lunedì 31 ottobre 2016

Bad Trip, il mini spin-off di Blestemat

 Ai nuovi lettori, che non hanno ancora letto Blestemat: grazie per la chance che date al racconto, spero vi piaccia. La vicenda di Marco qui narrata ha un background che si trova nella parte iniziale di Blestemat, ma ho cercato di rendere il racconto quanto più indipendente possibile, o comunque godibile come one shot. Se vi piacerà l’ambientazione e i personaggi, allora potrebbe piacervi anche il romanzo, che chiarisce un po’ di più cosa succede nel mondo slavo del sud Italia, una dura e oscura realtà troppo a lungo trascurata (ed è tutto completamente vero, ovviamente!).
Ai lettori di Blestemat: mi auguro che questo racconto vi faccia rivivere un po’ di quell’atmosfera che ho cercato di infondere nella novella. È passato più di un anno dalla sua pubblicazione, e diversi lettori mi hanno scritto che avrebbe gradito un seguito. Questo è il miglior compromesso che abbia potuto trovare, al momento.
Grazie a Marco per aver curato anche quest’opera, sebbene non fosse tenuto a farlo. E come al solito, la sua cura per ogni cosa è maniacale. Sappiate che buona parte del tempo investito in questo racconto è stato sottratto anche al suo tempo libero.
Bad Trip è inteso come un divertissement di Halloween. Mantiene più o meno lo stesso registro di Blestemat, i toni sono un po’ più leggeri, e dovendosi sviluppare in un range di parole ristretto (poco meno di cinquemila), non poteva che essere una breve serie di scene concitate.
 Questo è il mio omaggio per una festa che, al di là delle sue origini o del suo significato, rappresenta per il mondo della fiction un’ottima fonte di ispirazione, un’occasione per poter dare un po’ di spazio a quelle storie assurde e soprannaturali che non sempre riescono a emergere tra gli altri generi di tendenza nelle principali classifiche, come i gialli o i rosa, ma che traggono dalla giornata di Halloween tutta la necessaria magia per poter, anche solo per un giorno, essere accolti con entusiasmo, stupire e incantare.
Buona lettura!

ePub: http://bit.ly/2eKf2Jk
Kindle: http://bit.ly/2ecCCxH

Per chi vuole leggere invece Blestemat:
Amazon (Kindle): https://www.amazon.it/dp/B014GAXPD8/
StreetLib (ePub e Kindle): https://stores.streetlib.com/it/federico-russo/blestemat

mercoledì 14 settembre 2016

Un anno di Blestemat, un anno come autore di Vaporteppa

È passato un anno (e qualche giorno) da quando ho annunciato l'uscita di Blestemat.
Da allora sono successe diverse cose, che mi hanno distolto dal blog (a cui ormai sapevo di non poter prestare comunque molta attenzione).
Nell'arco di pochi mesi, il romanzo è andato abbastanza bene (molto bene, per essere una breve commedia-thriller fantasy meridionale coi rumeni e le bestemmie in salentino, per capirci), e a soddisfarmi sono state soprattutto le opinioni che ho letto, sia quelle pubblicate sui lit blog, sia le recensioni su Amazon, sia quelle che mi sono state mandate in privato. Il tempo impiegato dai lettori per leggere l'opera e scriverci addirittura un parere vale più di qualsiasi stellina assegnata sugli store.
Non esito a definirmi orgoglioso dei "miei lettori", perché ciascuno ha argomentato in maniera precisa diversi aspetti (sia punti forti che punti più deboli) su cui ho investito tempo ed energie: sapere che non sono passati inosservati mi ripaga del tempo speso.
Più di qualcuno mi ha contattato privatamente per parlare dell'opera, e questo mi ha fatto molto piacere. Più di qualcuno, inoltre,  è stato "ispirato", si è sentito motivato a scrivere, o a riprendere a scrivere, a studiare la tecnica.
Missione compiuta, insomma.
Vaporteppa ha una filosofia ben precisa, e il dialogo con i lettori ha dimostrato che il progetto funziona. La cura estrema verso il testo, verso la costruzione e lo sviluppo della storia, le scelte grammaticali ben ponderate, la linea editoriale ben definita verso un tipo di narrativa che pone come pilastri l'immersione nella storia e l'intrattenimento proprio della fiction così come dovrebbe essere: tutte queste caratteristiche hanno incontrato la mia visione (non solamente mia, semmai una visione comune) della narrativa, maturata negli anni, tra scrittura e lettura, e da lì tutto è stato naturale, proporre la storia e lavorarci su.
La cosa più importante che vorrei sottolineare è la questione puramente tecnica della scrittura. Sul sito di Vaporteppa c'è un esauriente articolo dedicato alla questione del talento, della contrapposizione tra "genialità innata" e "talento appreso".
A scrivere bene si impara, col tempo, e studiando. Chiunque segua il mio blog si ricorderà quanto spesso ne ho parlato, quanto mi sia cara la questione.
Una delle cose che più mi infastidiscono della letteratura mainstream è l'intoccabilità degli autori "famosi", quel sistema secondo cui se un autore è pubblicato e vende allora sicuramente è un genio. La paura di dire che il re è nudo. La paura di dire che l'opera vincitrice di quel premio Strega fa schifo. 
Vaporteppa va controcorrente, o per essere più raffinati, procede a cazzo duro: non cerca il caso editoriale, il best seller romantico scritto da un'adolescente cieca (magari scritto direttamente con lo smartphone). Non cerca l'occasione o lo scoop, non segue le mode.
Vaporteppa ha l'obiettivo di portare buona narrativa in Italia, punta sulla qualità, non sfrutta l'hype o la notorietà per vendere e deludere: per questo motivo seleziona gli autori più promettenti, e dopodiché, a seconda delle capacità, li addestra laddove serve. A qualcuno può sembrare presuntuoso, ma chi non ha mai vissuto il mondo della scrittura non ha idea di quello che accade, non ha idea che c'è gente che avrà scritto 50mila parole in tutta la sua vita e secondo cui scrivere di "gocce umide contro la finestra bagnata" è ok, gente convinta che basti l'ispirazione a produrre qualcosa di buono. Gente che spesso viene anche pubblicata dalle principali case editrici!
Così come c'è gente che ha studiato diversi manuali di scrittura, si è allenata su diversi stili e generi, che ha passato un sacco di tempo a scrivere e cestinare, e a continuare a studiare.
Ho passato gran parte della mia adolescenza a emulare scrittori famosi, a studiare manuali di scrittura, a leggere vagonate di fiction di tutti i tipi, a provare diversi stili.
Per questo motivo ammiro Vaporteppa e mi riconosco nella sua politica. Anche il lettore più navigato potrebbe non accorgersi di tutti gli espedienti stilistici utilizzati in Blestemat. L'azzeramento degli avverbi inutili in -mente, l'eliminazione dei gerundi temporali che non specificano, il vocabolario ridotto all'osso, l'Io sommerso, con la relativa eliminazione dei verbi di senso, la costante attenzione a mantenere i periodi quanto più brevi possibili e privi di parole inutili.
Per non parlare di tutto quello che riguarda la struttura della storia in tre atti, dell'arco di trasformazione del personaggio, della premise, del tema fondante, ecc., aspetti su cui ero carente.
L'obiettivo non è che il lettore se ne accorga (sebbene, come già detto, a qualcuno non sfugge, e ciò permette di intavolare una bella discussione sulla tecnica), ma che il ricorso a tutti questi espedienti faccia scomparire la realtà esterna e immerga completamente il lettore nella storia.
Grazie a chiunque abbia letto Blestemat, grazie a chiunque lo leggerà, e grazie di cuore a chi mi ha contattato o vorrà contattarmi per parlare di scrittura e dintorni.

lunedì 18 gennaio 2016

Impressioni | Carrellata letteraria autunnale 2015

Come si sarà notato dalla pubblicazione dell'ultimo post, non ho avuto tempo per scrivere né per leggere, causa impegni "professionali". Oltretutto è passato un sacco di tempo da quando ho letto i primi romanzi della carrellata (dopo un mese ho già dimenticato personaggi e trama, per capirci), per cui mi limiterò a impressioni generali e per nulla esaustive e, come sempre, non richieste.


Il pasticcere del re, di Anthony Capella
Per primo, di Capella, avevo letto Il profumo del caffè, che tutto sommato avevo trovato godibile.
Il pasticcere del re invece è al di sotto delle aspettative. L'evoluzione della storia e dei personaggi è blanda e nel complesso l'ho trovato un romanzetto insignificante. Inutili se non fastidiose le citazioni a inizio capitolo. Non hanno alcun senso, stanno lì solo per "abbellire", o meglio, per distrarre.


Nei luoghi oscuri, di Gillian Flynn
L'autrice è quella di Gone girl, che non ho letto, sebbene abbia visto il film. Da Dark places è stato anche tratto un film, che però a quanto pare non ha avuto granché successo.
A mio avviso, il problema principale della storia è la protagonista. Come in Norwegian Wood di Murakami, un protagonista depresso non funziona granché. Certo, in Dark places la protagonista fa qualcosa, più o meno, ma come fa notare un recensore di Goodreads, la chiamata all'azione è blanda e poco credibile, e alla fine il mistero finale gira tutto intorno a "chi ha fatto quello che è successo".

Alieni coprofagi dallo spazio profondo, di Marco Crescizz
Il parere su Alieni l'ho scritto su Amazon e ve lo copincollo perché sono pigro:
È innegabile che una storia simile non si vedrebbe tra gli scaffali delle librerie. Ed è un peccato, perché trovare Alieni coprofagi per esempio nella libreria di una stazione sarebbe perfetto per poter immergersi completamente e arrivare a destinazione senza aver percepito lo scorrere del tempo. Ed è proprio quello che ho fatto io (fortunatamente esistono gli eReader e gli store online). Alieni coprofagi supera la parodia del genere (di cui si parla approfonditamente nelle note a fine opera), si distingue sia per la bizzarria che per l'originalità. L'allucinazione di uno Schwarzenegger che in realtà funge anche da "spirito guida", coscienza morale, ecc. rappresenta un escamotage originale e divertente. Idem gli effetti lisergici delle feci umane. Unico piccolo difetto dell'opera: la sua brevità. Avrei preferito uno sviluppo un po' più lungo, magari con altri spunti bizzarri e ridicoli, ad ogni modo meglio breve che inutilmente prolisso. Bello anche il finale, che ho trovato soddisfacente (molte opere oggigiorno hanno dei fastidiosi pseudofinali aperti che non risolvono in alcun modo i conflitti o le domande poste dalla storia).

Anna, di Niccolò Ammaniti
Personalmente, non mi importa che Ammaniti abbia fatto ricorso a dei trope già abusati. È un autore che apprezzo e che mi è stato anche di ispirazione in passato. In Anna ha uno stile migliore rispetto ad altre opere, ma con i classici, evidenti limiti che si riscontrano nella stragrande maggioranza degli autori. E davanti a picchi di bruttezza stilistica, non posso non domandarmi se la parte buona è dovuta a un bravo editor o se l'altalenanza è tutta farina del sacco di Ammaniti.
Per esempio (sì, in questo caso ho salvato le annotazioni sul Kobo), in alcuni punti si assiste a picchi di oscenità che sembrano scritti da Baricco:
Come un organismo pluricellulare, la massa che bivaccava intorno all'hotel allungò le sue propaggini umane sui costoni della collina ...
Che mi ha ricordato i "fiumi carsici" che si riversano in cucina o quello che era. O:
Negli ultimi quattro anni di vita Anna aveva sofferto e superato dolori immensi, folgoranti come l'esplosione di un deposito di metano e che le stagnavano ancora nel cuore. [bla bla bla] nemmeno per un secondo l'idea di farla finita l'aveva sfiorata, perché avvertiva che la vita è più forte di tutto. La vita non ci appartiene, ci attraversa.
Folgoranti come... come... come 'na catapulta! La frasona finale poi è un monumento di zucchero filato e miele: viene fuori dal nulla, è ancora più scollata dalla storia di quanto già non faccia la digressione infodumposa, e fa ridere perché ammicca al pubblico di ragazze adolescenti che tempestivamente, come reazione, mettono su una tazza di tè o caffè da posizionare accanto al libro, mano in mezzo alle pagine per tenerlo aperto e al contempo esporre la nail art, e via ad instagrammare il tutto con un filtro vintage e la tag line del romanzo in descrizione.
Altri dettagli che ricordo: i ragazzini più grandi, cioè vicini ai 14 anni, si comportano in maniera troppo infantile, soprattutto considerando che sono dei ragazzini "del futuro". Già conosciamo la generazione 2000, figuriamoci i prossimi.
Ultima nota: il finale è terribile.

Il Grande Strappo, di Giuseppe Menconi
Volendo fare un confronto, ho preferito Il Grande Strappo ad Abaddon.
Se Abaddon mi è sembrato più "sbilanciato" sul versante horror, nel Grande strappo c'è una giusta quantità di sci-fi, azione, sviluppo di trama ed evoluzione dei personaggi.
Non ho molto da aggiungere a quanto è già stato detto (e sicuramente è stato fatto meglio rispetto a quanto potrei fare io), per esempio da AleK.
Una cosa è certa: nel Grande Strappo la forza dell'amore non basta a risolvere i problemi, come in Interstellar. Anzi. L'ansia per la fine del mondo, l'angoscia di rimanere tagliati fuori dall'esistenza, l'istinto di sopravvivenza che non guarda in faccia a nessuno e costringe ad atti terribili. Il romanzo è tutto questo, ben incastrato in una cornice fantascientifica indispensabile per la trama e che allo stesso tempo non prende il sopravvento, ma accompagna lo sviluppo degli eventi in maniera armonica.

martedì 25 agosto 2015

Blestemat, il mio romanzo breve

vampiri strigoi rumeni maledizioni puglia fiction novella short vaporteppaSorpresa!
Ve l'avevo accennato che stavo scrivendo, ed ecco il risultato. In effetti, questa è una delle ragioni per cui ho trascurato un po' il blog.
Chi mi segue da anni avrà letto una vecchissima versione (cortissima, era un raccontino breve di mille parole) scritta secoli fa.
Nella postfazione c'è qualche informazione di più a riguardo.
Per farla breve: me ne esco a inizio anno con la storia "finita", di circa 25mila parole. Soddisfatto, la faccio leggere al Duca che mi dà una spinta (le sue spinte sono calci in culo, ovviamente) per migliorarla, e ne escono oltre 10mila parole in più, una struttura migliore e sviluppi più soddisfacenti.
Sono molto contento del risultato finale.
Vi riporto la quarta di copertina:

Alessandro vive a casa coi genitori, non ha un lavoro e la sua ragazza gli fa le corna. La sola prospettiva nella sua vita è di laurearsi fuori corso in Filosofia e finire a fare il cassiere al supermercato. Ma potrebbe andare peggio: quando insieme a un amico incontra in un casolare abbandonato due belle rumene conosciute su Facebook, la sua vita di merda ha una svolta inaspettata.
In fuga nelle campagne pugliesi, tra ulivi e masserie, Alessandro affronta streghe in grado di portare sfiga con la sola forza di volontà e finisce nel mezzo del mondo nascosto del sovrannaturale slavo. Armato del proprio umorismo nero per sdrammatizzare i disastri e con l’aiuto di un giovane macellaio rumeno dall’italiano non proprio impeccabile, Alessandro dovrà aprirsi la strada verso la salvezza a colpi di ferro da cantiere appuntito e bottiglia rotta.
Qui il link per reperirlo, sia in ePub che formato Kindle: https://store.streetlib.com/en/federico-russo/blestemat/
Blestemat è una commedia nera con elementi fantastici: in realtà il romanzo si evolve in maniera naturale e gli aspetti comici non sminuiscono gli sviluppi o la natura stessa della storia, semmai l'arricchiscono, per cui si può considerare tanto commedia quanto thriller con elementi sovrannaturali (infatti la categoria su Streetlib è "Mistero e investigativo", non è una storia fantastica in stile Harry Potter o Game of thrones, per capirci).
Spero che vi piaccia. Credo che chi mi segue da anni avrà una bella sorpresa e potrà godersi alcune ore intense di lettura appassionata, visto che rispetto alle ultime storie pubblicate qui sul blog, anni e anni fa, nel tempo ho maturato una tecnica migliore, complice il sadismo pedagogico del Duca che, dal 2007, mi ha reso la persona che sono (cioè peggiore).
Blestemat si legge in poche ore e, stando alle comunicazioni personali dei lettori, è una storia che prende e ti induce a finirla senza fare pause. E se qualcun altro mi conferma che questa storia gli ha sottratto qualche ora di sonno pur di finirla subito, mi renderà la persona più felice del mondo.
Considerando che, dall'apertura del blog, Blestemat è di fatto la prima opera che pubblico con una casa editrice, direi che si può considerare un bel traguardo, un evento importante per la storia del blog.
Infatti, oltre alla violenza educativa del Duca, e al contributo fondamentale dei post sui Gamberi e dei commenti sul mio blog di Gamberetta (che col suo spirito critico e la sua razionalità ci ha risvegliati circa aspetti della narrativa che molti ignoravano o simulavano di non conoscere), devo molto a tutti coloro che in questi anni hanno letto non solo i miei deliri sconclusionati sul blog (soprattutto quelli dell'adolescenza), ma anche le storie che ho pubblicato. Grazie per il vostro tempo e per le opinioni che mi avete dato. I vostri nomi, i vostri commenti, sono tutti qui, a testimonianza di un cammino di crescita in cui avete avuto un ruolo centrale. Grazie!

P.S. Sembra una lettera di addio. No, il blog non chiude. È in piedi da 7 anni, e finché posso ammorbarvi con qualche cavolata, lo farò.

venerdì 26 giugno 2015

Impressioni | Carrellata letteraria primaverile 2015

Ormai vado avanti a carrellate stagionali. Per giunta, quando leggo un romanzo, dopo un mese in pratica ho già dimenticato tutto, mi rimane solo il grosso delle impressioni. Questa volta sono andato ancora più a rilento, con la lettura, causa mille impegni, non ultimo la scrittura (che è stata molto proficua).
Ho omesso giusto qualche opera che non vale la pena citare o non è pertinente.

abaddon giuseppe menconi vaporteppa fantascienza horrorAbaddon, di Giuseppe Menconi.
L'aspetto positivo delle opere di Vaporteppa è che quando voglio parlarne posso sorvolare sullo stile che, grazie al training (recente e pregresso) degli autori e soprattutto all'editing (cosa inesistente nella maggior parte delle opere), è sempre buono (fatta naturalmente eccezione per le opere straniere, tradotte così come sono, e fatta eccezione per opere come Lo specchio di Atlante di Bernardo Cicchetti, che nonostante l'editing per Vaporteppa, è stato pubblicato con lo stile originale, un po' "fiabesco" e non proprio perfetto ma comunque buono - ma è un caso a parte, e i punti forti di quell'opera sono molti altri).
Non voglio soffermarmi molto sulla storia. Ammetto che durante la lettura ho avuto l'impressione di rivivere l'atmosfera sci-fi/horror di Deep Space, e la nota finale dell'autore ha confermato che era proprio quello che voleva trasmettere, per cui missione compiuta alla grande. Ho apprezzato molto il realismo tecnologico, come i laser che prosicugano in fretta la batteria (cosa che in molti sci-fi si ignora). È un'ottima storia, il finale confesso che mi ha spiazzato. L'unica nota negativa, a mio parere, era l'eccessiva azione, che dopo un po' ho percepito come ripetitiva.

Il profumo del caffè (The various flavours of coffee), di Anthony Capellla.
Tralasciando il titolo reinventato (e la copertina italiana terribile che non mi sento di inserire), devo ammettere che non mi è dispiaciuto. Lo stile è a tratti buono e a tratti lascia a desiderare, ma di per sé nello sviluppo della storia si possono individuare i tre atti e la trasformazione del personaggio, con qualche plot twist qui e là e un finale più o meno prevedibile. È stata una lettura abbastanza buona, un po' d'amore, un po' dramma, un po' avventura. Il tutto ambientato nell'800.

Rivelazione, di Alastair Reynolds.
Ero in vena di sci-fi e la sinossi di Revelation space mi sembrava accattivante.
Riassumo in due principali aspetti.
Aspetto negativo: lo stile è molto ingenuo, il narratore fa infodump, sia gli spiegoni scientifici, sia quelli inerenti il background e le intenzioni dei personaggi. Non è in grado di progettare una scena senza inciampare in brutte scorciatoie narrative.
Aspetto positivo: il background, le idee, più o meno anche la storia in sé.
Il problema in questi casi è che il lettore appassionato di fantascienza può bypassare lo stile, può non rendersi conto di come le informazioni, invece che narrate, vengano sbattute in faccia, e può non rendersi conto che l'autore lo stia trattando da idiota (o, come ritengo più realistico, che l'autore sia in difficoltà e ricorra a stratagemmi rozzi e inefficaci per veicolare la storia). Finché il lettore sarà più interessato agli aspetti tecnologici o sociali della storia piuttosto che alla trama in sé, la missione narrativa è compiuta.
Ma è superfluo dire che se hai delle idee tecnologiche/sociali interessanti, e si inseriscono molto bene in una trama col what if come motore, perché perdere la possibilità di narrare una buona storia? Eppure accade, e la maggior parte dei romanzi sci-fi ha questo "sbilanciamento" tra idee e narrazione.

fantascienza cauldron fornace di stelle uraniaCauldron, fornace di stelle, di Jack McDevitt
Lo stile è scarsino, la storia ci mette un po' a ingranare e alla fine non conduce chissà dove, l'evoluzione dei personaggi è rugginosa se non proprio assente. È una specie di avventura nello spazio, in un'ambientazione meno tecnologica di Rivelazione, con qualche idea tutto sommato interessante ma nulla di che. Non è un'opera che valga la pena leggere, non ha granché da offrire rispetto ad altri titoli. Le idee tecnologiche sono solo un plot device, quindi niente nerdgasm di alcun tipo, visto che non vengono spiegate né si intuisce come funzionino.
Nel dubbio, meglio non leggerlo.

venerdì 6 marzo 2015

Impressioni | Carrellata letteraria invernale 2015

Una bella carrellata per inaugurare la fine dell'inverno (sì, l'inverno è finito, lo dice la mia allergia). Per chi si è appena sintonizzato: nelle "carrellate" ficco i pareri su opere per cui non potrei impiegare un post intero, del tipo che non saprei che dire, o che non mi sembrano tanto importanti da scriverci un post a sé. È stata necessaria, questa precisazione? Probabilmente no, andiamo avanti.
È una carrellata piuttosto magra: da  dicembre a inizi marzo ho avuto molti impegni, ne ho tuttora, in realtà (Estiqaatsi), e a questi impegni si è aggiunta la scrittura; ho scritto una novella di 25mila parole e ne ho in corso un'altra, tuttavia verso ciò che scrivo ho sempre un atteggiamento ambivalente, o meglio, bipolare, o meglio, maniaco-depressivo (at first I was like: è il romanzo del secolo sì sì sicuro guarda sono un genio vedi come fioccheranno proposte da editori di tutto il mondo ne faranno un film a Hollywod da milioni di dollari di budget DiCaprio finalmente vincerà l'oscar... but then I was like: che schifo è tremendo ma a chi vuoi che interessi ma com'è che mi vengono in mente 'ste storie di merda cioè dai ok basta la smetto di scrivere tanto è tempo sprecato voglio dire è una roba che facevo da adolescente mobbasta bisogna crescere dovrei darmi tipo al collezionismo dopotutto i francobolli mi hanno sempre interessato...)

Detto ciò, passiamo alle opere.

One more thing, di B. J. Novak.
Non so come dirlo in maniera delicata, per cui non lo farò. Non fa ridere. Forse se trasformati in sceneggiature e recitati come si deve, i raccontini sarebbero degli sketch divertenti.

Correre, di Andrea Santucci, alias Ewan.
Non voglio dire che raramente leggo autopubblicati, perché non sarebbe vero, ma è vero che le opere di molti autopubblicati non sono granché (a dirla tutta, se si facesse una statistica, sono sicuro che non ci sarebbero differenze tra qualità di autopubblicati e pubblicati da editori: ho sempre difficoltà a trovare romanzi decenti da leggere chiudendo un solo occhio invece che dieci, per dire). Visto che non siamo su Goodreads, posso dare una mia personale valutazione qualitativa, senza stelline.
Correre è un racconto, non so di quante parole, secondo Amazon sono 40 pagine, strutturato su due piani temporali, un tempo "attuale" e i flashback. I flashback alla gente piacciono. In Correre, che narra in pratica di un ragazzo che (spoiler...?) deve fuggire da un pazzoide omicida in seguito a un incidente d'auto, i flashback danno sì spessore al personaggio, ma spezzano la continuità della linea temporale principale, su cui si costruisce in pratica tutto il climax (il climax è cosa buona, spezzarlo è cosa cattiva, un po' come se suonasse il campanello o squillasse il cellulare durante un amplesso). Lo stile è abbastanza buono, ma migliorabile. La tendenza all'infodump c'è, non è molestissima, ma comunque è presente, e risulta l'unica via di comunicazione di informazioni sul background. (Spoiler) Vista la brevità dell'opera, avrei dato più importanza allo sviluppo della fuga, piuttosto che all' "ispessimento" del personaggio o alla creazione di un conflitto passato (la gravidanza, la relazione) che comunque non trova risoluzione nel presente e, di conseguenza, neanche ragion d'essere.
L'influenza di King nello stile potrei averla percepita, o forse è solo una mia impressione, ad ogni modo la prosa di Correre a mio avviso prenderebbe il meglio di King, e non, grazie a dio, la sua prolissità totalmente inutile.

Eroi dei due mondi, di Davide Mana.
Ammetto di aver gradito un po' l'ambientazione, più che le idee (Garibaldi su Marte). Lo stile a tratti è più o meno sopportabile, a tratti è terribile. L'infodump è il male minore. Nella migliore delle ipotesi lo stile è confuso e oscuro, nella peggiore sembra essere volutamente trash. Risulta del tutto impossibile creare nella propria mente un'immagine di ciò che viene narrato:
Strani animali simili ad ippopotami si abbandonavano ad atti incomprensibili con lucertole dalle gambe corte
 ...pavimento coperto di un fitto materasso di muffa e di detriti di genere innominabile, che lungo le pareti formavano cumuli dall'aria inquietante.

Collasso, di Jared Diamond.
Diamond è famoso per il saggio Armi, acciaio e malattie (del 1997), quindi chi lo ha già conosciuto per la sua opera principale, non potrà che apprezzare Collasso, come le società scelgono di morire o vivere. Di fatto, ciò che viene spiegato in Armi viene ripreso in Collasso e ripetuto diverse volte, ma applicato alle diverse società, di conseguenza concetti prevalentemente archeologici e antropologici (come l'analisi dei rifiuti, da cui si capisce cosa mangiavano e quindi su cosa si basava la dieta di quel popolo e il tipo di agricoltura praticata) diventano molto interessanti anche dal punto di vista storico (per esempio, i coloni vichinghi groenlandesi e la loro identità culturale rigida li porta a morire perché non adeguatisi all'ambiente nuovo e ostile, e perché più propensi ad uccidere gli inuit invece che apprendere le loro abitudini adattive).

L'abisso di Maracot, di Arthur Conan Doyle.
Provocazione: nonostante tutto, nonostante per esempio l'idea di fondo del romanzo, probabilmente già scontata all'epoca (1927), Conan Doyle è comunque mille anni avanti rispetto agli autori contemporanei. Per dirne una, sfrutta la prima persona, che già è una buona scelta per filtrare gli eventi della storia. Ricorre anche a forme diaristiche o epistolari senza abusarne, altra cosa buona. Sa sfruttare conoscenze scientifiche (dell'epoca) per costruire scene interessanti. E le sue storie in generale sono abbastanza brevi, godibili volendo anche in una sola sessione di lettura.
Con ciò non voglio osannarlo, perché sotto molti aspetti le sue storie fanno acqua (per esempio, la superflua aggiunta della divinità malvagia verso la fine di L'abisso di Maracot, che si colloca dopo la fine della storia, e non vi aggiunge nulla, al punto che il narratore adduce spiegazioni sul perché ha omesso questi particolari nella narrazione per relegarli solo alla fine); ciononostante, Conan Doyle è ancora attuale e più leggibile della maggior parte di autori odierni.

I guardiani di Faerie, di Terry Brooks. Non leggevo Terry Brooks da quando ero adolescente o anche prima, da quando facevo le medie. Ero curioso per questa nuova trilogia. Curioso, eh, non esaltato. Ho leggiucchiato il primo capitolo.
Una schifezza incredibile. Non è giustificabile il successo di Brooks di venti-trent'anni fa, ma diciamo comunque che è comprensibile: dalla metà degli anni '80 in poi, fantasy,  giochi di ruolo, la nascita dei primi videogiochi. Ma non è tollerabile vedere pubblicate cose simili oggigiorno, ed è ancora più ridicolo pensare che a qualcuno possano anche piacere! Non voglio dire che il fantasy medievaleggiante sia una merda totale perchéssì, ma ammettiamolo: chi di noi ha letto oltre dieci anni fa A song of ice and fire, ora universalmente noto con Game of thrones per la serie tv, vedeva in Martin una "innovazione" verso il fantasy epico, cavalleresco e fiabesco di Tolkien e surrogati. Un riciclo del fantasy più noto. La saga di Geralt di Rivia, meglio noto come The Witcher ha cercato di riciclare questa tendenza (un riciclo di un riciclo, quindi). Ma diciamocelo: persino Game of thrones non ha più nulla da offrire, potremmo considerarla l'opera che segna la fine dell'era del trend del fantasy medievaleggiante.
Terry Brooks è meno di tutto ciò, meno dei "ricicli". È una regressione ingiustificata, incomprensibile.
Un po' come voler usare il dos per scrivere... Oh, wait.

venerdì 30 gennaio 2015

Impressioni | Numero zero, di Umberto Eco

umberto eco numero zero thriller giallo mondadori bompiani"Chi me lo fa fare?" è la domanda che credo si ponga ogni blogger che non ha annunci pubblicitari né altre forme di guadagno sul proprio blog.
È quello che mi chiedo anche io. Coi mille impegni "seri", c'è sempre la preoccupazione di aggiornare il blog in maniera più o meno costante, con qualcosa di più o meno interessante, il tutto senza alcun ritorno. Ed è a questo punto che penso: "Mah, magari le novità possono interessare, tanto vale leggere roba mainstream e buttare giù due righe di ciò che ne penso, alla stregua dell'opinione del fruttivendolo¹ sotto casa la mattina quando vai a fare la spesa e parli di politica e attualità il tempo necessario per imbustare la roba e fare lo scontrino e andartene".
Sappiate che è un sacrificio: sono indietro coi libri che mi interessano davvero.

Piccolo colloquio scolastico su Umberto Eco.
Il ragazzo è intelligente, ma non si applica. Lasciamo perdere Il nome della rosa, (che è comunque un giallo migliore di Numero zero) pensiamo al Pendolo di Foucault. Sono passati dieci anni da quando lo lessi (e avevo 15 anni), non ricordo più una cippa, a parte una cosa: il narratore ogni tanto mutava registro linguistico, e questo mi fece pensare che Eco saprebbe scrivere narrativa meglio di come fa, ma non vuole farlo.
Detto ciò, veniamo a Numero zero.
(Attenzione, piccoli SPOILER e anticipazioni) Un tale viene assunto per lavorare nella redazione di un giornale fittizio, dal fine politico-economico, per scrivere articoli finti, scritti a posteriori, che simulino una specie di "preveggenza" rispetto a importanti eventi politici, e che facciano pensare a pericolose conoscenze riguardo a interessi privati di persone potenti, al solo scopo di ricevere pagamenti affinché il giornale non venga pubblicato. Qualcosa del genere.
Per me è no.
Al di là dello stile, la storia non è un giallo, in realtà non esiste alcuna storia. Ci sono le premesse, ma non si sviluppa niente.
Lo schema narrativo è il seguente (se avete intenzione di leggere il romanzo, non leggete quanto segue, ci sono spoiler, oppure leggete e risparmiate tempo e soldi): Primo capitolo: il protagonista è in pericolo, qualcuno potrebbe volerlo morto perché "sa troppo" / Resto del romanzo: Flashback fino alla fine, background del protagonista, cenni di come viene messa su la redazione del giornale fittizio, storiella d'amore con un altro personaggio, lunghe digressioni sparse su argomenti totalmente inutili / Fine della storia: non succede niente, si fa capire che in realtà nessuno è in pericolo, e il protagonista può continuare a vivere la sua storia d'amore con l'altro personaggio, senza mettere in atto alcuno sforzo per opporsi a un pericolo che viene liquidato in poche righe di dialogo come un non-pericolo.
Alla mancanza di un "motivo di esistere" della storia si aggiunge la lacuna più grande di Umberto Eco, il feticismo per le digressioni informative che vanno oltre l'infodump (per esempio, a un tratto ci sono pagine e pagine di muri di testo riguardanti agli ordini cavallareschi e alla relativa storia, dai Cavalieri di Malta a mille altri di cui a nessuno frega niente e che non hanno il minimo scopo per la storia). Oltre a questo, a Eco piace fare elenchi e giochi intellettuali: i personaggi stanno proponendo una rubrica umoristica per il giornale, rubrica che non verrà fatta, ma Eco si diverte a far proporre a ogni personaggio una manciata di battute "divertenti" per giunta troppo sottili ed elaborate per poter essere verosimilmente inventate sul momento, e quando, dopo una pagina intera, sembra finita, ecco che dice:
Ormai la gara non si poteva più arrestare e Fresia era di uovo intervenuta:
E giù con un'altra pagina di battute. Non era divertente dopo le prime due righe, cosa gli ha fatto pensare che lo sarebbe stato dopo due pagine?
Un esempio di feticismo per gli elenchi: il protagonista dimostra come cambiare retoricamente il senso delle affermazioni di cronaca per arrivare in maniera più efficace alle persone (grassetto mio):
"Il lettore capisce quello che sta succedendo solo se si dice siamo a un muro contro muro, il governo annuncia lagrime e sangue, la strada è tutta in salita, il Quirinale è pronto alla guerra, Craxi spara alzo zero, il tempo stringe, non va demonizzato, non c'è spazio per i mal di pancia, siamo con l'acqua alla gola, ovvero siamo nell'occhio del ciclone ..."
[breve discussione]
"Su vada avanti, Colonna."
"Bene," avevo ripreso, "concludo col mio elenco: occorre salvare capra e cavoli, la stanza dei bottoni ..."
E via discorrendo.
Conclusioni.
Come giallo è deludente, o meglio, non è un giallo, quindi lo sconsiglio a chi è un appassionato del genere. È deludente anche come storia in senso lato: non c'è alcun elemento che ne giustifichi la narrazione. Niente "intrighi", niente stratagemmi narrativi mind-fucking, niente di interessante persino nella tesi del complotto col sosia di Mussolini, tutto fila liscio regolare. Più che un romanzo, è un insieme di fatterelli da enciclopedia, digressioni storiche speculative/fantasiose, il tutto mascherato da "romanzo".
Almeno ne Il nome della rosa c'erano gli omicidi e il plot twist su assassino e modalità di uccisione, che sicuramente non giustificava i pipponi teologici ecc., ma almeno c'era.
Se dovessero fare un film da Numero zero, per stendere la sceneggiatura butterebbero via il 90% dell'opera e manterrebbero solamente il casus belli del giornale fittizio. Dubito persino che manterrebbero i personaggi, che, ho dimenticato di dirvelo, non hanno uno sputo di caratterizzazione, a partire dalla ragazza, che addirittura viene definita più o meno "autistica" ed è il massimo della "complessità" che riesce a raggiungere il romanzo.

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¹ Corporazione dei Fruttivendoli, non fatemi causa, è una battuta. Ho preferito "fruttivendolo" a "macellaio" perché, beh, non si sa mai, quelli maneggiano strumenti affilati.

venerdì 16 gennaio 2015

Impressioni & considerazioni | Un'impresa da eroi, di Morgan Rice + fantatrash e social network

morgan rice amazon quest of heroes impresa da eroi fantasy trashNell'ultimo post abbiamo parlato (ok, io ho parlato, poi nei commenti ne abbiamo discusso) dei lit-blog prezzolati, cioè di gente che parla bene di certi romanzi solo per accattivarsi la simpatia di case editrici e farsi inviare romanzi gratuitamente.
Poi si è parlato anche di valutazioni sui social, di troppe stelline per opere che non ne valgono neanche una, con un interessante approfondimento di Tapiro e la sua esperienza personale.
Questo romanzo è uno di casi suddetti.
Il fantatrash non è una novità, né lo sono le valutazioni pompate sui social. Già secoli fa, before it was coolZweilaywer aveva dimostrato gli intrallazzi che avvenivano su Anobii, ovvero valutazioni positive effettuate presumibilmente da case editrici o relative scimmie ammaestrate che si avvalevano di account fake (addirittura corredate da recensioni che simulavano veramente un'identità autentica dietro quei nick) per aumentare la valutazione media di un'opera, e far credere che fosse un bestseller o giù di lì.

Ho scoperto Morgan Rice (ammesso che sia una persona vera e non un software che genera frasi sensate secondo un pattern prestabilito - true story, Turing sarebbe contento di dove siamo arrivati) su Amazon e Goodreads. Come ho già detto un fantastiglione di volte, io ho un serio problema psichico, cioè mi piace il Fantasy, e non me ne spiego il perché. Vorrei tanto leggere una saga fantasy ignorante, alla Dragonlance, stereotipata, stilata col manuale di D&D accanto; a patto che sia scritta sufficientemente bene da un punto di vista stilistico, e che trasmetta un minimo di sense of wonder. Mi illudo di poterla trovare, ma ogni opera che provo è un prevedibile fail, ogni Fantasy è peggiore dell'altro. Il binomio Fantasy - Schifezza colossale sembra impossibile da spezzare. Le eccezioni sono rarissime o comunque è possibile trovare "il meno peggio", come Martin o Abercrombie, che comunque non eccellono quanto a stile. Non parlo di Fantasy in senso lato, parlo di Fantasy nel senso più gretto e abominevole che trova parte del suo significato nel nome "Heroic Fantasy", cioè banalissimi razze e classi che vedono gente e fanno cose in un'ambientazione inventata. Tipo Morrowind Oblivion Skyrim o l'ultimo Elder Scrolls a cui siamo arrivati, per avere un'idea.

Due parole sull'autrice di questo romanzo. Viene spacciata per:
(...) the #1 bestselling author of THE VAMPIRE JOURNALS, a young adult series comprising eleven books (and counting); the #1 bestselling series THE SURVIVAL TRILOGY, a post-apocalyptic thriller comprising two books (and counting); and the #1 bestselling epic fantasy series THE SORCERER’S RING, comprising thirteen books (and counting). Morgan Rice is a USA Today Bestselling author.
(citazione dal suo sito) Va da sé che questa persona probabilmente non esiste, e se esiste non vuole far sapere chi sia veramente, dove vive, che faccia abbia: è comprensibile, anche io mi vergognerei a pubblicare Fantasy (Fantasy come questo, soprattutto) col mio vero nome, preferirei anzi scrivere letteratura erotica senza pseudonimo, piuttosto che scrivere "una saga fantasy di grande successo". Oltretutto il suo nick (perché mi rifiuto di credere che sia il suo vero nome) ricorda Anne Rice, tra gli autori di punta della moderna letteratura gotica e di vampiri (fun fact: Ann Rice è anche autrice di romanzi erotici), e Morgan Rice millanta di essere #1 bestselling author di The vampire journals. Coincidenza? Io non credo #adamkadmon #gomblotto #vampiri.

Due parole sul romanzo, perché di più davvero sarebbero sprecate.
Fa schifo. Fa così schifo che non meriterebbe nemmeno il tempo necessario per un paio di righe.
L'ebook è pieno di refusi. Lo stile è terribile. I dialoghi sono ridicoli. La trama è inesistente. I cliché si sprecano.
Neanche impegnandomi riuscirei a scrivere così male.
Ho annotato, durante la lettura, una ventina di citazioni da usare qui a titolo di esempio, ma il romanzo è così insulso che questo stesso post non avrebbe motivo di esistere, se non fosse per le considerazioni aggiuntive a quest'esperienza di lettura.
Questo romanzo, A quest of heroes, in italiano Un'impresa da eroi, è il primo di una saga, dicevamo. Apro e chiudo parentesi: A quest of heroes. In una classifica di cliché fantasy potrebbe essere al 2° posto, dove al 1° troviamo Dungeons and Dragons. Ricorda persino quel gioco da tavolo, di "ruolo", anni '80-'90, Heroquest. Chiudo parentesi.
La saga si chiama The sorcerer's Ring (dont' ask). Finora sono stati scritti 17 volumi, dio solo sa come. E proprio a questo riguardo, è interessante addentrarsi nella palude mefitica in cui Zwei ha avuto il coraggio di sguazzare a naso tappato già anni fa.
La valutazione di questo romanzo, primo della saga, su Goodreads, è di 3,43/5, con 6.407 ratings e 563 recensioni (ovvero: seimila e passa persone hanno cliccato sulla stellina corrispondente al voto, ma solo cinquecento e qualcosa hanno anche lasciato due parole o più a riguardo). Una buona via di mezzo che non fa presumere una schifezza di romanzo né un capolavoro. Eppure è evidente che il romanzo di per sé faccia schifo. E lo squilibrio tra votazioni e recensioni è evidente. Tra i recensori che hanno dato 1-2 stelle, ci sono quelli che dicono le cose come stanno, e ci vanno giù pure molto leggeri, a mio avviso:

This book was terrible! I was initially not going to be so mean in my review, but it did something at the end that was really unacceptable. I'll get to that in a bit. (...)
Nonostante la recensione, ha valutato 2/5.
Sentiamo David:
To be honest I am just so happy to see that the goodreads community is a much better judge of good writing than amazon. It's mind-boggling how many good reviews this and Rice's other books have received there. The fact that these reviews are better written than the books themselves should tell you all you need to know. I've asked myself quite a few times throughout this series if it's worth putting up with the horrendous writing to satisfy my curiosity of the plot lines. The answer is a resounding NO, but as I had already bought the series I felt compelled to. Throughout the books you see themes and even lines stolen from other fantasy writers and movies - Sword in the Stone, the Dark Knight, Spiderman, the Three Musketeers "We are one for all, and all for one" ... seriously?!
Voto: 1 stella (notare come questa recensione suggerisca la possibilità di un software generatore casuale di frasi, piuttosto che una persona in carne e ossa, verso la fine). Il grassetto è mio. Emblematico il fatto che l'utente non si spieghi l'alto numero di recensioni positive su Amazon. E soprattutto, tenete a mente il secondo grassetto: "... Ma avevo già comprato la serie è mi sono sentito costretto."
Un altro, Mark, per cui provo sincero dispiacere, come anche per David:
Dear God...I expected so much more from a coming of age warrior. I purchased the 3 book bundle.
Cioè pure questo qua ha addirittura comprato i romanzi. E continua, il povero Mark:
Weak. Read at your own peril. I'm going to keep reading the series till he at least becomes a warrior. 3 books in and he's still useless. Reminds me of Van from FF12. Never have a read a book with a character that angered me more - you want to be a great Knight and Warrior? Be a Man. Grow up. Thor doesn't deserve the name of the God of Thunder. How this series got published I will never know. Gives me hope that my own book will one day be published.
Ricordate quando nel post sui lit-blog prezzolati parlavo di dissonanza cognitiva? Ecco che si ripresenta.
David semplicemente si sente costretto, lo confessa subito.
Mark invece vede il bundle, tre titoli in offerta. Ci spende dei soldi perché conviene. Li legge tutti in un giorno, ne è delusissimo (una cavolo di stella, gli dà, una!!). Cosa fa? Cognitivamente, ha due opzioni:
1) ammettere di aver gettato il denaro nel cesso e aver tirato lo sciacquone;
2) sperare che l'investimento iniziale possa essere ricompensato, nei volumi successivi, da un'evoluzione della storia che possa soddisfarlo un minimo (quanto basta per dirsi: "ok, non è granché, però..."). In pratica, un comportamento (comprare il bundle di tre o più volumi) è dissonante con la cognizione (il romanzo è una merda), e porta a un cambiamento della cognizione (vabbè, magari dopo migliora, quando diventa guerriero). Ricordate? La volpe e l'uva? Quella è la dissonanza cognitiva. Bam! Scienza.


E via discorrendo, c'è una sfilza di 1/5. A parte i troll o semplicemente gli account fake che danno 4 o 5. C'è persino chi, a giudicare da quanto dice nella recensione, è un amante naïf del fantatrash e ritiene buone delle opere che di per sé sono terribili, e come se non bastasse dà 1 stella a questo romanzo. Della serie: sì, va bene, mi leggo lo schifo, ma a tutto c'è un limite.
Com'è possibile, allora, che la valutazione strida così tanto con le opinioni di maggioranza che vogliono questo romanzo come "terribile", se non peggio? Addirittura un'autrice famosa (non per me, non bazzico le robe vampiresche young adults), Allegra Skye, si espone con un blurb secondo cui Morgan Rice è al livello di Tolkien, Paolini (LOL), Rowling.
Ma la cosa che mi perplime di più è: come diavolo ricavi 17 dannati libri dopo un'esperienza disastrosa già col primo? Perché i volumi successivi non solo esistono, ma sembrano avere anche un seguito, oltre che valutazioni non indifferenti.
Con la (mia personale) premessa malvagia secondo cui non è assolutamente possibile che questa saga possa essere definita neanche lontanamente accettabile (ma proprio no, questa saga è uno scherzo, sarà un esperimento sociale o non so cosa), ho fatto due più due e ho pensato che all'aumento del numero dei volumi (inteso come romanzi della saga, non come unità di produzione), corrisponderebbe, viste le recensioni negative, una diminuzione dei lettori (cioè: il primo volume si può leggere col beneficio del dubbio, quindi lo leggono, per dire, in 100, poi in 50, poi in 20, cioè o lo si abbandona o, se uno vuole farsi male, continua col secondo, al massimo il terzo se uno ha comprato il bundle e si sente costretto, ma insomma: dato che fa schifo, è improbabile che una persona sana di mente continui a leggere gli altri volumi fino addirittura al 17°, per quanto brevi siano, a meno che uno non voglia farne delle recensioni for the lulz come hanno fatto in passato Zwei o Gamberetta o Knight & Princess.).
Mi sono quindi divertito a riportare su un diagramma cartesiano due variabili, il "numero del volume" e la relativa "valutazione su Goodreads" (il riferimento è al 15/01/2015, qui lo screenshot dimostrativo, per quel che vale), presumendo che nel primo volume emerga la verità della gente che ha speso tempo per scrivere recensioni dettagliate (cioè che fa schifo), e che costituirebbe, se non la maggioranza, un buon numero che contrasta le valutazioni fake, e che nell'ultimo volume o giù di lì emerga la manovra di marketing delle review false (risultando quindi in valutazioni maggiori, perché pochissime persone si saranno prese la briga di valutare quelle opere che verosimilmente non hanno affatto letto).
Il grafico che ho ottenuto è questo (cliccare per ingrandire, ma l'andamento è evidente anche senza zoom):


Chiunque bazzichi la statistica e la ricerca scientifica in generale sa benissimo che "la relazione non implica la causazione". Sarebbe però curioso notare come la mia teoria "biasimatrice" (diciamo pure che voglio vederci del male) verrebbe confermata da questi dati. Sarebbe però anche corretto dire che è anche probabile che l'autrice sia migliorata volume dopo volume, e di conseguenza i voti maggiori corrispondono a una maggiore cura e qualità delle storie (*prrrr*, pernacchia comica in sottofondo).
Tuttavia, si potrebbe (non lo faccio perché nessuno mi paga, non ho ads sul blog, e quindi neanche ho tempo da perdere per romanzi merdos miserabili come questo) incrociare il numero di votazioni singole col numero di recensioni testuali abbinate a votazione, standardizzare i punteggi, o semplicemente stilare una banale media che constaterebbe come il 90% di recensioni testuali coincida con votazioni di 1 o 2 stelle al massimo, dimostrando che chi ha seriamente letto il romanzo e ha voluto farne una recensione, lo ha trovato pessimo.

Il discorso "capiscimi, ho famiglia, devo campare" dietro cui si cela la malsana abitudine a falsare i giudizi su un'opera è comprensibile, ma non per questo perdonabile, e ci sono due motivi semplicissimi per cui si può evitare di fare questi giochetti squallidi e comunque riuscire a vendere dei romanzi.
Prima di tutto: non pubblicare romanzi di merda. Se un editore si impegna a pubblicare romanzi buoni, ma buoni davvero, cioè (per citare Tapiro) da 3,5 stelline autentiche, non 3,5 che sono la media tra 1 e tanti 5 fake, se un editore si impegna allora venderà anche di più. Un bel romanzo attira più gente di un brutto romanzo. È vero, anche il trash attira, tutto fa brodo, "purché se ne parli". Ma non ha alcun senso! Quale editore malato decide di basare la sua strategia di vendita su un prodotto scarsissimo? Non è come una cover per smartphone, presa dai cinesi, che se si rompe vabbè, tanto la paghi 1€, è carina tanto quanto quella da 20€, la sostituisci e via. Un romanzo richiede denaro e tempo, e non assolve alcuna funzione oltre al puro intrattenimento intellettuale. Se fallisce anche in quello non ha alcun motivo di esistere.
Un altro motivo (ce ne sono a bizzeffe ma mi fermo a due) per cui è squallido pubblicare romanzi palesemente scarsi e, a peggior ragione, spingere con recensioni positive fasulle, è perché non accada ciò che hanno testimoniato Mark e David. Questi due ragazzi si sono pentiti di aver speso dei soldi per quest'opera (o bundle che sia), e si sono visti costretti a continuare la lettura per dare un senso a ciò che hanno fatto.

venerdì 2 gennaio 2015

Hemingwrite, una "Olivetti eInk" (più un elogio a Google)

hemingwrite eink typewriter macchina da scrivere inchiostro elettronicoAppena comprai il mio primo ebook reader (il Cybook Opus), pensai che sarebbe stato bellissimo applicare la tecnologia eInk ad altri contesti.
In effetti così è stato: la diffusione non ha ancora raggiunto i livelli dei classici display economici, ma l'eInk è stato usato per gli indicatori di stato di alcuni dispositivi, come sostituto di targhette pubblicitarie in alcuni centri commerciali, e ci stanno provando (hanno il mio appoggio) anche con gli smartphone (come display secondario, ma se ne lanciassero uno interamente eInk, che vada oltre il mero prototipo e sfondi nel mass market, lo prenderei subito, al diavolo l'AMOLED e tamarrate simili inutili).
Quando sono passato poi al Kindle 4NT, mi sono reso conto che, con una tastiera collegata, sarebbe potuto diventare una specie di macchina da scrivere eInk. Se l'avessero inventata, l'avrei già comprata.
Due tizi mi hanno ascoltato telepaticamente e hanno inventato la Hemingwrite, una macchina da scrivere eInk. Questo è il sito ufficiale, ma calma: ci stanno ancora lavorando, potete ordinarla da Kickstarter. La ricevereste comunque nell'autunno del 2015.
Sto seguendo questo progetto con interesse fin dalla nascita, perché incontra proprio le mie esigenze, eppure non mi convince.

Partiamo dall'idea.
I due ragazzi hanno pensato a una macchina da scrivere digitale priva di distrazioni.
Ci sono diversi software di scrittura che si occupano di questo, e posso assicurarvi che è roba totalmente inutile. Sono carini, hanno una grafica minimal e accattivante, ma non è il software di per sé che ti permette di concentrarti. Chi crede in questi software si sta praticamente illudendo. Se vuoi scrivere un romanzo ma non ci riesci, ci saranno mille motivi, ma non è colpa del software. Non ti va, punto: Facebook e altre amenità distraenti non ti compaiono come pop up, ci vai di tua volontà, quindi forse conviene cercare l'ispirazione, il momento giusto, la motivazione adeguata, e via discorrendo. Se si ha un deficit di attenzione è tutto un altro discorso, conviene andare da un neuropsicologo per appurarlo.

L'estetica.
Questo arnese è brutto. Non so come faccia a piacere, a certe persone. La tastiera è carina, il suono dei tasti è puro cioccolato per le orecchie dell'hipster a cui interessa, ma diciamocelo, è brutta come la fame. Lo chiamano retro design, ma è un eufemismo. Mi vergognerei di meno a portare la mia vecchia Olivetti Lettera 32 con una risma di fogli in un posto pubblico e mettermici a scrivere (con tanto di clanc clanc clanc dei tasti), piuttosto che una Hemingwrite.
Lo schermo della Hemingwrite è di 6'', ma è dal verso sbagliato. Non so voi, ma io leggo in modalità portrait dagli eReader, e così come leggo in quel verso mi piace anche scriverci. Nello schermo della Hemingwrite non entra nemmeno una decina di righe, stando ai filmati dimostrativi, e da quanto ho capito una parte dello schermo è affondata nella struttura per ospitare unicamente le icone di sistema (Wi-Fi, ecc.), sicché i 6'' potrebbero ridursi ulteriormente? Può darsi.

Pochi giorni fa, per Natale, i ragazzi hanno rilasciato un video dimostrativo piuttosto scarso. È stato ripreso in modalità portrait (ironia della sorte), piuttosto che landscape; il tizio, Patrick, dà indicazioni al cameraman/collega ("allontanati, avvicinati"), e tira su col naso perché evidentemente raffreddato (bello de mamma); usano Windows 8 per mostrare la sincronizzazione, ma com'è ovvio Windows fa schifo e non riescono nemmeno ad aprire un pdf (non ci riescono perché Windows è il peggior OS esistente, com'è ovvio). A parte questo, in pratica è necessario permettere l'accesso dello script di Hemingwrite con relativi permessi di privacy all'account Google, che sincronizzato col pc ti permette di avere nella cartella i documenti in vari formati, o una cosa simile. Non sarebbe più facile scrivere direttamente nel browser? L'idea di "eliminare le distrazioni" incasina il tutto, quando sarebbe stato più facile scrivere direttamente in Google Drive o salvare su pendrive, microSD ecc.
Un altro problema è la formattazione.
L'interfaccia della Hemingwrite trasmette su schermo plain text, testo nudo e crudo, senza formattazione, cioè senza corsivo, grassetto ecc. Per poter formattare il testo bisogna inserire dei simboli, del tipo *così*, ma il risultato lo si vede solo su altri dispositivi. Praticamente come i vecchi word processor via terminale o in DOS, come Wordstar 4.0 a cui è rimasto affezionato quel panzone di Martin.

So che il mio parere vale quel che vale, ma in base alle informazioni che ho raccolto per la realizzazione di un qualcosa come la Hemingwrite, l'opzione più facile e utile sarebbe la seguente: limitarsi a sfruttare lo schermo eInk e ricorrere a un OS del tipo Android, magari molto modificato, alleggerito, con una semplice app di scrittura. Facile, no? Qualcuno ha già fatto una cosa simile sfruttando i Kindle o il Nook (cioè Android su eReader).
Se i ragazzi di Hemingwrite stanno leggendo queste righe, please, fate una cosa come si deve, siete in tempo.
Se chi sta leggendo invece ha anche intenzione di competere con la Hemingwrite e lanciare un prodotto a sé... Beh, buona fortuna, considera le mie opinioni.

Sto per finire.
L'elogio a Google (che non mi paga per scrivere queste righe, ma ehi, Google, se puoi sentirmi, vedi che ricevere un po' di grana non mi farebbe affatto male!). Elogio perché da diversi mesi mi sono completamente convertito a Google Docs per scrivere qualsiasi cosa abbia bisogno di backup istantaneo. Non sono praticamente mai offline, quindi non ha senso nemmeno la sincronizzazione con Dropbox: Google è molto più comodo, salva ogni singola lettera che digiti, e la condivisione di un testo è ancora più facile con altri utenti Google. Non è necessario allegare file, basta condividere il documento con gli utenti delle tue cerchie, e puoi permettere all'altro di visualizzare, modificare o anche solo scrivere annotazioni (e questo, per chi scrive narrativa e fa leggere a editor/beta reader, è essenziale).
Fine della pubblicità.
Buon 2015.

venerdì 19 dicembre 2014

Rant | Sui lit blog prezzolati

Nella serie tv Community, in certi episodi compaiono alcune brevi gag che ritraggono Leonard, un vecchio pazzoide, che fa delle recensioni di cibo su Youtube riguardo a patatine o pizze surgelate.
Di per sé è già molto divertente, perché in pratica recensisce prodotti presi al discount, accessibili a tutti e la cui recensione non è granché utile. La cosa più divertente è che i pareri di Leonard sono positivi e banalissimi. Le patatine sono croccanti e salate, della pizza apprezza il formaggio. Cose del genere. Ecco un esempio (se state leggendo questo post tipo dal 2015 in poi, il link probabilmente non sarà più valido: cercate "Leonard's food review").
Ora tenete un attimo da parte il simpatico vecchio Leonard. Lo riprenderemo tra un minuto - avrete già capito dove voglio andare a parare, lo so.
Il pubblico maschile lo ignora, ma l'internet è pieno - Youtube soprattutto - di ragazze (e ragazzi) con dei propri canali/pagine/blog in cui parlano di make up: chi fa tutorial, chi fa sistematiche recensioni di rossetti, ombretti, matite per occhi, ciglia finte, creme viso, bagnoschiuma, shampoo ecc. Alcune di queste persone riescono a ottenere migliaia di visualizzazioni sul tubo, e ciò permette due cose: 1. Guadagnare visibilità per sé in maniera tale da risultare appetibile ad aziende che possono usarti come testimonial o per altre cose, tipo assumerti; 2. Guadagnare attraverso le visualizzazioni.
Guadagnare con Youtube è difficile. Non ci si sveglia la mattina e si decide di far soldi coi video sul tubo. Il guadagno può diventare notevole nel momento in cui si raggiunge il centinaio di migliaia di visualizzazioni, e ciò richiede un impegno assurdo, una dedizione pressoché completa alla condivisione sui social, uno spremersi di meningi per produrre contenuti originali e interessanti. C'è chi riesce a "impegnarsi di meno" coi reality vlog, raccontando cosa ha mangiato a pranzo e dove andrà in vacanza a Natale.
In ogni caso, il tempo richiesto è immane, è un lavoro full time che prevede ideazione, creazione, montaggio, diffusione, programmazione nel tempo per garantire una sistematicità per mantenere gli utenti iscritti, ecc. È un lavoro vero e proprio, le scadenze e il numero delle visualizzazioni mettono ansia e i commenti degli haters possono rovinarti la vita - le persone sanno essere davvero meschine.
Perché racconto tutta questa tragedia?
Perché mi piace drammatizzare.
Torniamo a noi. Come i/le suddetti/e vlogger, esistono gli equivalenti letterari, anche se molto più di nicchia.
Ora, io non frequento questi blog, perché quelli che frequento costantemente non seguono una politica come quella delle fashion blogger. Per esempio, Tapiro sul suo blog pubblica la roba che ritiene interessante, spesso roba poco conosciuta o demodé, e pubblica più o meno quando gli pare. Ho preso lui come esempio, anche se in effetti segue una linea ben precisa ("una vetrina di libri curiosi"), ma seguo anche altri blog (per esesempio Il sociopatico) che ritengo interessanti al di là delle scelte tematiche o della sistematicità con cui postano (sono iscritto via mail), semplicemente perché mi interessa il loro punto di vista o anche solo mi piace come scrivono.
Adesso vi racconto un fatterello che unirà tutto questo pastrocchio di Leonard con le pizze congelate, fashion blogger, literary blog e Tapiro.
Dovevamo cercare un libro da regalare a un amico di famiglia. La mia prima proposta era di regalargli qualche ebook, giacché possiede un eReader (l'emozione di aprire un regalo digitale non è inferiore a quella di scartarne uno materiale: grazie a dio le wishlist di Amazon e simili risolvono il problema dei regali ben impacchettati ma sgraditi che costringono a sorrisi finti come banconote da un euro; e poi chiedete ai gamer se preferiscono un paio di calze o un regalo da Steam).
Ho cercato informazioni su quale romanzo fosse più indicato come regalo, nel periodo di Natale. In teoria doveva essere semplice come pescare con le bombe. Del tipo bestseller assicurati, non per forza premi Pulitzer, bastavano anche solo letture abbastanza buone da spenderci qualche ora. Persino roba scarsa-ma-famosa-di-cui-tutti-parlano.
Mi sono imbattuto in blog che non pensavo esistessero. Blog che seguono dinamiche come quelle delle fashion blogger. Dovete sapere, infatti, che alcune fashion blogger che diventano abbastanza popolari ricevono regali da parte delle case produttrici, così da poterne fare la video-recensione ("purché se ne parli"), e meccanismi psicologici elementari come la dissonanza cognitiva portano inevitabilmente a far parlare più o meno bene del prodotto. "Beh, me l'hanno regalato, come minimo ne parlo bene per ricambiare il favore".
A quanto pare funziona anche con le case editrici che inviano i romanzi a blogger di questo tipo.
Trovo un romanzo su un blog, la copertina è carinissima, piuttosto natalizia, la recensione del blogger è positiva, anzi, di più. Ok, gliel'ha mandato la casa editrice, ma se dice che è bello, mi fido. Magari lo scarico, vedo di che si tratta, se è carino lo vado a comprare e lo si regala. Scorro i post. La dinamica è più o meno la stessa. Il blogger dice apertamente di essere stato felice di aver ricevuto il pacco, e la casa editrice X è come sempre gentilissima. Scorro i post, le recensioni dei romanzi ricevuti gratis non hanno valutazioni inferiori a 4/5. Che è come quando mi invitano a pranzo e se il pasto è insipido e mi chiedono com'è dico che ha un gusto delicato, se è salato dico che è molto saporito.
Non condanno la casa editrice: regalano il libro, fanno il loro lavoro, non costringono a fare una recensione positiva. Non condanno tanto neanche il blogger: magari gli/le è piaciuto veramente, magari si beve qualsiasi scemenza di romanzo e non dà voti esagerati per gentilezza.
Ma io qui devo fare un regalo e non posso fidarmi di queste recensioni, abbiate pazienza. E Google mi sforna blog simili, persino di lit-blogger wannabe che parlano bene di romanzi perché vogliono riceverne gratis anche loro, un giorno (che meccanismo morboso).
Per farla breve, alla fine non abbiamo regalato alcun libro, ma abbiamo ripiegato su accessori/abbigliamento. Contenti, lit-blogger? Le recensioni buoniste e approssimative non sono di alcun aiuto, e mi avete dissuaso dal finanziare una casa editrice (molto probabilmente qualche Mondadori o Feltrinelli).
E tu, utente che hai letto fino a questo punto, diffida di ciò che scrivono i blogger, me per primo. Come ho avuto modo di dire altrove, è difficile scrivere una vera recensione, e sicuramente c'è qualcosa che non va se il parere su un'opera è (al di là del fatto che sia stato regalata da una casa editrice) totalmente positivo senza che vengano forniti particolari a sostegno di questa tesi.
Come fare allora a smascherare recensioni inaffidabili? Mettiamola così. Se più che una recensione sembra una televendita, allora è fasulla o di scarsa utilità. Se si concentra solo sulla sinossi, la esalta, e non dice nulla su come viene sviluppata la storia, sui personaggi, sullo stile ecc., allora è fasulla o di scarsa utilità. Se si fa riferimento a cultura/arte/filosofia/ecc. in maniera grandiosa che puzza di aria fritta, allora è fasulla o di scarsa utilità.
Per Natale fatevi un regalo: prendetevi qualche bel romanzo, meglio se in ebook (spendi di meno, leggi di più). Prima però leggetene l'estratto gratuito, si capisce molto già dalle prime pagine. Se avete ancora dubbi cercate recensioni su Google, e siate critici, usate il buon senso.
Se nulla di ciò vi convince, lasciate perdere e andate a comprarvi un bel salamone.


Buon Natale!

[EDIT 9/01/2015: Nei commenti a questo post c'è della roba interessante, consiglio di leggerli; Tapiro inoltre ha scritto un commento così lungo da meritare un post a parte, qui il link per leggerlo.]

mercoledì 10 dicembre 2014

Impressioni | Unlocked: An Oral History of Haden's Syndrome, di John Scalzi

john scalzi unlocked lock in haden syndromeCirca un anno fa parlai di Scalzi per la sua opera principale, Old man's war, che è stato poi tradotto e pubblicato da Gargoyle (stessa casa editrice che ha pubblicato Abercrombie, e ciò promette bene!), insieme al seguito.
Le mie impressioni erano positive¹. Scalzi è(ra) un autore piuttosto bravo, con uno stile abbastanza asciutto seppur sempre nella "cornice" della fantascienza (che non eccelle di certo per stile, o comunque non spesso), un narratore divertente che sa fare ironia anche del classico infodumpone sci-fi, immancabile.
Da allora non ho più seguito Scalzi. Avrei continuato volentieri la serie principale, ma tra i mille impegni ho preferito dare la priorità ad autori che ancora non avevo letto. Nel frattempo ho assistito su internet al successo dell'autore, e ho pensato di riscoprirlo con l'ultima opera.
Chiarimento: Unlocked è una novellette che introduce al romanzo Lock in. Questo non lo sapevo, l'ho scoperto perché nel file di Unlocked ci sono i primi due capitoli di Lock in. E mi sono state chiare un paio di cose.
Unlocked è la versione fantascientifica di World War Z, ma neanche più di tanto. La storia è narrata attraverso un report fittizio in cui confluiscono le dichiarazioni di diversi personaggi che hanno vissuto l'esperienza della "chiusura" causata da una strana malattia virale, impossibile da debellare, che o uccide le persone o le porta a una paralisi simile a un coma cosciente.
La narrazione in forma di report non è nuova, tant'è che, appunto, la mia prima impressione è stata un déjà vu di World War Z. Quest'ultimo però aveva un pregio che Unlocked non ha (per i non-aficionados, ecco il post con le mie impressioni di WWZ; perché non mi siete affezionati? Affezionatevi!). In World War Z i resoconti appartenevano a personaggi diversi, e sebbene alla lunga ciò stancasse, le immagini trasmesse attraverso i mini-racconti erano ricche di particolari e molto evocative. La situazione globale dell'epidemia con le sue conseguenze era proprio verosimile.
Ciò manca, in Unlocked. È una storia a malapena accettabile, l'idea di fondo non è neanche originalissima - è un "classico" coma: questa sindrome di Haden è un pretesto per far sì che un numero abnorme della popolazione ne venisse colpita così da narrare ciò che verrà dopo - e personalmente ho trovato noiosa tutta la prima parte, soprattutto gli avvenimenti politici. Mi è stato difficile persino sospendere l'incredulità: alla fine di ogni piccolo report c'è sempre una frase a effetto, il che sarebbe accettabile da parte di un narratore, ma inverosimile da parte di tante persone diverse.
A peggiorare le cose, l'intera storia è un What if molto naïve (bonus gioco di parole), nel senso che i presupposti di base non hanno una spiegazione scientifica soddisfacente, e la cosa peggiora quando Scalzi tenta di spiegare come si scopre che i pazienti sono coscienti ("...using MRI and other similar equipment to record and register when and how thoughts where being transmitted", viene ripetuto altrove nella storia, e fa pensare che Scalzi non conosca una cippa di neuroscienze, laddove, per questa storia, una spiegazione scientifica sarebbe stata adeguata e accattivante, piuttosto che un pretesto per [SPOILER, attenzione] far entrare nella storia una specie di robot umanoidi collegati in rete.).
E se ciò non bastasse, non viene fornita una spiegazione logica sufficiente per ques'ultimo aspetto degli umanoidi. Spero solo venga approfondita nel romanzo.

Nel complesso, Unlocked è una novellette abbastanza scarsa, un pessimo tentativo di introdurre al più ampio romanzo, Lock In. Pessimo sia per come è stata sviluppata la storia, sia perché non si tratta nemmeno di un teaser rilasciato gratuitamente dall'autore, ma di un ebook bell'e buono acquistabile su Amazon, sebbene a soli 1,67€ (rispetto ai folli 33€ per l'edizione cartacea per una 60ina di pagine). L'idea presentata è blanda, e se è davvero un tentativo per stimolare l'interesse per il seguito, beh, a mio avviso non otterranno granché.
Nel dubbio, mi riservo la possibilità di continuare a leggere Scalzi solo per il ciclo di Old man's war.



¹ Piccolo reminder agli aficionados e non del Rifugio: preferisco parlare di impressioni piuttosto che di recensioni, perché scrivere una vera recensione è tutt'altra cosa, sebbene personalmente accetto di buon grado la definizione di "recensione" anche per semplici pareri ignoranti postati sull'Internet. Nel prossimo post spenderò due cents proprio sulla questione "recensioni" e lit-blog.

domenica 30 novembre 2014

Impressioni | What if?, di Randall Munroe

 xkcd physics what if bookxkcd: chi già lo conosce non ha bisogno di altro.
What if? è una raccolta di post scritti da Randall Munroe sul suo blog, xkcd, in risposta alle domande più assurde degli utenti. Cosa accadrebbe se ogni persona sulla terra puntasse un laser colorato contro la luna? Cambierebbe colore? Da che altezza bisognerebbe lanciare una bistecca affinché sia cotta una volta arrivata a terra? Se un asteroide fosse molto piccolo ma supermassiccio, ci si potrebbe vivere sopra come il Piccolo Principe?
Munroe è un fisico e un fumettista, What if? è il risultato di una combinazione di domande assurde, spiegazioni scientifiche e strisce umoristiche.
Premessa doverosa: i post si possono leggere nell'apposita sezione del sito di xkcd, quindi in teoria non è necessario comprare l'ebook - che a mio avviso ha anche un costo esagerato, 10,99€, e ciò non ha molto senso, considerando che gran parte del materiale è già disponibile gratuitamente e legalmente. Da quanto ho capito, ci sono solo pochissime cose non presenti nel sito, come le domande weird (and worrying) con annesse vignette.
Quindi non stiamo parlando di un romanzo, ma praticamente di saggistica.
What if? è molto interessante per diversi motivi.
Se si è appassionati di scienza, ogni domanda offre spunti per analizzare seriamente la questione dal punto di vista fisico e matematico. Munroe non liquida le domande con un semplice calcolo matematico, ma considera diverse alternative, e anche se la soluzione è chiara, approfondisce dando per assurdo altre situazioni pur di continuare e vedere cosa accadrebbe.
What if? non è solo un gioco matematico/fisico, ma credo si possa vedere come una palestra mentale in grado di allenare verso considerazioni razionali nonostante le premesse assurde, così da mettere insieme la creatività e la razionalità.
Visto che questo è un presunto literary blog (un cosa?), What if? è utile per avere idee o allenarsi a immaginare situazioni paradossali o assurde che però possono avere una conseguenza. In parole povere, dato che il fantasy e la science fiction funzionano prevalentemente col what if?, questa raccolta di risposte scientifiche a domande assurde può tornare utile a chi scrive narrativa di questo genere, sia per prendere spunto che per imparare a ragionare alla maniera di Munroe.
Certo, Munroe è un fisico, quindi le sue risposte sono prevalentemente basate su fisica e matematica: quando si tira in ballo la biologia, la fisiologia ecc., chiede pareri a chi di competenza, per poi continuare a snocciolare una risposta in termini matematici (per esempio, alla domanda del tipo "Se tutte le persone del mondo si recludessero per un certo periodo per non infettare nessuno, il raffreddore scomparirebbe dalla terra?", dopo l'opportuno consulto con l'esperto del settore che getta un po' di chiarezza sui rhinovirus, Munroe dimostra come una distanza media di 77m tra una persona e l'altra sarebbe impossibile da ottenere, considerando la superficie della terra, per cui un ingente numero di persone dovrebbe per esempio rimanere isolata nel deserto del Sahara).
Ciò nonostante, la logica alla base delle risposte è illuminante, ed entrare in quest'ottica può stimolare una riflessione più accurata delle cose, a partire da un'adeguata critica alle idee di base delle trame di film o romanzi.
What if? è un'opera davvero interessante, se fossi il Ministro dell'Istruzione inserirei alcune di queste domande nelle ore di scienze. Oltre a divertire e allenare a riflettere, sarà scontato da dire ma What if? insegna anche molte cose.
Per esempio, sono rimasto affascinato dallo scoprire che oltre alla Luna o al plurifotografato Marte, noi esseri umani abbiamo mandato una sonda su Venere, che ci ha regalato qualche foto, e una (Huygens) su Titano, che prima di distruggersi è riuscita a scattare una sola foto.

domenica 23 novembre 2014

Impressioni | The Martian, di Andy Weir

the martian l'uomo di marte andy weir ridley scott matt damon film romanzo sci-fi fantascienzaApollo 13 incontra Cast Away, secondo la descrizione di Goodreads.
Lo ammetto, è una descrizione efficace, rende l'idea.
The Martian (in italiano L'uomo di Marte) è uno di quei casi in cui un tale scrive un'opera che viene rifiutata dagli editori e decide di autopubblicarsi, con conseguente successo. L'ho scoperto attraverso Goodreads, il plot era molto interessante e la copertina era accattivantissima (non sono un esperto di grafica, a malapena so usare GIMP, ma quanto è awesome questa copertina, eh?).
Durante la lettura pensavo che avrebbero dovuto tradurlo in italiano, e che non sarebbe niente male, questa storia, per farne un film, sulla scia di Gravity e Interstellar. Poi scopro non solo che Mondadori lo ha già pubblicato (grazieaddio con la stessa cover dell'ultima versione anglosassone), ma che è già tutto pronto per farne un film con Matt Damon, regia di Ridley Scott.
Veniamo al romanzo.
The Martian è il tipo di opera che potrebbe scrivere un nerd e potrebbero leggere solo dei nerd.
Da un punto di vista narrativo, manca di un sacco di elementi, è carente sotto diversi aspetti. Il protagonista, Mark Watney, è solo su Marte (you don't say?), ma psicologicamente è più che intatto, non fa una piega, nemmeno nella peggiore delle situazioni: non basta il cameo della psicologa di turno che sputtana (scusate il gergo scientifico) informazioni private sul paziente affermando roba del tipo "Watney è forte, intelligente, simpatico, in situazioni di stress non perde lo spirito e l'entusiasmo"; c'è un uomo lasciato a sé su un altro pianeta, con riserve limitate di cibo, e non solo non va nel panico, ma continua a fare il simpatico anche in situazioni davvero al limite. Mi ricorda il personaggio di Clooney in Gravity. Il tutto mi dà l'impressione (macché, la certezza) che questi siano personaggi dai tratti volutamente esagerati per poter far colpo sul pubblico al di là della credibilità. Sì, ok, è possibile, ma poco probabile.
Non sappiamo praticamente nulla su Watney, solo che è un gran burlone oltre che un ingegnere geniale. Non si preoccupa granché della sua famiglia, in 385 pagine di romanzo. Niente accenni ad amori, amicizie al di fuori dell'equipaggio, ecc.
Non ci sono conflitti tra personaggi. Watney non matura lungo il periodo di tempo del romanzo (che è lunghetto), gli unici conflitti sono gli "incidenti" che si verificano sistematicamente durante il soggiorno di Watney su Marte, la lotta per la sopravvivenza, la lotta con la tecnologia, le risorse personali come unico mezzo per restare in vita.
Per farla breve, in The Martian manca l'80-90% di ciò che compone un romanzo. Si può dire che ci sia un solo plot, quello generale: sopravvivere abbastanza per tornare a casa.
Altro punto debole: i POV. Finché la narrazione avviene attraverso i periodici LOG di Watney, va tutto bene (è ottimo, verosimile, in prima persona). Quando però l'autore vuole farci sapere cosa succede sulla Terra, la narrazione comincia a vacillare. I POV si frammentano, lo stile narrativo carente si fa sentire, soprattutto laddove mancano i dialoghi.
Poi il colpo di genio (sono ironico), che mi ha perplesso non poco. L'autore vuole farti sapere cosa sta succedendo in luoghi/tempi a cui nessun personaggio può assistere. Per cui non avendo "gente" attraverso cui filtrare gli eventi cosa fa?
Diventa narratore onnisciente.
In un caso si avvale del corsivo (?), forse perché racconta qualcosa di passato, in un altro no. Libero da qualsiasi personaggio, ti racconta cosa è successo prima all'Hab, e cosa è seguito a tale serie di eventi, per poi riprendere con gli effetti su Watney raccontati da lui. In alcuni casi (non faccio spoiler), addirittura il POV onnisciente racconta eventi che non meritano tale orrore, eventi che il protagonista potrebbe riassumere nel suo LOG in tre righe.
La cosa più incredibile è che questo POV onnisciente compare 3-4 volte al massimo, in brani non tanto lunghi. Come una specie di disperato nastro adesivo che collega pezzi di storia.

A mio modesto avviso, The Martian è un'opera molto interessante, e gli orrori narrativi, per quanto pesanti, non si fanno sentire più di tanto nel momento in cui l'attenzione del lettore è tutta rivolta a cosa accadrà dopo, quale imprevisto, come e se verrà risolto. Per non parlare delle battute di Watney. Del tipo:
With no magnetic field, Mars has no defense against harsh solar radiation. If I were exposed to it, I'd get so much cancer, the cancer woulde have cancer.
O:
It died instantly. The screen went black before I was out of the airlock. Turns out the "L" in "LCD" stands for "Liquid". I guess it either froze or boiled off. Maybe I'll post a consumer review. "Brought product to surface of Mars. It stopped working. 0/10"
E non sono nemmeno le battute più divertenti. C'è quella sulle tette che è priceless.
Dubito comunque che un lettore "casuale" (non amante della fantascienza), senza alcun interesse verso per esempio i metodi di estrazione dell'ossigeno dalla CO2 o la produzione di energia attraverso il plutonio 238, riuscirebbe ad arrivare alla fine del romanzo con lo stesso hype iniziale.
Ad ogni modo, personalmente ritengo che The Martian sia, con tutti i suoi difetti, un ottimo romanzo.

sabato 15 novembre 2014

Impressioni fulminanti | Fanteria dello spazio, di Robert Heinlein

Starships troopers è ricordato con dispiacere a causa dell'omonimo film che non è stato proprio ben accolto - non dai fan del romanzo, almeno. Ma l'opera letteraria no, è riconosciuta come un classico un classico della fantascienza, classe '59, e a leggerlo cinquant'anni dopo quasi non si direbbe (permettetemi una parentesi: ma davvero 50 anni fa non riuscivano a immaginare che i libri si potessero facilmente digitalizzare? Cioè è ridicolo leggere  di "manuali" cartacei in giro per le astronavi, eddai su).
Di fatto Starship troopers è più background che storia. Non che non la storia manchi, ma il tutto è più un pretesto dell'autore per mostrare il mondo che immagina, con annesse ideologie politiche e filosofiche. E psicologiche, grosso modo erronee ma, ehi, era il 1959, Heinlein ha fatto comunque un bel lavoro.
Una nota sullo stile: è in prima persona (yay), e nonostante gli infodumponi e gli as you know Bob, mantiene una sua coerenza, con un registro a mio avviso efficace, "calato" nella parte del soldato, che non fa pesare la valanga di dati e informazioni - vera e propria pornografia per l'amante di sci-fi, anche se devo aggiungere "soft": ci sono romanzi sci-fi che ci vanno giù pesante, e lo squilbrio della prosa a favore praticamente della "saggistica" si fa sentire).
Visti i contenuti ideologici (il diritto di voto, il bene dello stato) di Starship troopers, può interessare questa breve apologia al presunto militarismo di cui il romanzo è stato accusato da alcuni.
Un classico consigliato per il suo valore effettivo, non in virtù della propria anzianità (ne abbiamo anche troppi, di "classici" dalla fama immeritata), ma soprattutto un must per i fan della fantascienza.
E io ancora non lo avevo letto. Ora sì. Evviva.

domenica 9 novembre 2014

Impressioni fulminanti | La gatta degli haiku, di Giulia Besa

vaporteppa duca carraronan gatta haiku steampunkForse può suonare un po' esagerato, ma La gatta degli haiku di Giulia Besa potrebbe essere un film di un Miyazaki un po' gore e non tanto aderente al politically correct.
Sono felice che finalmente in Vaporteppa sia arrivato il primo autore non pene-munito: La gatta degli haiku non è un harmony o un paranormal romance, è una fiaba un po' steampunk un po' rinascimentale un po' altro, che non può nemmeno ricordare le favole Disney, quanto semmai quelle di Studio Ghibli, per la varietà e ricchezza dell'ambientazione e l'aspetto un po' creepy di certi personaggi che, nelle storie Disney, avrebbero gli occhioni luccicanti e il sorriso perenne, in una specie di trip da overdose ben riuscito.
La protagonista del racconto è davvero sfortunata, e la sua condizione non si limita a una scenetta di accattonaggio compensata da tanti improbabili amici poveri diavoli pure loro; no, è sola, e le sue sfortune e il suo supplizio sembrano non avere mai fine.
E poi c'è la micia parlante.
A chi non piacciono i mici? Che razza di gentaglia non ama i gatti? I repubblicani! E tu, sei repubblicano?
La gatta degli haiku si legge circa in un'oretta (io ci ho impiegato 1h e 15min circa perché sono lento e mi ci son messo di impegno, ma il Kobo Aura stimava 1h), e a mio modesto avviso può rappresentare un ampliamento, o un lieve discostamento, come la si vuol mettere, rispetto agli altri titoli della collana. Un racconto con una sensibilità diversa, che ritengo possa essere fruibile da un pubblico più ampio, anche in virtù dalla relativa "marginalità" dell'elemento steampunk che, mescolato col resto dell'ambientazione, non può essere considerato preponderante (proprio come in alcuni film di Miyazaki, in cui le tecnologie e gli scenari non sembrano aderenti a un preciso periodo storico, ma fuori dal tempo in perfetto stile onirico, favolistico)
La gatta degli haiku è disponibile su Ultima Books e su Amazon.

lunedì 3 novembre 2014

Impressioni | Il mezzo re, di Joe Abercrombie

Prendi un autore che nel panorama del fantasy si sta facendo sempre più spazio.
Prendi una casa editrice piuttosto giovane che ben pensa di tradurre quest'autore che a quanto pare sta andando molto bene all'estero, e che i litblogger hanno già recensito e acclamato.
Ecco che ottieni la trilogia di The first law, un ritorno del fantasy classico senza particolari innovazioni, scritto in maniera accettabile, che ammicca vagamente a George Martin per sfruttare l'onda Game of thrones e relativo  (ma modesto) risveglio del trend fantasy.
Prendi una casa editrice con un grave ritardo mentale, con l'utilissima abilità di sperperare soldi e compiere sistematicamente scelte sbagliate. Un indizio: tale casa editrice campa con le cash cows, vacche che garantiscono profitti, del tipo Favio Bolo.
Ecco che si ottiene Il mezzo re, un improbabile tentativo (fallito? si vedrà) di incrementare le entrate con una promettente vacca, una nuova  trilogia fantasy retard, boostata da quel blurb in alto, col nome in grassetto, già mi sembra di vedere lo Zio Martin con un sorriso forzatissimo dietro la barba, che in cambio di non so quali favori accetta a far scrivere sulla copertina di Half a king:
"Uno scrittore straordinario"
 George R. R. Martin
LAME! Abercrombie è uno scrittore così così, non basso quanto Brandon Sanderson, ma non raggiunge nemmeno Martin, che tutto sommato è così così pure lui, sebbene qualche asso in più nella manica ce l'abbia.
Non conosco i dettagli, probabilmente mi sbaglio, ho fatto qualche infruttuosa ricerca su Google, ma l'impressione è che la Mondadori per pubblicare Half a king abbia acquistato qualche diritto dalla Gargoyle books, la casa editrice che per prima in Italia ha tradotto diverse opere di Abercrombie. O forse anche no, visto che l'opera non figura nel catalogo della Gargoyle, sicché può benissimo aver avuto a che fare direttamente con l'autore e aggiudicarsi i diritti per la nuova trilogia. Chissà.
Fatto sta che Il mezzo re è il peggior romanzo che Abercrombie abbia scritto. È patetico sotto mille aspetti, e il bello è che mi son reso conto di una cosa fondamentale, quando ero ormai alle ultime pagine: non è nemmeno fantasy!
Attenzione, potrebbe esserci qualche spoiler. Non starò attento più di tanto alla storia, perché a mio avviso per questo romanzo non conviene sprecarci 6 ore di vita, la storia non si può rovinare più di così, è già terribile.

Il mezzo re sembra un'avventura di D&D giocata e trascritta da un ragazzino nerd con daddy issues (già visto in The blade itself) e un amore ignorante per l'epicità. La questione dell'avventura D&D non sarebbe male di per sé, ma consideriamo che un'avventura di D&D ha uno scopo (è un gioco, diverte chi gioca, con dinamiche proprie, per non parlare dell'interazione e del ruolo attivo della persona), mentre un romanzo ha un altro scopo (intrattenere, comunicare qualcosa, con dinamiche molto diverse, e la persona partecipa emotivamente e intellettualmente alla storia, ma ovviamente non interviene).
La trama è banale: Yarvi, ragazzino con una mano deforme, sostanzialmente underdog (nerdy), è il figlio del re, e il romanzo si apre con la morte sia del padre che del fratello coraggioso e forte, erede al trono. Yarvi si ritrova dunque ad ereditare il regno pur non avendo alcuna capacità, se non quelle intellettuali dei Ministranti. In qualche modo, viene tradito dallo zio (colpo di scena!) che, valoroso guerriero, tenta di ucciderlo. Come? Gettandolo da una scogliera.


Ovviamente Yarvi finisce in mare, non spiaccicato sugli scogli, ma gli assassini pensano bene di liquidare la cosa con un: "Sarà annegato". Il legittimo erede al trono che hai tentato di uccidere ti impiccherà sicuramente, se riesce a scamparla, ma chìssene, mica andiamo a controllare, facciamo spallucce, andiamo via e lasciamo che la storia faccia il suo (forzato) corso.
[Attenzione, se proprio volete leggere il romanzo, non leggete quanto segue, SPOILER potente di tutto, stile trama di film su Wikipedia italiana]
Dopodiché Yarvi finisce schiavo e viene venduto come rematore a una ciurma di pirati comandata da una donna ubriacona (sì, da una donna). Poi non succede niente finché in qualche modo Yarvi e qualche altro compagno sfuggono dopo il naufragio della nave, segue cammino sfiancante nelle nevi e senza cibo, pit-stop a un rifugio provvidenziale, si accorgono che il capo dei pirati li sta inseguendo, si affrettano, scontro sanguinario tra le rovine elfiche (che sono tali perché definite tali, praticamente uno scenario di cartapesta), quindi accordo con l'assassino del padre di Yarvi che si scopre in realtà non essere stato il suo assassino, ritorno in patria, preparazione del piano per riappropriarsi del trono usando i passaggi segreti del palazzo che solo Yarvi conosce, qualche altro scontro, colpo di scena, uno dei compagnoni è in realtà uno zio dimenticato di Yarvi, dato per morto da vent'anni, quindi erede al trono (il nonsense dilaga). Yarvi abdica al trono perché inetto, sceglie di continuare il cammino da Ministrante, scopre che la sua madre putativa in realtà era complice dei cattivi, la avvelena, tutto viene spiegato: tradimento ordito per il vile danaro. Si chiude il sipario.
Fine
[/SPOILER]

La bruttezza e banalità di questa storia è generosamente condita con orrori stilistici, qualche refuso (capita, anche se si suppone che la Mondadori possa sprecare qualche centesimo per un editing decente), e una traduzione molto fiacca, se non oscena in certi punti.
Ho annotato alcune cose.

Similitudini: Abercrombie dovrebbe cercare sul dizionario cosa sono:
Nulla [nome di un pg, ndr] strisciò dietro la sua catena sul ponte inclinato e, come un uomo che spazzi il focolare dopo che la casa gli è stata bruciata, si accinse dolorosamente alla sua solita fatica.
Che razza di similitudine sarebbe?
Ora un assaggio di ciò che è lo stile narrativo standard del romanzo: infodump, raccontato (tell) generico, assassinio della suspence, brutta scrittura in generale:
Alcuni uomini corsero attraverso l'arcata. O cose che sembravano uomini. I banya. Ombre selvagge e lacere, lampi di facce bianche a bocca aperta, in un luccichio di bottoni d'ambra e d'osso e denti scoperti, armi in pietra levigata, zanne di tricheco e denti di balena. Strillavano e farfugliavano, urlavano e uggiolavano versi folli...
Nota positiva: le frasi ad effetto si sprecano, sono tristissime, pessime, vengono direttamente dagli anni '80-'90, ma almeno Abercrombie è in grado di scherzarci su (negli altri romanzi è molto più ironico, in questo qui non lo è mai):

"Perché la ministrante di Gorm tiene un'abitazione a Thorlby?"
"Madre Scaer dice che la ministrante saggia conosce la casa del proprio nemico meglio della sua."
"Madre Scaer è incline alle frasi a effetto come Madre Gundring" sbuffò Yarvi.
Ogni volta che leggevo madre Gundring pensavo alla vecchia tv di famiglia, una Grundig. Ad ogni modo, Abercrombie ricorre spessissimo a quelli che King definisce "verbi dire pompati di steroidi" - "sbuffò", "'Ah ah!' latrò Nulla", ecc., al posto del più adeguato "disse".
Il nonsense è ovunque, nel romanzo, e diciamo che personalmente non sto a pensarci troppo, anche se in alcuni tratti c'è da mettersi le mani nei capelli:
Arretrò ancora e udì dei sassi cadere rumorosamente nel vuoto, l'orlo che si dissolveva sotto i suoi calcagni.
"Udì dei sassi cadere rumorosamente nel vuoto" è terribile per diverse ragioni: 1) "Udì", i verbi di senso non andrebbero usati, vedasi i saggi di Palahniuk sulla scrittura; 2) "rumorosamente", è un avverbio bruttissimo, inutilissimo e soprattutto ridicolo, giacché i sassi cadono: 3) nel vuoto, l'orlo che si dissolveva sotto i suoi calcagni.
Non dice che i sassi rimbalzano lungo una ripidissima scarpata, dice che cadono rumorosamente nel vuoto. Ma stiamo scherziamo?
Avevo accennato a traduzioni discutibili o oscene. Ora, non mi son preso la briga di confrontare le due versioni perché nessuno mi paga per farlo, ma da discreto conoscitore dell'inglese, e soprattutto da madrelingua italiano, non posso che grattarmi la testa di fronte a traduzioni del tipo:
"Mi dispiace"
"Lo sarai"
Oppure:
 "Penso che metterò giù te"
Altri orrori:
E allora capì che non aveva perso tutte quelle volte nel quadrato d'armi perché gli mancasse l'abilità, o la forza,  persino una mano. Era la volontà che gli mancava.

Manca solo la musica in sottofondo. Cosa c'è di peggio delle epifanie di un personaggio spiegate moralisticamente dal narratore? Cosa? Nulla, è al primo posto. Poi seguono la punta dei calzini che si sfila e si appallottola nelle scarpe, le briciole nel letto, Barbara D'Urso in tv, e la morte, in questo preciso ordine.
Qualcos'altro di simile, ugualmente tremendo (quel "E Yarvi capì" mi provoca proprio dolore fisico):

E Yarvi capì che la morte non si inchina di fronte a ogni uomo che le passi davanti, non protende il braccio per indicare rispettosamente la via, non dice parole profonde, non toglie alcun catenaccio. Non occorre mai la chiave che porta al seno, perché l'Ultima Soglia è sempre aperta. Raduna i morti, li fa passare a frotte, incurante del rango o della fama o del valore. Una fila che si allunga sempre di più da farvi passare attraverso. Una processione cieca, inesauribile
Altra saggezza abercrombiana:
"No" fece roco Yarvi, lottando per alzarsi, ma purtroppo non basta volere una cosa per riuscire a ottenerla.
Quest'uomo si vanta anche di aver studiato Psicologia, cioè rendiamoci conto.
Altri orrori:
L'alba giunse fangosa e impietosa.
Ancora:
Fracasso, il baccano dell'acciaio, della rabbia, della paura, reso quasi peggiore dal non vedere chi lo facesse, o perché.
Ancora, qui la cosa peggiore è che c'è un tentativo di mostrato (show) inquinato oltremodo dal narratore che trae conclusioni al posto del lettore.
Portava un collare da schiava anche lei, ma fatto di fil di ferro intrecciato, e la sua catena era leggera e allentata, in parte avvolta al braccio quasi fosse un ornamento che avesse deciso di indossare. Una schiava persino più favorita di Ankran, dunque.
Qui c'è un omicidio della suspence, nel mezzo di un combattimento spunta questo:
Davvero uno dei due doveva uccidere l'altro? Porre fine a tutto ciò che fosse, a tutto ciò che sarebbe mai potuto essere? A quanto pare, sì. Ma era difficile che in tutto ciò ci fosse un che di glorioso.
Spesso il raccontato è scarso o inutile. Se Abercrombie fosse qui, gli chiederei: "Scommetto che quando scrivi questa roba dei paesaggi immagini le scene del Signore degli Anelli con quelle belle panoramiche della Nuova Zelanda, ma sai che in un romanzo non è la stessa cosa, no?":
Scivolarono lungo infinite scarpate di ghiaia, saltellarono fra massi grandi quanto case, si inerpicarono giù per colate di roccia nera simili a cascate di ghiaccio.
E ancora, per chi vuol farsi del male:
Continuarono ad avanzare furtivi. Altre ombre, altri gradini, altre memorie vergognose, muri di pietra grezza disposti dalla mano dell'uomo e che parevano più antichi ma erano migliaia di anni più recenti delle gallerie sottostanti; la luce del sole ammiccava da una grata vicino al soffitto.
L'era del Pleonastico:
Yarvi tornò in sé al buio, soffocando in un vortice di bolle, e si dimenò, si agitò e si contorse nel semplice bisogno di restare vivo.
Chi ha fatto l'editing come ha fatto a non notare tre verbi sinonimi, un aggettivo che sta lì tanto per, una stupida perifrasi, praticamente tutta la frase non ha alcun motivo di esistere, è un elogio alla stupidità.
Qui la confusione di Abercrombie è al suo culmine. Non sa che pesci pigliare, di conseguenza:
Corsero. O avanzarono spediti. O saltellarono e incespicarono, o si trascinarono attraverso una landa infernale di rocce consumate dove non crescevano piante o volavano uccelli
LOL. O. O. Della serie "fate un po' voi".
Si parlava di daddy issues, eccoli anche qui, oltre a The blade itself, e rappresentati nel peggiore dei modi.
Ma Yarvi non aveva orgoglio. L'orgoglio lo aveva abbandonato quando era stato svergognato da suo padre. Beffato da Odem. Picchiato sulla Vento del Sud. Congelato nelle terre desolate.
Perle di wtf:
Poi Uthil piegò la spalla e sollevò lo scudo, sbattendo l'estremità contro il mento di Odem. Ruotò l'altra spalla e scagliò Odem lontano
Che spalle potenti.
Perle di stile:
Scavò come se la sua vita dipendesse da quello. Così era.
Mi immagino Joe che scrive la prima frase, al pc (scommetto che è un mac user), digita il punto e si ferma. Riflette. Poi si rende conto che la frase appena scritta è banale, e ci aggiunge "Così era", per aumentarne l'ovvietà.

Non infierirò ulteriormente sul romanzo. Le annotazioni sono molte di più ma non ha senso riportare tutte, per non parlare dei refusi. Questo genere di cose si fa fare a qualcuno nella casa editrice, e costui merita di essere pagato. La Mondadori può prendere uno stagista e fargli fare l'editing senza retribuzione, e i risultati di solito sono pessimi (com'è ovvio, naturalmente - ad Abercrombie piace quest'elemento).
Ricapitolando.
Un romanzo pessimo. Una storia che potrebbe anche non esistere, il mondo non cambierebbe. Una nuova trilogia non richiesta. Una prosa pessima come tante altre.
Abercrombie non è un genio, The blade itself però non era male (ma non è nemmeno un'opera d'arte). Il mezzo re invece è immondizia ai livelli della Troisi.
Dicevo all'inizio che questo romanzo non è fantasy. Ebbene, a me piace leggere storie con ambientazioni originali, fantasy, sia a tematica medievaleggiante che barbarica che ottocentesca, ecc. Ma se c'è una cosa che Gamberetta mi ha insegnato è che non basta un'ambientazione diversa dal nostro mondo per fare un Fantasy. Il mezzo re è solo il primo della trilogia (sigh), ma è autoconclusivo, quindi non ha senso dare il beneficio del dubbio verso il prossimo volume. In questo romanzo non c'è alcun elemento fantasy, e non parlo solo di magia ecc., non ci sono nemmeno creature diverse o altro. È una storia di un ragazzo che intraprende una breve avventura (solo a parole: il cammino dell'eroe, la maturazione del personaggio, il conflitto, sono praticamente inesistenti, così come i personaggi sono bidimensionali, e i dialoghi tutti uguali) per riconquistare il trono e l'approvazione degli altri. Non ci sono elfi, troll, non c'è magia, ci sono uomini che complottano per il trono, non ci è dato sapere niente del resto dell'ambientazione.
Il mezzo re è un romanzo più finto di una fiaba, i personaggi fanno cose perché spinti dalla mano divina di un Dungeon Master troppo pigro per creare una gerarchia nel sistema monarchico della storia, e per dare spessore alla struttura sociale, economica e politica dei regni in conflitto.
Il mezzo re mi fa quasi rimpiangere il vecchio fantasy alla Terry Brooks.