l'eventuale lettore disattento che si parlava di tecnica e talento, non di piacevolezza e qualità.
7. MK ultra. Un riff di sintetizzatore, qualche pennata sugli accordi. La cosa che apprezzo, di questa canzone, è la voce, i suoi picchi, che sopraeleva di poco il brano rispetto all'insufficienza netta che gli darei. No, a me non piace. Non ci vedo molto di attraente. Anche qui sembra di risentire il riff di New Born.
8. I belong to you/Mon coeur s'ouvre a toi. Questa canzone mi è così insignificante che trovo difficile anche descriverla. Ripetitiva. Solito riff di piano, solita melodia. Poi si apre in una specie di canzonetta francese in stile II Guerra Mondiale. Continua com'era iniziata, con l'aggiunta di un'orchestra (veramente io sento solo qualche arco). Si aggiunge, verso la fine, anche un sax. Macché, quest'atmosfera pseudo-jazz e pseudo-lounge non m'attira proprio. Insignificante, a mio avviso. Il brano peggiore. La parte migliore sapete qual è? La fine: una liberazione.
9. Exogenesis: Symphony pt 1: Overture. È un pezzo orchestrale, in teoria. L'idea "originale" dovrebbe basarsi sull'accostamento orchestra-sintetizzatore e strumentazione rock. Premettiamo: non è un'idea originale. E l'accostamento non è neanche così strabiliante. È un ottimo pezzo, uno dei migliori dell'album. Sopravvalutato dai più, però.
Non si può descrivere un brano orchestrato. Almeno, io non sono in grado. Vi basti sapere che dopo un inizio strumentale arriva la voce acuta di Bellamy, che non pecca di una virgola, e si inserisce a meraviglia nel complesso. Poi subentra l'anima rock. Un'anima pacata, in realtà. Si passa quindi alla seconda parte.
10. Exogenesis: Symphony pt 2: Cross-Pollination. Si tratta di uno sviluppo dell'introduzione al piano, che apre il brano. Da ascoltare, sì. Ma non si impone, come traccia. E non fa la differenza. Si dimentica in fretta.
11. Exogenesis: Symphony pt 3: Redemption. Il brano si apre con una melodia al piano, un arpeggio tenue in Sol (che assomiglia al Notturno di Chopin, ecco). Poi arrivano gli archi. E si inseriscono in questa melodia sommessa, tranquilla, riflessiva. Ha picchi struggenti, altri di ripresa. A metà entra la batteria e comincia così la parte "rock", in realtà molto leggera. Questa parte dominata del tutto - oltre che dall'orchestra - dalla voce di Bellamy.
Questo è il miglior brano dell'album. Non ho alcun dubbio a riguardo. Da ascoltare e godere.

Un pensiero generale riguardo a tutto l'album.
No, non c'è nessun brano che spicchi in maniera definitiva - eccettuato Redemption. Ricordo la prima volta che ascoltai New Born. Continuai ad ascoltarla più e più volte. È uno di quegli arpeggi che ti catturano appena li senti per la prima volta. Come quello in Fa di Stairway to heaven dei Led Zeppelin. C'è qualcosa, in quell'arpeggio, una specie di arpeggio stregato: chi lo sente per la prima volta pensa due cose: "è bellissimo", e "mi suona familiare..."
Personalmente, di quest'album ascolto spesso Undisclosed desires, United States of Eurasia, Resistance, e Uprising no perché mi capita sempre di ascoltarla in macchina alla radio - mi verrà la nausea, ci scometto! Infine Exogenesis.
Una cosa è certa. Come molte canzoni... come molte canzoni dei Muse, anche... ci rendiamo conto solo dopo, di quanto ci piace questo o quel brano. Quindi, sarebbe saggio ascoltare e riascoltare più volte questo album, prima di poter esprimere un parere definitivo.
Un album da buttare? Un album fallimentare? Cazzate. Non è all'altezza degli album precedenti? Macché. Di Showbiz a me piace solo Unintended e, vagamente, Muscle Museum. Quindi, facendo il calcolo, sono più le canzoni del nuovo album, a piacermi, rispetto a quello d'esordio - tanto apprezzato da taluni.
Giudizio? Positivo. Si poteva fare di meglio, sì, ma non è per nulla deludente.
Vedremo cosa accadrà in futuro.

Per sentire le altre campane:
Recensione positiva: Lupin4th.blogspot.com
Recensione negativa: soundsblog.it